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Italia, dove finiranno le scorie nucleari delle nostre centrali

rifiuti nucleari Chi pensava che il tema del nucleare si sarebbe chiuso, almeno in Italia, con il referendum dello scorso giugno probabilmente si sbagliava. E di grosso. Il tema infatti è ancora caldo e si riaccende in occasione della presentazione del piano industriale 2011/2015 della Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel piano quinquennale si legge, ed è oggetto di particolare discussione, la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti, nel quale confluiranno scorie dal decommissioning degli impianti e dalle attività di medicina nucleare, e che custodirà circa 80mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e circa 12.500 metri cubi ad alta intensità. “Il Deposito Nazionale – ha dichiarato Giuseppe Nucci, Amministratore Delegato di Sogin - sarà realizzato all’interno di un Parco Tecnologico, centro di eccellenza italiano, dedicato alle attività di ricerca e formazione per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi”. Un deposito che, assicura ancora Nucci, sarà realizzato seguendo i più avanzati criteri di eco-compatibilità.

Ma le domande che si pongono in molti non riguardano tanto l'efficienza energetica del futuro deposito quanto piuttosto la sicurezza. Dove sarà realizzato il contenitore per tutte le scorie radioattive del paese? La Sogin ha stilato una lista, non ancora resa pubblica, di 50 siti papabili sul territorio nazionale. Tutta l'operazione ha un costo che si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, se si considerano tutte le operazioni da compiere affinché si arrivi per il 2025 al decommissioning completo. Per il momento le attività della Sogin hanno pianificato operazioni per 400 milioni di euro. I tempi per la realizzazione finale del deposito non sembrano molto veloci; si parla di cinque anni per la progettazione e le autorizzazioni e altri quattro per la costruzione.

Nove anni, dunque, a partire dal momento in cui l'Agenzia per la sicurezza nucleare sarà operativa. Rimane da capire come sceglieranno il sito, così come rimane tutto da immaginare cosa avverrà nel luogo prescelto nel momento in cui verrà reso noto; e soprattutto rimane da capire come verranno gestite le eventuali reazioni della popolazione del territorio destinato ad ospitare i rifiuti radioattivi, così come non è chiaro se la cittadinanza sarà in qualche modo coinvolta nella scelta.

Negli Usa ad esempio, la Commissione pubblica che si occupa delle strategie sull'energia nucleare, ha scelto di aprirsi alla discussione e al dibattito utilizzando la Rete. La Nuclear Regulatory Commission ha aperto un canale su YouTube, un profilo Twitter (@NRCgov) e un blog dove il presidente della Commissione, Gregory B. Jaczko, ha partecipato a due webinar, incontri durante i quali ha interagito con decine di bloggers, organizzati con il supporto di due associazioni, una favorevole e una contraria a scelte nucleariste. Forse negli Stati Uniti qualcuno ha capito che ci sono scelte pubbliche intorno alle quali il web può non solo essere uno spazio di discussione aperta, ma anche lo spazio per coinvolgere parti di opinione pubblica capaci di mobilitare le opinioni altrui. Un po' come è successo da noi col referendum.

 

Immagine di StefrogZ

 



Dom, 16/10/2011 - 20:04 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Ricordate Lomborg l'eco-scettico? In Danimarca gli tagliano i fondi

lomborgTrovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.

Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
 


 

Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.

L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.

 

Immagine di Mark McDermott

 



Greenpeace: 40 anni di battaglie per l'ambiente

40 anni greenpeaceQuarant'anni di storia, di battaglie e di azioni che nella società dell'informazione colpiscono dritto al cuore della comunicazione per far parlare di se', ma soprattutto per portare in cima all'agenda pubblica i temi più eclatanti della questione ambientale. Era il 15 settembre 1971 quando un gruppo di attivisti salì a bordo di un vecchio peschereccio per opporsi   ai test nucleari programmati dagli Stati Uniti in Alaska facendo rotta sull'isola di Amchitka. La nave fu fermata prima di giungere a destinazione ma quel giorno segna la data di nascita di Greenpeace e dei “guerrieri dell'arcobaleno”. Da quel 15 settembre di quarant'anni fa Greenpeace è diventata un'organizzazione capillare: ventisette uffici sparsi per il mondo, 3milioni e mezzo di sostenitori, 11 milioni di attivisti online che fanno rimbalzare le campagne e le iniziative sul web e sui social media. Una caratteristica fondamentale di Greenpeace è infatti la dimensione globale, essenziale per affrontare i temi ambientali attraverso i media.  Le multinazionali e gli organismi internazionali – spiega l'organizzazione – rispondono solamente a pressioni internazionali; i nostri fondatori e questi decenni di attività dimostrano che un piccolo gruppo di persone impegnate può cambiare il mondo con proteste pacifiche e offrendo testimonianze dirette di quello che accade”.
“Quello che 40 anni fa ha mosso i primi attivisti era la consapevolezza che il mondo avesse bisogno di un movimento ambientalista e pacifista che parlasse direttamente alle persone per ispirarle ad agire – ricorda Giuseppe Onufrio, direttore Esecutivo di Greenpeace Italia ­– Dopo quattro decenni rimaniamo fedeli all'idea che la nostra missione è quella di testimoniare e denunciare in maniera indipendente e diretta i crimini ambientali commessi dai governi e dalle multinazionali, per dare voce al Pianeta che non ne ha".
In quattro decenni sono moltissime le azioni promosse da Greenpeace e i risultati, a volte eclatanti, raggiunti in conseguenza di queste iniziative e delle spedizioni a bordo della Rainbow Warrior.
Questo compleanno arriva in un momento in cui, dopo quattro decenni di battaglie, “stiamo attraversando una tempesta di crisi ecologica, economica e democratica, in cui nessuna sfida è più impegnativa di quella dei cambiamenti climatici”. Una sfida importante anche per il nostro paese dove i “guerrieri dell'arcobaleno” festeggiano intanto la vittoria contro le scelte nucleari. “La prima campagna italiana è stata quella contro la minaccia nucleare, anche grazie alla quale si giunse alla vittoria del Si al primo referendum abrogativo del 1987 – conclude Onufrio – Ci sembra indicativo poter festeggiare  un'altra storica vittoria contro il nucleare che allontana  una fonte energetica insicura e costosa dal nostro Paese e che speriamo apra definitivamente la strada a un futuro energetico basato sulle rinnovabili e l'efficienza energetica".
 
 
Le vittorie di Greenpeace
 

Un video sui 40 anni di Greenpeace
 


 


Google, il gigante che divora energia

googleplexSe 2,6 milioni di megawatt/ora consumati in un anno vi sembrano tanti, chiedete a Google, e vi spiegherà perché consumi elettrici di tale portata fanno del gigante del web un'azienda verde e sostenibile.

A tanto ammontano infatti i consumi della società di Mountain View nel corso del 2010,  cifre necessarie al fabbisogno elettrico di oltre 200mila abitazioni o 41 Empire State Building, il tutto per 1,46 milioni di tonnellate di CO2 emesse in dodici mesi. 
Sembrerebbero cifre da far suonare le sirene di allarme gas serra, eppure Google le ha rese note con un obiettivo specifico: far comprendere al mondo che, se letti nel giusto contesto e nei dovuti modi, questi numeri fanno di tutto quello che gira intorno al motore di ricerca più famoso del mondo un'attività attenta ai consumi energetici nel rispetto della sostenibilità ambientale. 
Basta ribaltare il punto di vista e, invece di guardare alla domanda generale di energia prodotta dall'intera azienda, analizzare i consumi per singolo utente.

Si scopre così che un mese di servizi Google per ciascun navigatore della rete equivale al consumo di una vecchia lampadina da 60 W accesa per tre ore; 3 giorni di Youtube richiedono l'energia equivalente a realizzare, confezionare e distribuire un solo dvd, mentre un anno di Gmail richiede meno energia di quanto non ne sia necessaria a bere una bottiglia di vino, infilarci dentro un messaggio in un un pezzo di carta e abbandonarla nell'oceano.
 

Basta saper leggere i numeri e non farsi prendere troppo dagli aspetti apparentemente più eclatanti. Ma non solo. La polemica che riguarda il cloud computing e quanto questa attività si inquinante non è  nuova. Tutte le applicazioni che rendono avvincente il web 2.0 e che spingono il mercato dei tablet e degli smartphone sono possibili grazie a enormi data center, palazzi dove abitano supercalcolatori che fanno girare i bit a velocità vertiginose. E che richiedono una enormità di energia elettrica.

Tutto vero, dice Google, ma è anche vero che i loro data center utilizzano tecnologie all'avanguardia per l'efficienza energetica (a breve ne sarà inaugurato uno nuovo in Finlandia), che l'azienda utilizza edifici e veicoli ecologici e, soprattutto, investe in rinnovabili e risparmio energetico in maniera consistente. Pannelli solari fioriscono sui tetti e sui parcheggi di Googleplex, il quartier generale in California, milioni di dollari sono stati investiti in ricerca e sviluppo di tecnologie per l'energia verde.

Tutta questa iniziativa, insomma, sembra una mossa nell'ambito di una strategia di comunicazione che mira a rendere rilevante le iniziative di Google volte a rendere più sostenibile i loro servizi cloud in un'ottica che consideri tutte le attività dell'azienda, compresi i servizi per i dipendenti come i bus navetta che tagliano le emissioni che sarebbero prodotte dalle singole auto per raggiungere il posto di lavoro.

Stando a quanto calcolato da Greenpeace nell'edizione 2011 del rapporto “How dirth is your data”, lo studio che analizza l'impronta di carbonio dei principali protagonisti del cloud computing, gli sforzi del marchio californiano non bastano raggiungere la vetta della classifica delle prime dieci tra le più importanti cloud company al mondo (dominata da Yahoo! e con Apple fanalino di coda), ma le cose si muovono rapidamente nel mondo dei bit e la comunicazione, oltre che gli investimenti, può far fare passi da gigante.

 
Immagine di runJMrun
 


Ned Kahn, la forza della natura si fa arte

ned kahnColonne d'aria riempite di microscopiche perline creano dune di sabbia sempre in movimento. Un occhio rotante di vetro con dentro un mix di schiume colorate sembra contenere le tempeste  che si agitano nell'atmosfera di Nettuno e di Giove. Se avete mai visto simili spettacoli, allora siete stati ad ammirare una delle opere di Ned Kahn. Artista, scienziato, ingegnere e creativo, tutte queste sono definizioni che non possono distinguersi e devono stare insieme per descrivere la figura di Kahn, lo scultore che gioca con le forze della natura mettendo in scena effetti stupefacenti. Come il Rain Oculus installato nel complesso di Maruna Bay Sands a Singapore. Una scultura cinetica che da sopra mostra un vortice d'acqua di oltre 20 metri di diametro, ma sotto offre ai passanti un meraviglioso lucernario e una poderosa cascata integrata nel sistema idrico del palazzo. Avalanche (Valanga) dà invece il titolo a una ruota mobile che, riempita con sabbia e perle di vetro che fluiscono insieme, dà vita a una sinfonia di movimenti, evocando così le dianmche che muovono il suolo, la sabbia e la neve. 
 
Dopo aver studiato botanica e scienze ambientali, all'università del Connecticut, Kahn ha lavorato per anni all'Exploratorium di San Francisco, una sorta di museo di meraviglie della tecnica e della natura, dove ebbe come mentore il fisico, e fondatore del museo californiano, Frank Oppenheimer al quale il giovane artista faceva domande semplici sulle leggi della scienza e riceveva risposte illuminanti. Come quella volta, ricorda Kahn, che gli chiese che cosa è che si muove dentro ai fili elettrici quando accendiamo la luce. La risposta arrivò dopo una lunga esplorazione dell'edificio che doveva essere stata un vero viaggio nella scienza; ma alla fine lo scienziato concluse: “In effetti non sappiamo cosa si muove dentro il filo elettrico”.
Per Kahn fu come un “risveglio” che gli rese chiaro come quello che noi conosciamo del mondo, dice nell'articolo del sito The Smithsonian.com, è basato su nostre visioni parziali, su quello che riusciamo a vedere attraverso “finestre piccolissime”. Da quel momento in poi “L'idea dei limiti – i limiti di quello che è davvero conoscibile – ha attraversato ogni cosa che io abbia fatto”.
Le opere di Kahn sono realizzate in giro per il mondo, qualcosa ad esempio si può ammirare anche in una esposizione dedicata all'acqua al Peabody Essex Museum. Molti dei suoi lavori, realizzati in collaborazione con architetti, fanno parte degli edifici in cui si trovano. Non sono semplicemente opere che producono un effetto a beneficio di chi le vede, ma hanno una funzione per l'intero edificio.
È il caso ad esempio di un lavoro che sta curando attualmente in un palazzo di San Francisco dove dimostra un approccio rivoluzionario verso l'energia eolica. Una volta terminato il progetto,  un canale risalirà l'edificio sostenendo un torre di turbine eoliche che immetteranno energia eletttrica direttamente nella rete del palazzo.
“Mi hanno sempre eccitato i progetti in cui quello che stessi facendo fosse utile”, dice Kahn che è molto incuriosito dall'utilizzo artistico ed energetico di turbine eoliche. Queste tecnologie sono oggetto di molte critiche e pregiudizi, dice, “la gente pensa che siano brutte, rumorose e che uccidano gli uccelli. Ma credo che ci sia una grande per me di contribuire a far cambiare idea alle persone e mostrare che si può fare energia pulita in maniera meravigliosa”.
 
 


Ven, 05/08/2011 - 12:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Quorum! Fumata bianca per i referendum

referendum quorumAlla fine il quorum è arrivato. Probabilmente le persone che ci speravano domenica mattina erano più di quelle che ci credevano, e le giornate delle votazioni sono state un susseguirsi di speranze, ogni intertempo, ogni rilevazione ha dato il via a una serie di deduzioni, di confronti, di calcoli per rafforzare la scaramanzia o per dare energia a una convinzione e alimentare la speranza. Quanto hanno contato internet e i social network in tutto questo? Difficile dirlo. Perché sicuramente al raggiungimento del quorum (che non accadeva dal 1995) hanno contribuito diversi fattori, dai drammatici incidenti di Fukushima, al clima politico nazionale, fino al definitivo inserimento del quesito sul nucleare tra le schede da votare. Alla fine anche i boicottaggi e l'infinita serie di ostacoli che si sono messi tra la campagna referendaria e il quorum si sono mostrati sterili, almeno  più sterili di quanto non sia riuscita a fare la rete di messaggi e di iniziative che hanno popolato i social network. Mentre inizia lo spoglio delle schede, infatti, una cosa si può già affermare: il web italiano segna un momento importante nella politica del nostro paese perché in questi referendum, come nei ballottaggi delle recenti amministrative, Twitter e Facebook sono stati un fiorire di iniziative tutte cresciute nel campo della corsa al quorum (e delle motivazioni per il Sì), politicamente schierate. Forse più di altre volte, ma quello che conta è che questa volta (alle amministrative come al referendum) il risultato finale va nella stessa direzione in cui tirava il vento del web. 
 
Il quorum c'è. Ora si può dire, dopo l'altalena delle rilevazioni che è stata un continuo crescendo. Oltre l'11% a mezzogiorno di domenica; alle 19 il Ministero dell'Interno diceva che si era superato il 40% e i commenti degli esperti erano tutto un confronto con gli andamenti dei referendum passati, calcoli e proiezioni facevano immaginare che il quorum sarebbe arrivato. La mattinata di lunedì era fatta di indiscrezioni e un nuovo colpo di teatro arrivava dal Viminale, con il Ministro Maroni che ad urne ancora aperte annunciava il raggiungimento del quorum. Un colpo basso secondo alcuni.
Ma appena arrivate le 15 i primi dati ufficiali parlavano chiaro.
Certo i social network non sono stati a guardare e sono stati un fiorire di iniziative e ashtag, come #iohovotato che ha registrato un notevole successo. Ma soprattutto Twitter e gli altri hanno tenuta viva l'informazione, perché se volevate sapere al volo le cifre sull'affluenza, che ci si poteva aspettare per il risultato finale e come si potevano confrontare i dati con i referendum passati, il modo più semplice era una ricerca su Twitter, un solo click ed eravate a contatto con le informazioni più aggiornate e, facendo un po' di attenzione, attendibili. Sì, a guardare i referendum la rete ha funzionato e i social network si sono mostrati qualcosa di più di semplice cazzeggio. Chi impara a utilizzarli bene ha una possibilità in più. Anche in politica.


Lun, 13/06/2011 - 15:12 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tutti gli sgambetti al referendum. Ora tocca agli italiani all'estero

referendum nucleareÈ uno stillicidio senza fine. Ogni giorno ce n'è una nuova a fare di questi referendum più una corsa a ostacoli che una tornata di voto. Oggi campeggia il tema delle schede degli italiani all'estero. La questione è facile da raccontare ma, sembrerebbe, difficile da districare. In sostanza, come sempre accade, gli italiani residenti all'estero consegnano le schede con il proprio voto al consolato italiano del paese di residenza. Queste schede sono quindi consegnate in anticipo rispetto a quando vengono recapitate nei seggi italiani. Sembra logico: il tempo di inviarle, di far votare, di raccoglierle e di farle tornare indietro disponibili per il giorno dello spoglio. Un giro del mondo, andata e ritorno. In poche parole: gli italiani all'estero hanno già votato i quattro quesiti sul referendum, solo che uno di questi è cambiato. Come saprete, il quesito sul nucleare è diverso da quello originale, ed è cambiato per effetto del decreto omnibus e della sentenza della Cassazione che ha riammesso il tema dell'energia alla consultazione.
Come conteggiare questi voti? Si possono sommare a quelli che si esprimeranno il 12 e 13 giugno? Oppure bisogna annullarli e far votare da capo queste persone? La risposta, ancora una volta, nascerà da un tribunale, per la precisione dall'Ufficio centrale per la circoscrizione estero presso la Corte d'Appello di Roma.
Dall'incidente di Fukushima in poi, la storia della scheda grigia, quella dedicata al nucleare, non ha avuto per niente vita facile. Prima la moratoria del governo e la decisione di abrogare la legge per decreto, poi la riammissione del quesito, nel frattempo la campagna di comunicazione istituzionale sui referendum che non partiva. Successivamente i telegiornali diramavano servizi con date false per le consultazioni elettorali. 
 
E adesso che può succedere? Gli scenari possono essere diversi. Uno, il più semplice, è quello di chi sostiene che basterebbe sommare le schede di chi ha già votato all'estero con quelle che saranno riempite il 12 e il 13 in Italia. C'è chi dice di non considerare il voto degli italiani all'estero nel conteggio del quorum. Addirittura c'è chi dice che chi vive fuori dal paese non ha alcun interesse nella materia dei quesiti e quindi il loro voto è "un'enorme assurdità". Ma potrebbe anche darsi anche il caso che che i nostri connazionali che risiedono in un altro paese debbano votare in un secondo momento. In ogni caso, è prevedibile che una pioggia di ricorsi inondi i risultati del referendum.
È tutto molto complicato, e in rete non mancano di sollevarsi voci di indignazioni che potremmo racchiudere nelle parole di Gianni Riotta:
“Temo mi abbiano fregato il voto ai referendum: che pena, che caos”.
 
Immagine di myJon
 


Il nucleare porta ai seggi l'80% degli italiani

referendum nucleare sondaggiIl sondaggio appare sulle pagine del quotidiano La Stampa, realizzato dall'Istituto Piepoli. Alla domanda “Lei personalmente ha già programmato di andare a votare?” il 78% degli intervistati avrebbe risposto “Certamente/Probabilmente Sì”, il 20 percento sarebbero decisi a non presentarsi ai seggi e solo un 2 per cento risulterebbe senza opinione. Realizzato il 6 giugno, il sondaggio dimostrerebbe quanto vale la forza di attrazione che il quesito nucleare sta esercitando sul raggiungimento del quorum necessario a rendere valido il referendum del 12 e 13 giugno. Non circolano sui media sondaggi sul risultato finale del referendum, anche perché è facilmente ipotizzabile che se si raggiungesse il quorum sarebbero i Sì ad ottenere il maggior numero di schede, però alcuni sondaggisti si sbilanciano su analisi che riguardano il quorum e, dicono Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, il quesito sul nucleare aumenta le chance di arrivare al quorum. 
A portare in questa direzione, probabilmente, c'è anche il parere della Corte Costituzionale che ha definitivamente dichiarato valido e ammissibile il quesito sul nucleare. 

Continuano comunque le polemiche che riguardano gli spazi di informazione dedicati alla consultazione referendaria, in particolare riguardano i tempi con cui è partita la campagna di informazione da parte del servizio pubblico e gli spazi del palinsesto dedicati alle tribune e agli spot che non sarebbero, dicono alcuni, conformi  a quanto stabilito dai regolamenti  che obbligano a mandare in onda questi programmi dalla data di indizione del referendum (il 4 aprile) “nelle fasce orarie di maggior ascolto”.

Una nuova polemica nasce poi dalle informazioni sbagliate che sono state diffuse da telegiornali nazionali (Tg1 e Tg2) nei cui servizi si dice che il referendum avrà luogo in date diverse dal 12 e 13 giugno. Errori che hanno portato l'Authoriy per le comunicazioni a richiamare le reti dopo aver rilevato carenze nell'informazione in tema di referendum. Per l'Agcom, quindi, la Rai dovrà provvedere alla diffusione di messaggi autogestiti e tribune elettorali nella fasce di maggior ascolto (tra le 18,30 e le 22,30) e “a garantire una rilevante presenza degli argomenti oggetto dei 
referendum  nei telegiornali e nelle trasmissioni informative di maggior ascolto di tutte le tre reti generaliste”.
 

 
Immagine di mbeo
 


Mer, 08/06/2011 - 09:37 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tam-tam Facebook, i referendum e la mobilitazione

referendum nucleare acquaSe c'è una cosa che i social network sanno fare bene è mobilitare le persone verso un obiettivo, uno scopo ben chiaro. Twitter, Facebook e Friendfeed sono spesso accusati di essere il luogo privilegiato delle chiacchiere perditempo, della futilità senza contenuto. Sempre più spesso però  i social network fanno parlare di sé in maniera diversa, protagonisti attivi di un mondo della comunicazione che cambia e strumenti nelle mani di un pubblico attivo, volenteroso non solo di comunicare, ma anche di agire attraverso quello che si scrive sull'internet. I social network sono fatti apposta per i tormentoni, come è successo ad esempio nella campagna elettorale delle amministrative dopo il faccia a faccia tra Moratti e Pisapia. Le piazze telematiche hanno questa speciale capacità di mobilitare, di creare seguito intorno a una campagna. Come sta succedendo per  i referendum del 12 e 13 giugno.

È tutto un fiorire si iniziative che raccolgono adesioni e “like” da ogni angolo del web. La più comune è la classica mossa da Facebook, e cioè la sostituzione della foto del proprio profilo con una immagine che esprima chiaramente un messaggio. La più diffusa è probabilmente quella con i quattro “Sì” colorati che circondano la data della consultazione referendaria.

Poi ci sono vere e proprie campagne che nascono appositamente per l'occasione. Alcune mantengono lo spirito un po' goliardico che circola per il web e mantengono alto il livello dell'umorismo. Altre invece sono invenzioni finalizzate a tramutare un sentimento, una opinione, una intenzione di voto, in un'azione concreta. Sono queste le iniziative che sfruttano forse al meglio il potenziale del web e che ad ogni circostanza dimostrano sempre qualcosa in più della capacità dei social network di richiamare l'attenzione delle persone per invitarle ad impegnarsi attivamente.

Tra le più note di queste campagne c'è il Taxiquorum. La questione è semplice e si traduce in una domanda: “Te la senti di accompagnare al seggio una persona che da sola non potrebbe andare a votare al referendum del 12 e 13 giugno?”. Se la risposta è sì basta mandare una mail all'indirizzo indicato e dichiarare la propria disponibilità. In poche ore l'iniziativa ha preso a rimbalzare su Facebook, gli altri social network e sulla blogosfera (fino a far parlare di sé anche sull'Espresso). Insomma, grande successo di adesioni da cui è nata una specie di rete nazionale di tassisti da referendum e un RadioTaxiQuorum da chiamare se ci si mette a disposizione oppure se si ha bisogno di un passaggio per il seggio (il n. telefono è 377.3197008).


Non mancano poi i giochi di parole. Uno dei più incisivi sulla rete è stato probabilmente il BattiQuorum, organizzazione no-profit che ha creato il proprio angolino di Facebook con l'obiettivo dichiarato di “portare al voto 25 milioni di persone per il referendum del 12-13 giugno”. Il logo con i cuori tricolori sotto la scritta “Io non mi astengo” campeggia nel profilo di molti utenti di Facebook, oltre 20mila sono apprezzamenti per questo spazio da dove partono e si coordinano iniziative in numerose città italiane.

Innumerevoli sono i video che su Youtube sostengono il referendum e che, postati di blog in blog, rimbalzano per la rete allungando la coda dei destinatari del messaggio. Sono, ad esempio, questo video.


 

Oppure ci sono siti che raccolgono testimonianze di personaggi noti e notissimi sulle questioni referendarie. Referendumacqua.tv, ad esempio, mette insieme molti video che girano in rete e le dichiarazioni di nomi eccellenti come Camilleri, Vecchioni, Ettore Scola e molti altri.

 

Questa è solo una piccola rassegna di quello che sta accadendo in rete intorno ai referendum del 12 e 13 giugno. Molte altre ce ne sono che non abbiamo citato e che ci sono sfuggite. Aiutaci a rintracciarle e a navigare nell'informazione dei social network. Segnala una iniziativa o una campagna che reputi particolarmente interessante e contribuisci a farla rimbalzare nella rete.

 

Immagine di mariateresat


 

 



Lun, 06/06/2011 - 16:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Anche la Germania lascia il club nucleare

fukushima nucleareL'Europa si divide sul nucleare. Già subito dopo Fukushima le posizioni dei principali membri dell'Unione si delineavano in maniera chiara: Francia e Gran Bretagna convinte sul nucleare, l'Italia sospesa tra moratoria e referendum, la Germania chiuderà l'ultimo reattore nel 2022. Nel frattempo, in piena Europa ma fuori dall'Unione, anche la Svizzera ha deciso di intraprendere il suo cammino di uscita dal nucleare. La notizia è ufficiale: i test per verificare la sicurezza delle 143 centrali su territorio dell'Unione Europea prendono il via con l'inizio di giugno. Si tratta di sistemi di valutazione stabiliti dalla Commissione europea e che tengono conto di quanto gli impianti siano capaci di fronteggiare sia calamità naturali (come terremoti fino a magnitudo 8) che rischi prodotti dall'attività umana (come ad esempio possibili incidenti aerei). Un discorso a parte, invece è dedicato alla questione degli attacchi terroristici su cui, come scrive il quotidiano britannico Guardian, Gran Bretagna e Francia hanno esercitato pressioni affinché non venissero inclusi tra i parametri dei test. Ipotesi di dirottamenti aerei sulle centrali o esplosioni di bombe, insomma eventi di natura terroristica  spettano alla valutazione di esperti di sicurezza nazionale e  non a chi si occupa di energia nucleare, questa la posizione sostenuta principalmente dai britannici appoggiati dai francesi, le cui pressioni hanno avuto la meglio. Gli stress test partiranno senza includere questi casi citati e potremmo avere conoscenza dei risultati intorno ad aprile dell'anno prossimo. Da sottolineare però, dice ancora il Guardian, che la Commissione non ha il potere di chiudere le centrali nucleari, ma questa decisione dipenderà dalla pressione dell'opinione pubblica una volta che gli esiti dei test saranno noti.
 
Chi invece può decidere di abbandonare il nucleare è il governo di ogni singolo stato, ed è quello che sta accadendo in Svizzera dove si pensa di dimettere le cinque centrali presenti nel paese e di sostituirne la produzione energetica con nuove fonti di energia. Il tutto si realizzerà tra il 2019 e il 2034 esattamente gli anni in cui cesseranno la loro attività rispettivamente la più vecchia e la più giovane centrale elvetica. La decisione svizzera è interessante anche per le cifre che ne scaturiscono. Attualmente il 40% dell'energia elettrica nazionale proviene dal nucleare, questa verrà gradualmente sostituita e compensata con idroelettrico, rinnovabili, impianti di cogenerazione e impianti a gas a ciclo combinato. La trasformazione potrebbe portare ad un aumento delle emissioni di CO2 compreso tra 1 e 12 tonnellate che però, dicono da Berna, sarà compensato dal fatto che altre misure di riduzione delle emissioni in altri campi porterà a un taglio di gas nocivi di circa 14,9 milioni di tonnellate rispetto al 2009.
 
Immagine di daveeza
 


Fino al referendum dentro un rifugio antinucleare

i pazzi siete voi - nucleareSette ragazzi si sono barricati dentro un rifugio anti nucelare. “Roba da matti”, direte voi. E invece “I pazzi siete voi”, rispondono loro dalla loro casa sigillata. Voi che pensate che il nucleare sia l'energia del futuro, che le centrali non diano problemi, che siccome ce l'hanno tutti ce le dobbiamo costruire anche qui in Italia. E allora, col supporto di Greenpeace, Alessandra, Pierpaolo, Luca, Giorgio, Silvio, Alice e Marco si sono barricati, proprio come se fosse scoppiata una centrale nucleare e si vivesse in pieno allarme atomico. Si sono chiusi nel rifugio, hanno scorte alimentari che non prevedono cibi freschi e da lì, comunicando con l'esterno solamente attraverso internet, portano avanti la loro protesta. Che però solo protesta non vuole essere, ma vuole anche sollecitare chi arriva in contatto con loro (e sono tanti, dai social network attraverso il loro sito web www.ipazzisietevoi.org), a firmare la petizione contro il nucleare.
 
Ci siamo incuriositi, abbiamo provato a contattarli e, rigorosamente via web, ci siamo fatti spiegare che cosa ci stanno a fare dentro una casa sigillata.
“Il nostro obiettivo principale è sollecitare le persone affinché si attivino per combattere un eventuale ritorno del nucleare in Italia, chiediamo la possibilità di votare il referendum e quindi siamo qui per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica  riguardo”.
In effetti è scritto anche sul loro sito: “Non usciremo finché il referendum non cancellerà l'incubo nucleare”. 
Le comunicazioni, si diceva, solo attraverso internet che consente di avere un rapporto diretto con le persone, un dialogo. “Lo strumento principale è il nostro sito, pubblichiamo ogni giorno un diario su quello che facciamo, mettiamo online video, postiamo su Facebook”. 
E che cosa vi dicono? Cosa vi chiedono le persone che vi seguono sul web?
“Ci sostengono, manifestano apprezzamento per il fatto che qualcuno si attivi e cerchi di portare la loro opinione in pubblico. Ci chiedono che difficoltà troviamo a vivere in queste condizioni, con acqua e cibo razionati. La vita non è facile dove esplode una centrale nucleare”.
Qualcuno però fa anche domande un po' provocatorie, perché non sono d'accordo con queste iniziative, oppure non le capiscono, le considerano inutili. Ad esempio, sul profilo Facebook di Avoicomunicare, ci hanno proposto di chiedervi: ma che cosa pensate di dimostrare?
“Innanzitutto vogliamo dimostrare che molti italiani non sanno ancora, a circa venti giorni dalla data del voto, se ci saranno e quali saranno i referendum. Poi vogliamo dimostrare che esiste attualmente gente, come a Fukushima, che vive in queste stesse condizioni e vogliamo mostrare quanto può diventare difficile una giornata se per caso, senza averlo scelto, si abita vicino a una centrale nucleare”.
Ora però basta con le chiacchiere, che dentro il rifugio ognuno ha le sue cose da fare dettate dall'organizzazione del lavoro, ci sono i turni per pulire, cucinare, lavorare al computer. Rimane giusto il tempo per lanciare un appello e invitare le persone a firmare la loro petizione impegnarsi a votare sì al prossimo referendum del 12 e 13 giugno.
 


La Sardegna spinge contro il nucleare

nucleare referendum sardegnaNon si smette di parlare di nucleare. Anche se l'attenzione dei media è rapita dalla tornata elettorale, anche se i referendum continuano a latitare dal mondo dell'informazione, e domani si dovrebbe discutere alla Camera la legge che potrebbe annullare il quesito sulle centrali italiane (ma la decisione però spetta alla Corte Suprema della Cassazione). 

Intanto però, nella giornata delle elezioni amministrative, il fronte antinuclearista batte un colpo secco e sonoro. In Sardegna si è votato, insieme a molti sindaci e consigli comunali, anche un referendum consultivo il cui quesito recitava in maniera molto asciutta e comprensibile: “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?”
 

Gli elettori sardi hanno piazzato un uno-due perentorio alla pianificazione nuclearista prima superando abbondantemente il quorum, fissato al 33%, portando alle urne quasi il 60% degli aventi diritto; e poi, a spoglio avvenuto, il secondo colpo deciso e chiaro: i sì, la voce dei contrari, ha superato il 97% delle schede valide.
È un risultato che pesa, soprattutto alla luce della recente decisione della Consulta che ha affermato e ribadito che il consenso delle regioni è determinante per la localizzazione degli impianti nucleari, e senza consenso il governo non può decidere di piazzare una centrale.
Ora resta da vedere quanto questo risultato possa fare da locomotiva per il quorum del 12 e 13 giugno quando la scelta sul nucleare potrebbe riguardare la strategia energetica nazionale, e non solo il parere di una singola regione.
 
Ma di nucleare si continua a parlare anche all'estero, dove l'effetto Fukushima non si spegne. Come in Germania, ad esempio, dove è appena stato reso pubblico un rapporto sulla sicurezza delle centrali nucleari attive a diversi fattori di rischio; gli esiti probabilmente non stupiranno i lettori, ma sono abbastanza preoccupanti, visto che ad esempio nessuno dei 17 impianti tedeschi potrebbe garantire sicurezza in caso di incidente aereo.
Notizie non positive in tema di sicurezza arrivano anche dagli Stati Uniti, dove la Nuclear Regulatory Commission ha recentemente rilevato seri problemi negli equipaggiamenti di numerosi impianti ed ha affermato che nelle centrali statunitensi non si è prestata sufficiente attenzione ai problemi che potrebbero intercorrere in caso di incidente nucleare e che potrebbero affliggere aree circostanti alle centrali, esattamente come è successo a Fukushima.
Il nucleare, quindi, non sembra affatto un argomento esaurito e, mentre in Italia si aspetta di sapere le sorti del referendum, il dibattito continua in tutto il mondo e punta l'attenzione sulla questione delle questioni: la sicurezza.
 
Immagine di anve44
 


Mar, 17/05/2011 - 19:20 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Obeso e denutrito, la follia di un mondo senza sostenibilità

"Un mondo in cui 20 milioni di persone ogni anno muoiono di fame nelle aree più povere, mentre nelle zone più ricche una persona su dieci è obesa è un mondo folle, stupido, insensato. È un mondo sbagliato che non guarda al futuro. Queste cose chi fa politica le deve sapere". Sebastiano Maffettone, Preside della facoltà di Scienze Politiche della LUISS racconta la sostenibilità e le sue radici filosofiche: "L'idea che la natura sia complemento indispensabile della vita umana è antichissima, appartiene a molta della filosofia del passato - dice Maffettone - la rivoluzione scientifica ha messo in crisi questo pensiero. Soprattutto nel mondo occidentale. Ma in altre culture questo è meno vero". Pensate a Gandhi, per esempio.

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Nucleare, perché il referendum si deve fare


«Siamo un paese dove la salvaguardia dei cittadini viene molto dopo gli interessi particolari. Apprezzerei un governo che non nascondesse il rischio nucleare e dicesse che non esistono alternative. Ma le cose non stanno così». Il sogno utopico di una quarta generazione di centrali e il famoso 20-20-20 uscito dalle prospettive del governo. Intanto l'Europa ci invita a investire seriamente sulle rinnovabili. Gianni Mattioli - fisico, ambientalista e ex ministro - critica le scelte di politica energetica italiane governate da miopia nel migliore dei casi (in certi casi è vera ignoranza, dice).



Energia, ora investire su ricerca e innovazione. Parla Carlo Rubbia

“Quando i problemi sono tali che tutti li possono vedere, vuol dire che ormai è tardi, non c'è più rimedio. I risultati e i cambiamenti si possono ottenere solo quando sono pochi quelli che riescono a prevedere i problemi futuri”. Carlo Rubbia cita Machiavelli e parla degli investimenti italiani
Nel campo dell'energia si investe pochissimo in innovazione e nella ricerca scientifica e nello sviluppo di nuove soluzioni, circa lo 0,1% delle cifre che fanno funzionare l'intero settore. “Se continuiamo così – spiega Rubbia – l'energia italiana rimarrà ferma”. Vediamo i problemi connessi all'ambiente e al nostro futuro, ma non facciamo abbastanza per studiare e produrre soluzioni.



Colpo di spugna sul nucleare. Per ora

Non se ne fa più niente. Il nucleare è scomparso dall'agenda energetica Italia con un decreto che, in discussione alle Camere, abroga la norma che affida al governo la decisione sulla scelta dei siti per le centrali. Scomparsa la legge, inutile il referendum, cambia la strategia del paese sull'energia. Tutto in un pomeriggio d'aprile. La decisione probabilmente ha motivazioni più politiche che energetiche, ma sta di fatto che arriva improvvisa a creare l'ennesimo colpo di scena su una storia infinita. Da quando l'allora Ministro Scajola rilanciò nel 2008 la scelta nuclearista, poi la decisione della Consulta per l'approvazione dei referendum per chiamare gli elettori a dire la propria sulla questione, poi lo tsunami giapponese e la tragedia di Fukushima. Nel mezzo una discussione accesissima tra i sostenitori dell'atomo e coloro che invece da sempre e per ragioni diverse sostengono le ragioni di vie alternative al nucleare: più sicure, più pulite, più vantaggiose, più innovative. E in mezzo, anche, un decreto che ha improvvisamente bloccato gli incentivi alle rinnovabili rimandando ad un decreto che ogni anno dovrebbe definire obiettivi e tariffe.
Infine la decisione di ieri sospinta, si dice, da sondaggi che vedrebbero gran parte dell'elettorato disponibile ad andare a votare il 12 e 13 giugno, formare il quorum necessario e bocciare a gran voce il nucleare made in Italy. Il referendum sarà,  a questo punto inutile? Verrà annullato il quesito sul nucleare? Sembra di sì, forse no. La decisione spetta alla Corte di Cassazione ma l'esito non è scontato perché il decreto del governo parla di sospensione delle norme in atto e quindi il referendum potrebbe essere sospeso e non annullato. Inoltre rimane in piedi tutta la parte del quesito che riguarda lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie. In altre parole, stando a quanto dice il Ministro Romani tutto è rimandato alle decisioni dell'Unione europea.
La partita è dunque sospesa, ma rimane da giocare. Così come rimane in piedi la domanda che ha esplicitamente posto il Presidente dell'Istat Enrico Giovannini in una recente intervista ad Avoicomunicare: dove va un paese che non riesce a costruire una solida e certa strategia energetica di lungo periodo?
Questo ripetuto meccanismo di stop and go – dice Giovannini – non fa bene alla fiducia degli investitori, non fa bene alle imprese e men che meno all'occupazione.
Ora, nel breve periodo, rimane da capire se l'ennesimo cambio di direzione sull'energia rimetterà in moto le rinnovabili che negli ultimi due anni sono state protagoniste di una crescita inaspettata e quasi miracolosa e che il Decreto Romani aveva frenato inchiodandole, ancora una volta, ad una indecisione che sembra momentaneamente sciolta, almeno per 12 mesi.

Immagine di Luigi Rosa



WWF: appuntamento a Rio 2012 per lanciare la Green Economy

All'assemblea nazionale degli attivisti del WWF (Foligno 16/17 aprile 2011) si parla, tra l'altro, di green economy e di come si possano rendere più sostenibili i nostri stili di vita.
Jim Leape, Direttore Generale di WWF International, percorre in questa intervista i temi principali del futuro prossimo. L'appuntamento più importante è Rio 2012, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dove i decisori politici hanno l'opportunità di segnare una svolta nelle scelte globali. “Quest'anno il WWF compie 50 anni – dice Leape – e in mezzo secolo siamo riusciti a fare la differenza in molte delle sfide più importanti sostenute dal pianeta”. Ma di strada da fare ce ne è ancora molta e le sfide future rimangono importanti e difficili. Ma non impossibili.

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Tim Jackson e la sfida dell'economia sostenibile

È una grande sfida: per sciogliere l'assillante dilemma della crescita dobbiamo ripensare completamente la natura e la struttura delle nostre economie. Tim Jackson, autore di "Prosperità senza crescita" (Ed. Ambiente) parla all'assemblea degli attivisti del WWF e illustra il suo modello economico che ci chiede di rinnovare gli equilibri a cui siamo abituati: tra interesse privato e bene pubblico, tra individui e comunità, tra locale e globale.
Un nuovo sistema economico che si fonda sul fatto che siamo animali sociali e dovremmo imparare a utilizzare di più la ricchezza delle relazioni umane per creare una consapevole e condivisa visione del futuro.

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Come si misura la sostenibilità

"Se noi consideriamo la Green Economy come il percorso di una transizione in senso ecologico della nostra società e della nostra economia, non è una opzione, è una necessità". Spiega il Presidente dell'Istat Enrico Giovannini. "Questo può stimolare occupazione e benessere? Dipende dalle capacità di ogni singolo paese di sviluppare beni e servizi". Sul piano energetico, ad esempio, l'incertezza che stiamo vivendo in Italia non fa bene nessuno. "Il Paese avrebbe bisogno di definire una strategia a medio lungo termine che sia chiara, qualunque essa sia".

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Dal WWF, la via italiana alla sostenibilità

"La Terra è la nostra casa, è molto più fragile di quanto abbiamo pensato finora e non la stiamo trattando molto bene". Stefano Leoni, presidente di WWF Italia, parla delle vie per migliorare il modo di abitare il pianeta: dalla biodiversità alle energie rinnovabili, dalla conservazione dei beni ambientali alla lotta al nucleare.
Quali obiettivi per il futuro? Tanti, ma due in particolare: "Abbassare l'impronta di carbonio dell'Italia e far capire che il benessere non si misura solo col Pil, ma anche con tanti altri indicatori che riguardano la felicità, l'armonia, la sicurezza alimentare e ambientale, la partecipazione alla vita sociale". Tutti elementi essenziali di un Paese che rispetta l'ambiente.

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