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Perché i rom sono il bersaglio perfetto

bambini rom“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo.

Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile.

I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”.

A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli.

Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare.

Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società” Foto di Giorgia Serughetti

Venti ragazzi per un Onu più green

ONUL'autore di questo post è Nicolò Wojewoda, un giovane imprenditore sociale e attivista giovanile. Ha studiato e lavorato in Svezia, Olanda, Cina e Stati Uniti. Ha fondato e coordina Yparticipate, una organizzazione globale che si occupa di partecipazione giovanile, e il coordinatore del Social Media working group all’UN CSD Youth Caucus.

Contando le braccia alzate era evidente che fossero la stragrande maggioranza. Pochi attimi prima, Tara, la giovane delegata Franco-Cinese, aveva chiesto all’assemblea dei paesi membri delle Nazioni Unite: “Chi di voi è venuto a questa riunione in aereo?” Una pausa ad effetto seguiva le sue parole, mentre volgeva lo sguardo nella sala riunioni n. 1 del North Lawn Building, l’edificio permanentemente temporaneo che affianca il celebre palazzo di vetro dell’ONU a Manhattan, New York City.

La logica che accompagnava la sua domanda era stata resa esplicita nel suo intervento, un paio di minuti prima: lo sviluppo più sostenibile del nostro pianeta, per quando possa e debba essere un’impresa collettiva, è prima di tutto un atto di responsabilità personale. E chi più dei delegati della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dovrebbe dare il buon esempio? Ma facciamo un passo indietro per capire chi è Tara, chi sono i giovani delegati che rappresenta e di cosa si occupa questa Commissione.

La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile

Dal 3 al 14 maggio 2010 ha avuto luogo la 18esima sessione dei lavori della Commissione (CSD, secondo l’acronimo anglofono), il più alto organismo governativo internazionale che si occupa della salvaguardia del nostro pianeta. Quando le Nazioni Unite organizzarono la loro prima conferenza sull’ambiente nel 1972, i problemi erano gli stessi, ma in misura minore. Si pensi che il buco nell’ozono non era ancora stato scoperto e che la Comunità Europea di quegli anni non aveva ancora un programma ambientale degno di quel nome.

La morale di quell’incontro, e delle conferenze successive (ad intervalli di 10 anni l’una dall’altra) era però chiara: una cooperazione internazionale è necessaria per migliorare le sorti del nostro pianeta. Nel celebre Earth Summit del 1992, a Rio de Janeiro, fu istituita la Commissione così come è ora. In cicli di due anni, una serie di temi relativi allo sviluppo sostenibile vengono affrontati dai delegati dei paesi membri e da rappresentanti della società civile. I risultati delle loro discussioni guidano politiche nazionali e regionali, e informano la comunità internazionale sulla direzione da seguire.

Il ruolo della società civile: i giovani

La CSD è tra gli esempi eccellenti, all’interno del sistema ONU, in cui la società civile è coinvolta fino ai massimi livelli. Nella conferenza del 1992, infatti, erano stati identificati 9 Major Group, raggruppando le parti della società civile che, sia per capacità di influenzare i temi in discussione, che per quella di esserne influenzati, sono più interessate ad avere voce in capitolo nelle decisioni prese. Tra loro, i giovani, nel cosiddetto UN CSD Youth Caucus, una squadra di una ventina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo (come Tara e l’autore di questo articolo) che, motivati da interessi comuni, lavorano virtualmente durante il corso dell’anno, per poi vedersi annualmente a maggio per la sessione di turno dei lavori della Commissione.

Più coinvolgimento = più cambiamento

La famosa conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo, ha però contribuito come poche altre alla creazione e allo sviluppo di un movimento ambientalista mondiale, fatto soprattutto di giovani, di grandi ONG e di nascenti imprese innovative che riescono a coniugare i tre pilastri del “people, planet and profit”. La società civile coinvolta nella CSD cercherà in questi due anni che ci separano dalla prossima conferenza (chiamata Rio+20, visto che sarà un Earth Summit a 20 anni di distanza da quello del 1992) di sfruttare questo movimento per creare più pressione politica e più azioni concrete.

E l’Italia? Articoli come questo sono solo il primo passo nel formare e valorizzare un movimento giovanile attivo su questi temi nel nostro Paese. La nostra società civile ha l’occasione di affiancare il lavoro di governi di tutto il mondo e dare la propria voce sui temi di interesse comune. C’è bisogno di capire, di contribuire, e di appoggiare quelli che lo fanno. E forse, l’anno prossimo, i giovani delegati dall’Italia alla 19esima sessione della CSD potranno essere due, invece che uno solo.

Dom, 29/08/2010 - 16:02 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

A Otranto la mafia spiegata ai ragazzi

Acque inquinateDal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.

Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.

Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.

Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.

Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.

Foto di robpatrick

Se l'immigrato fa crescere il Pil

extrabanca.jpg È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro

Nelle Marche, alla scoperta dell’economia “soft”

soft_economy.jpg C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.

“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.

Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.

Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.

“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.

Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1

"Siamo i pirati del diritto alla privacy"

ameliaandersdotter.jpg"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.

Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".

Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".

Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.

Foto di Visionshare

Finanziaria, molti tagli e poca green economy

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Le cose stanno cambiando, e lo stanno facendo molto velocemente. “Green economy” è una espressione che suona sempre più familiare ma forse non sempre abbiamo bene in mente di che cosa si nasconde dietro queste due parole: un cambiamento molto rapido che sta avanzando in tutto il mondo ma dall'Italia arrivano segnali contrastanti, quasi contraddittori, che da una parte sembrano fornire strumenti utili perso procedere sulla strada verde, dall'altra però mettono freni e paletti allo sviluppo del settore green di cui può beneficiare sia la bolletta energetica (sia dei privati che delle imprese) che il mercato del lavoro, offrendo possibilità di occupazione connesse alla riqualificazione energetica degli immobili. La green economy, infatti non riguarda solo l'energia, ma tutto un sistema economico che andrebbe sollecitato, incoraggiato, incentivato. Ma senza gli incentivi l'Italia rischia di rimanere indietro.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, sottolinea la discrasia che caratterizza la manovra finanziaria in discussione alle Camere. “Ci sono strumenti che vanno nella direzione giusta – dice Silvestrini – in particolare strumenti di inquadramento complessivo come il piano nazionale delle rinnovabili (pdf) che è condivisibile, ha obiettivi molto ambiziosi e indica gli strumenti poterli raggiungere; ci sono poi però atti pratici che vanno in direzione completamente opposta, come ad esempio l'attacco ai certificati verdi, o il mancato rinnovo della detrazione fiscale al 55% che ha consentito a mezzo milione di famiglie di riqualificare la propria edilizia, una decisione che nega la possibilità di creare occupazione per una miriade di piccole aziende”.

Scelte che Silvestrini definisce “difficilmente comprensibili”, soprattutto alla luce del fatto che il motore della green economy si fa sentire ovunque: “Il 62% della potenza elettrica installata nell'UE, dal Portogallo alla Romania è alimentato da fonti rinnovabili – spiega Silvestrini che conosce molto bene la materia cui ha dedicato libri, articoli e ricerche – negli Usa siamo al 43% mentre in Cina l'anno scorso un terzo della potenza elettrica era alimentata da rinnovabili”.

E l'Italia? Forse la portata del cambiamento non è ancora stata pienamente recepita dal mondo politico e industriale e, spiega Silvestrini, “questo ci pone in una condizione di debolezza anche se stiamo recuperando posizioni: l'anno scorso siamo stati secondi nel mondo per il fotovoltaico e sesti per l'eolico. Ma manca ancora l'industria verde, la capacità di attivare interi processi produttivi e soprattutto la realizzazione di tecnologie verdi, perché altrimenti, per produrre energia da fonti rinnovabili, siamo costretti a importare tecnologie dalla Germania o dalla Cina e dalla Spagna, proprio come facciamo oggi”.

L'immagine è tratta dall'album Flickr di artbymags

Dolomiti in vendita e altre sciocchezze

Dolomiti
Perché la proposta di mettere in vendita i pezzi pregiati del paesaggio italiano è un errore gravissimo. Lo spiega Mario Tozzi.

Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi? In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia.

Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva. Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio. Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni. La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente. La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.

Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.

Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come “petrolio d’Italia” (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore.

Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale.

Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all'aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per “vedere che aria tira”? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.

Mario Tozzi

Foto di Efilpera

La crisi si batte con la Green Economy

Immagine tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondoIn genere viene considerata come un orizzonte da raggiungere, un futuro lontano su cui sperare. Ma è molto di più: innanzitutto è una realtà concreta che prende piede anche in Italia (nonostante tutto) e affonda le sue radici nella Terra, in processi produttivi concreti. Esattamente l'opposto di quello che accade con le speculazioni finanziarie.

La Green Economy è esattamente l'antibolla”, spiega Antonio Cianciullo, esperto di questioni ambientali, inviato di Repubblica (per il quale tiene anche il blog Eco-logica) e autore di molti libri, l'ultimo dei quali” è scritto a quattro mani con Gianni Silvestrini e si intitola La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente).
“Le bolle nascono quando il virtuale domina sul reale. La green economy è esattamente il contrario, è un processo di ritorno alla terra e alle grandezze fondamentali che dovrebbero da sempre riguardare l'economia; è la risposta alle contraddizioni di un sistema energetico e produttivo che finora ha puntato molto su risorse limitate e in progressivo esaurimento; la green economy, infatti, guarda a risorse illimitate e contribuisce a riallineare l'economia con le radici degli ecosistemi”.

C'è qualcosa che suona utopico in queste parole, qualcosa che fa pensare a un mondo bello e impossibile, lontano. Ma, dati alla mano, la verità sembra diversa e l'economia verde, come sottolinea Cianciullo “è una caratteristica comune alle economie che si sono mosse meglio negli ultimi anni, tanto che i risultati migliori sul mercato coincidono con i paesi che hanno investito di più nel campo della green economy”.
La prova sfogliando il libro, dove un grafico ci parla dei pacchetti di stimolo alle rinnovabili in sistemi economici di diversi paesi: in Cina il 37,8% delle risorse è destinato a far crescere la green economy, in Corea del Sud l'80,5%, Usa 11,5%, Giappone 9,6%, Germania 13,2, fino all'Italia che fa registrare un deludente 1,3%.

Da noi si investe poco in innovazione e ricerca mentre l'appoggio pubblico allo sviluppo verde si fa sentire in maniera troppo intermittente: “Siamo un paese che con una mano dà incentivi, a volte molto alti, alle rinnovabili ma con l'altra mano lascia continuamente pendere la mannaia del possibile stacco della spina pubblica”, dice Cianciullo e continua spiegando che, nonostante il ritardo dei pochi investimenti pubblici e nonostante il settore italiano delle rinnovabili importi molta tecnologia, nel nostro paese si sono sviluppate delle imprese che dimostrano un grande potenziale di crescita e la quota di produzione interna sta lentamente crescendo.

Ma l'incertezza non aiuta, nonostante il momento storico sembra favorevole a spingere sull'acceleratore dell'energia pulita: le tre crisi (economica, petrolifera e climatica), scrivono Cianciullo e Silvestrini nel loro libro, creano domande le cui risposte stanno in sistemi economici fondati sull'energia pulita. Nei mercati dove la green economy può godere di alcune certezze, come ad esempio in Germania, il settore delle rinnovabili è cresciuto fino a valere, oggi, 300mila posti di lavoro e si calcola che da qui a dieci anni superi il fatturato del settore dell'auto, ricorda Cianciullo prima di concludere: “Laddove c'è visione e capacità di progettare il futuro, la green economy si presenta come una possibilità di crescita per l'occupazione e per il paese intero, una crescita che non riguarda solo il calcolo della produttività dei settori economici ma che ha anche il pregio di non pesare dal punto di vista ambientale”.

L'immagine di questo articolo è tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente)

Benvenuti nell’epoca del "prosumer"

citizen journalism«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.

«Più occhi – nota Maistrello – guardano gli stessi fatti e più differenze avremo nel suo racconto. Nulla è indispensabile, ma tutto è utile nel momento in cui l’accesso alla complessità del mondo diventa funzione di un percorso individuale. Internet è un ecosistema reticolare in cui ciascun individuo ha l’opportunità, ma non il dovere, di essere nodo attivo». Se le cose del mondo sono molte è meglio che le guardino e le raccontino più persone piuttosto che solo quelli che un tempo si sarebbero definiti i professionisti.

Rapidamente, si sta passando dai social network ai social media. Facebook e Twitter non sono più luoghi dove si stringono relazioni ma sono anche strumenti in mano a milioni di persone che fanno informazione e che leggono, ascoltano, guardano. Sono nuove redazioni e nuove edicole planetarie, in una sintesi impensabile fino a ieri. «Abilitano le persone a esserci, a essere in rete e a creare contenuti. A essere nodi attivi. Come altre tecnologie in precedenza, ma con la forza di piattaforme ormai mature e popolate da milioni di persone. Un nodo attivo è un potenziale testimone ovunque si trovi, un occhio che guarda per noi e che è in grado di raccontare ciò che vede in tempi eccezionalmente rapidi».

In questo momento, un problema serio, molto serio, per il mondo dell’editoria è quello di inventare un modello di business alternativo per l’informazione in rete. Come pagare contenuti di qualità in un panorama free come internet? Tra iPad, Kindle, micropagamenti ecc., sembra un puzzle al quale, finora, manca sempre una tessera. «Non credo funzioneranno i paywall, che chiudono i contenuti dentro un sito e li rendono avulsi da ogni processo virtuoso di rete. Per la pubblicità c'è speranza soltanto se torna a essere servizio per il lettore, perché la semplice esposizione di stampo televisivo è aliena al modo in cui funziona internet e non produce valore». Una speranza, secondo Maistrello, potrebbe venire dal finanziamento dal basso, collettivo, di progetti giornalistici. «Il crowdfunding journalism è la quintessenza del giornalismo inteso come servizio civico per la propria comunità. La comunità finanzia la ricerca della verità su se stessa. Tuttavia non avremo alcuna certezza su come finanziare il giornalismo in rete finché non faremo dell'ottimo giornalismo in rete. Solo sperimentando si può individuare un nuovo modo che crei utili in un modo trasformato».

Un mondo che cambia con una rapidità impressionante ma che in Italia sembra viaggi con il freno a mano tirato. I giornali si barcamenano nel gestire l’oggi, ma non riescono ancora a guardare avanti. Certo, ci sono episodi significativi di citizen journalism anche da noi come i twit partiti da L’Aquila e da tutto il centro Italia pochi attimi dopo la scossa di terremoto dell’aprile 2009 oppure il gran lavoro, raccontato anche da Maistrello nel suo libro, che un viareggino ha fatto la notte della tragedia ferroviaria nella stazione toscana.

Eppure, la sensazione è che si proceda a rilento. Come mai? «L'Italia sconta gli ultimi trent’anni di predominio televisivo, un predominio che non è solo mediatico e commerciale ma costitutivo del modo in cui il nostro Paese guarda e racconta se stesso. Il cambiamento nasce per lo più a livello del singolo nodo. Sarà profondo e inarrestabile, ma in Italia continuerà a essere rallentato da ostacoli strutturali profondi. È inevitabile che l'informazione spontanea faccia le spese di questo stato di cose: richiede una consapevolezza e una responsabilità che il cittadino digitale medio in Italia spesso non possiede oppure possiede soltanto a uno stadio televisivo, monodirezionale, emotivo, superficiale».

Foto di digitaljournal

Un mondo sostenibile guarda al futuro

fitoussi_east_forum.jpgSe parliamo di sostenibilità non possiamo declinare questo concetto solamente in termini di economici e ridurre ogni cosa al denaro. La sostenibilità è un concetto complesso che ha anche una dimensione sociale e una dimensione ambientale. Così Jean Paul Fitoussi ha parlato di fronte alla platea dell'East-Forum 2010 a Roma. “Finora abbiamo dato peso solamente a una di queste componenti, quella economica, ma le tre dimensioni devono essere considerate in maniera complementare – ha spiegato l'economista francese – non possono essere viste in competizione”.

La definizione della sostenibilità è il punto di partenza inevitabile per cercare di capire che cosa si nasconde dietro questa parola che da qualche tempo a questa parte è sempre più utilizzato. Fitoussi ne dà una definizione analitica, sintetica quanto chiara, che la accosta a un termine nuovo che esprime bene l'evoluzione del pensiero e la grande attenzione che sono attirate da questi argomenti: ecologia politica. È come parlare della propria famiglia, spiega l'economista francese: potremmo definire il nostro stile di vita se saremo in grado di assicurare ai nostri figli la possibilità di costruire una qualità della vita che non sia inferiore alla nostra. Oppure, per utilizzare concetti e parole più consoni al linguaggio dell'economia: “Sostenibilità ed ecologia politica esprimono la possibilità di lasciare alle generazioni future un capitale tale da garantire le stesse possibilità di crescita che hanno avuto le generazioni precedenti”. Questa eredità, questo capitale, non è fatto solamente di denaro, e quindi di capitale economico, ma è composto anche di qualcosa che ha a che fare con la dimensione sociale e con la dimensione ambientale del mondo che consegniamo al futuro. Se siamo capaci di valutare questi capitali e di integrarli in maniera tale da farli crescere insieme, allora saremo il motore di un vero sviluppo sostenibile, altrimenti non parliamo che di un miraggio, di un'ambizione lontana che si manifesta solo a parole.

Prendiamo ad esempio la crisi. Tutti quanti l'abbiamo sotto gli occhi, ne sentiamo parlare alla tv, la leggiamo sui giornali mentre sul web si rincorrono analisi e proiezioni per il futuro. Il fatto è, spiega Fitoussi, “che noi pensavamo di vivere in un'economia sostenibile, continuavamo a credere che il capitale economico continuasse a crescere, pensavamo che la nostra ricchezza aumentasse sempre più. Ma la nostra valutazione era sbagliata”. Oggi la nostra ricchezza è inferiore a quella del 2008 e per tornare a quei livelli dovremo aspettare almeno il 2015: “sette anni persi perché non abbiamo utilizzato strumenti adatti a misurare la sostenibilità, sette anni persi per le generazioni future” sottolinea Fitoussi mentre ricorda che gli effetti della crisi cadranno soprattutto sui giovani.

Cosa si nasconde dietro questa crisi globale se andiamo ad analizzare quello che accade all'interno delle società? “Vediamo che negli ultimi anni la disuguaglianza è cresciuta in maniera universale e le disuguaglianze inibiscono progettualità per il futuro: più la disuguaglianza cresce, meno la società può investire in un futuro dal quale larga parte della popolazione è esclusa” dice Fitoussi chiudendo il cerchio della sostenibilità: se non siamo in grado di capire dove ci sta portando l'economia e se non siamo in grado di comprendere se stiamo accrescendo la nostra ricchezza o no, le nostre società saranno sempre più spaccate, disuguali; dove la disuguaglianza cresce non si riesce a vedere il futuro su cui investire e l'ambiente è la base del futuro. I nostri sistemi sembrano guardare troppo a se stessi piuttosto che volgere lo sguardo in avanti, spiega ancora Fitoussi: “Invece di guardare al futuro non facciamo che guarire il passato”. Se vogliamo davvero affrontare i quesiti della sostenibilità non possiamo che considerare le sue tre dimensioni in maniera integrata e complementare perché, conclude Fitoussi, sono domande che “non si possono risolvere in maniera parziale, bisogna avere uno sguardo globale”.

Ven, 09/07/2010 - 15:38 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

We want you!

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Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.

Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.

Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.

Grazie e buona partecipazione a tutti.

Oggi il futuro sostenibile al Maxxi di Roma

Si svolge al Maxxi di Roma il sesto appuntamento di Capitale Digitale, l’evento ideato da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il mensile Wired per approfondire quanto c’è di nuovo nel mondo della cultura digitale che nella sua rutilante evoluzione sforna idee e soluzioni a ritmo frenetico. Provare a immaginare oggi quello che accadrà nel futuro prossimo. Ecco la sfida.

locandinaNei magnifici spazi disegnati dall’architetta iraniana Zaha Hadid, l’ospite principe della manifestazione è Jamais Cascio (qui una sua videointervista), responsabile del Long Term forecasting dell'Institute for the Future di Palo Alto, il celebre istituto di ricerca californiano che ogni anno produce una mappa dello scenario dei successivi dieci anni sulla base delle suggestioni che provengono da scenaristi, futurologi, scienziati e umanisti di tutto il mondo.
«Futuro è sostenibilità» è il titolo, esplicito e significativo, dell’intervento di Cascio. In quale modo la sostenibilità ci riguarda in quanto singoli ma anche nella nostra dimensione globale? Quali sono i risvolti economici ed ecologici che comporta l’opzione della sostenibilità? L’intervento del guru californiano si svolge attorno a queste domande fondamentali per il nostro futuro e per il futuro del nostro pianeta.

Dopo la lecture di Cascio, intervengono in una tavola rotonda moderata da Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, anche Gabriele Galateri di Genola, presidente di Telecom Italia, Umberto Croppi, assessore alle politiche culturali e comunicazione del Comune di Roma, Francesco Sacco, docente presso l'Università dell'Insubria, Chicco Testa, manager di Rothschild, e Giuliana Zoppis, architetto e giornalista.

Capitale digitale ha anche la sua finestra su Facebook, su Twitter e la diretta video sul web.

Obama e lo scontro sui "nuovi americani"

presidenteobamanewamericans.jpgSe la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”.

E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”.

Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone.

Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia.

Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.

Foto ufficiali della White House

Volano le rinnovabili, ma in Italia no

Tutti pazzi per le rinnovabili, ma l'Italia non decolla
Energia pulita, fonti rinnovabili, efficienza energetica, abbattere le emissioni di CO2: andate a un convegno, alla presentazione di un libro, in qualsiasi occasione pubblica in cui si parli di energia e queste parole vi risuoneranno nelle orecchie più insistenti del coro di vuvuzelas negli stadi del mondiale sudafricano. Non solo il mercato delle rinnovabili vede crescere i propri fatturati mentre fioriscono e si specializzano aziende che prendono posto nella nuova filiera energetica (pannelli solari, pale eoliche, materiali per case efficienti capaci di aver bisogno di sempre meno energia da produrre), ma l'attenzione di occhi insospettabili si mette a fuoco sui nuovi modi di produrre energia.

Come, ad esempio, la Iea (International Energy Agency) che fu fondata nel 1974 in seguito allo shock petrolifero con il compito di coordinare le politiche energetiche dei paesi membri per assicurare l'approvvigionamento energetico. Nei rapporti annuali della Iea le rinnovabili hanno acquistato uno spazio sempre maggiore e in un recente documento, l'Agenzia punta il dito sugli aiuti di stato che finiscono per finanziare l'utilizzo di fonti fossili, tanto da sostenere che, se questi fondi (circa 550 miliardi di dollari l'anno) sparissero, i consumi energetici potrebbero diminuire e abbattere le emissioni di CO2 in maniera sostanziale, come se Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna smettessero all'unisono di immettere anidride carbonica nell'atmosfera.

La Iea è in buona e numerosa compagnia in questa accresciuta attenzione verso le rinnovabili, tanto che Ises Italia, sezione italiana dell'International Solar Energy Society, ha dedicato un convegno a questo tema intitolandolo “Gli insospettabili” per sottolineare come soggetti che finora si erano sempre mostrati tiepidi verso l'energia pulita attribuiscano oggi all'energia verde un ruolo determinante per il prossimo futuro. Questi attori rispondono a nomi altisonanti come Fondo Monetario Internazionale, Banca d'Italia, McKinsey, PriceWaterhouseCoopers. E allora? Sono diventati tutti ambientalisti?

Forse l'origine di questo interesse sta in una concomitanza di circostanze che portano le rinnovabili al cuore di una specie di circolo virtuoso. “Le rinnovabili costituiscono oggi una grande opportunità per l'economia, per l'occupazione, per un intero settore economico-finanziario, perché non esiste al mondo altro settore che abbia simili livelli di crescita” – ha spiegato Davide Tabarelli di Nomisma Energia parlando al convegno di Ises Italia.

Cresce la produzione, diminuiscono i costi: il circolo virtuoso sembra chiudersi perfettamente. Ma in realtà le difficoltà non mancano, soprattutto per il mercato italiano dove la produzione di energia rinnovabile è in crescita ma difficilmente si riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direttiva europea 20-20-20, che impone entro il 2020 di ridurre del 20% le emissioni europee di CO2, di aumentare l'efficienza energetica del 20% e di incrementare del 20% l'utilizzo di fonti rinnovabili. Come dire: qui in Italia di rinnovabili si parla tanto ma si ottiene poco.

“Spendiamo molto per questo settore – spiega Luciano Barra, del Ministero per lo Sviluppo Economico, al convegno ISES – ma la gran parte dei quello che si spende la utilizziamo per importazione tecnologica. Ci vuole innovazione nella continuità – continua Barra – un approccio cioè che sappia promuovere le fonti di energia rinnovabile in modo efficace ed efficiente, idoneo a raggiungere l'obiettivo ma con il minimo costo per chi opera nel settore”.
Insomma, tutti ne parlano, tutti le vogliono, ma il mercato italiano ancora non decolla e si cerca la via per far correre un settore che già vola in molte parti d'Europa.

Immagine dall'album Flickr di Jeremy Levine Design

Agli immigrati dovremmo dire solo una parola: "Grazie"

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“Ci rubano il lavoro, rendono le nostre strade insicure, mettono in discussione certezze e tradizioni religiose a cui non vogliamo assolutamente rinunciare”. Ma anche: “Non hanno voglia di lavorare, le donne si vestono in maniera strana, è impossibile comunicare con loro”. Questi e altri luoghi comuni circondano l’idea di immigrato in Italia, e affermazioni del genere sono pane quotidiano sia nelle conversazioni al supermercato che in Parlamento. Quando invece l’unica parola che dovremmo dire, se consapevoli dei dati reali sull’immigrazione, è Grazie. Che non a caso è il titolo dell’interessante inchiesta di Riccardo Staglianò, pubblicata da Chiarelettere. Sottotitolo: Ecco perché senza immigrati saremmo perduti. Un lungo viaggio in Italia, dalla Sicilia al Trentino, per dimostrare quanto gli stereotipi a cui spesso agganciamo le nostre opinioni siano fragili e pericolosi.

Perché dovremmo dire Grazie agli immigrati?

Perché in una quantità di settori essenziali della nostra economia e della nostra società, sono ormai maggioranza. Senza di loro, letteralmente, si fermerebbero pezzi indispensabili del Paese. Dalle badanti alla babysitter, dagli addetti alle pulizie a quelli delle fonderie.

A chi fa comodo ignorare questo loro ruolo fondamentale?

Viviamo in un Paese dove va in scena la sistematica scomparsa dei fatti. La Lega ha fatto della paura dell'altro il suo mantra elettorale. Gli imprenditori leghisti conoscono alla perfezione la realtà, e sono grati ai loro dipendenti stranieri, ma i politici raccontano la storia che fa più presa sull’oncia dell'elettorato spaventato, ovvero dell'invasione degli immigrati. Peccato che, in realtà, abbiamo una delle quote più basse d'Europa di immigrati.

Dati quotidiani (gli ultimi, del Censis, affermano che il 77% degli immigrati ha un lavoro regolare, e quasi il 50% di loro è a tempo indeterminato) contraddicono l’idea di uno straniero che contribuisce notevolmente al reddito del paese. Perché non viene detto più spesso?

La cosa sorprendente in questi ultimi dati è che ci sorprendano. Nel libro cito il rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia in cui si dice chiaramente che non c'è alcuna sovrapposizione tra i lavori che fanno loro e quelli che facciamo noi. Eppure, a forza di sostenere il contrario, la gente ci crede. Tantopiù in periodi di crisi come quello odierno.

Alle scorse elezioni si è parlato di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti. Quali saranno gli ostacoli più duri da affrontare per giungere a questa conquista? Lei come pensa che potrebbero cambiare le cose concedendo loro il voto?

Con il tempo che fa - penso all'abominevole reato di clandestinità, che ha come unico effetto quello di consegnare gli irregolari alla criminalità organizzata, e ai respingimenti - credo che non sia affatto un traguardo vicino. Ma dal momento che pagano le tasse perché non dovrebbero votare, almeno amministrativamente?

Un articolo recente di The Atlantic affermava provocatoriamente che dobbiamo accogliere gli immigrati quantomeno per debito karmico: tutti i paesi, dopotutto, hanno avuto i loro immigrati. Che ne pensa?

Dico che in America, dove ho vissuto, indiani e cinesi diventano ministri e capi di importanti società. Questo è assolutamente impensabile in Italia. Quanto al debito karmico, mi sembra che la nostra amnesia rispetto al nostro passato recente sia sorprendente. Da come ci comportiamo sembra che la più grande migrazione del XX secolo, quella che ha riguardato 30 milioni di persone in giro per il mondo con valigie di cartone, abbia riguardato qualcun altro. E invece...

Durante il suo viaggio ha parlato con molti immigrati. Cosa le hanno raccontato?

È gente poco sentimentale, quindi grata all'Italia che, pur impegnandosi a metter loro i bastoni tra le ruote, garantisce stipendi migliori che in patria. La lamentela più frequente è quella del permesso di soggiorno, questa spada di Damocle sotto la quale vivono costantemente. E i cui tempi sono diventati così lunghi da diventare ormai arbitrio.

E’ ottimista rispetto al fatto che un giorno riconosceremo a queste persone ciò che gli spetta?

Non particolarmente. La nostra è una società spaventata e quindi egoista. Bisogna fare un'opera illuministica seria. Contro lo spavento ribadire che si tratta di numeri ben diversi da quelli messi in giro dalla propaganda governativa. Contro l'egoismo dare i numeri veri che dicono che gli immigrati producono il 10% del Pil e ci pagano le pensioni. È quello che ho provato a fare con questo libro.

Foto di Cendino Temè

Ecco l'ospedale più sostenibile

campus-aerial-view.jpgGuarda la gallery. © John Durant Photography /Karlsberger Design Architect

E’ già insolito immaginare un ospedale talmente curato dal punto di vista architettonico da poter competere con i più recenti musei delle varie archistar. Figuriamoci poi sapere che è stato costruito usando solo materiali sostenibili e facendo sì che risparmi energia sufficiente per alimentare 1800 case. Eppure non si tratta di congetture o auguri per il futuro ma di una realtà targata Austin, Texas: il Dell Children’s Medical Centre. La straordinaria attenzione all’ambiente ha fatto sì che fosse il primo ospedale al mondo a ottenere la prestigiosa certificazione LEED platinum (Leadership in Energy & Environmental Design). Dietro a questo risultato c’è il lavoro dello studio Karlsberger e il contributo della Michael and Susan Dell Foundation, dal nome dell’omonimo magnate dei PC.

Questo ospedale pediatrico è frutto della riqualificazione dell’aeroporto Robert Mueller Municipal ed è costituito al 92% da materiali riciclati sul posto. Lo smantellamento dell’ex pista di atterraggio ad esempio ha fornito 47mila tonnellate di materiali e tutto ciò che è stato acquistato proviene dall’area circostante ad Austin, è insomma a km zero. L’edificio, abbellito da finestre coloratissime e una cascata su un muro di granito, è caratterizzato da un’alta torre che si staglia rispetto al resto del complesso.

I costi di costruzione non sono contenuti. La cifra si aggira intorno ai 137 milioni di dollari ma, se il risparmio energetico annunciato è reale, non ci vorrà molto per ammortizzare quanto investito rispetto all’edilizia tradizionale. La lista degli espedienti adottati per rispettare il pianeta è piuttosto lunga e va dalla turbina a gas naturali da 4.3 Megawatt alle tubature a flusso ridotto che diminuiscono il consumo di acqua.

Ma la cosa che è forse più importante sottolineare è l’intelligenza con la quale sono stati disposti e realizzati giardini e cortili. Questi da un lato consentono di far filtrare, attraverso le numerose vetrate, luce naturale sull’80% della superficie. Dall’altro contribuiscono a creare un clima favorevole alla ripresa dei bambini ricoverati e smorzano l’effetto “isola di calore”, raffreddando l’aria e attenuando quindi il bisogno dei condizionatori. Lo spreco della luce artificiale poi è stato ridotto ai minimi termini grazie all’impiego di sensori di movimento che fanno sì che l’illuminazione si attivi solo quando davvero necessaria. A km zero infine sono anche le piante che, essendo tipiche della vegetazione locale, richiedono minore irrigazione e che vengono innaffiate solo con acqua riciclata. Un esempio virtuoso di ecodesign che combina il rispetto per l’ambiente con un risultato davvero notevole dal punto di vista architettonico. La speranza, inutile dirlo, è di vederlo presto replicato anche sul nostro territorio.

In Val Venosta, i campioni di sostenibilità

In Val Venosta i campioni d’Europa della sostenibilità

La Champions League arriva in Italia. Ma se state pensando a Mourinho, Milito, Balotelli e l'Inter di Moratti state sbagliando. Qui non si parla di grandi goal, parate strepitose o fuorigioco. Qui parliamo piuttosto di energia verde, di rinnovabili, di eolico, solare e biomasse.
Non una multinazionale del pallone sotto i riflettori, quindi, ma un piccolo paese di circa 1.800 anime che, dalla Val Venosta, è salita in qualche modo in cima all'Europa.

Prato allo Stelvio, infatti, si è aggiudicato la RES-Champions League 2010 per la miglior politica locale nella promozione delle fonti rinnovabili, una competizione tra amministrazioni low carbon che è culminata nella Conferenza europea delle città sostenibili, che si è svolta a Dunkerque, in Francia.
La concorrenza era agguerrita, ma a fare la differenza a favore del comune alto-atesino è stato un mix di fonti rinnovabili diverse che garantisce a Prato allo Stelvio una potenza energetica istallata e una capacità di distribuzione davvero esemplari dal punto di vista della sostenibilità.
Qualche dettaglio? Due centrali alimentate da biomasse locali, per una potenza di 1,4MW sono il cuore di una rete di teleriscaldamento capace di fornire e distribuire acqua calda; un parco eolico da 1,2 MW; 4 impianti idroelettrici, per un totale di oltre 2mila kW; una sinergia tra pubblico e privato che ha portato alla realizzazione di centinaia di impianti solari sui tetti delle case per numeri che parlano di 1.100 mq di termico e 1,8 MW per il fotovoltaico.

Ma non è finita, c'è dell'altro perché non si vince senza un fuoriclasse, un qualcosa in più che le altre squadre non hanno e che fa la differenza. Per Prato allo Stelvio, la parte del fuoriclasse la gioca forse la rete elettrica locale gestita da una Cooperativa. Vi sembrerà banale, ma gli effetti di una simile gestione non lo sono affatto: che ne dite di un paesino di montagna che nel 2003, mentre tutta l'Italia era appiedata dal black-out, continuava la sua vita normale nemmeno sfiorata dalla paura di rimanere senza corrente elettrica? E, soprattutto, che ne dite di cittadini che spendono tra il 30 e il 40% in meno rispetto alla bolletta della luce elettrica di un italiano medio?

Numeri da campioni, non c'è che dire, la voce di Hubert Pinggera non è quella di chi ha in tasca un primato continentale: “Siamo contenti e orgogliosi di questo risultato”, dice il sindaco, ma non usa slanci di entusiasmo, come se tutto fosse normale e tutto ciò rientrasse ovviamente nella gestione ordinaria di un piccolo comune. “Di certo siamo favoriti da alcune condizioni del nostro territorio che ci aiutano a portare avanti certe iniziative”, continua Pinggera.

Insomma il gioco di squadra ha premiato, almeno nel caso delle rinnovabili, e la RES Champions League è lì a dimostrare che esistono modi di mettere in pratica sistemi efficienti per generare e distribuire energia prodotta da rinnovabili e contribuire così a rendere più pulito ed efficiente il sistema energetico. Alla competizione hanno partecipato comuni di Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Italia.

Prato allo Stelvio ha portato in Italia la coppa grazie a una prestazione davvero eccellente in cui sono stati dosati diversi ingredienti tutti indispensabili per una squadra imbattibile: la collaborazione tra pubblico e privato, la capacità di sfruttare il territorio, abilità nella pianificazione, una elevata capacità di gestione delle risorse pubbliche e di utilizzare innovazione.
Bene, ma gli altri amministratori? Le altre città italiane? Guardiamo a un paesino di 1.800 abitanti e ci troviamo di fronte agli occhi un esempio virtuoso, un'eccellenza europea. Non è che qualche assessore di qualche grande città italiana ha voglia di farsi una settimana di ferie tra le valli alto-atesine?

Immagine dalla pagina Flickr di Sebastiano Pitruzzello (aka gorillaradio)

Quanti errori sui rifugiati

La grande paura dell’invasione degli immigrati. E invece? Spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, i rifugiati in Italia sono 55mila, meno di un decimo rispetto a quelli in Germania. In occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) AVoiComunicare le ha chiesto di fare chiarezza per conoscere chi sono le persone che arrivano per mare, mettendo a rischio la loro vita, in viaggi che durano anche anni. Sono esseri umani che scappano da guerre e persecuzioni politiche. «Respingerli a largo delle nostre terre – prosegue la Boldrini – ha il solo effetto di rigettarli in situazioni tragiche dalle quali faticosamente cercano di fuggire».

Ma non sarà che chiedere asilo è solo un trucco per arrivare qui e poterci rimanere?
«Macché – risponde la rappresentante delle Nazioni Unite – questa è un’informazione falsa che va combattuta in tutti i modi».

Sonia Gandhi, l’italiana che volle essere indiana

sonia.gandhi.jpg"Ero a Dehli quando Rajiv Gandhi fu assassinato. Mi commosse l’immagine di Sonia, così sola e disperata, con la sua vita che andava in fumo insieme alle ceneri del marito”. Un’immagine, quella di una donna circondata da una folla enorme eppure totalmente isolata, che tormenterà per anni lo scrittore spagnolo Javier Moro. L’idea di seguire le tracce di una delle donne più potenti al mondo lo porta a scrivere Il Sari Rosso (Il Saggiatore, 585 pagg.), una biografia molto documentata che è anche la storia di una saga familiare, quella dei Nehru-Gandhi, la più potente famiglia indiana negli ultimi 100 anni. “E naturalmente non potevo dimenticare che la storia di Sonia parte dall’Italia, il paese in cui è nata e in cui ha vissuto per i suoi primi 18 anni” racconta Moro, che ha viaggiato attraverso tutti i luoghi in cui Sonia ha vissuto. Perché se è vero che il mondo intero conosce la vedova di Rajiv Gandhi, la nuora più amata di Indira, la fiera Sonia che oggi è a capo del Partito del Congresso Indiano (Inc), in pochissimi sanno che la stessa donna è nata a Lusiana, in provincia di Vicenza, si chiamava Sonia Maino e ha vissuto fino all’età di 18 anni a Orbassolo (To) con i genitori.

Un viaggio studio a Cambridge, nel 1965, e l’incontro con l’affascinante Rajiv, figlio della carismatica Indira, le cambierà la vità per sempre. E dal suo matrimonio con l’erede della dinastia indiana (“matrimonio ostacolato dalla famiglia di Sonia che non capiva, non si capacitava di una scelta che l’avrebbe allontanata per sempre dal suo paese”) Sonia Maino non esisterà più. Al suo posto nasce Sonia Gandhi, moglie devota prima e politica dal forte appeal in seguito. “Nel 2004 questa donna nata in Europa, una figura timida e sempre vissuta all’ombra prima della suocera e poi del marito, vince le elezioni e si converte da casalinga a terza donna più potente al mondo, la più importante figura femminile dell’Asia intera”. Sonia a un certo punta inizia a vestirsi solo in saree, l’abito tradizionale delle donne indiane, per evidenziare a un popolo sempre pronto ad attaccarla per le sue origini straniere che lei, con l’Italia, non ha più legami.

“E’ arrivata perfino a negare di ricordare ancora qualche parola di italiano” dice Moro. “Cosa che è praticamente impossibile, visto che fino a 18 anni ha vissuto in Italia. Per non parlare di voci non ufficiali ma molto accreditate che le attribuiscono viaggi periodici nel suo paese d’origine per visite alla famiglia”. Certo, va capito che per Sonia non dev’essere stato facile: cosa fare quando, dopo la morte del marito, è straniera nello stesso paese in cui ha scelto di vivere per amore? Decisa a portare avanti la dinastia (oggi, dopo le elezioni del 2009, al potere c’è il figlio Rahul), adorata come una dea dal popolo indiano, Sonia cerca di far dimenticare in ogni modo qualsiasi dettaglio che possa mettere in discussione la sua dedizione alla nazione. Ed è questo il motivo per cui le autorità indiane e l’entourage di legali che circondano Sonia stanno facendo di tutto per ostacolare una pubblicazione del libro in India: “Si tratta di un paese molto suggestionabile, e l’idea che la loro dea non sia completamente indiana non è contemplata. I legali vogliono che io dichiari che il libro è un’opera di fantasia: ma come si fa a dire che ho inventato la storia di personaggi pubblici così importanti?”.

I passaggi non ben visti dal partito del congresso sono sicuramente quelli che riguardano le origini umili di Sonia (suo padre era allevatore di mucche, una professione che in India è svolta dalle caste più basse). Ma anche e soprattutto le ricostruzioni di Moro del periodo in cui Sonia avrebbe fatto pressioni sul proprio marito Rajiv perché lasciassero l'India e andassero a vivere in Italia dopo la sonora sconfitta elettorale rimediata da Indira Gandhi nel 1977. Una debolezza che, se rivelata, minerebbe moltissimo la credibilità di questa donna di potere. E che diminuirebbe le chance che, un giorno, suo figlio Rahul diventi primo ministro, la quarta generazione di Nehru-Gandhi al potere.

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