Chi pensava che il tema del nucleare si sarebbe chiuso, almeno in Italia, con il referendum dello scorso giugno probabilmente si sbagliava. E di grosso. Il tema infatti è ancora caldo e si riaccende in occasione della presentazione del piano industriale 2011/2015 della Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi.
Nel piano quinquennale si legge, ed è oggetto di particolare discussione, la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti, nel quale confluiranno scorie dal decommissioning degli impianti e dalle attività di medicina nucleare, e che custodirà circa 80mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e circa 12.500 metri cubi ad alta intensità. “Il Deposito Nazionale – ha dichiarato Giuseppe Nucci, Amministratore Delegato di Sogin - sarà realizzato all’interno di un Parco Tecnologico, centro di eccellenza italiano, dedicato alle attività di ricerca e formazione per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi”. Un deposito che, assicura ancora Nucci, sarà realizzato seguendo i più avanzati criteri di eco-compatibilità.
Ma le domande che si pongono in molti non riguardano tanto l'efficienza energetica del futuro deposito quanto piuttosto la sicurezza. Dove sarà realizzato il contenitore per tutte le scorie radioattive del paese? La Sogin ha stilato una lista, non ancora resa pubblica, di 50 siti papabili sul territorio nazionale. Tutta l'operazione ha un costo che si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, se si considerano tutte le operazioni da compiere affinché si arrivi per il 2025 al decommissioning completo. Per il momento le attività della Sogin hanno pianificato operazioni per 400 milioni di euro. I tempi per la realizzazione finale del deposito non sembrano molto veloci; si parla di cinque anni per la progettazione e le autorizzazioni e altri quattro per la costruzione.
Nove anni, dunque, a partire dal momento in cui l'Agenzia per la sicurezza nucleare sarà operativa. Rimane da capire come sceglieranno il sito, così come rimane tutto da immaginare cosa avverrà nel luogo prescelto nel momento in cui verrà reso noto; e soprattutto rimane da capire come verranno gestite le eventuali reazioni della popolazione del territorio destinato ad ospitare i rifiuti radioattivi, così come non è chiaro se la cittadinanza sarà in qualche modo coinvolta nella scelta.
Negli Usa ad esempio, la Commissione pubblica che si occupa delle strategie sull'energia nucleare, ha scelto di aprirsi alla discussione e al dibattito utilizzando la Rete. La Nuclear Regulatory Commission ha aperto un canale su YouTube, un profilo Twitter (@NRCgov) e un blog dove il presidente della Commissione, Gregory B. Jaczko, ha partecipato a due webinar, incontri durante i quali ha interagito con decine di bloggers, organizzati con il supporto di due associazioni, una favorevole e una contraria a scelte nucleariste. Forse negli Stati Uniti qualcuno ha capito che ci sono scelte pubbliche intorno alle quali il web può non solo essere uno spazio di discussione aperta, ma anche lo spazio per coinvolgere parti di opinione pubblica capaci di mobilitare le opinioni altrui. Un po' come è successo da noi col referendum.
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Trovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.
Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini – e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.
L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.
Immagine di Mark McDermott
Quarant'anni di storia, di battaglie e di azioni che nella società dell'informazione colpiscono dritto al cuore della comunicazione per far parlare di se', ma soprattutto per portare in cima all'agenda pubblica i temi più eclatanti della questione ambientale. Era il 15 settembre 1971 quando un gruppo di attivisti salì a bordo di un vecchio peschereccio per opporsi ai test nucleari programmati dagli Stati Uniti in Alaska facendo rotta sull'isola di Amchitka. La nave fu fermata prima di giungere a destinazione ma quel giorno segna la data di nascita di Greenpeace e dei “guerrieri dell'arcobaleno”. Da quel 15 settembre di quarant'anni fa Greenpeace è diventata un'organizzazione capillare: ventisette uffici sparsi per il mondo, 3milioni e mezzo di sostenitori, 11 milioni di attivisti online che fanno rimbalzare le campagne e le iniziative sul web e sui social media. Una caratteristica fondamentale di Greenpeace è infatti la dimensione globale, essenziale per affrontare i temi ambientali attraverso i media. Le multinazionali e gli organismi internazionali – spiega l'organizzazione – rispondono solamente a pressioni internazionali; i nostri fondatori e questi decenni di attività dimostrano che un piccolo gruppo di persone impegnate può cambiare il mondo con proteste pacifiche e offrendo testimonianze dirette di quello che accade”.
Un video sui 40 anni di Greenpeace
Se 2,6 milioni di megawatt/ora consumati in un anno vi sembrano tanti, chiedete a Google, e vi spiegherà perché consumi elettrici di tale portata fanno del gigante del web un'azienda verde e sostenibile.
A tanto ammontano infatti i consumi della società di Mountain View nel corso del 2010, cifre necessarie al fabbisogno elettrico di oltre 200mila abitazioni o 41 Empire State Building, il tutto per 1,46 milioni di tonnellate di CO2 emesse in dodici mesi.
Sembrerebbero cifre da far suonare le sirene di allarme gas serra, eppure Google le ha rese note con un obiettivo specifico: far comprendere al mondo che, se letti nel giusto contesto e nei dovuti modi, questi numeri fanno di tutto quello che gira intorno al motore di ricerca più famoso del mondo un'attività attenta ai consumi energetici nel rispetto della sostenibilità ambientale.
Basta ribaltare il punto di vista e, invece di guardare alla domanda generale di energia prodotta dall'intera azienda, analizzare i consumi per singolo utente.
Si scopre così che un mese di servizi Google per ciascun navigatore della rete equivale al consumo di una vecchia lampadina da 60 W accesa per tre ore; 3 giorni di Youtube richiedono l'energia equivalente a realizzare, confezionare e distribuire un solo dvd, mentre un anno di Gmail richiede meno energia di quanto non ne sia necessaria a bere una bottiglia di vino, infilarci dentro un messaggio in un un pezzo di carta e abbandonarla nell'oceano.
Stando a quanto calcolato da Greenpeace nell'edizione 2011 del rapporto “How dirth is your data”, lo studio che analizza l'impronta di carbonio dei principali protagonisti del cloud computing, gli sforzi del marchio californiano non bastano raggiungere la vetta della classifica delle prime dieci tra le più importanti cloud company al mondo (dominata da Yahoo! e con Apple fanalino di coda), ma le cose si muovono rapidamente nel mondo dei bit e la comunicazione, oltre che gli investimenti, può far fare passi da gigante.
Colonne d'aria riempite di microscopiche perline creano dune di sabbia sempre in movimento. Un occhio rotante di vetro con dentro un mix di schiume colorate sembra contenere le tempeste che si agitano nell'atmosfera di Nettuno e di Giove. Se avete mai visto simili spettacoli, allora siete stati ad ammirare una delle opere di Ned Kahn. Artista, scienziato, ingegnere e creativo, tutte queste sono definizioni che non possono distinguersi e devono stare insieme per descrivere la figura di Kahn, lo scultore che gioca con le forze della natura mettendo in scena effetti stupefacenti. Come il Rain Oculus installato nel complesso di Maruna Bay Sands a Singapore. Una scultura cinetica che da sopra mostra un vortice d'acqua di oltre 20 metri di diametro, ma sotto offre ai passanti un meraviglioso lucernario e una poderosa cascata integrata nel sistema idrico del palazzo. Avalanche (Valanga) dà invece il titolo a una ruota mobile che, riempita con sabbia e perle di vetro che fluiscono insieme, dà vita a una sinfonia di movimenti, evocando così le dianmche che muovono il suolo, la sabbia e la neve.
Alla fine il quorum è arrivato. Probabilmente le persone che ci speravano domenica mattina erano più di quelle che ci credevano, e le giornate delle votazioni sono state un susseguirsi di speranze, ogni intertempo, ogni rilevazione ha dato il via a una serie di deduzioni, di confronti, di calcoli per rafforzare la scaramanzia o per dare energia a una convinzione e alimentare la speranza. Quanto hanno contato internet e i social network in tutto questo? Difficile dirlo. Perché sicuramente al raggiungimento del quorum (che non accadeva dal 1995) hanno contribuito diversi fattori, dai drammatici incidenti di Fukushima, al clima politico nazionale, fino al definitivo inserimento del quesito sul nucleare tra le schede da votare. Alla fine anche i boicottaggi e l'infinita serie di ostacoli che si sono messi tra la campagna referendaria e il quorum si sono mostrati sterili, almeno più sterili di quanto non sia riuscita a fare la rete di messaggi e di iniziative che hanno popolato i social network. Mentre inizia lo spoglio delle schede, infatti, una cosa si può già affermare: il web italiano segna un momento importante nella politica del nostro paese perché in questi referendum, come nei ballottaggi delle recenti amministrative, Twitter e Facebook sono stati un fiorire di iniziative tutte cresciute nel campo della corsa al quorum (e delle motivazioni per il Sì), politicamente schierate. Forse più di altre volte, ma quello che conta è che questa volta (alle amministrative come al referendum) il risultato finale va nella stessa direzione in cui tirava il vento del web.
È uno stillicidio senza fine. Ogni giorno ce n'è una nuova a fare di questi referendum più una corsa a ostacoli che una tornata di voto. Oggi campeggia il tema delle schede degli italiani all'estero. La questione è facile da raccontare ma, sembrerebbe, difficile da districare. In sostanza, come sempre accade, gli italiani residenti all'estero consegnano le schede con il proprio voto al consolato italiano del paese di residenza. Queste schede sono quindi consegnate in anticipo rispetto a quando vengono recapitate nei seggi italiani. Sembra logico: il tempo di inviarle, di far votare, di raccoglierle e di farle tornare indietro disponibili per il giorno dello spoglio. Un giro del mondo, andata e ritorno. In poche parole: gli italiani all'estero hanno già votato i quattro quesiti sul referendum, solo che uno di questi è cambiato. Come saprete, il quesito sul nucleare è diverso da quello originale, ed è cambiato per effetto del decreto omnibus e della sentenza della Cassazione che ha riammesso il tema dell'energia alla consultazione.
Il sondaggio appare sulle pagine del quotidiano La Stampa, realizzato dall'Istituto Piepoli. Alla domanda “Lei personalmente ha già programmato di andare a votare?” il 78% degli intervistati avrebbe risposto “Certamente/Probabilmente Sì”, il 20 percento sarebbero decisi a non presentarsi ai seggi e solo un 2 per cento risulterebbe senza opinione. Realizzato il 6 giugno, il sondaggio dimostrerebbe quanto vale la forza di attrazione che il quesito nucleare sta esercitando sul raggiungimento del quorum necessario a rendere valido il referendum del 12 e 13 giugno. Non circolano sui media sondaggi sul risultato finale del referendum, anche perché è facilmente ipotizzabile che se si raggiungesse il quorum sarebbero i Sì ad ottenere il maggior numero di schede, però alcuni sondaggisti si sbilanciano su analisi che riguardano il quorum e, dicono Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, il quesito sul nucleare aumenta le chance di arrivare al quorum. Continuano comunque le polemiche che riguardano gli spazi di informazione dedicati alla consultazione referendaria, in particolare riguardano i tempi con cui è partita la campagna di informazione da parte del servizio pubblico e gli spazi del palinsesto dedicati alle tribune e agli spot che non sarebbero, dicono alcuni, conformi a quanto stabilito dai regolamenti che obbligano a mandare in onda questi programmi dalla data di indizione del referendum (il 4 aprile) “nelle fasce orarie di maggior ascolto”.
Se c'è una cosa che i social network sanno fare bene è mobilitare le persone verso un obiettivo, uno scopo ben chiaro. Twitter, Facebook e Friendfeed sono spesso accusati di essere il luogo privilegiato delle chiacchiere perditempo, della futilità senza contenuto. Sempre più spesso però i social network fanno parlare di sé in maniera diversa, protagonisti attivi di un mondo della comunicazione che cambia e strumenti nelle mani di un pubblico attivo, volenteroso non solo di comunicare, ma anche di agire attraverso quello che si scrive sull'internet. I social network sono fatti apposta per i tormentoni, come è successo ad esempio nella campagna elettorale delle amministrative dopo il faccia a faccia tra Moratti e Pisapia. Le piazze telematiche hanno questa speciale capacità di mobilitare, di creare seguito intorno a una campagna. Come sta succedendo per i referendum del 12 e 13 giugno.Innumerevoli sono i video che su Youtube sostengono il referendum e che, postati di blog in blog, rimbalzano per la rete allungando la coda dei destinatari del messaggio. Sono, ad esempio, questo video.
Oppure ci sono siti che raccolgono testimonianze di personaggi noti e notissimi sulle questioni referendarie. Referendumacqua.tv, ad esempio, mette insieme molti video che girano in rete e le dichiarazioni di nomi eccellenti come Camilleri, Vecchioni, Ettore Scola e molti altri.
Questa è solo una piccola rassegna di quello che sta accadendo in rete intorno ai referendum del 12 e 13 giugno. Molte altre ce ne sono che non abbiamo citato e che ci sono sfuggite. Aiutaci a rintracciarle e a navigare nell'informazione dei social network. Segnala una iniziativa o una campagna che reputi particolarmente interessante e contribuisci a farla rimbalzare nella rete.
Immagine di mariateresat
L'Europa si divide sul nucleare. Già subito dopo Fukushima le posizioni dei principali membri dell'Unione si delineavano in maniera chiara: Francia e Gran Bretagna convinte sul nucleare, l'Italia sospesa tra moratoria e referendum, la Germania chiuderà l'ultimo reattore nel 2022. Nel frattempo, in piena Europa ma fuori dall'Unione, anche la Svizzera ha deciso di intraprendere il suo cammino di uscita dal nucleare. La notizia è ufficiale: i test per verificare la sicurezza delle 143 centrali su territorio dell'Unione Europea prendono il via con l'inizio di giugno. Si tratta di sistemi di valutazione stabiliti dalla Commissione europea e che tengono conto di quanto gli impianti siano capaci di fronteggiare sia calamità naturali (come terremoti fino a magnitudo 8) che rischi prodotti dall'attività umana (come ad esempio possibili incidenti aerei). Un discorso a parte, invece è dedicato alla questione degli attacchi terroristici su cui, come scrive il quotidiano britannico Guardian, Gran Bretagna e Francia hanno esercitato pressioni affinché non venissero inclusi tra i parametri dei test. Ipotesi di dirottamenti aerei sulle centrali o esplosioni di bombe, insomma eventi di natura terroristica spettano alla valutazione di esperti di sicurezza nazionale e non a chi si occupa di energia nucleare, questa la posizione sostenuta principalmente dai britannici appoggiati dai francesi, le cui pressioni hanno avuto la meglio. Gli stress test partiranno senza includere questi casi citati e potremmo avere conoscenza dei risultati intorno ad aprile dell'anno prossimo. Da sottolineare però, dice ancora il Guardian, che la Commissione non ha il potere di chiudere le centrali nucleari, ma questa decisione dipenderà dalla pressione dell'opinione pubblica una volta che gli esiti dei test saranno noti.
Sette ragazzi si sono barricati dentro un rifugio anti nucelare. “Roba da matti”, direte voi. E invece “I pazzi siete voi”, rispondono loro dalla loro casa sigillata. Voi che pensate che il nucleare sia l'energia del futuro, che le centrali non diano problemi, che siccome ce l'hanno tutti ce le dobbiamo costruire anche qui in Italia. E allora, col supporto di Greenpeace, Alessandra, Pierpaolo, Luca, Giorgio, Silvio, Alice e Marco si sono barricati, proprio come se fosse scoppiata una centrale nucleare e si vivesse in pieno allarme atomico. Si sono chiusi nel rifugio, hanno scorte alimentari che non prevedono cibi freschi e da lì, comunicando con l'esterno solamente attraverso internet, portano avanti la loro protesta. Che però solo protesta non vuole essere, ma vuole anche sollecitare chi arriva in contatto con loro (e sono tanti, dai social network attraverso il loro sito web www.ipazzisietevoi.org), a firmare la petizione contro il nucleare.
Non si smette di parlare di nucleare. Anche se l'attenzione dei media è rapita dalla tornata elettorale, anche se i referendum continuano a latitare dal mondo dell'informazione, e domani si dovrebbe discutere alla Camera la legge che potrebbe annullare il quesito sulle centrali italiane (ma la decisione però spetta alla Corte Suprema della Cassazione).
Intanto però, nella giornata delle elezioni amministrative, il fronte antinuclearista batte un colpo secco e sonoro. In Sardegna si è votato, insieme a molti sindaci e consigli comunali, anche un referendum consultivo il cui quesito recitava in maniera molto asciutta e comprensibile: “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?”.
"Un mondo in cui 20 milioni di persone ogni anno muoiono di fame nelle aree più povere, mentre nelle zone più ricche una persona su dieci è obesa è un mondo folle, stupido, insensato. È un mondo sbagliato che non guarda al futuro. Queste cose chi fa politica le deve sapere". Sebastiano Maffettone, Preside della facoltà di Scienze Politiche della LUISS racconta la sostenibilità e le sue radici filosofiche: "L'idea che la natura sia complemento indispensabile della vita umana è antichissima, appartiene a molta della filosofia del passato - dice Maffettone - la rivoluzione scientifica ha messo in crisi questo pensiero. Soprattutto nel mondo occidentale. Ma in altre culture questo è meno vero". Pensate a Gandhi, per esempio.
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«Siamo un paese dove la salvaguardia dei cittadini viene molto dopo gli interessi particolari. Apprezzerei un governo che non nascondesse il rischio nucleare e dicesse che non esistono alternative. Ma le cose non stanno così». Il sogno utopico di una quarta generazione di centrali e il famoso 20-20-20 uscito dalle prospettive del governo. Intanto l'Europa ci invita a investire seriamente sulle rinnovabili. Gianni Mattioli - fisico, ambientalista e ex ministro - critica le scelte di politica energetica italiane governate da miopia nel migliore dei casi (in certi casi è vera ignoranza, dice).
“Quando i problemi sono tali che tutti li possono vedere, vuol dire che ormai è tardi, non c'è più rimedio. I risultati e i cambiamenti si possono ottenere solo quando sono pochi quelli che riescono a prevedere i problemi futuri”. Carlo Rubbia cita Machiavelli e parla degli investimenti italiani
Nel campo dell'energia si investe pochissimo in innovazione e nella ricerca scientifica e nello sviluppo di nuove soluzioni, circa lo 0,1% delle cifre che fanno funzionare l'intero settore. “Se continuiamo così – spiega Rubbia – l'energia italiana rimarrà ferma”. Vediamo i problemi connessi all'ambiente e al nostro futuro, ma non facciamo abbastanza per studiare e produrre soluzioni.
Non se ne fa più niente. Il nucleare è scomparso dall'agenda energetica Italia con un decreto che, in discussione alle Camere, abroga la norma che affida al governo la decisione sulla scelta dei siti per le centrali. Scomparsa la legge, inutile il referendum, cambia la strategia del paese sull'energia. Tutto in un pomeriggio d'aprile. La decisione probabilmente ha motivazioni più politiche che energetiche, ma sta di fatto che arriva improvvisa a creare l'ennesimo colpo di scena su una storia infinita. Da quando l'allora Ministro Scajola rilanciò nel 2008 la scelta nuclearista, poi la decisione della Consulta per l'approvazione dei referendum per chiamare gli elettori a dire la propria sulla questione, poi lo tsunami giapponese e la tragedia di Fukushima. Nel mezzo una discussione accesissima tra i sostenitori dell'atomo e coloro che invece da sempre e per ragioni diverse sostengono le ragioni di vie alternative al nucleare: più sicure, più pulite, più vantaggiose, più innovative. E in mezzo, anche, un decreto che ha improvvisamente bloccato gli incentivi alle rinnovabili rimandando ad un decreto che ogni anno dovrebbe definire obiettivi e tariffe.
Infine la decisione di ieri sospinta, si dice, da sondaggi che vedrebbero gran parte dell'elettorato disponibile ad andare a votare il 12 e 13 giugno, formare il quorum necessario e bocciare a gran voce il nucleare made in Italy. Il referendum sarà, a questo punto inutile? Verrà annullato il quesito sul nucleare? Sembra di sì, forse no. La decisione spetta alla Corte di Cassazione ma l'esito non è scontato perché il decreto del governo parla di sospensione delle norme in atto e quindi il referendum potrebbe essere sospeso e non annullato. Inoltre rimane in piedi tutta la parte del quesito che riguarda lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie. In altre parole, stando a quanto dice il Ministro Romani tutto è rimandato alle decisioni dell'Unione europea.
La partita è dunque sospesa, ma rimane da giocare. Così come rimane in piedi la domanda che ha esplicitamente posto il Presidente dell'Istat Enrico Giovannini in una recente intervista ad Avoicomunicare: dove va un paese che non riesce a costruire una solida e certa strategia energetica di lungo periodo?
Questo ripetuto meccanismo di stop and go – dice Giovannini – non fa bene alla fiducia degli investitori, non fa bene alle imprese e men che meno all'occupazione.
Ora, nel breve periodo, rimane da capire se l'ennesimo cambio di direzione sull'energia rimetterà in moto le rinnovabili che negli ultimi due anni sono state protagoniste di una crescita inaspettata e quasi miracolosa e che il Decreto Romani aveva frenato inchiodandole, ancora una volta, ad una indecisione che sembra momentaneamente sciolta, almeno per 12 mesi.
Immagine di Luigi Rosa
All'assemblea nazionale degli attivisti del WWF (Foligno 16/17 aprile 2011) si parla, tra l'altro, di green economy e di come si possano rendere più sostenibili i nostri stili di vita.
Jim Leape, Direttore Generale di WWF International, percorre in questa intervista i temi principali del futuro prossimo. L'appuntamento più importante è Rio 2012, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dove i decisori politici hanno l'opportunità di segnare una svolta nelle scelte globali. “Quest'anno il WWF compie 50 anni – dice Leape – e in mezzo secolo siamo riusciti a fare la differenza in molte delle sfide più importanti sostenute dal pianeta”. Ma di strada da fare ce ne è ancora molta e le sfide future rimangono importanti e difficili. Ma non impossibili.
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È una grande sfida: per sciogliere l'assillante dilemma della crescita dobbiamo ripensare completamente la natura e la struttura delle nostre economie. Tim Jackson, autore di "Prosperità senza crescita" (Ed. Ambiente) parla all'assemblea degli attivisti del WWF e illustra il suo modello economico che ci chiede di rinnovare gli equilibri a cui siamo abituati: tra interesse privato e bene pubblico, tra individui e comunità, tra locale e globale.
Un nuovo sistema economico che si fonda sul fatto che siamo animali sociali e dovremmo imparare a utilizzare di più la ricchezza delle relazioni umane per creare una consapevole e condivisa visione del futuro.
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"Se noi consideriamo la Green Economy come il percorso di una transizione in senso ecologico della nostra società e della nostra economia, non è una opzione, è una necessità". Spiega il Presidente dell'Istat Enrico Giovannini. "Questo può stimolare occupazione e benessere? Dipende dalle capacità di ogni singolo paese di sviluppare beni e servizi". Sul piano energetico, ad esempio, l'incertezza che stiamo vivendo in Italia non fa bene nessuno. "Il Paese avrebbe bisogno di definire una strategia a medio lungo termine che sia chiara, qualunque essa sia".
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"La Terra è la nostra casa, è molto più fragile di quanto abbiamo pensato finora e non la stiamo trattando molto bene". Stefano Leoni, presidente di WWF Italia, parla delle vie per migliorare il modo di abitare il pianeta: dalla biodiversità alle energie rinnovabili, dalla conservazione dei beni ambientali alla lotta al nucleare.
Quali obiettivi per il futuro? Tanti, ma due in particolare: "Abbassare l'impronta di carbonio dell'Italia e far capire che il benessere non si misura solo col Pil, ma anche con tanti altri indicatori che riguardano la felicità, l'armonia, la sicurezza alimentare e ambientale, la partecipazione alla vita sociale". Tutti elementi essenziali di un Paese che rispetta l'ambiente.
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