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Cesare Romiti: Italia-Cina, lo "spread" si riduce

romiti italia cina
Alla guida della Fondazione Italia Cina, da lui fondata nel 2003, Cesare Romiti commenta in esclusiva per avoicomunicare la chiusura il 23 gennaio dell'anno della cultura cinese in Italia. Augurandosi che il Governo Monti ne faccia tesoro.

Presidente, qual è il bilancio dell'anno della Cultura cinese in Italia? La cultura può davvero aiutare a stringere relazioni tra i popoli che vadano al di là degli interessi economici? 

E’ un bilancio di indubbio successo. Le posso dire che in questi ultimi anni, in numerosi incontri ufficiali a cui ho partecipato, sia il Primo Ministro del Consiglio Repubblica Popolare Cinese sia il Presidente della Repubblica Popolare Cinese hanno dichiarato di sentire un forte legame tra la loro cultura millenaria e la cultura altrettanto antica dell’area Mediterranea.

Non saranno solo parole di fine abilità diplomatica?

Il Premier Wen Jiabao ha ribadito ufficialmente questo concetto in occasione dell’apertura dell’anno della Cultura cinese in Italia nell’ottobre 2010. E le aggiungo che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mi ha raccontato che anche nell’incontro a porte chiuse in Quirinale Wen Jiabao è tornato sull’argomento. Vale la pena di prendere molto sul serio l’invito.

Quindi, l'opinione comune che i cinesi siano interessati solo al business non è corretta o è perlomeno parziale?

Assolutamente, c’è una forte attenzione e curiosità, almeno da parte istituzionale, agli aspetti culturali. Certo, la natura del cinese è sicuramente commerciale. Si figuri che trent’anni fa – mentre visitavo lo stabilimento di Belo Horizonte della Fiat in Brasile – i miei uomini mi portarono a visitare i mercati generali di San Paolo. Erano già allora completamente nelle mani dei cinesi.

In effetti, spesso le comunità cinesi nel mondo, come nelle città italiane, tendono a chiudersi più che ad integrarsi.

Sì. Per difesa e capacità di organizzarsi in modo autonomo. Tuttavia, penso che sia un errore da parte della comunità cinese, ma anche da parte italiana. Ad esempio la situazione delle aziende tessili insediate a Prato, non è stata gestita nel modo corretto.

In che senso?

Lo Stato deve esercitare il proprio controllo e imporre il rispetto delle leggi per tutti, evitando che si creino condizioni di concorrenza sleale. Ma senza criminalizzare tutta una comunità. Ci sono tanti imprenditori cinesi che lavorano correttamente, al pari degli italiani.

L’integrazione sociale arriva dall'alto, da un indirizzo politico, o si crea dal basso, dalle relazioni quotidiane tra le persone?

Si forma nella quotidianità, ma le indicazioni politiche hanno il loro peso nell’indirizzare gli animi e le azioni dei cittadini.

romiti italia cina
Il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, Wen Jabao, consegna a Cesare Romiti, Presidentde della Fondazione Italia Cina, il premio ideato dall’Associazione cinese per l’amicizia tra i popoli per il 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Italia (inaugurazione dell'Anno della Cultura cinese in Italia, 7 ottobre 2010, Roma).

Sinora l’Italia cosa ha fatto per governare l’integrazione?

Ben poco. Soprattutto il Governo precedente ha latitato, tanto che siamo stati noi, la Fondazione Italia Cina, ad essere l’interlocutore privilegiato nei rapporti culturali e sociali con la Cina e la comunità cinese in Italia. Ora, con il Governo Monti, credo che le cose cambieranno. In meglio.

Qual è la sua opinione sulla cittadinanza sinora negata agli immigrati di seconda generazione? Sono cittadini italiani o no?

Sono assolutamente a favore. Non ha nessuno senso negare la cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano. Sono errori politici, che poi si rischi di pagare. Ricordo un episodio di anni fa a Firenze, che mi è rimasto caro. Stavo passeggiando in via Tornabuoni, quando vidi due ragazzini giocare tra loro vociando in fiorentino. Beh, quei due ragazzini erano cinesi! Come si fa a sostenere che non siano italiani?

Qual è la sua valutazione sul modo italiano di gestire le relazioni diplomatiche e non con la Cina?

Devo dire che in questo momento abbiamo un ottimo ambasciatore italiano in Cina, Attilio Massimo Iannucci, che sta facendo un lavoro eccellente di tessitura di relazioni. La Cina ha una classe diplomatica molto efficiente, ma noi abbiamo uomini talentuosi. Il successo dell’Expo di Shanghai 2010 guidato dal commissario Beniamino Quintieri e la trasformazione del Padiglione italiano in sede permanente per il made in Italy sono altri esempi delle capacità italiane.

L’ultimo numero della vostra rivista “Mondo Cinese” è dedicato alla figura femminile. Abbiamo qualcosa da imparare dalle donne cinesi?

Trent’anni fa, mentre mi trovavo a Pechino, incontrai Carla Fendi alla prese con l’organizzazione improvvisata di una sfilata. Aveva ingaggiato una ventina di ragazze non modelle: allora quella professione non esisteva in Cina. Beh, dopo 48 ore di formazione accelerata, mi disse che non aveva mai avuto allieve così pronte e veloci ad apprendere. Constatavo qualche tempo fa con la figlia dello statista Deng Xiaoping, che la donna cinese in questi ultimi trent’anni è quella che si è evoluta di più al mondo.

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Ven, 13/01/2012 - 17:34 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Andrea Riccardi: "Per gli immigrati un anno per trovare lavoro"

Andrea Riccardi"Prolungare fino a un anno il periodo di ricerca di lavoro per gli stranieri in Italia", questa la proposta del Ministro Andrea Riccardi per evitare la caduta nell'irregolarità degli immigrati disoccupati a causa della crisi economica.  

Quanto è difficile in Italia trovare lavoro per un immigrato? Abbastanza, anche perchè secondo l'attuale legislazione non si può ottenere un contratto di lavoro senza permesso di soggiorno, e viceversa è quasi impossibile avere un permesso di soggiorno se non si ha un contratto di lavoro. Una situazione che alcuni hanno definito kafkiana a cui, almeno in parte, ha deciso di ovviare il Ministro per la cooperazione Andrea Riccardi, annunciando una probabile revisione delle norme che regolano la permanenza in Italia.

"E' necessario prolungare il periodo per la ricerca di una nuova occupazione ad almeno un anno" ha detto il Ministro, affermando che secondo le stime della Caritas in questo momento sono circa 600 mila i permessi scaduti e non rinnovati tra il 2009 e il 2010. Permessi concessi per motivi di lavoro subordinato o autonomo, per motivi di famiglia o attesa occupazione che rischiano di portare tra i 250 e i 350 mila immigrati verso il circuito dell'irregolarità e del lavoro nero. 

Attualmente un lavoratore straniero che si trovi a perdere il lavoro non vede revocato il proprio permesso di soggiorno, ma ha la possibilità di continuare la ricerca e iscriversi a liste di collocamento per tutta la durata residua del permesso. Allo scadere di quest'ultimo tuttavia non sarà possibile il rinnovo in mancanza di un contratto di lavoro, a meno che la situazione non si configuri come quella di un'attesa occupazione, in cui il datore di lavoro dia la disponibilità ad assumere il lavoratore anche in assenza di un contratto al momento della richiesta.

Poco tempo fa abbiamo parlato su avoicomunicare della mancata previsione di un decreto flussi per facilitare l'entrata e la regolarizzazione di lavoratori stranieri in Italia, al fine di favorire il riassorbimento nel mercato del lavoro dei tanti immigrati disoccupati a causa della crisi economica. La possibilità di prolungare il soggiorno per un anno sarebbe, in questo senso un concreto passo avanti verso la realizzazione di tale progetto, dando tempo e opportunità ai cittadini stranieri ora in Italia di continuare con serenità il proprio percorso lavorativo.

Per adesso l'ipotesi rimane appunto tale, ma la proposta è stata fatta nel corso di un'audizione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera, nel corso della quale Andrea Riccardi ha anche nuovamente sollevato la questione della cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da genitori immigrati, e la proposta sembra l'ennesimo passo di un Governo che guarda ai nuovi cittadini con il desiderio di creare integrazione nel miglior modo possibile: attraverso un'inclusione piena nel tessuto sociale del paese che passa dal lavoro.

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Quante tasse pagano gli immigrati?

Pagano Irpef per 6 miliardi di euro e contribuiscono per il 4,1% del gettito complessivo nazionale con circa 2810 euro a testa. Si tratta degli immigrati che vivono e lavorano regolarmente nel paese secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, raccolti insieme in un'infografica capace di raccontare con chiarezza il contributo degli stranieri all'economia del paese.

La bagarre relativa all'aumento della tassa sul permesso di soggiorno ha portato alla ribalta la questione sul contributo in tasse dei cittadini stranieri in Italia. I dati più recenti al riguardo arrivano da una ricerca della Fondazione Leone Moressa, pubblicata a dicembre, che stima 2,1 milioni di contribuenti Irpef con cittadinanza straniera.

Vivono in tutto il paese, ma la maggior parte di loro si trovano in Lombardia (20,9%), in Veneto (12,0%) e in Emilia Romagna (11,2%), e gli esborsi maggiori sono in Lombardia (1,5 miliardi di euro) e Lazio (712 milioni).  Tra tutti coloro che presentano regolarmente la dichiarazione dei redditi, però, a pagare l'Irpef è solo il 64,9%; un dato interessante che se paragonato al 75,5% degli italiani suggerisce che parte degli stranieri in Italia percepisce un reddito considerato non sufficiente alla propria situazione familiare, usufruendo così di sgravi e detrazioni.
 

Un dato tuttavia destinato a cambiare qualora avvenisse un'emersione dal nero, dal momento che molti, secondo stime della Fondazione, si trovano a dover lavorare percependo stipendi non dichiarati, privi di contributi e spese assicurative. Ancora critica la situazione sl sud Italia, dove le percentuali calano drasticamente.
 
"Stranieri di nascita ma italiani di contribuzione. Gli stranieri che in Italia lavorano sono tenuti a pagare le tasse - affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa - ma il loro importo differisce da quanto pagato dagli italiani: i bassi livelli di reddito, quasi esclusivamente da lavoro dipendente, comportano un esborso per gli stranieri di poco meno di 3mila euro all’anno. Valori che aumentano nelle aree del Nord dove la presenza e la penetrazione degli stranieri nel mercato del lavoro è più radicata. E’ ovvio che se il sistema riuscisse ad eliminare le sacche di illegalità che colpiscono anche i lavoratori stranieri, l’apporto degli immigrati alla finanza pubblica sarebbe certamente maggiore, contribuendo ad un’integrazione che passa anche per il pagamento delle tasse".

I dati sono stati recentemente ripresi dal sito web Linkiesta, che da essi ha realizzato delle chiare e utilissime infografiche

tasse immigrati
tasse



Gio, 12/01/2012 - 09:48 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Niente click day, quali possibilità per immigrati e datori di lavoro?

click day 2012Nessun decreto flussi per il 2011 e nessun "click day" per l'anno nuovo. Quali sono le possibilità di regolarizzazione e le prospettive per i lavoratori stranieri in Italia?

Il 2012 si prospetta un anno difficile per i milioni di immigrati che vivono in Italia e sperano in assunzioni che portino alla regolarizzazione. A differenza del passato, infatti, per l'anno a venire non è stato programmato nessun click day, cioè la giornata in cui, per via telematica, sarebbe stato possibile per i datori di lavoro italiani inviare la richiesta di permesso di soggiorno per i propri impiegati stranieri, operazione che nel 2011 aveva permesso la messa in regola di circa 100.000 lavoratori stranieri.

Il motivo della drastica decisione è da ricercarsi nello stato di crisi economica in cui versa il paese: secondo Natale Forlani, ex direttore generale dell'Immigrazione presso il Ministero del Lavoro "ci sono già in Italia 280mila immigrati che hanno perso il posto a causa della crisi, e la nostra priorità è quella di ricollocare loro, prima di considerare nuovi ingressi."

Gli "ingressi qualificati".

Per chi vorrà entrare in Italia per motivi di lavoro una delle possibilità sarà quella di affidarsi alle liste di "ingressi qualificati" rese disponibili dai decreti dell'anno scorso. Si tratta di possibilità di ingresso di personale definite dagli accordi che l'Italia sta stringendo o ha già stretto con i paesi esteri con cui esistono rapporti diplomatici. Già l'anno passato i cittadini di diversi stati (tra cui Albania, Egitto, Moldavia, Filippine e Marocco) avevano avuto la possibilità di usufruire di una sorta di corsia preferenziale con un numero di accessi riservato e giornate specifiche per inviare le richieste. Tuttavia le notizie riguardanti il numero di ingressi disponibili per nazione non sono state rese note, quindi ci sarà da aspettare ancora un po'.

Gli ingressi per lavoratori stagionali extracomunitari pluriennali.

Al fine di facilitare e snellire le pratiche di ingresso per i lavoratori stagionali in Italia quest'anno i datori di lavoro potranno inoltrare richieste dirette per la riassunzione di impiegati che avevano già lavorato con lo stesso datore nel corso del 2011 e che abbiano ricevuto il visto d'ingresso in Italia per motivi di lavoro stagionale almeno per due anni consecutivi. L'iniziativa è stata varata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con la circolare 9508 del 30 dicembre 2011 per venire incontro alle necessità di lavoro stagionale, spesso soggetto a tempi ristretti.

Per le Associazioni di categoria il riferimento per inviare le richieste è quello dello Sportello Unico Immigrazione del Ministero dell'Interno, mentre per quanto riguarda i singoli datori di lavoro il riferimento è https://nullaostalavoro.interno.it/Ministero/index2.jsp

Meno ingressi, quindi, ma più mirati e volti a occupare precisi posti di lavoro, per dare la possibilità a chi si trova già in Italia di reimpiegarsi, è questa la via giusta per porre rimedio alla disoccupazione tra cittadini immigrati?

La certezza è quella del veloce turn over tra chi cerca lavoro: secondo quanto elaborato dalla Fondazione Leone Moressa su dati Istat, gli immigrati in Italia sono proprio quelli che trovano lavoro più facilmente, una situazione dovuta, purtroppo alla necessità per motivi di permesso di soggiorno e di semplice sopravvivenza.  Se su 100 disoccupati creati dalla crisi in Italia 40 sono di origine straniera, lo "status" di disoccupato dura per un immigrato circa 13 mesi contro i 21 di un italiano "Gli immigrati - Spiega Valentina Benvenuti, ricercatrice - sentono forte l'urgenza di trovare un nuovo impiego per non perdere il diritto al permesso di soggiorno, per questo si accontentano anche di lavori meno tutelati e con basse retribuzioni".

Dati approfonditi nel nostro articolo su lavoro e immigrazione e confermati dalla retribuzione considerata accettabile da un immigrato in Italia, pari a una busta paga al di sotto dei 900 euro mensili, circa 70 euro meno di quanto considerato il minimo da parte di un italiano.

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Gli stranieri rubano lavoro agli italiani!

lavoro immigratiNel 2011 in Italia diminuiscono gli occupati italiani e aumentano quelli stranieri. Sono dati, non opinioni, ma i dati bisogna saperli leggere nel modo corretto. Ecco cosa c'è dietro l'aumento dell'occupazione degli stranieri e della disoccupazione degli italiani. 

 
I dati provengono dal rapporto 2011 "L'immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive" a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: dal 2007 a oggi il numero di immigrati con un lavoro stabile è passato dal milione e mezzo circa a più di due milioni e 200mila impiegati, per un aumento del 40%, di cui 309mila tra il 2009 e il 2011. Un dato di crescita che spicca in relazione alla diminuzione drammatica di italiani impiegati negli ultimi anni pari, secondo i dati Istat, a circa 863 mila unità.
 
Numeri destinati ad aumentare, se si prendono in considerazione gli oltre 500 mila stranieri che, secondo la Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicità, in Italia lavorano in nero, principalmente nell'agricoltura, nell'edilizia e nel settore dei servizi. Cosa significano all'atto pratico questi dati? E c'è effettiva corrispondenza tra calo del lavoro italiano e aumento dell'occupazione straniera
 
La risposta alla seconda domanda, sempre secondo i dati dell'Istat, sembra essere positiva: su dati riguardanti il 2011 la crescita e diminuzione dell'impiego ha avuto un rapporto di diretta proporzionalità per cui nel primo trimestre si è visto un aumento dell'occupazione straniera di 276.000 unità, a cui è corrisposta una diminuzione di quella italiana di 160.000 unità. Il secondo trimestre ha confermato la tendenza, con 168.000 stranieri impiegati in più e 81.000 italiani in meno; tendenza sfociata in un modesto rialzo dell'occupazione italiana (39.000) e ancora una forte crescita da parte degli immigrati (120.000).
 
Più difficile è interpretare in maniera sensata questi dati, lontano dai facili allarmismi. La domanda è banale e retorica, ma leggendo cifre del genere il dubbio può venire a chiunque: è vero che gli immigrati in Italia "rubano il lavoro"
 
Per poter dare una risposta articolata bisogna considerare altri dati; in primo luogo quelli che ci dicono di cosa si occupano gli stranieri in Italia, impiegati per lo più in piccole e medie imprese del settore terziario con la qualifica professionale di "operaio". Gli stranieri in Italia svolgono lavori e professioni di manovalanza di base, senza i quali numerosi settori produttivi sarebbero destinati a sparire, con remunerazioni spesso ridotte al minimo sindacale. Proprio la remunerazione sembra essere il fulcro del discorso, e il motivo per cui l'impiego di immigrati è in così forte aumento. In un periodo storico di crisi economica è necessario togliersi l'idea che esistano lavori che gli italiani "si rifiutano di svolgere", com'era opinione comune qualche tempo fa, come confermato anche dalla nutrita partecipazione di candidati italiani a ogni genere di bando relativo anche a professioni usuranti e faticose.
 
La realtà sembra essere ben diversa: anche se molti italiani farebbero qualunque cosa per lavorare (e il 50% circa ha già lavorato con qualifiche superiori alla professione svolta), molti datori di lavoro preferiscono offrire personalmente impieghi a stranieri, trovando manovalanza a costo minore e minore consapevolezza dei propri diritti. La responsabilità di datori di lavoro senza scrupoli sarebbe quindi doppia: da una parte quella di abbattere il mercato per gli italiani, dall'altra quella di mettersi nella posizione di poter sfruttare manodopera straniera, più ricattabile, incline a subire situazioni di sfruttamento e a richiedere condizioni economiche e contrattuali che gli italiani non accetterebbero.
 
Una situazione che non può non porci di fronte a una questione sulla natura di dati riguardanti il lavoro, l'occupazione e l'integrazione, troppo spesso coinvolte in un criminale gioco al ribasso da parte di chi detiene il potere e la possibilità di decidere chi impiegare nella propria azienda o settore, situazione tanto più grave quanto più la si consideri in relazione alla tensione che una situazione di crescita così squilibrata può creare. 

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Lun, 09/01/2012 - 17:56 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Niente tassa sul permesso di soggiorno? Un ottimo segnale!

permesso di soggiornoLa notizia di un aumento del contributo sui permessi di soggiorno ha messo in moto il mondo sociale e politico italiano in difesa dei numerosi immigrati sul territorio, portando il governo a ripensare in fretta la liceità di una simile tassa: un buon segnale riguardo l'attenzione posta oggi sul ruolo degli stranieri in Italia.


"Nessuna tassazione senza rappresentanza", dicevano i coloni americani nel 1750, all'alba della Rivoluzione Americana. Un modo di dire che è tornato attuale dopo la comunicazione di un consistente aumento sulle spese per le richieste e i rinnovi del permesso di soggiorno in Italia da parte degli immigrati.

 

La notizia dell'aumento è stata data nella Gazzetta Ufficiale pubblicata dal Ministero dell'Economia il 31 dicembre 2011, e prevede un “contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno” che oscilla tra gli 80 e i 200 euro, da sommare a quanto già si paga ora per il disbrigo delle pratiche. Come è naturale immaginare le reazioni non si sono fatte attendere e sindacati, parti politiche e milioni di cittadini italiani e immigrati si sono dichiarati fermamente contrari al provvedimento, stimolando la pronta risposta del Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri e del Ministro per l'Integrazione Andrea Riccardi, che hanno bloccato la norma, in attesa di una revisione.


La tassa, insomma, ci sarà, ma con la possibilità di essere aggiustata e adeguata a seconda del reddito e del nucleo familiare dei richiedenti. La forte discussione nata intorno al provvedimento è un segnale positivo sulla salvaguardia e la tutela dei diritti degli immigrati in Italia, parte fondamentale del tessuto sociale ed economico che solo recentemente ha iniziato ad avere adeguata rappresentanza presso le istituzioni. 

Proprio di adeguata rappresentanza e diritti hanno parlato in molti, mettendo in evidenza tutta la surrealtà della situazione, per cui da una parte non si riesce a uscire dall'impasse della cittadinanza a "nuovi italiani" e seconde generazioni (nonostante il parere favorevole di 8 italiani su 10), ma dall'altra vengono richiesti sacrifici addizionali per contribuire ai conti statali. La sensazione di trovarsi di fronte a un brutto scherzo non può che aumentare alla scoperta della destinazione dei fondi ottenuti dall'aumento dei costi per il permesso, che sarebbero finiti per metà in un "fondo rimpatri" volto al rimpatrio forzato degli immigrati irregolari.

A pensarci in effetti l'idea di dover pagare una gabella così pesante senza riceverne alcun servizio aggiuntivo non si spiega in alcun modo, specialmente in un periodo economico difficile, in cui direttamente o indirettamente i numerosi cittadini di nazionalità straniera che vivono e lavorano nel paese saranno chiamati a contribuire all'uscita dalla crisi esattamente come tutti gli italiani, pagando imposte dirette e indirette e contribuendo alla crescita del paese. Per questi motivi si è resa necessaria la revisione della legge, almeno per quanto riguarda l'entità e l'accessibilità del contributo da parte dei meno abbienti che vedrà come uniche discriminanti le condizioni economiche, sociali e familiariUn riguardo che ha fatto storcere il naso ad alcuni, che hanno visto il gesto come una sorta di discriminazione al contrario.

Quel che emerge è comunque un sempre crescente interesse dell'opinione pubblica, del mondo politico e dei media al giusto riconoscimento dei ruoli e dell'importanza degli stranieri nella società italiana; un tema che, possiamo scommetterci, sarà sempre più di primo piano nel corso di tutto il 2012.

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UE: romeni e bulgari portano ricchezza nei paesi ospitanti

Bulgaria e Romania Unione EuropeaUn rapporto della Commissione Europea descrive l'impatto positivo sui paesi ospitanti degli immigrati romeni e bulgari.

Immigrati che rubano, stranieri che non vogliono lavorare, cittadini dell'Unione Europea per cui in Italia non c'è posto perchè, si sa, qui di lavoro non c'è neanche per gli italiani. Oggi un rapporto della Commissione Europea sfata i luoghi comuni e conferma l'impatto positivo degli immigrati da Romania e Bulgaria sui paesi ospitanti.

Il primo dato che salta agli occhi è l'aumento del Prodotto Interno Lordo che coinvolge con una crescita dello 0,2% tutti i paesi dell'Unione a partire dal 2004, anno della buona riuscita delle trattative per l'ingresso dei due Stati, fino al 2009. Il dato più sorprendente però è quello relativo ai due paesi che più di tutti hanno accolto l'afflusso di lavoratori romeni e bulgari: la Spagna e l'Italia, che hanno avuto una crescita pari rispettivamente all'1,7% e all'1,3% sul lungo termine. A pagare la crescita sono stati proprio i paesi che hanno visto i propri lavoratori spostarsi in tutta Europa: Romania e Bulgaria, con una diminuzione del 9,2%.

Nessun margine per i critici e per tutti coloro che vedono nell'apertura delle frontiere un rischio per l'Italia, insomma, neanche per quel che riguarda le spese di welfare e di denaro pubblico che il nostro paese investe per i nuovi cittadini. Ci sono state, afferma il rapporto, occasioni in cui l'afflusso di stranieri ha fatto sentire il proprio peso sul sistema di scuola e sanità pubbliche, ma tutto questo è avvenuto solo su base locale. A livello nazionale l'impatto di romeni e bulgari è stato ininfluente o addirittura positivo.

Lo stesso vale per il presunto impatto negativo su mercato del lavoro, occupazione e salari medi. Anche qui l'ingresso degli stranieri non ha diminuito i posti di lavoro per gli italiani né ha contribuito all'abbassamento delle paghe, anzi sembra che nel breve periodo il paese avrebbe subito un abbassamento dello 0,24% sui salari se il sistema non avesse accolto nuovi lavoratori.

Aumento del PIL, miglioramento delle condizioni di lavoro e un impatto minimo sulle casse statali: i dati sono chiari. A questo punto rimane solo un passo da compiere, quello di sollevare le restrizioni all'ingresso dei lavoratori romeni e bulgari che dieci Stati Membri (Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Malta, Olanda, Austria, Lussemburgo, Gran Bretagna) hanno deciso di mantenere. Al riguardo il tempo stringe: sarà possibile tenere i cancelli chiusi al massimo per altri due anni, ma solo se i governi stessi notificheranno alla Commissione Europea l'esistenza o la minaccia di una grave turbativa del mercato del lavoro interno.

“Limitare la libera circolazione dei lavoratori in Europa – ha detto László Andor, Commissario UE per l'occupazione - non è la risposta al problema della disoccupazione elevata. Ciò che dobbiamo fare è concentrare i nostri sforzi per creare nuove opportunità di lavoro.”

Scarica qui la versione integrale del Rapporto della Commissione Europea



Lun, 21/11/2011 - 18:22 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Global Compact: sostenibilità tra pubblico e privato

Global CompactLo sviluppo sostenibile visto attraverso una prospettiva che miri alla collaborazione tra il settore pubblico e il privato è al centro dell'edizione italiana dell'European Global Compact Local Networks Meeting che ha luogo a Roma, fino al 28 ottobre, ospitato dal Ministero degli Esteri.

L'incontro ruota intorno a tre grandi temi principali che sono la sicurezza alimentare e l'agricoltura sostenibile, green job e inclusione sociale, città sostenibili. La discussione, introdotta da esperti per ciascun argomento mira ad obiettivi molteplici che riguardano, ad esempio, l'identificazione di ambiti europei in cui la collaborazione tra aziende private e settore pubblico possa produrre concreti risultati sul versante della sostenibilità, fino alle proposte di approcci innovativi per implementare la cooperazione tra pubblico e privato nella prospettiva di Rio+20, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile prevista per il prossimo anno, a due decenni di distanza dalla conferenza sull'ambiente e lo sviluppo che, sempre nella megalopoli brasiliana, lanciò diversi programmi operativi, tra cui l'Agenda 21.

L'anno prossimo a Rio de Janeiro la conferenza dell'ONU si riunirà per definire la nuova agenda sostenibile della politica internazionale centrando la discussione sulla green economy e sulla possibilità di considerarla sempre di più un'arma centrale nella lotta alla povertà e alla realizzazione di una convivenza sostenibile sul pianeta. E in questa direzione pubbliche amministrazioni e aziende private possono offrire un contributo molto importante non solo nelle azioni non solo nelle loro separate e rispettive attività, ma anche e soprattutto, questo il messaggio convinto dell'European Global Compact Local Networks Meeting, per la sinergie che tra loro sapranno costruire.

In un ambiente sociale ed economico sempre più dinamico, sottolinea l'organizzazione del meeting, dalle aziende ci si aspetta sempre di più che giochino un ruolo importante quali attori politici all'interno della cornice della governance globale. All'interno di questo contesto le strategie internazionali non possono fare a meno di considerare la collaborazione pubblico-privato uno strumento estremamente potente ed efficace sulla via della sostenibilità.  



Il Grana lo fanno i sikh, la fontina valdostana i marocchini

sikhLa cosa più divertente è che i primi ad accorgersene siano stati quelli del New York Times, anzi della sua versione globale, l’International Herald Tribune. Ma è pur vero che certi prodotti made in Italy, soprattutto nel settore gastronomico, sono patrimonio internazionale, e allora la curiosità è un po’ di tutti. Fatto sta che l’idea che il Grana Padano, alimento doc con valore di brand, uno dei simboli gastronomici d’Italia, potrebbe mancare dagli scaffali del supermercato se non fosse per i lavoratori provenienti dal Punjab. Com’è possibile? In realtà è molto semplice. Ci sono lavori che (si sa già da tempo) gli italiani non vogliono più fare. Tra questi, il lavoro nei caseifici, altro che mucca Carolina. E allora ecco intervenire la manodopera indiana, che in provincia di Cremona è particolarmente attiva, visto che le valli lombarde producono un milione di tonnellate di latte ogni anno, un decimo della produzione nazionale.

Qualcuno ricorderà che questa è la stessa zona (esattamente si parla di Pessina, paesino in provincia di Cremona) in cui, un paio di mesi fa, è stato inaugurato il tempio sikh più grande d’Europa, con capienza per seicento persone. Una festa gioiosissima, colorata, che ovviamente non è passata inosservata ai leghisti, che piantonano la loro roccaforte come uno dei baluardi per eccellenza dell’orgoglio padano. E allora, come si fa a coniugare le due cose? Il sindaco di Pessina Dalido Malaggi, intervistato dalla testata americana, ha affermato: “Gli indiani sono arrivati in un momento in cui i vecchi lavoratori dei caseifici andavano in pensione, senza nessun giovane a sostituirli. Loro sapevano già portare avanti un’impresa casearia, erano perfetti, e hanno salvato un’economia che altrimenti sarebbe andata a rotoli”. E in effetti l'entusiasmo degli indiani per questo lavoro c'è, come spiega Jaswinder Duhra, che vive in provincia di Cremona da 25 anni e che dice: "Per molti di noi è stato naturale trasferirsi proprio qui, perché siamo abituati ad avere delle mucche nelle nostre case in Punjab, non abbiamo avuto nessuna difficoltà a gestire questi allevamenti per la produzione del latte".

Non è dunque un caso che un cartello all’ingresso di Pessina affermi “Comune esente da pregiudizi razziali”. Un’apertura mentale che ha turbato le camicie verdi, che col consigliere provinciale Gelmini affermano: “I sikh hanno costumi troppo diversi dai nostri, fanno matrimoni combinati e indossano il kirpan, la spada rituale, che però è un’arma, è pericolosa”. I cittadini di Pessina sono poco convinti, e organizzano per questi sorridenti e solerti lavoratori che hanno risollevato le sorti della zona crosi di italiano e programmi di formazione, perché temono molto il rischio di una mancata integrazione, che porterebbe i sikh ad andarsene. E invece il desiderio di tutti è che restino lì, e che prendano la cittadinanza italiana.

Cosa che si spera avvenga anche in Val D’Aosta, dove la fontina tanto amata anche nel resto d’Italia viene prodotta soprattutto grazie alla manodopera degli immigrati marocchini, albanesi e polacchi. Che dire poi di uno dei piatti tipici della cucina piemontese, il buon fritto misto di tradizione molto antica (risale ai tempi in cui gli animali si macellavano in casa e non si buttava via niente) che oggi viene cucinato soprattutto dai cinesi?

Marìka Surace

Foto di Roel1943



Italia, dove finiranno le scorie nucleari delle nostre centrali

rifiuti nucleari Chi pensava che il tema del nucleare si sarebbe chiuso, almeno in Italia, con il referendum dello scorso giugno probabilmente si sbagliava. E di grosso. Il tema infatti è ancora caldo e si riaccende in occasione della presentazione del piano industriale 2011/2015 della Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel piano quinquennale si legge, ed è oggetto di particolare discussione, la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti, nel quale confluiranno scorie dal decommissioning degli impianti e dalle attività di medicina nucleare, e che custodirà circa 80mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e circa 12.500 metri cubi ad alta intensità. “Il Deposito Nazionale – ha dichiarato Giuseppe Nucci, Amministratore Delegato di Sogin - sarà realizzato all’interno di un Parco Tecnologico, centro di eccellenza italiano, dedicato alle attività di ricerca e formazione per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi”. Un deposito che, assicura ancora Nucci, sarà realizzato seguendo i più avanzati criteri di eco-compatibilità.

Ma le domande che si pongono in molti non riguardano tanto l'efficienza energetica del futuro deposito quanto piuttosto la sicurezza. Dove sarà realizzato il contenitore per tutte le scorie radioattive del paese? La Sogin ha stilato una lista, non ancora resa pubblica, di 50 siti papabili sul territorio nazionale. Tutta l'operazione ha un costo che si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, se si considerano tutte le operazioni da compiere affinché si arrivi per il 2025 al decommissioning completo. Per il momento le attività della Sogin hanno pianificato operazioni per 400 milioni di euro. I tempi per la realizzazione finale del deposito non sembrano molto veloci; si parla di cinque anni per la progettazione e le autorizzazioni e altri quattro per la costruzione.

Nove anni, dunque, a partire dal momento in cui l'Agenzia per la sicurezza nucleare sarà operativa. Rimane da capire come sceglieranno il sito, così come rimane tutto da immaginare cosa avverrà nel luogo prescelto nel momento in cui verrà reso noto; e soprattutto rimane da capire come verranno gestite le eventuali reazioni della popolazione del territorio destinato ad ospitare i rifiuti radioattivi, così come non è chiaro se la cittadinanza sarà in qualche modo coinvolta nella scelta.

Negli Usa ad esempio, la Commissione pubblica che si occupa delle strategie sull'energia nucleare, ha scelto di aprirsi alla discussione e al dibattito utilizzando la Rete. La Nuclear Regulatory Commission ha aperto un canale su YouTube, un profilo Twitter (@NRCgov) e un blog dove il presidente della Commissione, Gregory B. Jaczko, ha partecipato a due webinar, incontri durante i quali ha interagito con decine di bloggers, organizzati con il supporto di due associazioni, una favorevole e una contraria a scelte nucleariste. Forse negli Stati Uniti qualcuno ha capito che ci sono scelte pubbliche intorno alle quali il web può non solo essere uno spazio di discussione aperta, ma anche lo spazio per coinvolgere parti di opinione pubblica capaci di mobilitare le opinioni altrui. Un po' come è successo da noi col referendum.

 

Immagine di StefrogZ

 



Dom, 16/10/2011 - 20:04 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Ricordate Lomborg l'eco-scettico? In Danimarca gli tagliano i fondi

lomborgTrovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.

Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
 


 

Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.

L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.

 

Immagine di Mark McDermott

 



Italia, obiettivo 2020 per il futuro rinnovabile

rapporto aper Passata la tempesta sulle strategie energetiche italiane, è il momento di fare qualche conto, pianificare il futuro. Le burrasche passate riguardano in particolare due argomenti, da una parte il nucleare, dall'altra le polemiche che hanno investito gli incentivi alle rinnovabili e il conto energie.

E le conclusioni di queste discussioni che hanno investito l'opinione pubblica portano decisamente verso le energie pulite, come evidenzia il recente rapporto realizzato dall'Aper (l'associazione di produttori di energia rinnovabile) che è al centro di un dibattito al Festival dell'Energia di Firenze

I numeri del rapporto riprendono lo scenario energetico ipotizzato, alla luce degli obiettivi europei, prima del referendum quando si era previsto per l'Italia del 2020 un consumo lordo di energia elettrica pari a 375 Twh composto da 50% di fonti fossili, 26% di rinnovabili e 24% da nucleare.


Abbandonato l'atomo, bisogna fare delle scelte che riequilibrino il mix energetico in maniera diversa, possibilmente spingendo sull'acceleratore delle rinnovabili, che secondo Aper potrebbero arrivare a coprire il 40% della domanda di energia elettrica nel periodo considerato, mentre il resto potrebbe essere soddisfatto con il cosiddetto termoelettrico “ambientalizzato”. 
In questa prospettiva le fonti rinnovabili stanno già dimostrando di essere occasione di sviluppo, in particolare per l'occupazione e la ricerca, e di indipendenza energetica. Il progetto proposto è ovviamente molto impegnativo, ma negli anni recenti, come evidenzia il rapporto, le rinnovabili italiane hanno fatto passi da gigante.

Una parte importante di questa crescita riguarda il fotovoltaico, come sottolinea Agostino Re Rebaudengo, Presidente di Aper: “Con oltre 10 GW di potenza installata, in un giorno di sole il fotovoltaico fornisce circa un terzo dell’energia elettrica al sistema, nei momenti di picco di domanda. E se sommiamo a questo il contributo delle altre moderne fonti rinnovabili, si soddisfa circa la metà del fabbisogno. E’ un dato di fatto che non può essere ignorato e che ha sconvolto in un solo anno l’intero mercato elettrico. E soprattutto ci dà la consapevolezza di poter affermare che il costo sostenuto per gli incentivi non è superfluo, ma è un investimento per svincolarci sempre di più dalle fonti fossili e per far sì che le nuove fonti producano energia a costi sempre più competitivi”.
 

Ma il sole non è l'unica risorsa rinnovabile che abbiamo a disposizione e passi importanti sono stati fatti registrare anche nell'eolico. Nel 2010, infatti, i 63 nuovi impianti realizzati producono oltre 8mila Mwh, facendo del nostro paese il terzo in Europa per produzione eolica, dopo Germania e Spagna.

Il rapporto dell'Aper è integralmente scaricabile qui.

 


Ven, 23/09/2011 - 07:06 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

L'energia smart, l'intelligenza ci salverà

festiva energia 2011Per capire il mondo dell'energia in tutti i suoi aspetti c'è bisogno di un ragionamento e di una capacità di osservazione che sappiano leggere dentro le cose a partire dalle novità che, in un ambito delicato e complesso come quello energetico, rispondono alle parole di innovazione e ricerca.

Ecco allora il tema che dà il titolo all'edizione 2011 del Festival Energia: le smart energy, le energie intelligenti. “Ci sono ragionamenti da fare sulle fonti fossili e sul dopo-Fukushima, ragionamenti di elevata complessità che implicano sia una dimensione globale che una dimensione locale; per promuovere una discussione che sappia evitare ideologismi il modo migliore è quello di guardare dentro questa complessità” è così che Alessandro Beulcke, presidente del Festival dell'Energia (Firenze, 23-25 settembre) e di Aris, introduce le energie intelligenti. Si tratta di capire bene il mondo in cui viviamo, decifrarne le esigenze e analizzare soluzioni concrete.

“L'energia è oggi ancora prodotta nello stesso modo in cui era prodotta nel secolo scorso quando c'erano grandi centri di produzione energetica e una rete che la distribuiva fino alle periferie – spiega Beulcke – oggi l'innovazione ci offre molte soluzioni diverse che comprendono, tra l'altro, l'autoproduzione di energia, la possibilità di mettere in rete numerosi piccoli centri di produzione energetica. Inoltre la parola smart riguarda anche l'utilizzo e i comportamenti come nell'ambito della mobilità. Le nostre città, ad esempio, sono luoghi assolutamente energivori. Puntare sulle smart city vuol dire invece puntare su un modello urbano che sappia produrre in maniera rinnovabile l'energia di cui ha bisogno, che sappia realizzare una mobilità sostenibile. Una città simile presenta dei vantaggi non solo per città stessa ma anche per una collettività più ampia”.
 

Una delle chiavi principali della questione energetica è l'innovazione e in particolare la ricerca per produrla e gli strumenti per tradurla nel mercato e portarla all'utilizzo quotidiano. Proprio su questo tema si concentra un rapporto che sarà presentato a Firenze.
 
“Un elemento essenziale dell'innovazione energetica in Italia è l'insufficienza di un punto di contatto tra la ricerca e il mondo delle imprese e della realizzazione concreta delle innovazioni e del loro ingresso nel mercato – continua il presidente del festival Energia – Abbiamo nelle università molti centri di ricerca che presentano progetti avanzati di grande interesse, ma sono chiusi nei cassetti. A parità di ricerche e numero di progetti sviluppati nelle Università italiane e in quelle europee, noi abbiamo un numero di brevetti molto basso e questo è un punto  molto importante. Quello che cerchiamo di fare è offrire un'occasione per superare queste criticità. Non solo dibattiti di ampia portata, ma cerchiamo anche di mettere in contatto eccellenze e centri ricerca con le realtà produttive che possano essere in grado di trasferire i risultati delle ricerche sul mercato”.


Google, il gigante che divora energia

googleplexSe 2,6 milioni di megawatt/ora consumati in un anno vi sembrano tanti, chiedete a Google, e vi spiegherà perché consumi elettrici di tale portata fanno del gigante del web un'azienda verde e sostenibile.

A tanto ammontano infatti i consumi della società di Mountain View nel corso del 2010,  cifre necessarie al fabbisogno elettrico di oltre 200mila abitazioni o 41 Empire State Building, il tutto per 1,46 milioni di tonnellate di CO2 emesse in dodici mesi. 
Sembrerebbero cifre da far suonare le sirene di allarme gas serra, eppure Google le ha rese note con un obiettivo specifico: far comprendere al mondo che, se letti nel giusto contesto e nei dovuti modi, questi numeri fanno di tutto quello che gira intorno al motore di ricerca più famoso del mondo un'attività attenta ai consumi energetici nel rispetto della sostenibilità ambientale. 
Basta ribaltare il punto di vista e, invece di guardare alla domanda generale di energia prodotta dall'intera azienda, analizzare i consumi per singolo utente.

Si scopre così che un mese di servizi Google per ciascun navigatore della rete equivale al consumo di una vecchia lampadina da 60 W accesa per tre ore; 3 giorni di Youtube richiedono l'energia equivalente a realizzare, confezionare e distribuire un solo dvd, mentre un anno di Gmail richiede meno energia di quanto non ne sia necessaria a bere una bottiglia di vino, infilarci dentro un messaggio in un un pezzo di carta e abbandonarla nell'oceano.
 

Basta saper leggere i numeri e non farsi prendere troppo dagli aspetti apparentemente più eclatanti. Ma non solo. La polemica che riguarda il cloud computing e quanto questa attività si inquinante non è  nuova. Tutte le applicazioni che rendono avvincente il web 2.0 e che spingono il mercato dei tablet e degli smartphone sono possibili grazie a enormi data center, palazzi dove abitano supercalcolatori che fanno girare i bit a velocità vertiginose. E che richiedono una enormità di energia elettrica.

Tutto vero, dice Google, ma è anche vero che i loro data center utilizzano tecnologie all'avanguardia per l'efficienza energetica (a breve ne sarà inaugurato uno nuovo in Finlandia), che l'azienda utilizza edifici e veicoli ecologici e, soprattutto, investe in rinnovabili e risparmio energetico in maniera consistente. Pannelli solari fioriscono sui tetti e sui parcheggi di Googleplex, il quartier generale in California, milioni di dollari sono stati investiti in ricerca e sviluppo di tecnologie per l'energia verde.

Tutta questa iniziativa, insomma, sembra una mossa nell'ambito di una strategia di comunicazione che mira a rendere rilevante le iniziative di Google volte a rendere più sostenibile i loro servizi cloud in un'ottica che consideri tutte le attività dell'azienda, compresi i servizi per i dipendenti come i bus navetta che tagliano le emissioni che sarebbero prodotte dalle singole auto per raggiungere il posto di lavoro.

Stando a quanto calcolato da Greenpeace nell'edizione 2011 del rapporto “How dirth is your data”, lo studio che analizza l'impronta di carbonio dei principali protagonisti del cloud computing, gli sforzi del marchio californiano non bastano raggiungere la vetta della classifica delle prime dieci tra le più importanti cloud company al mondo (dominata da Yahoo! e con Apple fanalino di coda), ma le cose si muovono rapidamente nel mondo dei bit e la comunicazione, oltre che gli investimenti, può far fare passi da gigante.

 
Immagine di runJMrun
 


La manovra colpisce gli immigrati irregolari con la tassa sui money transfer

rimesse immigrati"Una norma aleatoria, di pochissimo gettito e di impatto politico sgradevole, visto che non si capisce perché accanirsi con gli immigrati e non con le rendite finanziare, che sono invece tassate al 12,50. Si colpiscono le fasce deboli senza un reale tornaconto, lasciando invece che i redditi più importanti e gli investimenti speculatori rimangano fondamentalmente intoccati". Il parere è quello di Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24ore, tra i molti scettici sull'ultima norma inserita nella manovra bilancio del Governo, approvata dal Senato. La legge introduce la tassa (un’imposta di bollo del 2%, di minimo 3 euro) sui trasferimenti di denaro all’estero attraverso le agenzie money transfer o altri intermediari finanziari. Una misura voluta dalla Lega e approvata con il no dell’opposizione, visto che colpisce soprattutto  gli immigrati e le loro rimesse all'estero. In pratica l'immigrato che deve trasferire 300 euro al paese d'origine, dovrà pagarne 6 al governo. Oltre alla percentuale prevista per il trasferimento stesso. Per capire bene di cosa si tratta, si pensi che nella sola Lombardia la cifra media che ogni immigrato spedisce a casa è di 200 euro al mese, 2321 all'anno, quasi il doppio della media italiana. Le rimesse che verranno colpite saranno quelle degli immigrati irregolari, visto che saranno esenti dall'imposta i trasferimenti effettuati da persone fisiche, munite di matricola Inps e codice fiscale.

Non è un caso che in Italia, negli ultimi anni, si siano moltiplicati i negozi che fanno da intermediari, legati soprattutto ai due colossi internazionali Money Gram e Western Union. A usufruire di questo canale legale un immigrato su due, mentre si sta sviluppando più lentamente la preferenza per trasferimenti bancari e attraverso le poste. Il vantaggio dei money transfer è che garantiscono un servizio velocissimo in quasi tutti i paesi del mondo, in cambio di una percentuale pari al 10% dell'importo trasferito. Ma c'è un'altra opzione, quella illegale. Ancora utilizzata da metà dei migranti, soprattutto dagli irregolari. Si tratta dei cosiddetti canali informali. I cittadini dell'est, ad esempio, affidano i propri risparmi ad amici o conoscenti che tornano in patria in auto o pullman. I latino americani ricorrono invece a corrieri che viaggiano in aereo per conto di agenzie, e non dichiarano la somma di denaro trasferita. Un altro sistema, infine, è quello delle carte di credito prepagate e spedite oltre oceano per posta ordinaria.

"Chi è irregolare, con la nuova legge sarà maggiormente incoraggiato ad appoggiarsi a metodi meno trasparenti", spiega Orioli. "E soprattutto non si tiene conto che spesso, in questi centri, a ricevere il pagamento ci sono altri immigrati, che spesso non hanno gli strumenti o la possibilità di effettuare un reale controllo sui documenti presentati, annullando così ogni efficacia della norma". Molto preoccupato è anche José Galvez, economista e responsabile del Senami, la segreteria nazionale dei migranti dell'Ecuador (tra le nazioni che più ricevono benefici dalle rimesse dall'estero): "Bisogna considerare che per i migranti queste agenzie di trasferimento sono veri e propri punti di riferimento, e piuttosto che aggravare la loro debolezza con una tassa di dovrebbero piuttosto aumentare i controlli. Certi centri, infatti, offrono ai migranti alternative creditizie non sempre regolari, approfittando della condizione vulnerabile di chi non ha alternative. Con agenti che spesso scompaiono con i pochi soldi risparmiati con tanta fatica da chi, lontano da casa, provvede alla necessità di intere famiglie con il suo lavoro".

Foto di Weegeebored



Acqua per tutti: il festival a Genova

acqua per tuttiIl mondo dell'acqua è al centro dell'attenzione in una iniziativa che, dicono gli stessi ideatori, vuole offrire molteplici argomenti a molteplici pubblici. Il tutto è a Genova (4-10 settembre) dove il Festival dell'acqua, si anima grazie a un tema centrale e attualissimo e grazie alla presenza di ospiti rilevanti come Giulio Giorello ed Emanuele Severino, che offrono uno sguardo filosofico, Pietro Grasso, che mette in evidenza il fragile filo che tiene insieme le risorse idriche e la legalità.

Dell'acqua si parlerà in termini filosofici, come di una risorsa essenziale alla vita; se ne discuterà in termini politici ed economici, come di una risorsa sulla quale si è da poco chiusa una contesa elettorale e il cui esito ha lasciato non poche code dietro di sé. Se ne parlerà come di un simbolo presente nelle religioni di tutto il mondo, elemento della spiritualità del mondo e la si guarderà anche con gli occhi dell'arte.
 

Il perché di un Festival così strutturato e dedicato a un tema così vasto lo abbiamo chiesto a Mauro D'Ascenzi, vice-presidente di Federutility, la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua e che organizza il festival.
“L'acqua è un mondo complesso e grande, che mette a nudo alcune delle contraddizioni del nostro paese per questo abbiamo voluto dare vita a una iniziativa che possa coinvolgere interessi specialistici degli addetti ai lavori, ma anche l'attenzione di persone più attente a tematiche culturali fino a raggiungere anche un pubblico generalista” ha spiegato D'Ascenzi.
 
Il tema è certamente di primo rilievo, è lo ancora di più in un anno che ha visto la popolazione italiana chiamata a pronunciarsi ma il cui esito lascia ancora domande molto aperte le cui risposte possono rivelarsi importanti, soprattutto in momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo. “Sugli investimenti da fare sul settore idrico  il referendum ha lasciato aperto un enorme punto interrogativo”, continua D'Ascenzi che sostiene la rapida e concreta realizzazione di una Authority sull'acqua che abbia il compito di definire modalità e tariffe, cioè quanta parte di queste debba essere dedicata agli investimenti.

Da qui partirebbe, secondo il vice-presidente di Federutility, la via d'uscita da uno dei paradossi italiani: “L'acqua ha bisogno di investimenti e questo vuol dire che è un settore che può produrre sviluppo e lavoro – conclude D'Ascenzi – allo stesso tempo si tratta di un settore che può soddisfare la propria domanda di investimenti con le sue stesse risorse: si tratterebbe quindi di una soluzione risolvibile senza toccare denaro dello Stato in un contesto in cui si propone anche come una risposta anti-crisi e in linea con le prospettive della greeneconomy”.

 
 


In Norvegia il carcere senza muri

Ci si arriva via mare, con un piccolo traghetto che parte da Horten, cittadina a un paio d’ore da Oslo. Un po’ come nei primi minuti di Shutter Island, quelli in cui l’isola-fortezza si avvicina allo sguardo degli spettatori in tutta la sua tetra inviolabilità, il carcere di Bastøy compare all’improvviso tra i flutti che circondano il fiordo della capitale norvegese. Solo che più ci si avvicina all’isola, più diventa chiaro che qui la situazione è tutt’altro che tetra.  

E che siamo molto lontani sia dalla fantasia cinematografica alla Scorsese che alle più reali Alcatraz, Rikers Island e Asinara. Perché a parte il fatto di sorgere su un’isola, Bastøy ha poco in comune con le carceri di massima sicurezza in cui finiscono i criminali considerati più pericolosi dalla società. E lungi dall’essere un monumento all’esemplarità della pena, è oggi considerato una delle prigioni di minima sicurezza più originali d’Europa.

Innanzitutto non ci sono sistemi di allarme. Si notano delle recinzioni, è vero, ma quelle servono solo a delimitare i pascoli dei cavalli e a ricordare a tutti quelli che possono visitare l’isola (che ospita in effetti una spiaggia pubblica) che, in fondo, lì c’è anche una prigione. Poi sulle alture di questo strano posto sorgono una serie di casette colorate, quelle che si possono osservare ovunque in Scandinavia. C’è una chiesa, alcuni edifici amministrativi, un supermercato. Il porticciolo e un faro guidano il traghetto che cinque volte al giorno porta sull’isola alimenti, familiari in visita e, naturalmente, i carcerati. Tutto intorno spiagge, campi, pinete. Su questo paesaggio idialliaco si affacciano le finestre delle baite in cui vivono i carcerati e dalle quali nessuno ha mai provato a fuggire.

Sull’isola arrivano assassini, stupratori, pedofili, rapinatori. Non si parla di crimini minori. Qui i detenuti vengono a scontare l’ultima parte della loro pena, in uno spazio che può ospitare al massimo 115 carcerati. A ogni nuovo arrivato viene insegnato già dal primo giorno come gestire tempo e risorse, rispettando una visione “antropologicamente ecologica” che mira ad aprire occhi e mentalità di chi ha commesso un crimine ma un giorno tornerà a vivere in società. Ognuno qui lavora, si occupa dei cavalli che servono a trasportare i generi di conforto dal porto alle “celle”, alimentando una sensazione di fiducia e responsabilità che aiuta molto a ritrovare un contatto con la realtà. Soprattutto se vieni da anni di isolamento. L’appello è due volte al giorno, nessuno manca mai. E nessuno ha mai provato a fuggire.

Bastøy inoltre gode di un clima molto favorevole, che fa sì che possa autoalimentarsi attraverso i pannelli solari presenti su tutta l’isola. I campi vengono coltivati, e i detenuti che vivono qui da un po’ di tempo hanno imparato a ricavare dalla terra prodotti di altissima qualità, che diventano gli ingredienti delle cucine interne ma anche di altre prigioni norvegesi. Il tutto in una visione secondo la quale il contatto e il rapporto quotidiano con la natura non possono che portare a un miglioramento della persona. E in Italia, sarebbe mai pensabile qualcosa del genere?

Marìka Surace



Eco-architetto, avere una casa a zero emissioni




Come azzerare i costi della bolletta elettrica? L'eco-architetto spiega come costruire case a zero emissioni, che non consumano combustibili fossili, che rispettano i principi della sostenibilità. Insomma, pensare al futuro del pianeta partendo dal nostro appartamento.



L'economia del futuro secondo Tim Jackson


La crisi dovrebbe averci dato la sveglia per un Green New Deal e stimolare l'economia verso la ricerca di soluzioni tecnologiche e verdi. Ma non è esattamente quello che sta acadendo. L'opinione di Tim Jackson.



Il parrucchiere ecologico, una sforbiciata alle emissioni di Co2


L'eco-coiffeur può risparmiare anche 2000 euro l'anno, in Italia sono appena 200 su 90mila saloni. Il racconto di Grazia parrucchiera verde a Milano.
Continua la rassegna sulle nuove professioni green.