L'autore di questo post è Nicolò Wojewoda, un giovane imprenditore sociale e attivista giovanile. Ha studiato e lavorato in Svezia, Olanda, Cina e Stati Uniti. Ha fondato e coordina Yparticipate, una organizzazione globale che si occupa di partecipazione giovanile, e il coordinatore del Social Media working group all’UN CSD Youth Caucus.
Contando le braccia alzate era evidente che fossero la stragrande maggioranza. Pochi attimi prima, Tara, la giovane delegata Franco-Cinese, aveva chiesto all’assemblea dei paesi membri delle Nazioni Unite: “Chi di voi è venuto a questa riunione in aereo?” Una pausa ad effetto seguiva le sue parole, mentre volgeva lo sguardo nella sala riunioni n. 1 del North Lawn Building, l’edificio permanentemente temporaneo che affianca il celebre palazzo di vetro dell’ONU a Manhattan, New York City.
La logica che accompagnava la sua domanda era stata resa esplicita nel suo intervento, un paio di minuti prima: lo sviluppo più sostenibile del nostro pianeta, per quando possa e debba essere un’impresa collettiva, è prima di tutto un atto di responsabilità personale. E chi più dei delegati della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dovrebbe dare il buon esempio? Ma facciamo un passo indietro per capire chi è Tara, chi sono i giovani delegati che rappresenta e di cosa si occupa questa Commissione.
La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile
Dal 3 al 14 maggio 2010 ha avuto luogo la 18esima sessione dei lavori della Commissione (CSD, secondo l’acronimo anglofono), il più alto organismo governativo internazionale che si occupa della salvaguardia del nostro pianeta. Quando le Nazioni Unite organizzarono la loro prima conferenza sull’ambiente nel 1972, i problemi erano gli stessi, ma in misura minore. Si pensi che il buco nell’ozono non era ancora stato scoperto e che la Comunità Europea di quegli anni non aveva ancora un programma ambientale degno di quel nome.
La morale di quell’incontro, e delle conferenze successive (ad intervalli di 10 anni l’una dall’altra) era però chiara: una cooperazione internazionale è necessaria per migliorare le sorti del nostro pianeta. Nel celebre Earth Summit del 1992, a Rio de Janeiro, fu istituita la Commissione così come è ora. In cicli di due anni, una serie di temi relativi allo sviluppo sostenibile vengono affrontati dai delegati dei paesi membri e da rappresentanti della società civile. I risultati delle loro discussioni guidano politiche nazionali e regionali, e informano la comunità internazionale sulla direzione da seguire.
Il ruolo della società civile: i giovani
La CSD è tra gli esempi eccellenti, all’interno del sistema ONU, in cui la società civile è coinvolta fino ai massimi livelli. Nella conferenza del 1992, infatti, erano stati identificati 9 Major Group, raggruppando le parti della società civile che, sia per capacità di influenzare i temi in discussione, che per quella di esserne influenzati, sono più interessate ad avere voce in capitolo nelle decisioni prese. Tra loro, i giovani, nel cosiddetto UN CSD Youth Caucus, una squadra di una ventina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo (come Tara e l’autore di questo articolo) che, motivati da interessi comuni, lavorano virtualmente durante il corso dell’anno, per poi vedersi annualmente a maggio per la sessione di turno dei lavori della Commissione.
Più coinvolgimento = più cambiamento
La famosa conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo, ha però contribuito come poche altre alla creazione e allo sviluppo di un movimento ambientalista mondiale, fatto soprattutto di giovani, di grandi ONG e di nascenti imprese innovative che riescono a coniugare i tre pilastri del “people, planet and profit”. La società civile coinvolta nella CSD cercherà in questi due anni che ci separano dalla prossima conferenza (chiamata Rio+20, visto che sarà un Earth Summit a 20 anni di distanza da quello del 1992) di sfruttare questo movimento per creare più pressione politica e più azioni concrete.
E l’Italia? Articoli come questo sono solo il primo passo nel formare e valorizzare un movimento giovanile attivo su questi temi nel nostro Paese. La nostra società civile ha l’occasione di affiancare il lavoro di governi di tutto il mondo e dare la propria voce sui temi di interesse comune. C’è bisogno di capire, di contribuire, e di appoggiare quelli che lo fanno. E forse, l’anno prossimo, i giovani delegati dall’Italia alla 19esima sessione della CSD potranno essere due, invece che uno solo.
Finché stanno in casa sono indispensabili e preziosi, ma quando ce ne dobbiamo liberare le cose si complicano. Parliamo di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, elettrodomestici in genere, ma anche televisori, monitor, stereo e computer. Tutta roba che diventa un problema quando viene il momento di liberarsene per far spazio a un nuovo aggeggio. Il problema è che spesso questi oggetti sono ingombranti, pesanti, ma soprattutto sono rifiuti speciali che contengono sostanze considerate tossiche per l'ambiente e, oltre ad essere ingombranti, molte delle loro componenti non sono biodegradabili. La soluzione per liberarsi dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) è in un decreto che ne regolamenta i meccanismi per la gestione e lo smaltimento. Dopo un'attesa durata un paio di anni, il decreto è entrato in vigore il 19 maggio; sui documenti ufficiali figura con il nome DM n. 65 dell'8 marzo 2010 (pdf), ma ha un nomignolo che è molto più facile da ricordare, “uno contro uno” e descrive bene il meccanismo che è alla base del regolamento: nel momento in cui compro un nuovo elettrodomestico, o un prodotto hi-tech, insomma un apparecchio AEE, il distributore del nuovo prodotto deve assicurare il ritiro gratuito dell'apparecchiatura che viene sostituita, e il cui smaltimento dovrà avvenire in appositi e adeguati impianti. La parola “gratuito” merita di essere sottolineata perché nel testo del regolamento è esplicitato molto bene che i distributori hanno l'obbligo di informare i clienti della gratuità del ritiro del vecchio prodotto, che verrà poi raccolto insieme ad altri simili da smaltire e trasportati in centri di raccolta previa una schedatura che consenta di avere a disposizione un censimento aggiornato agli ultimi due anni di queste specie di cimiteri per elettrodomestici. Il distributore, quindi, non potrebbe – a norma di legge – richiedere alcun contributo aggiuntivo per il ritiro, anche a casa, della vecchia AEE sostituita dalla nuova, anche perché quando si acquista un prodotto hi-tech (sia una lavatrice o un computer) il consumatore paga, incluso nel costo di acquisto del nuovo prodotto, un eco contributo Raee, relativo allo smaltimento finale dei vecchi rifiuti. Tutto questo funziona davvero? Una video inchiesta di Greenpeace propone una verifica di come gli operatori del settore adempiono al decreto “uno contro uno”. Una esponente dell'organizzazione ambientalista ha telefonato a nove rivenditori di AEE di tre città italiane (Roma, Milano e Napoli) con la scusa di dover acquistare un nuovo apparecchio e lo stesso hanno fatto con telecamera nascosta andando in tre negozi della capitale. I risultati: la maggior parte dei dodici rivenditori interpellati non adempiono correttamente alla legge. Per chi voglia saperne di più qui di seguito lasciamo la possibilità di guardare direttamente la video inchiesta di Greenpeace.
L'immagine in testa a questo post è tratta dall''album Flickr di Jizzon
Dal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.
Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.
Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.
Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.
Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.
Foto di robpatrick
La sostenibilità tiene insieme un groviglio di argomenti e discipline. L'alimentazione è tra queste e i discorsi che importanti studiosi fanno partire dalle pagine di riviste specializzate e dai podi dei convegni, volano direttamente sulle nostre tavole, a diretto contatto con il cibo che siamo abituati a mangiare.
Sapevamo bene che esiste una correlazione molto stretta tra abitudini alimentari e salute, una correlazione che nel 1992 prese per la prima volta la forma della Piramide Alimentare, un grafico con cui l’US Department of Agriculture diffuse una spiegazione sintetica ed efficace su come adottare un tipo di alimentazione equilibrato. Alla base della piramide sono raffigurati gli alimenti che si possono consumare in quantità maggiori, man mano che si sale le posizioni sono occupate da alimenti che sarebbe meglio consumare in maniera molto controllata.
Ma come associare alla relazione tra cibo e salute l'altra, la cui importanza cresce sempre più nella consapevolezza del mondo occidentale, tra abitudini alimentari e impatto sull'ambiente? Una possibile risposta è stata elaborata dal Barilla Center for Food & Nutrition che propone la sua “Doppia Piramide” Alimentare-Ambientale.
Esiste una fortissima correlazione tra l'alimentazione di un popolo e l'impatto che questo produce sull'ambiente, ha spiegato alla presentazione del progetto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network ed inventore del concetto di impronta ecologica. “La popolazione globale è in crescita – ha sottolineato Wackernagel – e con essa crescono i consumi globali, tanto che oggi il genere umano utilizza risorse globali ad una velocità che è del 40% superiore alla capacità del pianeta di rigenerare quelle stesse risorse”. In altre parole, il pianeta impiega un anno e cinque mesi per rimettere a posto quello che mangiamo in un solo anno. È un problema che riguarda principalmente la parte più opulenta del mondo, come ha sottolineato Gianfranco Bologna, Direttore scientifico di WWF Italia, chiedendosi fino a che punto la Terra potrà sopportare stili di vita così incauti come quelli di persone utilizzano ogni anno 800 kg pro capite di produzioni cerealicole (è la media di consumo di un cittadino medio statunitense).
Per contribuire a comunicare questi temi e le possibili risposte, la “Doppia Piramide” del Barilla Center for Food & Nutrition affianca alla tradizionale piramide alimentare una piramide rovesciata costruita attraverso una stima degli impatti ambientali di singoli alimenti effettuata con l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo di valutazione oggettivo dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo. Il risultato è una piramide in cui gli alimenti a maggior impatto ambientale sono in alto e quelli a impatto ridotto in basso. È utile notare come i risultati prodotti dalle due piramidi portino a una coincidenza tra gli alimenti che fanno bene alla nostra salute e che producono meno impatto sul pianeta, il cui consumi è quindi più sostenibile. Se alla base della piramide alimentare ci sono, infatti, ortaggi e frutta, lo stesso accade, a posizione invertite, nella piramide rovesciata dove questi stessi generi alimentari sono quelli maggiormente consigliati, mentre carne rossa e formaggi risultano quelli maggiormente impattanti per l'ambiente e meno consigliati. In altre parole, come si legge nel documento che illustra la “Doppia Piramide”, emerge la coincidenza, in un unico modello, di due obiettivi diversi ma altrettanto rilevanti: salute e tutela ambientale.
L'immagine è tratta dal documento “Doppia Piramide: alimentazione sana per le persone, sostenibile per il pianeta”, scaricabile dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition dove sono disponibili anche i video degli interventi di presentazione.
C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.
“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.
Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.
Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.
“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.
Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1
Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:
Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003

Le cose stanno cambiando, e lo stanno facendo molto velocemente. “Green economy” è una espressione che suona sempre più familiare ma forse non sempre abbiamo bene in mente di che cosa si nasconde dietro queste due parole: un cambiamento molto rapido che sta avanzando in tutto il mondo ma dall'Italia arrivano segnali contrastanti, quasi contraddittori, che da una parte sembrano fornire strumenti utili perso procedere sulla strada verde, dall'altra però mettono freni e paletti allo sviluppo del settore green di cui può beneficiare sia la bolletta energetica (sia dei privati che delle imprese) che il mercato del lavoro, offrendo possibilità di occupazione connesse alla riqualificazione energetica degli immobili. La green economy, infatti non riguarda solo l'energia, ma tutto un sistema economico che andrebbe sollecitato, incoraggiato, incentivato. Ma senza gli incentivi l'Italia rischia di rimanere indietro.
Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, sottolinea la discrasia che caratterizza la manovra finanziaria in discussione alle Camere. “Ci sono strumenti che vanno nella direzione giusta – dice Silvestrini – in particolare strumenti di inquadramento complessivo come il piano nazionale delle rinnovabili (pdf) che è condivisibile, ha obiettivi molto ambiziosi e indica gli strumenti poterli raggiungere; ci sono poi però atti pratici che vanno in direzione completamente opposta, come ad esempio l'attacco ai certificati verdi, o il mancato rinnovo della detrazione fiscale al 55% che ha consentito a mezzo milione di famiglie di riqualificare la propria edilizia, una decisione che nega la possibilità di creare occupazione per una miriade di piccole aziende”.
Scelte che Silvestrini definisce “difficilmente comprensibili”, soprattutto alla luce del fatto che il motore della green economy si fa sentire ovunque: “Il 62% della potenza elettrica installata nell'UE, dal Portogallo alla Romania è alimentato da fonti rinnovabili – spiega Silvestrini che conosce molto bene la materia cui ha dedicato libri, articoli e ricerche – negli Usa siamo al 43% mentre in Cina l'anno scorso un terzo della potenza elettrica era alimentata da rinnovabili”.
E l'Italia? Forse la portata del cambiamento non è ancora stata pienamente recepita dal mondo politico e industriale e, spiega Silvestrini, “questo ci pone in una condizione di debolezza anche se stiamo recuperando posizioni: l'anno scorso siamo stati secondi nel mondo per il fotovoltaico e sesti per l'eolico. Ma manca ancora l'industria verde, la capacità di attivare interi processi produttivi e soprattutto la realizzazione di tecnologie verdi, perché altrimenti, per produrre energia da fonti rinnovabili, siamo costretti a importare tecnologie dalla Germania o dalla Cina e dalla Spagna, proprio come facciamo oggi”.

Perché la proposta di mettere in vendita i pezzi pregiati del paesaggio italiano è un errore gravissimo. Lo spiega Mario Tozzi.
Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi? In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia.
Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva. Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio. Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni. La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente. La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.
Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.
Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come “petrolio d’Italia” (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore.
Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale.
Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all'aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per “vedere che aria tira”? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.
Foto di Efilpera
In genere viene considerata come un orizzonte da raggiungere, un futuro lontano su cui sperare. Ma è molto di più: innanzitutto è una realtà concreta che prende piede anche in Italia (nonostante tutto) e affonda le sue radici nella Terra, in processi produttivi concreti. Esattamente l'opposto di quello che accade con le speculazioni finanziarie.
“La Green Economy è esattamente l'antibolla”, spiega Antonio Cianciullo, esperto di questioni ambientali, inviato di Repubblica (per il quale tiene anche il blog Eco-logica) e autore di molti libri, l'ultimo dei quali” è scritto a quattro mani con Gianni Silvestrini e si intitola La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente).
“Le bolle nascono quando il virtuale domina sul reale. La green economy è esattamente il contrario, è un processo di ritorno alla terra e alle grandezze fondamentali che dovrebbero da sempre riguardare l'economia; è la risposta alle contraddizioni di un sistema energetico e produttivo che finora ha puntato molto su risorse limitate e in progressivo esaurimento; la green economy, infatti, guarda a risorse illimitate e contribuisce a riallineare l'economia con le radici degli ecosistemi”.
C'è qualcosa che suona utopico in queste parole, qualcosa che fa pensare a un mondo bello e impossibile, lontano. Ma, dati alla mano, la verità sembra diversa e l'economia verde, come sottolinea Cianciullo “è una caratteristica comune alle economie che si sono mosse meglio negli ultimi anni, tanto che i risultati migliori sul mercato coincidono con i paesi che hanno investito di più nel campo della green economy”.
La prova sfogliando il libro, dove un grafico ci parla dei pacchetti di stimolo alle rinnovabili in sistemi economici di diversi paesi: in Cina il 37,8% delle risorse è destinato a far crescere la green economy, in Corea del Sud l'80,5%, Usa 11,5%, Giappone 9,6%, Germania 13,2, fino all'Italia che fa registrare un deludente 1,3%.
Da noi si investe poco in innovazione e ricerca mentre l'appoggio pubblico allo sviluppo verde si fa sentire in maniera troppo intermittente: “Siamo un paese che con una mano dà incentivi, a volte molto alti, alle rinnovabili ma con l'altra mano lascia continuamente pendere la mannaia del possibile stacco della spina pubblica”, dice Cianciullo e continua spiegando che, nonostante il ritardo dei pochi investimenti pubblici e nonostante il settore italiano delle rinnovabili importi molta tecnologia, nel nostro paese si sono sviluppate delle imprese che dimostrano un grande potenziale di crescita e la quota di produzione interna sta lentamente crescendo.
Ma l'incertezza non aiuta, nonostante il momento storico sembra favorevole a spingere sull'acceleratore dell'energia pulita: le tre crisi (economica, petrolifera e climatica), scrivono Cianciullo e Silvestrini nel loro libro, creano domande le cui risposte stanno in sistemi economici fondati sull'energia pulita. Nei mercati dove la green economy può godere di alcune certezze, come ad esempio in Germania, il settore delle rinnovabili è cresciuto fino a valere, oggi, 300mila posti di lavoro e si calcola che da qui a dieci anni superi il fatturato del settore dell'auto, ricorda Cianciullo prima di concludere: “Laddove c'è visione e capacità di progettare il futuro, la green economy si presenta come una possibilità di crescita per l'occupazione e per il paese intero, una crescita che non riguarda solo il calcolo della produttività dei settori economici ma che ha anche il pregio di non pesare dal punto di vista ambientale”.
L'immagine di questo articolo è tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente)
Se parliamo di sostenibilità non possiamo declinare questo concetto solamente in termini di economici e ridurre ogni cosa al denaro. La sostenibilità è un concetto complesso che ha anche una dimensione sociale e una dimensione ambientale. Così Jean Paul Fitoussi ha parlato di fronte alla platea dell'East-Forum 2010 a Roma. “Finora abbiamo dato peso solamente a una di queste componenti, quella economica, ma le tre dimensioni devono essere considerate in maniera complementare – ha spiegato l'economista francese – non possono essere viste in competizione”.
La definizione della sostenibilità è il punto di partenza inevitabile per cercare di capire che cosa si nasconde dietro questa parola che da qualche tempo a questa parte è sempre più utilizzato. Fitoussi ne dà una definizione analitica, sintetica quanto chiara, che la accosta a un termine nuovo che esprime bene l'evoluzione del pensiero e la grande attenzione che sono attirate da questi argomenti: ecologia politica. È come parlare della propria famiglia, spiega l'economista francese: potremmo definire il nostro stile di vita se saremo in grado di assicurare ai nostri figli la possibilità di costruire una qualità della vita che non sia inferiore alla nostra. Oppure, per utilizzare concetti e parole più consoni al linguaggio dell'economia: “Sostenibilità ed ecologia politica esprimono la possibilità di lasciare alle generazioni future un capitale tale da garantire le stesse possibilità di crescita che hanno avuto le generazioni precedenti”. Questa eredità, questo capitale, non è fatto solamente di denaro, e quindi di capitale economico, ma è composto anche di qualcosa che ha a che fare con la dimensione sociale e con la dimensione ambientale del mondo che consegniamo al futuro. Se siamo capaci di valutare questi capitali e di integrarli in maniera tale da farli crescere insieme, allora saremo il motore di un vero sviluppo sostenibile, altrimenti non parliamo che di un miraggio, di un'ambizione lontana che si manifesta solo a parole.
Prendiamo ad esempio la crisi. Tutti quanti l'abbiamo sotto gli occhi, ne sentiamo parlare alla tv, la leggiamo sui giornali mentre sul web si rincorrono analisi e proiezioni per il futuro. Il fatto è, spiega Fitoussi, “che noi pensavamo di vivere in un'economia sostenibile, continuavamo a credere che il capitale economico continuasse a crescere, pensavamo che la nostra ricchezza aumentasse sempre più. Ma la nostra valutazione era sbagliata”. Oggi la nostra ricchezza è inferiore a quella del 2008 e per tornare a quei livelli dovremo aspettare almeno il 2015: “sette anni persi perché non abbiamo utilizzato strumenti adatti a misurare la sostenibilità, sette anni persi per le generazioni future” sottolinea Fitoussi mentre ricorda che gli effetti della crisi cadranno soprattutto sui giovani.
Cosa si nasconde dietro questa crisi globale se andiamo ad analizzare quello che accade all'interno delle società? “Vediamo che negli ultimi anni la disuguaglianza è cresciuta in maniera universale e le disuguaglianze inibiscono progettualità per il futuro: più la disuguaglianza cresce, meno la società può investire in un futuro dal quale larga parte della popolazione è esclusa” dice Fitoussi chiudendo il cerchio della sostenibilità: se non siamo in grado di capire dove ci sta portando l'economia e se non siamo in grado di comprendere se stiamo accrescendo la nostra ricchezza o no, le nostre società saranno sempre più spaccate, disuguali; dove la disuguaglianza cresce non si riesce a vedere il futuro su cui investire e l'ambiente è la base del futuro. I nostri sistemi sembrano guardare troppo a se stessi piuttosto che volgere lo sguardo in avanti, spiega ancora Fitoussi: “Invece di guardare al futuro non facciamo che guarire il passato”. Se vogliamo davvero affrontare i quesiti della sostenibilità non possiamo che considerare le sue tre dimensioni in maniera integrata e complementare perché, conclude Fitoussi, sono domande che “non si possono risolvere in maniera parziale, bisogna avere uno sguardo globale”.

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Qui non si tratta semplicemente di essere ambientalisti e cavalcare l'onda dell'energia rinnovabili. Qui si parla di un vero e proprio modello di sviluppo locale che coniuga le potenzialità di un territorio con la domanda, che riecheggia da più parti in Europa negli Usa e nel mondo abituato a rendersi dipendente dalle fonti fossili, di produrre energia in maniera pulita utilizzando fonti che non si esauriscono.
Si chiama Silicon Vineyards ed è un progetto che prevede di aggiungere pannelli solari alle tradizionali attività produttive delle fattorie; metterle in rete creando così una specie di circuito fotovoltaico, tra la Cornovaglia e le isole Scilly, capace di produrre energia pulita e di creare 300 posti di lavoro per i nuovi impianti la cui costruzione sarà affidata a ditte locali che si occuperanno ella produzione di ogni aspetto tranne che dei pannelli solari che verranno importanti da Taiwan.
Il primo passo del progetto è stato compiuto a Benbole Farm nei pressi di St. Kew, nel cuore della penisola. Un consorzio di privati, cui partecipano società e cooperative specializzate in tecnologie per energia fotovoltaica e l'Università di Exeter, ha messo insieme circa 4,5 milioni di sterline per realizzare un campo fotovoltaico da 2MW che darà energia a circa 600 abitazioni e prevede la promozione di coltivazione di biomasse e la realizzazione di un digestore anaerobico che potrà contribuire alla produzione di energia elettrica da mettere sul mercato.
I numeri degli investimenti potrebbero impressionare, visto che richiedono circa 40 milioni di sterline per la realizzazione dell'intera rete di Silicon Vinyards che deve comunque attendere l'autorizzazione da parte del governo britannico, ma ci sono dei fattori che fanno ben sperare. Innanzitutto il piano di investimenti fatto dai promotori prevede un fatturato annuo di 700mila sterline per la sola Benbole Farm che potrebbero arrivare a 13 milioni entro il 2025, numeri questi che spingono i promotori delle Silicon Vineyards a cercare alleati/investitori anche tra l'Unione degli agricoltori con un'argomentazione assai semplice: “questo è un modo per fare soldi”. Altro motivo di ottimismo potrebbe risiedere nella volontà politica del nuovo governo di coalizione guidato da David Cameron che non può fare a meno di allinearsi a una tendenza del mercato energetico mondiale che da una parte vede scendere le quotazioni delle fonti fossili sia nell'apprezzamento dell'opinione pubblica che nelle strategie energetiche di lungo periodo, dall'altro vede migliorare la posizione delle rinnovabili. La Gran Bretagna non ha brillato finora per produzione di energia da fonti rinnovabili, che nel 2008 ha fatto registrare appena il 2,25% e il governo si è impegnato a migliorare questi numeri.
Obiezioni vengono soprattutto l'impatto paesaggistico, alle quali però i promotori del progetto rispondono che i pannelli non saranno alti più di due metri e così la bellezza del paesaggio della Cornovaglia non ne risentirà affatto tanto che, continuano gli ingegnerei che lavorano al progetto, l'occhio di chiunque, sia turista o un abitante del luogo che non vuole vedere ferita la propria terra da installazioni di silicio e metallo, nemmeno si accorgerà dell'esistenza dei pannelli fotovoltaici mimetizzati tra le siepi; certo si vedranno un po' dall'alto, ma la loro visione sarà di certo meno fastidiosa di ogni pala eolica in commercio.
Immagine tratta dall'album Flickr di Brron
Si svolge al Maxxi di Roma il sesto appuntamento di Capitale Digitale, l’evento ideato da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il mensile Wired per approfondire quanto c’è di nuovo nel mondo della cultura digitale che nella sua rutilante evoluzione sforna idee e soluzioni a ritmo frenetico. Provare a immaginare oggi quello che accadrà nel futuro prossimo. Ecco la sfida.
Nei magnifici spazi disegnati dall’architetta iraniana Zaha Hadid, l’ospite principe della manifestazione è Jamais Cascio (qui una sua videointervista), responsabile del Long Term forecasting dell'Institute for the Future di Palo Alto, il celebre istituto di ricerca californiano che ogni anno produce una mappa dello scenario dei successivi dieci anni sulla base delle suggestioni che provengono da scenaristi, futurologi, scienziati e umanisti di tutto il mondo.
«Futuro è sostenibilità» è il titolo, esplicito e significativo, dell’intervento di Cascio. In quale modo la sostenibilità ci riguarda in quanto singoli ma anche nella nostra dimensione globale? Quali sono i risvolti economici ed ecologici che comporta l’opzione della sostenibilità? L’intervento del guru californiano si svolge attorno a queste domande fondamentali per il nostro futuro e per il futuro del nostro pianeta.
Dopo la lecture di Cascio, intervengono in una tavola rotonda moderata da Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, anche Gabriele Galateri di Genola, presidente di Telecom Italia, Umberto Croppi, assessore alle politiche culturali e comunicazione del Comune di Roma, Francesco Sacco, docente presso l'Università dell'Insubria, Chicco Testa, manager di Rothschild, e Giuliana Zoppis, architetto e giornalista.
Capitale digitale ha anche la sua finestra su Facebook, su Twitter e la diretta video sul web.

Energia pulita, fonti rinnovabili, efficienza energetica, abbattere le emissioni di CO2: andate a un convegno, alla presentazione di un libro, in qualsiasi occasione pubblica in cui si parli di energia e queste parole vi risuoneranno nelle orecchie più insistenti del coro di vuvuzelas negli stadi del mondiale sudafricano. Non solo il mercato delle rinnovabili vede crescere i propri fatturati mentre fioriscono e si specializzano aziende che prendono posto nella nuova filiera energetica (pannelli solari, pale eoliche, materiali per case efficienti capaci di aver bisogno di sempre meno energia da produrre), ma l'attenzione di occhi insospettabili si mette a fuoco sui nuovi modi di produrre energia.
Come, ad esempio, la Iea (International Energy Agency) che fu fondata nel 1974 in seguito allo shock petrolifero con il compito di coordinare le politiche energetiche dei paesi membri per assicurare l'approvvigionamento energetico. Nei rapporti annuali della Iea le rinnovabili hanno acquistato uno spazio sempre maggiore e in un recente documento, l'Agenzia punta il dito sugli aiuti di stato che finiscono per finanziare l'utilizzo di fonti fossili, tanto da sostenere che, se questi fondi (circa 550 miliardi di dollari l'anno) sparissero, i consumi energetici potrebbero diminuire e abbattere le emissioni di CO2 in maniera sostanziale, come se Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna smettessero all'unisono di immettere anidride carbonica nell'atmosfera.
La Iea è in buona e numerosa compagnia in questa accresciuta attenzione verso le rinnovabili, tanto che Ises Italia, sezione italiana dell'International Solar Energy Society, ha dedicato un convegno a questo tema intitolandolo “Gli insospettabili” per sottolineare come soggetti che finora si erano sempre mostrati tiepidi verso l'energia pulita attribuiscano oggi all'energia verde un ruolo determinante per il prossimo futuro. Questi attori rispondono a nomi altisonanti come Fondo Monetario Internazionale, Banca d'Italia, McKinsey, PriceWaterhouseCoopers. E allora? Sono diventati tutti ambientalisti?
Forse l'origine di questo interesse sta in una concomitanza di circostanze che portano le rinnovabili al cuore di una specie di circolo virtuoso. “Le rinnovabili costituiscono oggi una grande opportunità per l'economia, per l'occupazione, per un intero settore economico-finanziario, perché non esiste al mondo altro settore che abbia simili livelli di crescita” – ha spiegato Davide Tabarelli di Nomisma Energia parlando al convegno di Ises Italia.
Cresce la produzione, diminuiscono i costi: il circolo virtuoso sembra chiudersi perfettamente. Ma in realtà le difficoltà non mancano, soprattutto per il mercato italiano dove la produzione di energia rinnovabile è in crescita ma difficilmente si riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direttiva europea 20-20-20, che impone entro il 2020 di ridurre del 20% le emissioni europee di CO2, di aumentare l'efficienza energetica del 20% e di incrementare del 20% l'utilizzo di fonti rinnovabili. Come dire: qui in Italia di rinnovabili si parla tanto ma si ottiene poco.
“Spendiamo molto per questo settore – spiega Luciano Barra, del Ministero per lo Sviluppo Economico, al convegno ISES – ma la gran parte dei quello che si spende la utilizziamo per importazione tecnologica. Ci vuole innovazione nella continuità – continua Barra – un approccio cioè che sappia promuovere le fonti di energia rinnovabile in modo efficace ed efficiente, idoneo a raggiungere l'obiettivo ma con il minimo costo per chi opera nel settore”.
Insomma, tutti ne parlano, tutti le vogliono, ma il mercato italiano ancora non decolla e si cerca la via per far correre un settore che già vola in molte parti d'Europa.
Immagine dall'album Flickr di Jeremy Levine Design
Sono sicuro, ve lo ricordate tutti lo spot di un tour operator che metteva alla berlina i turisti che avevano pensato per conto proprio a organizzarsi le vacanze. Eppure il viaggio più ricco, più denso, più appassionato, è quello improvvisato, magari senza gps, parola di antropologo. “La qualità di un viaggio sta nello scambio, nelle relazioni che si riescono a instaurare con il territorio che si visita e con le culture che si raggiungono. Ma se ci chiudiamo in ghetti dorati controllati da vigilantes, impermeabili ai fermenti della quotidianità e delle culture, allora non facciamo che consumare la nostra vacanza come un prodotto qualsiasi”.
Duccio Canestrini è un antropologo che presta molta attenzione, tra le altre cose, a come cambia l'atteggiamento delle persone e il loro (nostro) rapporto con il viaggio. Dall'Università di Trento, dove insegna, Canestrini porta lo studio dell'antropologia in teatro, con i suoi monologhi multimediali, e in libreria, con titoli che sembrano giocarci un po' (come Andare a quel paese o Non sparate sul turista) ma invece analizzano e raccontano il turismo come un modo e un'attività per vivere relazioni con luoghi e persone, nel rispetto dell'ambiente e delle culture. Alcuni direbbero che esiste una formula per tradurre tutto questo in due parole semplici e che vanno di gran moda: turismo responsabile, o turismo sostenibile. Ma il professore ci invita a non fare confusione con le parole e, per utilizzare quelle che gli sembrano più adeguate, lui ha coniato la definizione di turismo permeabile. “Si tratta semplicemente di usare buon senso – spiega Canestrini – senza farsi prendere dalla fobia per l'ignoto e affidarsi a strutture ricettive a gestione familiare, magari improvvisare, aprirsi e non chiudersi, essere consapevoli che l'alta qualità del viaggio si ha nello scambio e nei rapporti umani”.
Eccola la permeabilità del turismo, quella che otteniamo quando, continua il Canestrini, “il turista si apre alla realtà che incontra senza stereotipi creando una normale relazione umana con la realtà che incontra. Se c'è questa permeabilità, viaggiatore e ospitante si arricchiscono reciprocamente; con i pacchetti preconfezionati non possiamo far altro che consumare la nostra vacanza”. Come accade in posti dove tutto è già predisposto, ogni cosa demandata a un'organizzazione e così, ovunque sei, è sempre lo stesso posto e magari, per arrivarci hai viaggiato chiuso nella tua auto, macinando strada tutta d'un fiato, rimbalzando lo sguardo tra l'asfalto e il gps, mentre una semplice domanda per un’informazione può essere fonte di contatto, spiega Canestrini.
A volte però il turismo si può anche trasformare in una moda, un'occasione per andare in vacanza dai propri modelli di consumo e far finta, magari per una settimana l'anno di essere ecologisti, di avere cura per l'ambiente e di colorare il viaggio con una spennellata di morale a buon prezzo. “Dobbiamo renderci conto – dice Canestrini – che il turismo è un'industria impattante, basta guardare l'Adriatico per capirlo. Quando si parla di turismo sostenibile si usa una definizione che riguarda l'analisi degli impatti ambientali e la pianificazione del turismo sul territorio”. Ecoturismo, o turismo ecologico è una cosa diversa e riguarda le scelte dei viaggiatori che decidono di viaggiare con modalità e comportamenti che siano rispettosi dell'ambiente. “Una volta mi è capitato in California di mangiare pomodori prodotti in maniera assolutamente biologica, erano buonissimi, ma poi ho scoperto che erano coltivati da braccianti messicani sotto pagati e desindacalizzati. In questi casi finisce l'ecologia e inizia un altro discorso. Se anche uno decide di mangiare biologico o di assumere comportamenti particolarmente attenti all'ambiente, anche se solo per due settimane l'anno, sempre meglio che prendere a randellate i delfini come fanno invece su una baia giapponese”.
“Esiste una sorta di coscienza, che magari a volte può essere vissuta con un pò di ipocrisia e non incide su tutti i nostri comportamenti e su tutti i nostri consumi – conclude Duccio Canestrini – ma è la consapevolezza che apparteniamo a una specie molto impattante sul pianeta terra, siamo tanti e stiamo conciando il pianeta molto male. Le scelte non possono essere mai coerenti da ogni punto di vista, ma da qualche parte bisogna partire. Farlo da questa coscienza è molto importante, poi ciascuno la declina nelle maniere che ritiene più opportune”.
L'immagine è tratta dal sito Viaggi e miraggi
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È una specie di eroe dell'ambiente, un testimonial della battaglia per la Terra. Mohamed Nasheed, presidente delle Maldive, si è costruito questa fama per il modo in cui parla ai negoziati internazionali, per la tenacia con cui difende l'arcipelago che governa dalle minacce dei cambiamenti climatici. E poi perché non ha paura di fare gesti eclatanti e provocatori se servono a spostare l'attenzione del mondo sui problemi delle Maldive. Come quella volta nell'ottobre 2009, quando decise di svolgere il Consiglio dei Ministri sott'acqua (guarda la galleria di immagini), con tanto di bombole e tute da sub. “Vivremo tutti così tra qualche anno, se non ci muoviamo ora per trovare una soluzione al problema dei cambiamenti climatici”, spiega Nasheed sottolineando quanto grave sia la situazione.
Quarantatré anni, una vita densa di battaglie per la democrazia che gli hanno fatto conoscere il carcere e l'esilio prima di fondare il Maldivian Democratic Party e arrivare a capo del governo; Nasheed è in Italia per attirare l'attenzione di politici e investitori sul suo paese, in cui tra qualche anno, promette, l'energia dovrà essere prodotta solo da fonti rinnovabili. E soprattutto il clima e i cambiamenti climatici a causa dei quali “Il nostro Paese potrebbe non sopravvivere alla fine del prossimo secolo” ha spiegato chiaramente intervenendo al convegno Clima, Energia, Ambiente: come rilanciare il Negoziato Globale” organizzato dal Centro per un Futuro Sostenibile a Roma il 23 giugno.
A causa dell'innalzamento dei mari, infatti, circa sedici isole dell'arcipelago maldiviano dovranno essere sfollate, si vive un metro e mezzo sotto il livello del mare e l'acqua dell'oceano si è infiltrata nelle falde acquifere rendendole salate e inutilizzabili. “La nostra terra ha 5.000 anni – ha detto chiaramente Nasheed – la nostra civiltà oltre 2.000; abbiamo la nostra lingua, la nostra musica, abbiamo farfalle che non esistono in nessun altro posto al mondo: non possiamo sfollare tutto questo. Abbiamo solo un'alternativa: o vivremo o moriremo con la nostra terra”.
Le parole di Anni (è così che gli abitanti delle Maldive chiamano il loro presidente) sono molto accorate e allo stesso tempo lontane dall'intenzione di esprimere lamentele all'Occidente ricco; l'obiettivo, piuttosto, è di incitare tutti a trovare una soluzione, e a trovarla ora, prima che generazioni intere siano condannate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Non è una questione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, qui si tratta di incamminarsi insieme sulla strada della sostenibilità e dello sviluppo low carbon. I mezzi ci sono, abbiamo a disposizione le tecnologie che ci servono: utilizziamole, incita Nasheed: “Solo gli audaci avranno l'opportunità di vincere. Quando abbiamo superato l'età della pietra, non lo abbiamo fatto perché non c'erano più pietre, ma piuttosto perché trovammo una nuova tecnologia, migliore della precedente. Ora dobbiamo fare lo stesso: avviare una nuova rivoluzione tecnologica”.
Sostituite le pietre di cui parla Nasheed con il petrolio e il gioco è fatto, avrete dipinto davanti a voi il quadro dello sviluppo sostenibile per mano del tenace presidente di un piccolo arcipelago che rischia di essere inghiottito dall'Oceano Indiano. Anche di fronte ai rischi e agli effetti drammatici che già si manifestano nelle Maldive come conseguenza dei cambiamenti climatici, la rinuncia e il pessimismo sono parole che non appartengono alla tenacia di uno come Nasheed: “Ho passato molti anni della mia vita in carcere, molti in esilio, ce l'abbiamo sempre fatta e ce la faremo anche ora”.
Le immagini sono tratte dalle pagine del sito del Governo delle Maldive e sono realizzate da Mohamed Ali
Guarda la gallery. © John Durant Photography /Karlsberger Design Architect
E’ già insolito immaginare un ospedale talmente curato dal punto di vista architettonico da poter competere con i più recenti musei delle varie archistar. Figuriamoci poi sapere che è stato costruito usando solo materiali sostenibili e facendo sì che risparmi energia sufficiente per alimentare 1800 case. Eppure non si tratta di congetture o auguri per il futuro ma di una realtà targata Austin, Texas: il Dell Children’s Medical Centre. La straordinaria attenzione all’ambiente ha fatto sì che fosse il primo ospedale al mondo a ottenere la prestigiosa certificazione LEED platinum (Leadership in Energy & Environmental Design). Dietro a questo risultato c’è il lavoro dello studio Karlsberger e il contributo della Michael and Susan Dell Foundation, dal nome dell’omonimo magnate dei PC.
Questo ospedale pediatrico è frutto della riqualificazione dell’aeroporto Robert Mueller Municipal ed è costituito al 92% da materiali riciclati sul posto. Lo smantellamento dell’ex pista di atterraggio ad esempio ha fornito 47mila tonnellate di materiali e tutto ciò che è stato acquistato proviene dall’area circostante ad Austin, è insomma a km zero. L’edificio, abbellito da finestre coloratissime e una cascata su un muro di granito, è caratterizzato da un’alta torre che si staglia rispetto al resto del complesso.
I costi di costruzione non sono contenuti. La cifra si aggira intorno ai 137 milioni di dollari ma, se il risparmio energetico annunciato è reale, non ci vorrà molto per ammortizzare quanto investito rispetto all’edilizia tradizionale. La lista degli espedienti adottati per rispettare il pianeta è piuttosto lunga e va dalla turbina a gas naturali da 4.3 Megawatt alle tubature a flusso ridotto che diminuiscono il consumo di acqua.
Ma la cosa che è forse più importante sottolineare è l’intelligenza con la quale sono stati disposti e realizzati giardini e cortili. Questi da un lato consentono di far filtrare, attraverso le numerose vetrate, luce naturale sull’80% della superficie. Dall’altro contribuiscono a creare un clima favorevole alla ripresa dei bambini ricoverati e smorzano l’effetto “isola di calore”, raffreddando l’aria e attenuando quindi il bisogno dei condizionatori. Lo spreco della luce artificiale poi è stato ridotto ai minimi termini grazie all’impiego di sensori di movimento che fanno sì che l’illuminazione si attivi solo quando davvero necessaria. A km zero infine sono anche le piante che, essendo tipiche della vegetazione locale, richiedono minore irrigazione e che vengono innaffiate solo con acqua riciclata. Un esempio virtuoso di ecodesign che combina il rispetto per l’ambiente con un risultato davvero notevole dal punto di vista architettonico. La speranza, inutile dirlo, è di vederlo presto replicato anche sul nostro territorio.

La Champions League arriva in Italia. Ma se state pensando a Mourinho, Milito, Balotelli e l'Inter di Moratti state sbagliando. Qui non si parla di grandi goal, parate strepitose o fuorigioco. Qui parliamo piuttosto di energia verde, di rinnovabili, di eolico, solare e biomasse.
Non una multinazionale del pallone sotto i riflettori, quindi, ma un piccolo paese di circa 1.800 anime che, dalla Val Venosta, è salita in qualche modo in cima all'Europa.
Prato allo Stelvio, infatti, si è aggiudicato la RES-Champions League 2010 per la miglior politica locale nella promozione delle fonti rinnovabili, una competizione tra amministrazioni low carbon che è culminata nella Conferenza europea delle città sostenibili, che si è svolta a Dunkerque, in Francia.
La concorrenza era agguerrita, ma a fare la differenza a favore del comune alto-atesino è stato un mix di fonti rinnovabili diverse che garantisce a Prato allo Stelvio una potenza energetica istallata e una capacità di distribuzione davvero esemplari dal punto di vista della sostenibilità.
Qualche dettaglio? Due centrali alimentate da biomasse locali, per una potenza di 1,4MW sono il cuore di una rete di teleriscaldamento capace di fornire e distribuire acqua calda; un parco eolico da 1,2 MW; 4 impianti idroelettrici, per un totale di oltre 2mila kW; una sinergia tra pubblico e privato che ha portato alla realizzazione di centinaia di impianti solari sui tetti delle case per numeri che parlano di 1.100 mq di termico e 1,8 MW per il fotovoltaico.
Ma non è finita, c'è dell'altro perché non si vince senza un fuoriclasse, un qualcosa in più che le altre squadre non hanno e che fa la differenza. Per Prato allo Stelvio, la parte del fuoriclasse la gioca forse la rete elettrica locale gestita da una Cooperativa. Vi sembrerà banale, ma gli effetti di una simile gestione non lo sono affatto: che ne dite di un paesino di montagna che nel 2003, mentre tutta l'Italia era appiedata dal black-out, continuava la sua vita normale nemmeno sfiorata dalla paura di rimanere senza corrente elettrica? E, soprattutto, che ne dite di cittadini che spendono tra il 30 e il 40% in meno rispetto alla bolletta della luce elettrica di un italiano medio?
Numeri da campioni, non c'è che dire, la voce di Hubert Pinggera non è quella di chi ha in tasca un primato continentale: “Siamo contenti e orgogliosi di questo risultato”, dice il sindaco, ma non usa slanci di entusiasmo, come se tutto fosse normale e tutto ciò rientrasse ovviamente nella gestione ordinaria di un piccolo comune. “Di certo siamo favoriti da alcune condizioni del nostro territorio che ci aiutano a portare avanti certe iniziative”, continua Pinggera.
Insomma il gioco di squadra ha premiato, almeno nel caso delle rinnovabili, e la RES Champions League è lì a dimostrare che esistono modi di mettere in pratica sistemi efficienti per generare e distribuire energia prodotta da rinnovabili e contribuire così a rendere più pulito ed efficiente il sistema energetico. Alla competizione hanno partecipato comuni di Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Italia.
Prato allo Stelvio ha portato in Italia la coppa grazie a una prestazione davvero eccellente in cui sono stati dosati diversi ingredienti tutti indispensabili per una squadra imbattibile: la collaborazione tra pubblico e privato, la capacità di sfruttare il territorio, abilità nella pianificazione, una elevata capacità di gestione delle risorse pubbliche e di utilizzare innovazione.
Bene, ma gli altri amministratori? Le altre città italiane? Guardiamo a un paesino di 1.800 abitanti e ci troviamo di fronte agli occhi un esempio virtuoso, un'eccellenza europea. Non è che qualche assessore di qualche grande città italiana ha voglia di farsi una settimana di ferie tra le valli alto-atesine?
Immagine dalla pagina Flickr di Sebastiano Pitruzzello (aka gorillaradio)
Mercoledì 9 giugno 2010 dalle 11 alle 12, Mario Tozzi, è intervenuto su avoicomunicare rispondendo alle domande della rete, per parlare di ambiente a 360°: dallo scenario globale alla scarsa educazione ambientale nell'opinione pubblica italiana, dai problemi energetici e climatici ai recenti disastri ecologici.
Kerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».
Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».
Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».
Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».
È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».