Ispirati dall'esempio che Ipercoop Estense ha voluto dare ai suoi soci e ai cittadini delle provincie di Modena e Ferrara con la campagna sull'acqua, abbiamo pensato a come possiamo risparmiare l'acqua domestica e quella usata nei processi di produzione dei nostri beni di consumo.
Ecco quindi un piccolo prontuario per ridurre gli sprechi d'acqua, a partire dai piccoli gesti quotidiani, per passare ad azioni che contemplano la salvaguardia del pianeta.
Chiudere il rubinetto
Quando si lava qualunque cosa c'è una fase di insaponamento e una di risciacquo. Che siano i denti, i piatti, i capelli sotto la doccia, l'auto, è inutile lasciare aperto il rubinetto quando si insapona, si spazzola, si gratta: si risparmiano decine e decine di litri d'acqua e la coscienza ne esce perfino più pulita. Chiudere il rubinetto è anche un gesto, seppur a distanza, di rispetto per chi non ha diritto all'acqua potabile e in abbondanza.
Riciclare l'acqua
L'acqua di cottura della pasta e del riso è ricca di amido, ed è un potente sgrassatore per i piatti. L'acqua di lavaggio e cottura delle verdure può essere usata per innaffiare le piante. L'acqua di risciacquo dei piatti può essere usata per lo scarico del WC.
Ridurre i consumi
In genere i rubinetti moderni sono dotati dei rompigetto, dispositivi che aumentano la pressione dell'acqua aggiungendo aria al getto, facendo in modo di erogare meno acqua senza perdere potenza. Le cassette di scarico a doppio comando e i regolatori del flusso d'acqua possono portare un gran risparmio.
Mangiare vegetariano o ridurre il consumo di carne
Un kg di carne corrisponde al consumo da 15mila a 50mila litri d'acqua, e all’immissione in atmosfera di circa 20kg di CO2, calcolati in base agli apporti di tutta la filiera produttiva dell’industria: dalla produzione, al trasporto, alla somministrazione del cibo agli animali, dall’energia necessaria per il funzionamento degli allevamenti e dei mattatoi, dalla refrigerazione al trasporto delle carni e gli apporti di gas serra prodotti dall’apparato digerente degli animali.
Dunque con la scelta di mangiare carne riversa in atmosfera più di 2000kg di CO2 in un anno, pari al25% delle emissioni procapite (rapporto ENEA).
Lavatrice e lavastoviglie
A pieno carico e a basse temperature. Possibilmente scegliete elettrodomestici a basso consumo di acqua ed energia. Limitare l'uso dei detersivi richiede meno acqua per rimuoverli e riduce il rischio di contaminare abiti o alimenti, inoltre per non inquinare l'acqua si possono usare detersivi biodegradabili e atossici.
La parola conduce, l’esempio trascina
I bambini, ma anche molti adulti, prendono a esempio le azioni degli altri. Che esse siano positive o negative, le ricalcano sentendosi autorizzati a compierle a loro volta, spesso senza ragionare sulla loro correttezza.
Insegnare ai bambini il senso di civiltà, di rispetto per le persone e l'ambiente, di collettività e solidarietà, è un atto che parte dalle azioni del singolo cittadino e che contribuisce alla crescita di quelli che saranno gli adulti di domani.
In che modo trasmettete agli altri e mettete in atto i vostri valori ambientali?
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Acqua pubblica o privata?>>
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Nel 2010 Coop lanciava la campagna consumeristica Acqua di casa mia, con lo scopo di sensibilizzare i consumatori su un corretto consumo dell'acqua.
Per contenere i costi ambientali del mercato dell'acqua, Coop ha promosso l'uso dell'acqua del sindaco e di acque minerali provenienti da fonti vicine, ma da oggi aggiunge alla sua iniziativa l'etichettatura sulla qualità dell'acqua: i cittadini delle provincie di Modena e Ferrara (29 comuni e 41 punti vendita), e presto di molte altre città d'Italia, potranno consultare una scheda informativa sulle caratteristiche chimiche e microbiologiche dell'acqua della propria zona, in modo da scegliere se e come comprare l'acqua in bottiglia.
Sono 6 gli indicatori che compongono l’etichetta, per ognuno dei quali vengono presentati il valore nell’ambito territoriale di pertinenza e il limite imposto o suggerito dalla legge: concentrazione ioni idrogeno, cloruri, ammonio, nitrati e nitriti, residuo secco a 180°, durezza.
"È una scelta forte e coerente coi principii di tutela dell'ambiente e di promozione del consumo consapevole", afferma il direttore Soci e Consumatori Coop Estense Isa Sala,filosofia che sposa appieno la mission dell'impresa. I consumatori devono essere messi nelle condizioni di scegliere responsabilmente, e il tema dell'acqua, così urgente, è il primo che viene trattato come una risorsa vitale e non un prodotto commerciale, anche a dispetto dei guadagni che l'acqua in bottiglia porta ai commercianti. In ogni punto vendita sarà quindi esposta l’etichetta delle acque in vendita e dell'acqua del comune di riferimento, con i dati aggiornati forniti dal gestore di competenza, oltre alle indicazioni su come raccogliere maggiori approfondimenti.
Perché è necessaria una nuova consapevolezza nei confronti dell'acqua che beviamo?
Costi ambientali: la legge impone numerosissimi controlli sugli acquedotti (igienici e sanitari), ciononostante i cittadini non sono sufficientemente informati sulla qualità della propria acqua e sulla possibilità di risparmiare denaro, emissioni di CO2, plastica delle bottiglie e degli imballaggi.
Costi famigliari: "Una famiglia di quattro persone spende ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa".
L’acqua in bottiglia è il più grande nemico dell’ambiente - Decrescita Felice
Costi sanitari: "Ma il pericolo maggiore delle acque minerali non è alla fonte, bensì nell'imbottigliamento: le bottiglie di plastica rilasciano lentamente nell'acqua contenuta sostanze tossiche, che possono causare effetti teratogeni, in specie serie malformazioni all'apparato genitale dei nascituri. Questi spiacevoli fenomeni di cessione divengono assai più perniciosi col calore: contaminazioni possibili, dunque, durante le lunghe giacenze nei magazzini di grossisti e di supermarket, ma anche sul balcone di casa se le bottiglie vengono lasciate esposte al sole. […]
Ideali, dunque, le acque nelle bottiglie di vetro; se di plastica, verificare che la data dell'imbottigliamento (sempre indicata, sull'etichetta, da quei piccoli taglietti) non sia molto indietro nel tempo. O, viceversa, che la data di scadenza sia più lontana possibile."
Quattro sberle in padella - Stefano Carnazzi Stefano Apuzzo
L'acqua non è una risorsa illimitata, e Coop, che conta più di sette milioni e mezzo di soci, vuole condividere e trasmettere la consapevolezza del peso che una scelta può comportare non solo sui bilanci famigliari ma anche sulla salute del pianeta.
Ogni anno gli italiani bevono una media di 195 litri di acqua minerale a testa (primi in Europa), e il trasporto dell'acqua in tutto il paese è causa delle emissioni di circa 480.000 tir. Parte della campagna è l'informazione sulle fonti locali e nazionali, sulla loro ubicazione geografica, le caratteristiche delle acque in vendita, consigli sul risparmio domestico dell'acqua. Inoltre le associazioni ambientaliste Legambiente, Greenpeace e WWF hanno collaborato a un dossier scientifico redatto con la supervisione di esperti.
Messaggio della campagna è Salvaguardiamo l’ambiente: scegli l’acqua del rubinetto o proveniente da fonti vicine: l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per circa 100km producono emissioni almeno pari a 10kg di CO2. Se invece si sceglie l’acqua di rubinetto, per ogni 100 litri erogati si emettono circa 0,04kg di CO2.
Chi vuole può decidere di cambiare abitudini e bere l’acqua di rubinetto, che normalmente è un’acqua di buona qualità e sicura.
Altrimenti si può scegliere di acquistare acque minerali vicine, così da limitare il trasporto su gomma e quindi le emissioni di CO2.
Le acque minerali, anche se scelte già da Coop da fonti relativamente vicine, continueranno a stare sugli scaffali, ma l’obiettivo è quello di costruire un’offerta trasparente ed esplicativa, per permettere al consumatore di scegliere consapevolmente.
Che tipo di acqua beviamo? In che modo la scegliamo? Quanto spendiamo ogni anno? Pensiamoci.
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A Genova un viaggio “virtuale” consigliato a tutti
Il Museo Memoria e Migrazioni (MEM), inaugurato lo scorso 17 novembre all’interno del Galata di Genova, non è solo un’esposizione. E' piuttosto una straordinaria esperienza di riflessione sui “viaggi della speranza”, quelli del passato e quelli del presente. Pronti a salpare?
Un tempo non troppo lontano gli italiani erano un popolo di trasmigratori, costretti a emigrare per sfuggire alle disastrose condizioni economiche e alla povertà del nostro paese. Questo lo sappiamo, ma nessuno di noi li ha vissuti in prima persona. Al MEM, il lungo viaggio è stato meticolosamente ricostruito per mettere i visitatori, dotati di passaporto virtuale, nei panni dei migranti: si parte dai carrugi della Genova dell'Ottocento e ci si imbarca sul piroscafo Città di Torino. Sulla nave si trovano tutti i locali originali: gli alloggi per uomini e donne, l'infermeria di bordo, la cella per contenere i passeggeri pericolosi, e infine il refettorio. Tre sono gli approdi, corrispondenti ai principali luoghi di sbarco dei migranti italiani: l'Argentina tra 1860 e il 1880, il Brasile tra il 1880 e il 1892, gli Stati Uniti con Ellis Island dal 1892 in poi.
La prima tappa è il quartiere de la Boca, appena fuori Buenos Aires, dove si insediarono soprattutto liguri nella prima meta' dell'Ottocento, con le sue case dai colori vivaci e le note della milonga diffuse da un grammofono a 78 giri. Si passa poi al Brasile, dove si stabilirono circa 2 milioni di italiani tra il 1880 e il 1892. "Qui arrivavano cittadini padani chiamati dai fazenderi - racconta Pierangelo Campodonico, direttore del museo - per lavorare nelle piantagioni, mentre friulani, veneti, trentini e lombardi si avventurarono nelle foreste dove fu loro concesso un appezzamento di bosco''. L'ultima destinazione e' la famosissima Ellis Island, negli Stati Uniti, dove ogni migrante veniva visitato, numerato e valutato da un'equipe medica dal punto di vista intellettivo e psicologico prima che gli fosse concesso l'ingresso nel paese.
Terminata l'esperienza, i visitatori sono attesi da un brusco risveglio: da un passato dimenticato si torna al presente, in un salto che porta a confrontarsi con i migranti attuali, quelli che a migliaia sbarcano sulle coste italiane in condizioni e per motivi uguali o peggiori di quelli degli antenati italiani. Racconti di lunghi, durissimi, percorsi a piedi sotto il sole del deserto, di affetti divisi e infine del lungo, pericoloso tragitto attraverso un mare che non perdona, stipati in barche dalle condizioni precarie e sostenute solo dalla speranza di una vita migliore. E proprio su una "carretta del mare", un barcone utilizzato da un gruppo di immigrati per raggiungere l'Italia, si conclude il viaggio. Qui giacciono un giubbotto di salvataggio, un Corano, tazze e coperte, oggetti che accomunano migranti e fuggiaschi da ogni parte del mondo, una realtà che dopo anni di sbarchi - i primi risalgono agli anni '70 - sembriamo aver sfortunatamente dimenticato. Recuperare la memoria ci servirà?
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Trovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.
Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini – e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.
L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.
Immagine di Mark McDermott
Il mondo dell'acqua è al centro dell'attenzione in una iniziativa che, dicono gli stessi ideatori, vuole offrire molteplici argomenti a molteplici pubblici. Il tutto è a Genova (4-10 settembre) dove il Festival dell'acqua, si anima grazie a un tema centrale e attualissimo e grazie alla presenza di ospiti rilevanti come Giulio Giorello ed Emanuele Severino, che offrono uno sguardo filosofico, Pietro Grasso, che mette in evidenza il fragile filo che tiene insieme le risorse idriche e la legalità.
Dell'acqua si parlerà in termini filosofici, come di una risorsa essenziale alla vita; se ne discuterà in termini politici ed economici, come di una risorsa sulla quale si è da poco chiusa una contesa elettorale e il cui esito ha lasciato non poche code dietro di sé. Se ne parlerà come di un simbolo presente nelle religioni di tutto il mondo, elemento della spiritualità del mondo e la si guarderà anche con gli occhi dell'arte.
Da qui partirebbe, secondo il vice-presidente di Federutility, la via d'uscita da uno dei paradossi italiani: “L'acqua ha bisogno di investimenti e questo vuol dire che è un settore che può produrre sviluppo e lavoro – conclude D'Ascenzi – allo stesso tempo si tratta di un settore che può soddisfare la propria domanda di investimenti con le sue stesse risorse: si tratterebbe quindi di una soluzione risolvibile senza toccare denaro dello Stato in un contesto in cui si propone anche come una risposta anti-crisi e in linea con le prospettive della greeneconomy”.
Il cielo e il mare sono gli stessi su cui Crialese si è già soffermato nel suo film più acclamato, Respiro. L'inquietudine e la sicilianità, con toni onirici e a volte cupi, sono quelli di Nuovomondo. Con il suo nuovo film, Terraferma, presentato in concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia e vincitore del prestigioso Premio della Giuria, il regista romano affronta il tema dell'immigrazione clandestina senza rinunciare allo stile che lo ha reso famoso.
Il film è stato il primo lungometraggio italiano ad aprire il Festival, e in un monento in cui Lampedusa è di nuovo al centro di polemiche e scontri politici, è stato un modo per soffermarsi sul volto meno mediatico di quest'isola, quello che più da vicino riguarda i suoi abitanti e le loro contraddizioni.
La storia è quella di una piccola isola siciliana con poco turismo: l'arrivo dei clandestini africani che vedono nel lungo viaggio in mare l'unica speranza di ricominciare una nuova vita scombussola le vite di tutti, soprattutto quelle di chi, invece, l'isola la vede come un posto da cui partire, e non dove arrivare. Protagonista (insieme a Donatella Finocchiaro e ad altri volti noti dei film di Crialese) è Sara-Timnit, una giovane africana arrivata come migrante sull'isola, sia nella finzione che nella realtà. E la storia di Timnit è forse una trama nella trama stessa del film, perché è stata l'ispirazione che ha fatto capire al regista come raccontare in modo diverso le cronache che tutti i giorni passano quasi inosservate sui quotidiani.
Lo stesso Crialese, in un'intervista, ha spiegato come è venuto a conoscenza della storia di Timnit: "La sua foto l'ho vista su un giornale. La cronaca di uno dei tanti barconi della disperazione. Tre settimane alla deriva, 70 persone a bordo. Tutti morti, tranne cinque. Tra questi una sola donna. Lei. Il suo volto mi si imprime dentro. Voglio vederla con i miei occhi questa donna che ha traversato il mare, ha rischiato la vita per riscrivere la sua storia". Il regista chiede aiuto a Laura Boldrini (portavoce dell'Unhcr) e riesce a rintracciarla. "Viene da un Paese dell'Africa Centrale, ha 27 anni. Facciamo amicizia, le propongo di rielaborare insieme quello che ha vissuto".
Crialese prende informazioni dal sito di Gabriele Del Grande, Fortress Europe (che noi abbiamo intervistato e spesso citato sul nostro sito), dà corpo a queste prime idee, il film inizia a prendere forma. Ma dopo i titoli di coda la storia di Timnit va avanti, e come spiega lo stesso Crialese "è riuscita a raggiungere l'Olanda, ha sposato un suo connazionale, aspetta un bambino. Che nascerà a settembre, quando il film andrà a Venezia. Il vero lieto fine della storia è lei".
Colonne d'aria riempite di microscopiche perline creano dune di sabbia sempre in movimento. Un occhio rotante di vetro con dentro un mix di schiume colorate sembra contenere le tempeste che si agitano nell'atmosfera di Nettuno e di Giove. Se avete mai visto simili spettacoli, allora siete stati ad ammirare una delle opere di Ned Kahn. Artista, scienziato, ingegnere e creativo, tutte queste sono definizioni che non possono distinguersi e devono stare insieme per descrivere la figura di Kahn, lo scultore che gioca con le forze della natura mettendo in scena effetti stupefacenti. Come il Rain Oculus installato nel complesso di Maruna Bay Sands a Singapore. Una scultura cinetica che da sopra mostra un vortice d'acqua di oltre 20 metri di diametro, ma sotto offre ai passanti un meraviglioso lucernario e una poderosa cascata integrata nel sistema idrico del palazzo. Avalanche (Valanga) dà invece il titolo a una ruota mobile che, riempita con sabbia e perle di vetro che fluiscono insieme, dà vita a una sinfonia di movimenti, evocando così le dianmche che muovono il suolo, la sabbia e la neve.
Ci eravamo abituati a parlare della tragedia ambientale del Golfo del Messico, avevamo visto la marea nera di Deepwater Horizon come un evento gravissimo nella sua eccezionalità. Eppure le fuoriscite di petrolio non sono eventi eccezionali in una zona martoriata da guerre e disastri ambientali come il Delta del Niger. Oggi, fa notizia il fatto che la Shell abbia riconosciuto la propria responsabilità riguardo a due perdite di petrolio che nel 2008 hanno interessato la condotta che attraversa l'Ogoniland. I danni prodotti dal petrolio fuoriuscito dalla condotta, riporta il quotidiano inglese “Guardian”, ha letteralmente devastato i 20 km quadrati che compongono la rete di corsi d'acqua e di insenature dai quali dipende la popolazione della regione per la produzione di cibo, per l'approvvigionamento idrico e di carburante.
Alla fine il quorum è arrivato. Probabilmente le persone che ci speravano domenica mattina erano più di quelle che ci credevano, e le giornate delle votazioni sono state un susseguirsi di speranze, ogni intertempo, ogni rilevazione ha dato il via a una serie di deduzioni, di confronti, di calcoli per rafforzare la scaramanzia o per dare energia a una convinzione e alimentare la speranza. Quanto hanno contato internet e i social network in tutto questo? Difficile dirlo. Perché sicuramente al raggiungimento del quorum (che non accadeva dal 1995) hanno contribuito diversi fattori, dai drammatici incidenti di Fukushima, al clima politico nazionale, fino al definitivo inserimento del quesito sul nucleare tra le schede da votare. Alla fine anche i boicottaggi e l'infinita serie di ostacoli che si sono messi tra la campagna referendaria e il quorum si sono mostrati sterili, almeno più sterili di quanto non sia riuscita a fare la rete di messaggi e di iniziative che hanno popolato i social network. Mentre inizia lo spoglio delle schede, infatti, una cosa si può già affermare: il web italiano segna un momento importante nella politica del nostro paese perché in questi referendum, come nei ballottaggi delle recenti amministrative, Twitter e Facebook sono stati un fiorire di iniziative tutte cresciute nel campo della corsa al quorum (e delle motivazioni per il Sì), politicamente schierate. Forse più di altre volte, ma quello che conta è che questa volta (alle amministrative come al referendum) il risultato finale va nella stessa direzione in cui tirava il vento del web.
È uno stillicidio senza fine. Ogni giorno ce n'è una nuova a fare di questi referendum più una corsa a ostacoli che una tornata di voto. Oggi campeggia il tema delle schede degli italiani all'estero. La questione è facile da raccontare ma, sembrerebbe, difficile da districare. In sostanza, come sempre accade, gli italiani residenti all'estero consegnano le schede con il proprio voto al consolato italiano del paese di residenza. Queste schede sono quindi consegnate in anticipo rispetto a quando vengono recapitate nei seggi italiani. Sembra logico: il tempo di inviarle, di far votare, di raccoglierle e di farle tornare indietro disponibili per il giorno dello spoglio. Un giro del mondo, andata e ritorno. In poche parole: gli italiani all'estero hanno già votato i quattro quesiti sul referendum, solo che uno di questi è cambiato. Come saprete, il quesito sul nucleare è diverso da quello originale, ed è cambiato per effetto del decreto omnibus e della sentenza della Cassazione che ha riammesso il tema dell'energia alla consultazione.
Il sondaggio appare sulle pagine del quotidiano La Stampa, realizzato dall'Istituto Piepoli. Alla domanda “Lei personalmente ha già programmato di andare a votare?” il 78% degli intervistati avrebbe risposto “Certamente/Probabilmente Sì”, il 20 percento sarebbero decisi a non presentarsi ai seggi e solo un 2 per cento risulterebbe senza opinione. Realizzato il 6 giugno, il sondaggio dimostrerebbe quanto vale la forza di attrazione che il quesito nucleare sta esercitando sul raggiungimento del quorum necessario a rendere valido il referendum del 12 e 13 giugno. Non circolano sui media sondaggi sul risultato finale del referendum, anche perché è facilmente ipotizzabile che se si raggiungesse il quorum sarebbero i Sì ad ottenere il maggior numero di schede, però alcuni sondaggisti si sbilanciano su analisi che riguardano il quorum e, dicono Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, il quesito sul nucleare aumenta le chance di arrivare al quorum. Continuano comunque le polemiche che riguardano gli spazi di informazione dedicati alla consultazione referendaria, in particolare riguardano i tempi con cui è partita la campagna di informazione da parte del servizio pubblico e gli spazi del palinsesto dedicati alle tribune e agli spot che non sarebbero, dicono alcuni, conformi a quanto stabilito dai regolamenti che obbligano a mandare in onda questi programmi dalla data di indizione del referendum (il 4 aprile) “nelle fasce orarie di maggior ascolto”.
Se c'è una cosa che i social network sanno fare bene è mobilitare le persone verso un obiettivo, uno scopo ben chiaro. Twitter, Facebook e Friendfeed sono spesso accusati di essere il luogo privilegiato delle chiacchiere perditempo, della futilità senza contenuto. Sempre più spesso però i social network fanno parlare di sé in maniera diversa, protagonisti attivi di un mondo della comunicazione che cambia e strumenti nelle mani di un pubblico attivo, volenteroso non solo di comunicare, ma anche di agire attraverso quello che si scrive sull'internet. I social network sono fatti apposta per i tormentoni, come è successo ad esempio nella campagna elettorale delle amministrative dopo il faccia a faccia tra Moratti e Pisapia. Le piazze telematiche hanno questa speciale capacità di mobilitare, di creare seguito intorno a una campagna. Come sta succedendo per i referendum del 12 e 13 giugno.Innumerevoli sono i video che su Youtube sostengono il referendum e che, postati di blog in blog, rimbalzano per la rete allungando la coda dei destinatari del messaggio. Sono, ad esempio, questo video.
Oppure ci sono siti che raccolgono testimonianze di personaggi noti e notissimi sulle questioni referendarie. Referendumacqua.tv, ad esempio, mette insieme molti video che girano in rete e le dichiarazioni di nomi eccellenti come Camilleri, Vecchioni, Ettore Scola e molti altri.
Questa è solo una piccola rassegna di quello che sta accadendo in rete intorno ai referendum del 12 e 13 giugno. Molte altre ce ne sono che non abbiamo citato e che ci sono sfuggite. Aiutaci a rintracciarle e a navigare nell'informazione dei social network. Segnala una iniziativa o una campagna che reputi particolarmente interessante e contribuisci a farla rimbalzare nella rete.
Immagine di mariateresat
Sette ragazzi si sono barricati dentro un rifugio anti nucelare. “Roba da matti”, direte voi. E invece “I pazzi siete voi”, rispondono loro dalla loro casa sigillata. Voi che pensate che il nucleare sia l'energia del futuro, che le centrali non diano problemi, che siccome ce l'hanno tutti ce le dobbiamo costruire anche qui in Italia. E allora, col supporto di Greenpeace, Alessandra, Pierpaolo, Luca, Giorgio, Silvio, Alice e Marco si sono barricati, proprio come se fosse scoppiata una centrale nucleare e si vivesse in pieno allarme atomico. Si sono chiusi nel rifugio, hanno scorte alimentari che non prevedono cibi freschi e da lì, comunicando con l'esterno solamente attraverso internet, portano avanti la loro protesta. Che però solo protesta non vuole essere, ma vuole anche sollecitare chi arriva in contatto con loro (e sono tanti, dai social network attraverso il loro sito web www.ipazzisietevoi.org), a firmare la petizione contro il nucleare.
Dell'acqua bisognerebbe parlarne di più. Ci vorrebbe molta informazione in più di quella che riesce a passare sui giornali, in tv, anche sull'internet. Innazitutto è un bene indispensabile che utilizziamo ogni giorno e intorno al quale si muove un complesso sistema di leggi e di denaro. Poi ci sarà il referendum, e nonostante questo non è che se ne parli un granché.
Referendum sì o no? Non si sa. In effetti è probabilmente la prima volta che succede una cosa del genere, ma tutta la macchina che porta ai referendum fissati per il 12 e 13 giugno 2011 si muove in maniera mostruosamente lenta. Innanzitutto uno dei quesiti, quello su cui l'opinione pubblica pubblica ha mostrato maggiore sensibilità, quello sul nucleare insomma, potrebbe scomparire del tutto dalla partita e così ai seggi potremmo trovare solo tre schede (due per l'acqua e una per il legittimo impedimento). Tutta l'informazione istituzionale che dovrebbe essere garantita nel periodo che precede la consultazione, inoltre, si sta allestendo con fatica, tempi lunghi e non poche difficoltà. E infine, anche i tre quesiti su cui in ogni caso ci si dovrebbe esprimere a giugno, potrebbero risentire dell'assenza o meno della quarta scheda, e quindi non raggiungere il quorum, il numero necessario di votanti per rendere effettivo l'esito della tornata elettorale.«Siamo un paese dove la salvaguardia dei cittadini viene molto dopo gli interessi particolari. Apprezzerei un governo che non nascondesse il rischio nucleare e dicesse che non esistono alternative. Ma le cose non stanno così». Il sogno utopico di una quarta generazione di centrali e il famoso 20-20-20 uscito dalle prospettive del governo. Intanto l'Europa ci invita a investire seriamente sulle rinnovabili. Gianni Mattioli - fisico, ambientalista e ex ministro - critica le scelte di politica energetica italiane governate da miopia nel migliore dei casi (in certi casi è vera ignoranza, dice).
Cattive notizie, anzi pessime. E sembrano peggiorare di ora in ora. A venticinque giorni dall'apertura della crisi nucleare giapponese, ogni giorno sia aggiunge un tassello a quello che si può definire un vero e proprio dramma di cui, cosa che forse più tutte colpisce e sconcerta, non si riesce a capire quando finirà e quali conseguenze porterà alla salute delle persone, dei mari e dell'ambiente intero.
“Non siamo riusciti a fermare la fuoriuscita di acqua radioattiva”, affermava ieri (4 aprile) un responsabile della Tepco che ha continuato spiegando che l'accumulo di acqua altamente contaminata è così elevato nelle sale macchine da impedire ogni attività umana. E così la decisione impensabile: riversare nell'oceano Pacifico 11.500 tonnellate di acqua radioattiva per fare spazio all'interno della centrale a liquido ancora più contaminato. I numeri sono davvero impressionanti: 100 volte sopra i limiti di legge la contaminazione dell'acqua versata in mare, 4000 volte più radioattiva del consentito l'acqua che continua ad accumularsi nell'unità 2 della centrale di Fukushima.
L'effetto di questa scelta, che secondo gli esperti della Teco e del governo nipponico, si è resa obbligatoria per evitare mali peggiori, è che nell'acqua lungo la costa che ospita le centrali si registrano al momento radiazioni milioni di volte superiori a limiti considerati accettabili per la salute. Per l'esattezza, 7,5 milioni di volte superiori secondo le rilevazioni effettuate il 2 aprile. Due giorni dopo la misura era scesa a 5 milioni perché le radiazioni, dicono gli esperti, si dissipano velocemente nell'acqua. Ma i numeri non sembrano ancora di quelli che possano tranquillizzare i cittadini. E soprattutto c'è chi si domanda: Possiamo fidarci dei dati della Tepco? Non sarebbe meglio a che a fare queste rilevazioni e a comunicarne gli esiti sia un organismo indipendente sulla sicurezza nucleare?
Yukyo Edano, portavoce del governo giapponese, si è scusato con la comunità internazionale, ma i danni di questa scelta possono avere dimensioni devastanti. Se da una parte, infatti, non esiste certezza su quando la situazione potrà dirsi risolta e sulle conseguenze che avrà portato alla salute dei cittadini della costa di Fukushima e di tutto il Giappone, gli effetti di questa crisi atomica sull'economia giapponese iniziano già a mostrarsi complicati. Chi andrà a pescare in acque così altamente popolate da radiazioni? Chi mangerà quel pesce, anche se tra qualche mese ci diranno che non c'è più pericolo? La borsa di Tokyo, intanto, non ha reagito per niente bene alla notizia dell'acqua radioattiva scaricata nel Pacifico e i timori nucleari hanno provocato “vendite soprattutto sui titoli del comparto alimentare ed in particolare su quelli delle società come Nippon Suisan Kaisha, che vende pesce ed altre specialità di mare”.
Immagine di daveeza
Da una parte mira a soddisfare la domanda energetica di questi paesi, dall'altra offre, grazie agli impianti che utilizzano solare termico, enormi possibilità per la produzione di acqua dolce necessaria a rilanciare l'agricoltura. E poi c'è l'Europa, che guarda all'Africa Settentrionale come a una risorsa energetica e a un luogo dove sviluppare attività produttive, anche per frenare l'emigrazione.
"In questi paesi - dice Gianni Silvestrini - cresce la voglia di partecipazione e di democrazia proprio mentre sta maturando il passaggio dall'era del petrolio all'era delle rinnovabili. Maggiore democrazia non può che migliorare questa transizione all'energia pulita con controllo e partecipazione dal basso".