
Il principio di reciprocità introdotto nel 1942 - contenuto nell’art. 16 del Codice civile - è un vero e proprio strumento giuridico di integrazione. Secondo questo principio lo straniero è titolare in Italia di diritti civili, a condizione che il cittadino italiano sia ammesso agli stessi diritti nel Paese straniero di riferimento.
Questo principio serve a difendere i propri cittadini all’estero con strumenti di rappresaglia giuridica, ma è valido ed efficace solo se lo stato controparte rispetta le stesse logiche.
Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si stabilisce che tutti gli stranieri regolari in Italia sono esentati da tale principio.
A seguito della globalizzazione dell’intera economia mondiale, sono sorte numerose problematiche relative all’immigrazione, quali ad esempio:
La gestione dell'immigrazione non è un tema facile, ma di certo non lo si può considerare un tema politico.
La geopolitica dell'immigrazione è sociologicamente variegata. Non appartiene né alla destra, né alla sinistra: è ontologicamente trasversale.
Sei a favore del voto del cittadino straniero - titolare di permesso di soggiorno regolare - per l'amministrazione in cui è residente?
Pensi che sia un diritto da riconoscere anche ai cittadini stranieri? O pensi invece che il diritto di voto nel nostro Paese vada esclusivamente riconosciuto ai soli cittadini italiani?

Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.
Che significato attribuisci ai diritti umani?
Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

Il design al tempo della crisi non rinuncia a creare ma diventa sostenibile,valorizzando materiali di riciclo, in modo che ogni pezzo diventi unico e nasca dall’assemblaggio di vecchie componenti ormai destinati a diventare rifiuti. Questo nuovo modo di operare nasce dalla voglia di creare nuovi prodotti salvando vecchi oggetti destinati allo smaltimento.
E’ così che questa nuova pratica si propone come forma di prevenzione dei rifiuti, mitigando l’impatto del design classico e sviluppando un “design intelligente” che sia rispettoso dell’ambiente e quanto mai attuale.
Un esempio pratico è EcoLectric Design che con l’impiego dei sottoprodotti di un’azienda che progetta e installa impianti elettrici e di pubblica illuminazione sviluppa oggetti i design moderno. Nello specifico i materiali impiegati vanno dagli isolatori in vetro e ceramica, ai cavi elettrici, alle plafoniere in pvc, per arrivare alle apparecchiature elettriche ed elettroniche in genere.
In modo particolare i rifiuti vengono selezionati in base ai sottoprodotti, poi si passa alla ricerca dei soggetti autorizzati al trasporto e allo smaltimento e/o recupero per terminare con una valutazione degli scarti di produzione. Successivamente si avrà la realizzazione dell’eco design attraverso l’assemblaggio e il riuso dei vecchi componenti.
Il nuovo sviluppo del design diviene così in grado di innescare meccanismi di crescita culturale e d’immagine dell’azienda impegnata nella valorizzazione dei processi e dei prodotti, riducendo l’impatto ambientale e diffondendo la cultura dell’uso dei rifiuti come risorsa.
Gli scarti di produzione di un’attività industriale diventato oggetti preziosi, vengono valorizzati e entrano a far parte del campo dell’arte e del design. Non a caso diversi artisti vengono coinvolti per interpretare i sottoprodotti da esporre poi in mostre di arte del riciclo.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di stranieri non è né semplice né scontata, ma si tratta di un tema cruciale e strategico.
I figli che nascono nel nostro Paese da genitori stranieri non acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana: è necessario che sussista il requisito della permanenza stabile dei genitori, maturata nel corso dei cinque anni precedenti alla nascita.
Le naturalizzazioni sono provvedimenti concessori, tramite i quali viene fornita la cittadinanza agli stranieri: diventare cittadini tramite matrimoni, implica la residenza legale di dieci anni (valida solo con il requisito della continuità anagrafica dal primo anno di residenza) di entrambi i futuri coniugi. Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si ottenne una modifica importante a questo proposito: viene eliminato il parametro del reddito minimo, ma vengono stabilite le soglie minime rispetto alla domanda di naturalizzazione.
Esiste un altro modo di conquistare la cittadinanza italiana, dopo soli cinque anni di permanenza regolare nel nostro territorio: essere apolidi. Ma, considerando che l’assimilazione culturale non è strettamente collegata alla concessione della cittadinanza, ripudiare la propria nazionalità in favore di un’illusoria acquisizione di armonizzazione col Paese che la cede è un rischio che pochi sono disposti a correre.
Attualmente nel nostro Paese sono stati presentati nuovi disegni di legge, riguardanti la concessione della cittadinanza italiana. E’ stato proposto un esame, che prevede il superamento di due test: una prova di conoscenza linguistica e culturale della società italiana e un’altra relativa alla conoscenza della Costituzione Italiana. L’opinione pubblica si sta interrogando sull’utilità dell’esame di cittadinanza, perché si tratta in realtà di una richiesta di adesione a principi culturali che non condividono o non conoscono molti degli stessi cittadini italiani.
Il criterio della lingua potrebbe forse rimanere l’unico valido ai fini dell’eventuale prova di esame. La conoscenza linguistica è un imprescindibile elemento di sopravvivenza e diviene così un importante strumento di integrazione per superare i problemi di comunicazione.
Cosa ne pensi dell’esame di cittadinanza italiana?
Se sei a favore, quali pensi siano i criteri e i parametri su cui si dovrebbero basare le relative prove d’esame?

Come non pensare, in questi giorni, al pranzo di Natale, ai regali da comprare, ai parenti da rivedere: tutti, amanti del 25 dicembre e non, sono impegnati ad organizzare i festeggiamenti, chi per diletto, chi perché un parente in visita dopo tanto tempo, oppure l’amico che non manca mai di fare un regalo, lo impongono.
Come non pensare, in questi giorni, a quanti consumi implicano, però, i nostri festeggiamenti. Il web, fin dall’inizio di dicembre, è stato attento a questa tematica e blog, siti, magazine online, italiani ed internazionali, hanno proposto alcune soluzioni per un Natale eco-sostenibile.
C’è chi ha pensato ad un “albero di Natale” in affitto, come Mr Martin che, in California, ha aperto un vero e proprio sito internet per condurre le transazioni: i suoi clienti, possono affittare un albero, di grandezza variabile e tenerlo in casa per massimo tre settimane, al termine delle quali l‘albero viene ritirato e piantato in un terreno apposito. Chi vuole può chiedere che venga apposta un’etichetta con il proprio nome sull’albero, così, potrà riconoscerlo l’anno successivo, nel caso in cui volesse ripetere l’esperimento.
Tante soluzioni riguardano, invece, gli addobbi, come l’utilizzo di lampadine a basso consumo (ci ha pensato anche Obama per l’albero di Natale della Casa Bianca ed i regali di Natale. C’è anche chi ha compilato un intero dizionario dei “Christmas Gift” ecologici, dalla A alla Z: dalle canzoni natalizie (“A special verse”) fino alle Xmas cards.
Anche il cenone non è rimasto escluso: menu biologici, con ingredienti locali e di stagione, sono quelli consigliati per vivere un Natale sereno, in armonia anche con l’ambiente.
E il vostro Natale come sarà? Avete qualche consiglio sostenibile da darci?

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:
Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.
Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.
Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.

Pubblichiamo questo post realizzato da Enrico Gargiulo, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino.
Aprendo un dizionario della lingua italiana alla voce “integrazione”, troviamo almeno quattro significati di questo termine. Il primo significato presenta al suo interno delle articolazioni più specifiche: l’integrazione “sociale” è definita come la «disponibilità degli individui di una società a coordinare le proprie azioni mantenendo a un livello tollerabile i conflitti»; mentre l’integrazione “razziale” è definita come la «fusione della popolazione bianca e di quella di colore in un'unica comunità», e si oppone quindi alla “segregazione razziale”. Una società integrata, allora, è una società i cui membri sono singolarmente orientati e predisposti alla cooperazione, tanto da mantenere basso il livello della conflittualità, e al cui interno gruppi “diversi” tendono a mescolarsi e non a rimanere distinti.
Viste da questo punto di vista, le cose potrebbero sembrare complicate da tradurre nella pratica ma semplici da comprendere a livello teorico: una società i cui membri collaborano volontariamente, senza essere suddivisi in gruppi differenti e distanziati appositamente l’uno dall’altro, non è poi difficile da immaginare. E la capacità di immaginare un certo scenario sociale – si potrebbe pensare – è il primo e indispensabile requisito per dare forma agli strumenti giuridici atti a far sì che un simile scenario di integrazione si realizzi anche nella pratica, e non soltanto nella teoria.
Le dinamiche dell’integrazione in Italia, tuttavia, sembrano dimostrare che il divario tra immaginazione e realtà è – banalmente – piuttosto netto. Per comprendere l’ampiezza di questo divario basta riflettere sulla composizione dei membri della società italiana e sull’effettiva fusione dei gruppi presenti al suo interno. È necessario, in altre parole, porsi una domanda: chi sono i membri di questa società? Ma, prima ancora, è necessario porsi un’altra domanda: cosa si intende, più in generale, con l’espressione “membro di una società”?
Una risposta ragionevole a queste domande potrebbe essere la seguente: è membro di una data società colui che si sente parte di essa e che partecipa attivamente alla sua vita pubblica. Accettare una risposta di questo genere significa immaginare una società che considera come suoi membri legittimi e legalmente riconosciuti individui caratterizzati da un evidente senso di appartenenza nei suoi confronti e fortemente motivati a prendere parte alle decisioni che la riguardano.
Qui, tuttavia, il divario tra immaginazione e realtà si fa evidente: nel contesto italiano, il senso di appartenenza e la volontà di partecipare alla vita pubblica che un dato individuo può manifestare non sono condizioni necessarie, né tantomeno sufficienti, perché egli sia considerato membro in senso formale della comunità, vale a dire perché sia riconosciuto come cittadino. Senso di appartenenza e partecipazione, in altre parole, non garantiscono legittimità, e meno che mai legalità, alla posizione di un individuo che aspira a diventare cittadino pleno jure della comunità in cui vive.
La legge italiana che regola l’accesso alla cittadinanza, infatti, è improntata a un rigido jus sanguinis: è italiano, sostanzialmente, chi è figlio di genitori italiani, indipendentemente dal luogo di nascita e, successivamente alla nascita, dal luogo di residenza. Non conta perciò che uno straniero si senta parte della comunità nazionale in cui di fatto vive o che si interessi a ciò che accade al suo interno. Se non è figlio di genitori italiani, egli difficilmente diventerà cittadino italiano, e se alla lunga lo diventerà non sarà certo per la fedeltà dimostrata nei confronti della comunità che lo “ospita”, ma soltanto perché – ad esempio – avrà contratto matrimonio con una persona che di quella comunità è un membro effettivo, oppure perché la sua residenza all’interno del territorio della comunità si sarà protratta per un numero piuttosto elevato di anni.
Alla luce di queste considerazioni, allora, è lecito chiedersi quale tipo di integrazione stia prendendo forma – o, per meglio dire, si stia cercando di attuare a livello politico – nel contesto italiano. Ossia, riallacciandoci alle articolazioni del concetto di integrazione presentate all’inizio di questo contributo, è lecito chiedersi come sia possibile coordinare le azioni individuali, mantenendo peraltro basso il livello di conflittualità, se gli individui coinvolti nel coordinamento sono collocati in posizioni sociali così differenti. Ed è altrettanto lecito chiedersi come sia possibile realizzare una fusione effettiva tra gruppi “diversi” senza al contempo riconoscere una parità di status, e quindi una parità di diritti, ai soggetti che di questi gruppi fanno parte.