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Come risparmiare l'acqua domestica

AcquaIspirati dall'esempio che Ipercoop Estense ha voluto dare ai suoi soci e ai cittadini delle provincie di Modena e Ferrara con la campagna sull'acqua, abbiamo pensato a come possiamo risparmiare l'acqua domestica e quella usata nei processi di produzione dei nostri beni di consumo.

Ecco quindi un piccolo prontuario per ridurre gli sprechi d'acqua, a partire dai piccoli gesti quotidiani, per passare ad azioni che contemplano la salvaguardia del pianeta.

Chiudere il rubinetto
Quando si lava qualunque cosa c'è una fase di insaponamento e una di risciacquo. Che siano i denti, i piatti, i capelli sotto la doccia, l'auto, è inutile lasciare aperto il rubinetto quando si insapona, si spazzola, si gratta: si risparmiano decine e decine di litri d'acqua e la coscienza ne esce perfino più pulita. Chiudere il rubinetto è anche un gesto, seppur a distanza, di rispetto per chi non ha diritto all'acqua potabile e in abbondanza.

Riciclare l'acqua
L'acqua di cottura della pasta e del riso è ricca di amido, ed è un potente sgrassatore per i piatti. L'acqua di lavaggio e cottura delle verdure può essere usata per innaffiare le piante. L'acqua di risciacquo dei piatti può essere usata per lo scarico del WC.

Ridurre i consumi
In genere i rubinetti moderni sono dotati dei rompigetto, dispositivi che aumentano la pressione dell'acqua aggiungendo aria al getto, facendo in modo di erogare meno acqua senza perdere potenza. Le cassette di scarico a doppio comando e i regolatori del flusso d'acqua possono portare un gran risparmio.

Mangiare vegetariano o ridurre il consumo di carne
Un kg di carne corrisponde al consumo da 15mila a 50mila litri d'acqua, e all’immissione in atmosfera di circa 20kg di CO2, calcolati in base agli apporti di tutta la filiera produttiva dell’industria: dalla produzione, al trasporto, alla somministrazione del cibo agli animali, dall’energia necessaria per il funzionamento degli allevamenti e dei mattatoi, dalla refrigerazione al trasporto delle carni e gli apporti di gas serra prodotti dall’apparato digerente degli animali.
Dunque con la scelta di mangiare carne riversa in atmosfera più di 2000kg di CO2 in un anno, pari al25% delle emissioni procapite (rapporto ENEA).

Lavatrice e lavastoviglie
A pieno carico e a basse temperature. Possibilmente scegliete elettrodomestici a basso consumo di acqua ed energia. Limitare l'uso dei detersivi richiede meno acqua per rimuoverli e riduce il rischio di contaminare abiti o alimenti, inoltre per non inquinare l'acqua si possono usare detersivi biodegradabili e atossici.

La parola conduce, l’esempio trascina
I bambini, ma anche molti adulti, prendono a esempio le azioni degli altri. Che esse siano positive o negative, le ricalcano sentendosi autorizzati a compierle a loro volta, spesso senza ragionare sulla loro correttezza.
Insegnare ai bambini il senso di civiltà, di rispetto per le persone e l'ambiente, di collettività e solidarietà, è un atto che parte dalle azioni del singolo cittadino e che contribuisce alla crescita di quelli che saranno gli adulti di domani.

In che modo trasmettete agli altri e mettete in atto i vostri valori ambientali?

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Mar, 24/01/2012 - 00:02 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Ipercoop Estense e la campagna sull'acqua del rubinetto

AcquaNel 2010 Coop lanciava la campagna consumeristica Acqua di casa mia, con lo scopo di sensibilizzare i consumatori su un corretto consumo dell'acqua.

Per contenere i costi ambientali del mercato dell'acqua, Coop ha promosso l'uso dell'acqua del sindaco e di acque minerali provenienti da fonti vicine, ma da oggi aggiunge alla sua iniziativa l'etichettatura sulla qualità dell'acqua: i cittadini delle provincie di Modena e Ferrara (29 comuni e 41 punti vendita), e presto di molte altre città d'Italia, potranno consultare una scheda informativa sulle caratteristiche chimiche e microbiologiche dell'acqua della propria zona, in modo da scegliere se e come comprare l'acqua in bottiglia.
Sono 6 gli indicatori che compongono l’etichetta, per ognuno dei quali vengono presentati il valore nell’ambito territoriale di pertinenza e il limite imposto o suggerito dalla legge: concentrazione ioni idrogeno, cloruri, ammonio, nitrati e nitriti, residuo secco a 180°, durezza.
"È una scelta forte e coerente coi principii di tutela dell'ambiente e di promozione del consumo consapevole", afferma il direttore Soci e Consumatori Coop Estense Isa Sala,filosofia che sposa appieno la mission dell'impresa. I consumatori devono essere messi nelle condizioni di scegliere responsabilmente, e il tema dell'acqua, così urgente, è il primo che viene trattato come una risorsa vitale e non un prodotto commerciale, anche a dispetto dei guadagni che l'acqua in bottiglia porta ai commercianti. In ogni punto vendita sarà quindi esposta l’etichetta delle acque in vendita e dell'acqua del comune di riferimento, con i dati aggiornati forniti dal gestore di competenza, oltre alle indicazioni su come raccogliere maggiori approfondimenti.

Perché è necessaria una nuova consapevolezza nei confronti dell'acqua che beviamo?
Costi ambientali: la legge impone numerosissimi controlli sugli acquedotti (igienici e sanitari), ciononostante i cittadini non sono sufficientemente informati sulla qualità della propria acqua e sulla possibilità di risparmiare denaro, emissioni di CO2, plastica delle bottiglie e degli imballaggi.
Costi famigliari: "Una famiglia di quattro persone spende ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa".
L’acqua in bottiglia è il più grande nemico dell’ambiente - Decrescita Felice
Costi sanitari: "Ma il pericolo maggiore delle acque minerali non è alla fonte, bensì nell'imbottigliamento: le bottiglie di plastica rilasciano lentamente nell'acqua contenuta sostanze tossiche, che possono causare effetti teratogeni, in specie serie malformazioni all'apparato genitale dei nascituri. Questi spiacevoli fenomeni di cessione divengono assai più perniciosi col calore: contaminazioni possibili, dunque, durante le lunghe giacenze nei magazzini di grossisti e di supermarket, ma anche sul balcone di casa se le bottiglie vengono lasciate esposte al sole. […]
Ideali, dunque, le acque nelle bottiglie di vetro; se di plastica, verificare che la data dell'imbottigliamento (sempre indicata, sull'etichetta, da quei piccoli taglietti) non sia molto indietro nel tempo. O, viceversa, che la data di scadenza sia più lontana possibile."
Quattro sberle in padella - Stefano Carnazzi Stefano Apuzzo

L'acqua non è una risorsa illimitata, e Coop, che conta più di sette milioni e mezzo di soci, vuole condividere e trasmettere la consapevolezza del peso che una scelta può comportare non solo sui bilanci famigliari ma anche sulla salute del pianeta.
Ogni anno gli italiani bevono una media di 195 litri di acqua minerale a testa (primi in Europa), e il trasporto dell'acqua in tutto il paese è causa delle emissioni di circa 480.000 tir. Parte della campagna è l'informazione sulle fonti locali e nazionali, sulla loro ubicazione geografica, le caratteristiche delle acque in vendita, consigli sul risparmio domestico dell'acqua. Inoltre le associazioni ambientaliste Legambiente, Greenpeace e WWF hanno collaborato a un dossier scientifico redatto con la supervisione di esperti.

Messaggio della campagna è Salvaguardiamo l’ambiente: scegli l’acqua del rubinetto o proveniente da fonti vicine: l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per circa 100km producono emissioni almeno pari a 10kg di CO2. Se invece si sceglie l’acqua di rubinetto, per ogni 100 litri erogati si emettono circa 0,04kg di CO2.
Chi vuole può decidere di cambiare abitudini e bere l’acqua di rubinetto, che normalmente è un’acqua di buona qualità e sicura.
Altrimenti si può scegliere di acquistare acque minerali vicine, così da limitare il trasporto su gomma e quindi le emissioni di CO2.
Le acque minerali, anche se scelte già da Coop da fonti relativamente vicine, continueranno a stare sugli scaffali, ma l’obiettivo è quello di costruire un’offerta trasparente ed esplicativa, per permettere al consumatore di scegliere consapevolmente.

Che tipo di acqua beviamo? In che modo la scegliamo? Quanto spendiamo ogni anno? Pensiamoci.

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Migranti di ieri, migranti di oggi

ImmigrazioneA Genova un viaggio “virtuale” consigliato a tutti

Il Museo Memoria e Migrazioni (MEM), inaugurato lo scorso 17 novembre all’interno del Galata di Genova, non è solo un’esposizione. E' piuttosto una straordinaria esperienza di riflessione sui “viaggi della speranza”, quelli del passato e quelli del presente. Pronti a salpare?

Un tempo non troppo lontano gli italiani erano un popolo di trasmigratori, costretti a emigrare per sfuggire alle disastrose condizioni economiche e alla povertà del nostro paese. Questo lo sappiamo, ma nessuno di noi li ha vissuti in prima persona. Al MEM, il lungo viaggio è stato meticolosamente ricostruito per mettere i visitatori, dotati di passaporto virtuale, nei panni dei migranti: si parte dai carrugi della Genova dell'Ottocento e ci si imbarca sul piroscafo Città di Torino. Sulla nave si trovano tutti i locali originali: gli alloggi per uomini e donne, l'infermeria di bordo, la cella per contenere i passeggeri pericolosi, e infine il refettorio. Tre sono gli approdi, corrispondenti ai principali luoghi di sbarco dei migranti italiani: l'Argentina tra 1860 e il 1880, il Brasile tra il 1880 e il 1892, gli Stati Uniti con Ellis Island dal 1892 in poi.

La prima tappa è il quartiere de la Boca, appena fuori Buenos Aires, dove si insediarono soprattutto liguri nella prima meta' dell'Ottocento, con le sue case dai colori vivaci e le note della milonga diffuse da un grammofono a 78 giri. Si passa poi al Brasile, dove si stabilirono circa 2 milioni di italiani tra il 1880 e il 1892. "Qui arrivavano cittadini padani chiamati dai fazenderi - racconta Pierangelo Campodonico, direttore del museo - per lavorare nelle piantagioni, mentre friulani, veneti, trentini e lombardi si avventurarono nelle foreste dove fu loro concesso un appezzamento di bosco''. L'ultima destinazione e' la famosissima Ellis Island, negli Stati Uniti, dove ogni migrante veniva visitato, numerato e valutato da un'equipe medica dal punto di vista intellettivo e psicologico prima che gli fosse concesso l'ingresso nel paese.

Terminata l'esperienza, i visitatori sono attesi da un brusco risveglio: da un passato dimenticato si torna al presente, in un salto che porta a confrontarsi con i migranti attuali, quelli che a migliaia sbarcano sulle coste italiane in condizioni e per motivi uguali o peggiori di quelli degli antenati italiani. Racconti di lunghi, durissimi, percorsi a piedi sotto il sole del deserto, di affetti divisi e infine del lungo, pericoloso tragitto attraverso un mare che non perdona, stipati in barche dalle condizioni precarie e sostenute solo dalla speranza di una vita migliore. E proprio su una "carretta del mare", un barcone utilizzato da un gruppo di immigrati per raggiungere l'Italia, si conclude il viaggio. Qui giacciono un giubbotto di salvataggio, un Corano, tazze e coperte, oggetti che accomunano migranti e fuggiaschi da ogni parte del mondo, una realtà che dopo anni di sbarchi - i primi risalgono agli anni '70 - sembriamo aver sfortunatamente dimenticato. Recuperare la memoria ci servirà?

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Ricordate Lomborg l'eco-scettico? In Danimarca gli tagliano i fondi

lomborgTrovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.

Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
 


 

Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.

L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.

 

Immagine di Mark McDermott

 



Acqua per tutti: il festival a Genova

acqua per tuttiIl mondo dell'acqua è al centro dell'attenzione in una iniziativa che, dicono gli stessi ideatori, vuole offrire molteplici argomenti a molteplici pubblici. Il tutto è a Genova (4-10 settembre) dove il Festival dell'acqua, si anima grazie a un tema centrale e attualissimo e grazie alla presenza di ospiti rilevanti come Giulio Giorello ed Emanuele Severino, che offrono uno sguardo filosofico, Pietro Grasso, che mette in evidenza il fragile filo che tiene insieme le risorse idriche e la legalità.

Dell'acqua si parlerà in termini filosofici, come di una risorsa essenziale alla vita; se ne discuterà in termini politici ed economici, come di una risorsa sulla quale si è da poco chiusa una contesa elettorale e il cui esito ha lasciato non poche code dietro di sé. Se ne parlerà come di un simbolo presente nelle religioni di tutto il mondo, elemento della spiritualità del mondo e la si guarderà anche con gli occhi dell'arte.
 

Il perché di un Festival così strutturato e dedicato a un tema così vasto lo abbiamo chiesto a Mauro D'Ascenzi, vice-presidente di Federutility, la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua e che organizza il festival.
“L'acqua è un mondo complesso e grande, che mette a nudo alcune delle contraddizioni del nostro paese per questo abbiamo voluto dare vita a una iniziativa che possa coinvolgere interessi specialistici degli addetti ai lavori, ma anche l'attenzione di persone più attente a tematiche culturali fino a raggiungere anche un pubblico generalista” ha spiegato D'Ascenzi.
 
Il tema è certamente di primo rilievo, è lo ancora di più in un anno che ha visto la popolazione italiana chiamata a pronunciarsi ma il cui esito lascia ancora domande molto aperte le cui risposte possono rivelarsi importanti, soprattutto in momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo. “Sugli investimenti da fare sul settore idrico  il referendum ha lasciato aperto un enorme punto interrogativo”, continua D'Ascenzi che sostiene la rapida e concreta realizzazione di una Authority sull'acqua che abbia il compito di definire modalità e tariffe, cioè quanta parte di queste debba essere dedicata agli investimenti.

Da qui partirebbe, secondo il vice-presidente di Federutility, la via d'uscita da uno dei paradossi italiani: “L'acqua ha bisogno di investimenti e questo vuol dire che è un settore che può produrre sviluppo e lavoro – conclude D'Ascenzi – allo stesso tempo si tratta di un settore che può soddisfare la propria domanda di investimenti con le sue stesse risorse: si tratterebbe quindi di una soluzione risolvibile senza toccare denaro dello Stato in un contesto in cui si propone anche come una risposta anti-crisi e in linea con le prospettive della greeneconomy”.

 
 


Il film di Lampedusa: Crialese vince a Venezia con i clandestini

terrafermaIl cielo e il mare sono gli stessi su cui Crialese si è già soffermato nel suo film più acclamato, Respiro. L'inquietudine e la sicilianità, con toni onirici e a volte cupi, sono quelli di Nuovomondo. Con il suo nuovo film, Terraferma, presentato in concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia e vincitore del prestigioso Premio della Giuria, il regista romano affronta il tema dell'immigrazione clandestina senza rinunciare allo stile che lo ha reso famoso.

Il film è stato il primo lungometraggio italiano ad aprire il Festival, e in un monento in cui Lampedusa è di nuovo al centro di polemiche e scontri politici, è stato un modo per soffermarsi sul volto meno mediatico di quest'isola, quello che più da vicino riguarda i suoi abitanti e le loro contraddizioni.

La storia è quella di una piccola isola siciliana con poco turismo:  l'arrivo dei clandestini africani che vedono nel lungo viaggio in mare l'unica speranza di ricominciare una nuova vita scombussola le vite di tutti, soprattutto quelle di chi, invece, l'isola la vede come un posto da cui partire, e non dove arrivare. Protagonista (insieme a Donatella Finocchiaro e ad altri volti noti dei film di Crialese) è Sara-Timnit, una giovane africana arrivata come migrante sull'isola, sia nella finzione che nella realtà. E la storia di Timnit è forse una trama nella trama stessa del film, perché è stata l'ispirazione che ha fatto capire al regista come raccontare in modo diverso le cronache che tutti i giorni passano quasi inosservate sui quotidiani.

Lo stesso Crialese, in un'intervista, ha spiegato come è venuto a conoscenza della storia di Timnit: "La sua foto l'ho vista su un giornale. La cronaca di uno dei tanti barconi della disperazione. Tre settimane alla deriva, 70 persone a bordo. Tutti morti, tranne cinque. Tra questi una sola donna. Lei. Il suo volto mi si imprime dentro. Voglio vederla con i miei occhi questa donna che ha traversato il mare, ha rischiato la vita per riscrivere la sua storia". Il regista chiede aiuto a Laura Boldrini (portavoce dell'Unhcr) e riesce a rintracciarla. "Viene da un Paese dell'Africa Centrale, ha 27 anni. Facciamo amicizia, le propongo di rielaborare insieme quello che ha vissuto".

Crialese prende informazioni dal sito di Gabriele Del Grande, Fortress Europe (che noi abbiamo intervistato e spesso citato sul nostro sito), dà corpo a queste prime idee, il film inizia a prendere forma. Ma dopo i titoli di coda la storia di Timnit va avanti, e come spiega lo stesso Crialese "è riuscita a raggiungere l'Olanda, ha sposato un suo connazionale, aspetta un bambino. Che nascerà a settembre, quando il film andrà a Venezia. Il vero lieto fine della storia è lei".



Ned Kahn, la forza della natura si fa arte

ned kahnColonne d'aria riempite di microscopiche perline creano dune di sabbia sempre in movimento. Un occhio rotante di vetro con dentro un mix di schiume colorate sembra contenere le tempeste  che si agitano nell'atmosfera di Nettuno e di Giove. Se avete mai visto simili spettacoli, allora siete stati ad ammirare una delle opere di Ned Kahn. Artista, scienziato, ingegnere e creativo, tutte queste sono definizioni che non possono distinguersi e devono stare insieme per descrivere la figura di Kahn, lo scultore che gioca con le forze della natura mettendo in scena effetti stupefacenti. Come il Rain Oculus installato nel complesso di Maruna Bay Sands a Singapore. Una scultura cinetica che da sopra mostra un vortice d'acqua di oltre 20 metri di diametro, ma sotto offre ai passanti un meraviglioso lucernario e una poderosa cascata integrata nel sistema idrico del palazzo. Avalanche (Valanga) dà invece il titolo a una ruota mobile che, riempita con sabbia e perle di vetro che fluiscono insieme, dà vita a una sinfonia di movimenti, evocando così le dianmche che muovono il suolo, la sabbia e la neve. 
 
Dopo aver studiato botanica e scienze ambientali, all'università del Connecticut, Kahn ha lavorato per anni all'Exploratorium di San Francisco, una sorta di museo di meraviglie della tecnica e della natura, dove ebbe come mentore il fisico, e fondatore del museo californiano, Frank Oppenheimer al quale il giovane artista faceva domande semplici sulle leggi della scienza e riceveva risposte illuminanti. Come quella volta, ricorda Kahn, che gli chiese che cosa è che si muove dentro ai fili elettrici quando accendiamo la luce. La risposta arrivò dopo una lunga esplorazione dell'edificio che doveva essere stata un vero viaggio nella scienza; ma alla fine lo scienziato concluse: “In effetti non sappiamo cosa si muove dentro il filo elettrico”.
Per Kahn fu come un “risveglio” che gli rese chiaro come quello che noi conosciamo del mondo, dice nell'articolo del sito The Smithsonian.com, è basato su nostre visioni parziali, su quello che riusciamo a vedere attraverso “finestre piccolissime”. Da quel momento in poi “L'idea dei limiti – i limiti di quello che è davvero conoscibile – ha attraversato ogni cosa che io abbia fatto”.
Le opere di Kahn sono realizzate in giro per il mondo, qualcosa ad esempio si può ammirare anche in una esposizione dedicata all'acqua al Peabody Essex Museum. Molti dei suoi lavori, realizzati in collaborazione con architetti, fanno parte degli edifici in cui si trovano. Non sono semplicemente opere che producono un effetto a beneficio di chi le vede, ma hanno una funzione per l'intero edificio.
È il caso ad esempio di un lavoro che sta curando attualmente in un palazzo di San Francisco dove dimostra un approccio rivoluzionario verso l'energia eolica. Una volta terminato il progetto,  un canale risalirà l'edificio sostenendo un torre di turbine eoliche che immetteranno energia eletttrica direttamente nella rete del palazzo.
“Mi hanno sempre eccitato i progetti in cui quello che stessi facendo fosse utile”, dice Kahn che è molto incuriosito dall'utilizzo artistico ed energetico di turbine eoliche. Queste tecnologie sono oggetto di molte critiche e pregiudizi, dice, “la gente pensa che siano brutte, rumorose e che uccidano gli uccelli. Ma credo che ci sia una grande per me di contribuire a far cambiare idea alle persone e mostrare che si può fare energia pulita in maniera meravigliosa”.
 
 


Ven, 05/08/2011 - 12:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Il petrolio uccide la terra di Saro-Wiwa, Shell ammette proprie colpe

delta nigerCi eravamo abituati a parlare della tragedia ambientale del Golfo del Messico, avevamo visto la marea nera di Deepwater Horizon  come un evento gravissimo nella sua eccezionalità. Eppure le fuoriscite di petrolio non sono eventi eccezionali in una zona martoriata da guerre e disastri ambientali come il Delta del Niger. Oggi, fa notizia il fatto che la Shell abbia riconosciuto la propria responsabilità riguardo a due perdite di petrolio che nel 2008 hanno interessato la condotta che attraversa l'Ogoniland. I danni prodotti dal petrolio fuoriuscito dalla condotta, riporta il quotidiano inglese “Guardian”, ha letteralmente devastato i 20 km quadrati che compongono la rete di corsi d'acqua e di insenature dai quali dipende la popolazione della regione per la produzione di cibo, per l'approvvigionamento idrico e di carburante.
La Shell si era inizialmente offerta di risarcire la popolazione locale con circa 4mila euro e degli approvvigionamenti di riso, fagioli, zucchero, pomodori e olio di arachidi. Ora, dopo aver ammesso la propria responsabilità in seguito ad una class action promossa dallo studio legale inglese Leigh Day and Co., il risarcimento si aggirerà introno alle centinaia di milioni di dollari americani.
 
Le lotte che ruotano intorno al petrolio in Nigeria, e in particolare nella zona del Delta del Niger, affliggono quelle popolazioni e quella terra da anni. La presenza di compagnie petrolifere europee risale alla fine degli anni Cinquanta e già dai Settanta si inizia ad avere notizie di fuoriuscite di greggio che danneggiano il terreno producendo danni all'ambiente e alla salute dei nigeriani.
Nel 1990, dopo l'annuncio del governo di dare spazio a nuove licenze per lo sfruttamento petrolifero del suolo, nasce la resistenza non violenta del popolo Ogoni che ha tra i suoi leader il poeta Ken Saro-Wiwa, cinque anni più tardi accusato di incitamento all'assassinio e condannato a morte ed ucciso dal governo militare nigeriano. Anche in quel caso la Shell acconsentì a pagare come risarcimento una somma di circa 15,5 milioni di dollari Usa per aver ammesso, quattordici anni dopo la morte del poeta nigeriano, la propria connivenza per l'esecuzione di Saro-Wiwa e di altri otto leader delle tribù Ogoni.
La resistenza non violenta è stata superata da un'escalation di violenza che, di fronte al continuo degrado ambientale e socio economico dell'area, vede gruppi armati operare azioni di sabotaggio delle condotte e rapimenti di funzionari delle compagnie petrolifere. Oggi l'Ogoniland è una terra letteralmente martoriata dall'oltraggio ambientale che costringe le popolazioni lontano da ogni prospettiva di sviluppo, come si legge anche nel recente rapporto dell'Unep in cui le Nazioni Unite evidenziano come il Delta del Niger stia soffrendo terribilmente l'inquinamento da petrolio, una situazione tanto grave che per essere sanata richiede dai 25 ai 30 anni per un costo non inferiore al miliardo di dollari. 

Immagine di Rhys

 


Quorum! Fumata bianca per i referendum

referendum quorumAlla fine il quorum è arrivato. Probabilmente le persone che ci speravano domenica mattina erano più di quelle che ci credevano, e le giornate delle votazioni sono state un susseguirsi di speranze, ogni intertempo, ogni rilevazione ha dato il via a una serie di deduzioni, di confronti, di calcoli per rafforzare la scaramanzia o per dare energia a una convinzione e alimentare la speranza. Quanto hanno contato internet e i social network in tutto questo? Difficile dirlo. Perché sicuramente al raggiungimento del quorum (che non accadeva dal 1995) hanno contribuito diversi fattori, dai drammatici incidenti di Fukushima, al clima politico nazionale, fino al definitivo inserimento del quesito sul nucleare tra le schede da votare. Alla fine anche i boicottaggi e l'infinita serie di ostacoli che si sono messi tra la campagna referendaria e il quorum si sono mostrati sterili, almeno  più sterili di quanto non sia riuscita a fare la rete di messaggi e di iniziative che hanno popolato i social network. Mentre inizia lo spoglio delle schede, infatti, una cosa si può già affermare: il web italiano segna un momento importante nella politica del nostro paese perché in questi referendum, come nei ballottaggi delle recenti amministrative, Twitter e Facebook sono stati un fiorire di iniziative tutte cresciute nel campo della corsa al quorum (e delle motivazioni per il Sì), politicamente schierate. Forse più di altre volte, ma quello che conta è che questa volta (alle amministrative come al referendum) il risultato finale va nella stessa direzione in cui tirava il vento del web. 
 
Il quorum c'è. Ora si può dire, dopo l'altalena delle rilevazioni che è stata un continuo crescendo. Oltre l'11% a mezzogiorno di domenica; alle 19 il Ministero dell'Interno diceva che si era superato il 40% e i commenti degli esperti erano tutto un confronto con gli andamenti dei referendum passati, calcoli e proiezioni facevano immaginare che il quorum sarebbe arrivato. La mattinata di lunedì era fatta di indiscrezioni e un nuovo colpo di teatro arrivava dal Viminale, con il Ministro Maroni che ad urne ancora aperte annunciava il raggiungimento del quorum. Un colpo basso secondo alcuni.
Ma appena arrivate le 15 i primi dati ufficiali parlavano chiaro.
Certo i social network non sono stati a guardare e sono stati un fiorire di iniziative e ashtag, come #iohovotato che ha registrato un notevole successo. Ma soprattutto Twitter e gli altri hanno tenuta viva l'informazione, perché se volevate sapere al volo le cifre sull'affluenza, che ci si poteva aspettare per il risultato finale e come si potevano confrontare i dati con i referendum passati, il modo più semplice era una ricerca su Twitter, un solo click ed eravate a contatto con le informazioni più aggiornate e, facendo un po' di attenzione, attendibili. Sì, a guardare i referendum la rete ha funzionato e i social network si sono mostrati qualcosa di più di semplice cazzeggio. Chi impara a utilizzarli bene ha una possibilità in più. Anche in politica.


Lun, 13/06/2011 - 15:12 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tutti gli sgambetti al referendum. Ora tocca agli italiani all'estero

referendum nucleareÈ uno stillicidio senza fine. Ogni giorno ce n'è una nuova a fare di questi referendum più una corsa a ostacoli che una tornata di voto. Oggi campeggia il tema delle schede degli italiani all'estero. La questione è facile da raccontare ma, sembrerebbe, difficile da districare. In sostanza, come sempre accade, gli italiani residenti all'estero consegnano le schede con il proprio voto al consolato italiano del paese di residenza. Queste schede sono quindi consegnate in anticipo rispetto a quando vengono recapitate nei seggi italiani. Sembra logico: il tempo di inviarle, di far votare, di raccoglierle e di farle tornare indietro disponibili per il giorno dello spoglio. Un giro del mondo, andata e ritorno. In poche parole: gli italiani all'estero hanno già votato i quattro quesiti sul referendum, solo che uno di questi è cambiato. Come saprete, il quesito sul nucleare è diverso da quello originale, ed è cambiato per effetto del decreto omnibus e della sentenza della Cassazione che ha riammesso il tema dell'energia alla consultazione.
Come conteggiare questi voti? Si possono sommare a quelli che si esprimeranno il 12 e 13 giugno? Oppure bisogna annullarli e far votare da capo queste persone? La risposta, ancora una volta, nascerà da un tribunale, per la precisione dall'Ufficio centrale per la circoscrizione estero presso la Corte d'Appello di Roma.
Dall'incidente di Fukushima in poi, la storia della scheda grigia, quella dedicata al nucleare, non ha avuto per niente vita facile. Prima la moratoria del governo e la decisione di abrogare la legge per decreto, poi la riammissione del quesito, nel frattempo la campagna di comunicazione istituzionale sui referendum che non partiva. Successivamente i telegiornali diramavano servizi con date false per le consultazioni elettorali. 
 
E adesso che può succedere? Gli scenari possono essere diversi. Uno, il più semplice, è quello di chi sostiene che basterebbe sommare le schede di chi ha già votato all'estero con quelle che saranno riempite il 12 e il 13 in Italia. C'è chi dice di non considerare il voto degli italiani all'estero nel conteggio del quorum. Addirittura c'è chi dice che chi vive fuori dal paese non ha alcun interesse nella materia dei quesiti e quindi il loro voto è "un'enorme assurdità". Ma potrebbe anche darsi anche il caso che che i nostri connazionali che risiedono in un altro paese debbano votare in un secondo momento. In ogni caso, è prevedibile che una pioggia di ricorsi inondi i risultati del referendum.
È tutto molto complicato, e in rete non mancano di sollevarsi voci di indignazioni che potremmo racchiudere nelle parole di Gianni Riotta:
“Temo mi abbiano fregato il voto ai referendum: che pena, che caos”.
 
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Il nucleare porta ai seggi l'80% degli italiani

referendum nucleare sondaggiIl sondaggio appare sulle pagine del quotidiano La Stampa, realizzato dall'Istituto Piepoli. Alla domanda “Lei personalmente ha già programmato di andare a votare?” il 78% degli intervistati avrebbe risposto “Certamente/Probabilmente Sì”, il 20 percento sarebbero decisi a non presentarsi ai seggi e solo un 2 per cento risulterebbe senza opinione. Realizzato il 6 giugno, il sondaggio dimostrerebbe quanto vale la forza di attrazione che il quesito nucleare sta esercitando sul raggiungimento del quorum necessario a rendere valido il referendum del 12 e 13 giugno. Non circolano sui media sondaggi sul risultato finale del referendum, anche perché è facilmente ipotizzabile che se si raggiungesse il quorum sarebbero i Sì ad ottenere il maggior numero di schede, però alcuni sondaggisti si sbilanciano su analisi che riguardano il quorum e, dicono Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, il quesito sul nucleare aumenta le chance di arrivare al quorum. 
A portare in questa direzione, probabilmente, c'è anche il parere della Corte Costituzionale che ha definitivamente dichiarato valido e ammissibile il quesito sul nucleare. 

Continuano comunque le polemiche che riguardano gli spazi di informazione dedicati alla consultazione referendaria, in particolare riguardano i tempi con cui è partita la campagna di informazione da parte del servizio pubblico e gli spazi del palinsesto dedicati alle tribune e agli spot che non sarebbero, dicono alcuni, conformi  a quanto stabilito dai regolamenti  che obbligano a mandare in onda questi programmi dalla data di indizione del referendum (il 4 aprile) “nelle fasce orarie di maggior ascolto”.

Una nuova polemica nasce poi dalle informazioni sbagliate che sono state diffuse da telegiornali nazionali (Tg1 e Tg2) nei cui servizi si dice che il referendum avrà luogo in date diverse dal 12 e 13 giugno. Errori che hanno portato l'Authoriy per le comunicazioni a richiamare le reti dopo aver rilevato carenze nell'informazione in tema di referendum. Per l'Agcom, quindi, la Rai dovrà provvedere alla diffusione di messaggi autogestiti e tribune elettorali nella fasce di maggior ascolto (tra le 18,30 e le 22,30) e “a garantire una rilevante presenza degli argomenti oggetto dei 
referendum  nei telegiornali e nelle trasmissioni informative di maggior ascolto di tutte le tre reti generaliste”.
 

 
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Mer, 08/06/2011 - 09:37 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tam-tam Facebook, i referendum e la mobilitazione

referendum nucleare acquaSe c'è una cosa che i social network sanno fare bene è mobilitare le persone verso un obiettivo, uno scopo ben chiaro. Twitter, Facebook e Friendfeed sono spesso accusati di essere il luogo privilegiato delle chiacchiere perditempo, della futilità senza contenuto. Sempre più spesso però  i social network fanno parlare di sé in maniera diversa, protagonisti attivi di un mondo della comunicazione che cambia e strumenti nelle mani di un pubblico attivo, volenteroso non solo di comunicare, ma anche di agire attraverso quello che si scrive sull'internet. I social network sono fatti apposta per i tormentoni, come è successo ad esempio nella campagna elettorale delle amministrative dopo il faccia a faccia tra Moratti e Pisapia. Le piazze telematiche hanno questa speciale capacità di mobilitare, di creare seguito intorno a una campagna. Come sta succedendo per  i referendum del 12 e 13 giugno.

È tutto un fiorire si iniziative che raccolgono adesioni e “like” da ogni angolo del web. La più comune è la classica mossa da Facebook, e cioè la sostituzione della foto del proprio profilo con una immagine che esprima chiaramente un messaggio. La più diffusa è probabilmente quella con i quattro “Sì” colorati che circondano la data della consultazione referendaria.

Poi ci sono vere e proprie campagne che nascono appositamente per l'occasione. Alcune mantengono lo spirito un po' goliardico che circola per il web e mantengono alto il livello dell'umorismo. Altre invece sono invenzioni finalizzate a tramutare un sentimento, una opinione, una intenzione di voto, in un'azione concreta. Sono queste le iniziative che sfruttano forse al meglio il potenziale del web e che ad ogni circostanza dimostrano sempre qualcosa in più della capacità dei social network di richiamare l'attenzione delle persone per invitarle ad impegnarsi attivamente.

Tra le più note di queste campagne c'è il Taxiquorum. La questione è semplice e si traduce in una domanda: “Te la senti di accompagnare al seggio una persona che da sola non potrebbe andare a votare al referendum del 12 e 13 giugno?”. Se la risposta è sì basta mandare una mail all'indirizzo indicato e dichiarare la propria disponibilità. In poche ore l'iniziativa ha preso a rimbalzare su Facebook, gli altri social network e sulla blogosfera (fino a far parlare di sé anche sull'Espresso). Insomma, grande successo di adesioni da cui è nata una specie di rete nazionale di tassisti da referendum e un RadioTaxiQuorum da chiamare se ci si mette a disposizione oppure se si ha bisogno di un passaggio per il seggio (il n. telefono è 377.3197008).


Non mancano poi i giochi di parole. Uno dei più incisivi sulla rete è stato probabilmente il BattiQuorum, organizzazione no-profit che ha creato il proprio angolino di Facebook con l'obiettivo dichiarato di “portare al voto 25 milioni di persone per il referendum del 12-13 giugno”. Il logo con i cuori tricolori sotto la scritta “Io non mi astengo” campeggia nel profilo di molti utenti di Facebook, oltre 20mila sono apprezzamenti per questo spazio da dove partono e si coordinano iniziative in numerose città italiane.

Innumerevoli sono i video che su Youtube sostengono il referendum e che, postati di blog in blog, rimbalzano per la rete allungando la coda dei destinatari del messaggio. Sono, ad esempio, questo video.


 

Oppure ci sono siti che raccolgono testimonianze di personaggi noti e notissimi sulle questioni referendarie. Referendumacqua.tv, ad esempio, mette insieme molti video che girano in rete e le dichiarazioni di nomi eccellenti come Camilleri, Vecchioni, Ettore Scola e molti altri.

 

Questa è solo una piccola rassegna di quello che sta accadendo in rete intorno ai referendum del 12 e 13 giugno. Molte altre ce ne sono che non abbiamo citato e che ci sono sfuggite. Aiutaci a rintracciarle e a navigare nell'informazione dei social network. Segnala una iniziativa o una campagna che reputi particolarmente interessante e contribuisci a farla rimbalzare nella rete.

 

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Lun, 06/06/2011 - 16:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Fino al referendum dentro un rifugio antinucleare

i pazzi siete voi - nucleareSette ragazzi si sono barricati dentro un rifugio anti nucelare. “Roba da matti”, direte voi. E invece “I pazzi siete voi”, rispondono loro dalla loro casa sigillata. Voi che pensate che il nucleare sia l'energia del futuro, che le centrali non diano problemi, che siccome ce l'hanno tutti ce le dobbiamo costruire anche qui in Italia. E allora, col supporto di Greenpeace, Alessandra, Pierpaolo, Luca, Giorgio, Silvio, Alice e Marco si sono barricati, proprio come se fosse scoppiata una centrale nucleare e si vivesse in pieno allarme atomico. Si sono chiusi nel rifugio, hanno scorte alimentari che non prevedono cibi freschi e da lì, comunicando con l'esterno solamente attraverso internet, portano avanti la loro protesta. Che però solo protesta non vuole essere, ma vuole anche sollecitare chi arriva in contatto con loro (e sono tanti, dai social network attraverso il loro sito web www.ipazzisietevoi.org), a firmare la petizione contro il nucleare.
 
Ci siamo incuriositi, abbiamo provato a contattarli e, rigorosamente via web, ci siamo fatti spiegare che cosa ci stanno a fare dentro una casa sigillata.
“Il nostro obiettivo principale è sollecitare le persone affinché si attivino per combattere un eventuale ritorno del nucleare in Italia, chiediamo la possibilità di votare il referendum e quindi siamo qui per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica  riguardo”.
In effetti è scritto anche sul loro sito: “Non usciremo finché il referendum non cancellerà l'incubo nucleare”. 
Le comunicazioni, si diceva, solo attraverso internet che consente di avere un rapporto diretto con le persone, un dialogo. “Lo strumento principale è il nostro sito, pubblichiamo ogni giorno un diario su quello che facciamo, mettiamo online video, postiamo su Facebook”. 
E che cosa vi dicono? Cosa vi chiedono le persone che vi seguono sul web?
“Ci sostengono, manifestano apprezzamento per il fatto che qualcuno si attivi e cerchi di portare la loro opinione in pubblico. Ci chiedono che difficoltà troviamo a vivere in queste condizioni, con acqua e cibo razionati. La vita non è facile dove esplode una centrale nucleare”.
Qualcuno però fa anche domande un po' provocatorie, perché non sono d'accordo con queste iniziative, oppure non le capiscono, le considerano inutili. Ad esempio, sul profilo Facebook di Avoicomunicare, ci hanno proposto di chiedervi: ma che cosa pensate di dimostrare?
“Innanzitutto vogliamo dimostrare che molti italiani non sanno ancora, a circa venti giorni dalla data del voto, se ci saranno e quali saranno i referendum. Poi vogliamo dimostrare che esiste attualmente gente, come a Fukushima, che vive in queste stesse condizioni e vogliamo mostrare quanto può diventare difficile una giornata se per caso, senza averlo scelto, si abita vicino a una centrale nucleare”.
Ora però basta con le chiacchiere, che dentro il rifugio ognuno ha le sue cose da fare dettate dall'organizzazione del lavoro, ci sono i turni per pulire, cucinare, lavorare al computer. Rimane giusto il tempo per lanciare un appello e invitare le persone a firmare la loro petizione impegnarsi a votare sì al prossimo referendum del 12 e 13 giugno.
 


Acqua pubblica o privata?

acqua referendum privatizzaizoneDell'acqua bisognerebbe parlarne di più. Ci vorrebbe molta informazione in più di quella che riesce a passare sui giornali, in tv, anche sull'internet. Innazitutto è un bene indispensabile che utilizziamo ogni giorno e intorno al quale si muove un complesso sistema di leggi e di denaro. Poi ci sarà il referendum, e nonostante questo non è che se ne parli un granché.
E poi è una questione assai complicata, se si vuole prendere posizione ed esprimere una decisione, bisognerà pur capire, almeno un poco, che cosa c'è dietro tutta la questione dell'acqua. E allora siamo andati da un esperto come Antonio Massarutto, e gli abbiamo chiesto di aiutarci a fare un po' di chiarezza. Sul quesito del referendum, ma soprattutto su quello che si nasconde dietro la gestione dei servizi idrici.
 
“Non parliamo dell'acqua – spiega Massarutto – ma dei tubi”. Parliamo di acquedotti, condotte, fogne, tutto quello che serve per la gestione dell'acqua, parliamo dei servizi idrici e della loro gestione, tema affrontato nel libro Privati dell'acqua? Tra bene comune e mercato (Mulino). “Ci siamo dimenticati che l'acqua è anche un dovere”, spiega il professore. “Il nostro sistema idrico  è ben al di sotto degli standard che un paese come l'Italia si aspetta dai suoi servizi pubblici. Servono  investimenti che non sono poi così enormi. Oggi noi spendiamo per l'acqua circa 90 euro l'anno pro capite, quando avremo messo a regime tutti gli impianti, questi novanta euro potranno aumentare, poniamo l'ipotesi che raddoppino e che arrivino a 200 euro pro capite, si tratta di dieci euro al mese, cifre che davvero non possono spaventare l'ottava potenza economica al mondo. Bisognerà capire come distribuire queste spese tra i cittadini, perché ovviamente non tutti devono pagare allo stesso modo. Ma stiamo parlando di una cifra che è meno di quanto l'italiano medio paga per l'acqua minerale”.
 
Il fatto però è, ed è anche al centro del dibattito sul referendum, chi debba fare questi investimenti. Insomma, il pubblico o il privato? “Quello che ci serve – spiega Massarutto – è un bravo idraulico, possiamo scegliere se assumerne uno direttamente noi, e quindi affidarci a un servizio pubblico, ossia erogato da un'azienda la cui proprietà sia di un ente pubblico; oppure possiamo decidere di affidarci a un professionista provato a cui chiedo di soddisfare determinate esigenze e standard del servizio. Se ci mettiamo in questa prospettiva forse riusciamo a far perdere valenza simbolica alla questione della privatizzazione”. Che, spiega il professore nei suoi libri e nei suoi articoli, non implica il metter fine all'universalizzazione di un bene comune il cui accesso è un diritto inalienabile per tutti. È possibile, dice, coinvolgere i privati senza che l'acqua diventi dei privati. “Il fatto è che la gestione dei servizi idrici richiede di mobilitare risorse per fare gli investimenti, questi  non possono venire che dal mercato finanziario e quindi vanno restituiti e remunerati. È una cosa che vale qualunque sia il gestore, pubblico o privato”. 
 
Ma la battaglia del referendum è tutta qui. Pubblico contro privato. Diritto contro profitto. “Nel referendum – dice Massarutto – bisogna distinguere il significato tecnico dal significato politico. I quesiti referendari devono necessariamente proporre l'abrogazione di una norma e di una parte del suo testo. La campagna di comunicazione però acquisisce una valenza più ampia del testo che mira ad abrogare. Quindi si dice che si vota contro la privatizzazione dell'acqua pubblica, ma invece ci si esprimerà su una norma che obbliga i comuni a mettere in gara i servizi pubblici locali in un certo modo”. 

Proviamo a capire qualcosa di più. Prima del decreto Ronchi, oggetto del referendum, la legge offriva agli amministratori due possibilità: la gestione diretta un'azienda pubblica, oppure il coinvolgimento di un privato facendo una gara. La nuova legge dice in sostanza che il comune deve in ogni caso fare la gara, “ma a questa – specifica il professore – può partecipare anche l'azienda pubblica ed è l'amministrazione a scegliere il vincitore. Quando il comune ha un'azienda pubblica che opera da diverso tempo, questa ha quindi una posizione di vantaggio per esperienza, per conoscenza del territorio e di particolari operativi che riguardano quel particolare servizio. Dove c'è una buona azienda pubblica sarà questa a vincere la gara”.
Inoltre non è detto che il servizio idrico vada sempre e comunque sottoposto a gara. Questa, infatti si può evitare se l'amministrazione dimostra che l'azienda pubblica è efficiente, non ha conti in dissesto, fornisce i servizi nel modo in cui sono stati richiesti, ha costi paragonabili o inferiori agli altri, reinveste gli utili. In altre parole la gara si può evitare se si riesce a dimostrare che non porta alcun beneficio alla gestione del servizio. E ci sono anche altre circostanze in cui la legge prevede la possibilità per cui la società pubblica (o partecipata) può mantenere il servizio: “Se l'amministrazione pubblica vuole mantenere l'esistente – spiega Massarutto – può farlo purché faccia entrare nella proprietà un partner capace di rafforzare la società esistente sia dal punto di vista finanziario che industriale.
Molti pensano che privatizzare significhi regalare a un privato le chiavi di accesso a un bene essenziale in modo che questo ci possa lucrare sopra. Invece non è così, perché le caratteristiche del servizio sono decisi dal soggetto pubblico, gli investimenti da fare sono decisi dal pubblico. Solo che alla fine c'è una equazione contabile che va rispettata: ricavi meno costi uguale zero. Se non si rispetta questa equazione l'azienda fallisce, sia essa pubblica o privata”.
 
 


Che fine hanno fatto i referendum?

referendum acqua nucleareReferendum sì o no? Non si sa. In effetti è probabilmente la prima volta che succede una cosa del genere, ma tutta la macchina che porta ai referendum fissati per il 12 e 13 giugno 2011 si muove in maniera mostruosamente lenta. Innanzitutto uno dei quesiti, quello su cui l'opinione pubblica pubblica ha mostrato maggiore sensibilità, quello sul nucleare insomma, potrebbe scomparire del tutto dalla partita e così ai seggi potremmo trovare solo tre schede (due per l'acqua e una per il legittimo impedimento). Tutta l'informazione istituzionale che dovrebbe essere garantita nel periodo che precede la consultazione, inoltre, si sta allestendo con fatica, tempi lunghi e non poche difficoltà. E infine, anche i tre quesiti su cui in ogni caso ci si dovrebbe esprimere a giugno, potrebbero risentire dell'assenza o meno della quarta scheda, e quindi non raggiungere il quorum, il numero necessario di votanti per rendere effettivo l'esito della tornata elettorale.
Una cosa alla volta, vediamo cosa sta accadendo.
 
Il quesito nucleare ci sarà al referendum, sì o no?
La risposta a questa domanda può darla solo la Corte Suprema della Cassazione. E non subito. Dopo i fatti di Fukushima, il governo rilevando una sensibilità accesa da parte dell'opinione pubblica, ha stabilito una moratoria che rinviasse di un anno almeno la discussione sulle decisioni da prendere in fatto di centrali. In un secondo momento, con un articolo contenuto nel decreto omnibus, ha di fatto abrogato una parte della norma che è oggetto del quesito referendario. Ora, il decreto non incide sulla possibilità del referendum finché non si tramuti in legge, cosa che deve accadere dopo che sia discusso alla Camera (la discussione in Senato è già avvenuta). La votazione è prevista per il 18 maggio dopodiché, una volta che la legge votata dal Parlamento sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, la corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi sul futuro del quesito referendario e cioè deciderà se il la scheda sul nucleare sarà o meno a disposizione degli elettori nella consultazione di giugno. L'ultima parola sulla questione potrebbe quindi arrivare molto vicino alla data del referendum con implicazioni notevoli anche sugli altri quesiti.
 
Effetto traino sul quorum
Senza la scheda sul nucleare, dicono molti sondaggisti, è probabile che il quorum non si raggiunga, che meno del 50% degli aventi diritto si presenti alle urne e quindi che tutta la consultazione risulti alla fine nulla, con conseguenze anche sugli altri argomenti, acqua e legittimo impedimento, che sembrerebbero non attirare troppi elettori, considerato anche il fatto che il 15 e il 16 maggio ci saranno in molte città le elezioni amministrative, in alcune di queste ci sarà il ballottaggio dopo due settimane e il referendum sarà per questi elettori la terza chiamata alle urne in meno di un mese.
 
Avete sentito parlare dell'acqua?
Intanto però è certo che questi altri due quesiti al referendum ci saranno, ma se ne parla poco, pochissimo. In teoria le procedure di comunicazione istituzionale da parte della Rai avrebbero dovuto avviarsi “dalla data di indizione del referendum”, dice la legge (28/2000, art.4). E cioè dal 4 aprile. Dopo un mese che tutto era fermo, c'è voluta la sveglia del Presidente della Repubblica per mettere in moto la macchina dell'informazione istituzionale. Che ha i suoi tempi. Le tribune elettorali, ad esempio, hanno bisogno di almeno 15 giorni per essere organizzate, allestite, pianificate in modo da assegnare gli spazi in modo imparziale. Prima del 22 maggio è impossibile metterle in onda. Gli spot istituzionali e gli spazi autogestiti hanno preso il via, in effetti. I primi pare che siano andati in onda in orari non proprio da grande pubblico (o, come recita il regolamento, «nelle fasce orarie di maggiore ascolto»): 7,25 su Rai3, l'una di notte su Rai1 e  17,41 su Rai2. Quanto ai secondi, stando a una comunicazione della Rai, in radio passeranno alle 14,33 circa su Radio1 e alle 22,24 circa su Radio2, in tv è previsto un unico spazio su Rai3 alle 9,00. 
Chi volesse informarsi, comunque, ha sempre l'internet a disposizione. Sul sito del comitato per il Sì, ci sono diversi materiali, compresi gli spot e il messaggio di Adriano Celentano.


Mer, 11/05/2011 - 12:09 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Nucleare, perché il referendum si deve fare


«Siamo un paese dove la salvaguardia dei cittadini viene molto dopo gli interessi particolari. Apprezzerei un governo che non nascondesse il rischio nucleare e dicesse che non esistono alternative. Ma le cose non stanno così». Il sogno utopico di una quarta generazione di centrali e il famoso 20-20-20 uscito dalle prospettive del governo. Intanto l'Europa ci invita a investire seriamente sulle rinnovabili. Gianni Mattioli - fisico, ambientalista e ex ministro - critica le scelte di politica energetica italiane governate da miopia nel migliore dei casi (in certi casi è vera ignoranza, dice).



Il Nord Est schizofrenico con gli immigrati. Parla Massimo Carlotto




La realtà italiana entra nei romanzi quando finisce il giornalismo d'inchiesta. Lo scrittore padovano Massimo Carlotto, autore di numerosi noir ambientati nel Nord Est, racconta come e perché le questioni ambientali, il traffico dei rifiuti, l'uranio impoverito, entrano nei suoi romanzi. E spiega la schizofrenia dei veneti di fronte agli immigrati: servono come manodopera ma vengono respinti perché diversi.



Fukushima, l'oceano radioattivo

Cattive notizie, anzi pessime. E sembrano peggiorare di ora in ora. A venticinque giorni dall'apertura della crisi nucleare giapponese, ogni giorno sia aggiunge un tassello a quello che si può definire  un vero e proprio dramma di cui, cosa che forse più tutte colpisce e sconcerta, non si riesce a capire quando finirà e quali conseguenze porterà alla salute delle persone, dei mari e dell'ambiente intero.

“Non siamo riusciti a fermare la fuoriuscita di acqua radioattiva”, affermava ieri (4 aprile) un responsabile della Tepco che ha continuato spiegando che l'accumulo di acqua altamente contaminata è così elevato nelle sale macchine da impedire ogni attività umana. E così la decisione impensabile: riversare nell'oceano Pacifico 11.500 tonnellate di acqua radioattiva per fare spazio all'interno della centrale a liquido ancora più contaminato. I numeri sono davvero impressionanti: 100 volte sopra i limiti di legge la contaminazione dell'acqua versata in mare, 4000 volte più radioattiva del consentito l'acqua che continua ad accumularsi nell'unità 2 della centrale di Fukushima.

L'effetto di questa scelta, che secondo gli esperti della Teco e del governo nipponico, si è resa obbligatoria per evitare mali peggiori, è che nell'acqua lungo la costa che ospita le centrali si registrano al momento radiazioni milioni di volte superiori a limiti considerati accettabili per la salute. Per l'esattezza, 7,5 milioni di volte superiori secondo le rilevazioni effettuate il 2 aprile. Due giorni dopo la misura era scesa a 5 milioni perché le radiazioni, dicono gli esperti, si dissipano velocemente nell'acqua. Ma i numeri non sembrano ancora di quelli che possano tranquillizzare i cittadini. E soprattutto c'è chi si domanda: Possiamo fidarci dei dati della Tepco? Non sarebbe meglio a che a fare queste rilevazioni e a comunicarne gli esiti sia un organismo indipendente sulla sicurezza nucleare?

Yukyo Edano, portavoce del governo giapponese, si è scusato con la comunità internazionale, ma i danni di questa scelta possono avere dimensioni devastanti. Se da una parte, infatti, non esiste certezza su quando la situazione potrà dirsi risolta e sulle conseguenze che avrà portato alla salute dei cittadini della costa di Fukushima e di tutto il Giappone, gli effetti di questa crisi atomica sull'economia giapponese iniziano già a mostrarsi complicati. Chi andrà a pescare in acque così altamente popolate da radiazioni? Chi mangerà quel pesce, anche se tra qualche mese ci diranno che non c'è più pericolo?  La borsa di Tokyo, intanto, non ha reagito per niente bene alla notizia dell'acqua radioattiva scaricata nel Pacifico e i timori nucleari hanno provocato “vendite soprattutto sui titoli del comparto alimentare ed in particolare su quelli delle società come Nippon Suisan Kaisha, che vende pesce ed altre specialità di mare”.

 

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Da Chernobyl a Fukushima, la nube radioattiva ora fa paura




Gianni Mattioli - fisico, ambientalista e ex ministro - spiega il legame ormai acclarato tra radioattività e tumori e altre malattie genetiche. La nube di Fukushima è un pericolo per l'Italia? Purtroppo non ci sono dati certi.



In Libia il futuro dell'energia pulita




I progetti ci sono già per una energia più pulita e anche più democratica. Uno di questi, ad esempio, è molto famoso, si chiama Desertec e potrebbe rispondere al 15% della domanda di energia elettrica europea con impianti solari piazzati nel Sahara. Nei paesi della sponda sud del Mediterraneo cresce il coinvolgimento verso le rinnovabili, ed è un processo che va in più direzioni.

Da una parte mira a soddisfare la domanda energetica di questi paesi, dall'altra offre, grazie agli impianti che utilizzano solare termico, enormi possibilità per la produzione di acqua dolce necessaria a rilanciare l'agricoltura. E poi c'è l'Europa, che guarda all'Africa Settentrionale come a una risorsa energetica e a un luogo dove sviluppare attività produttive, anche per frenare l'emigrazione.
"In questi paesi - dice Gianni Silvestrini - cresce la voglia di partecipazione e di democrazia proprio mentre sta maturando il passaggio dall'era del petrolio all'era delle rinnovabili. Maggiore democrazia non può che migliorare questa transizione all'energia pulita con controllo e partecipazione dal basso".