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Nasce iPhev per geolocalizzare gli impianti di rifornimento per veicoli elettrici

Electric CariPhev nasce nel 2011 da un'idea di Benedetto Pillon e Matteo Cozzi, ottimi conoscitori di Apple e iPhone alla ricerca di un'app innovativa, ambientale ed ecologica per contrastare i costi della benzina e diffondere la cultura della mobilità sostenibile.

L'obiettivo di iPhev è di geolocalizzare tutti gli impianti di rifornimento (di qualunque compagnia energetica) per veicoli elettrici grazie al supporto e alle segnalazioni degli utenti stessi.

L'appoggio da parte di una società che condividesse in pieno il progetto iPhev è stato fondamentale per la programmazione e lo sviluppo dell'app, che è anche su Facebook e Twitter e sarà implementato con un sito web e la versione per Android, per essere quanto più fruibile da chiunque abbia scelto i mezzi elettrici e abbia bisogno di conoscere i posizionamenti delle colonnine della propria città.

iPhev non è solo un'app, ma si tratta di un progetto ambientale indipendente ad ampio raggio: al momento i veicoli elettrici in circolazione sono molto pochi, ed è per questo, tramite la sezione news dell'app, e il supporto di facebook e twitter, che il progetto è volto a sensibilizzare tutti gli utenti iPhev perché contribuiscano alla diffusione di questa preziosa app, in un'ottica 2.0 di circoli virtuosi che la rete porta.

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Starbucks ancora più green

StarbucksStarbucks, la catena americana distributrice di caffè e relax, oltre alla filosofia etica che già la contraddistingue, ha fatto una vera e propria svolta green.

In 7mila punti vendita Starbucks di USA e Canada le lampadine alogene e a incandescenza sono state sostituite con i Led. Presto i punti vendita di Europa e Asia saranno travolti anch'essi da questa "illuminazione di massa".

Ogni lampadina Led permette di risparmiare circa 30 dollari ogni anno in costi energetici e riduce le emissioni di anidride carbonica.
È stato calcolato che per ogni mille metri quadrati di punti vendita della catena illuminati con i Led, Starbucks risparmierà circa 600 dollari, e ridurrà le emissioni di circa 10 barili di petrolio.

Il modello ecologico ed equo e solidale di Starbucks ha spopolato nel mondo, portando esempi di best practice legati non solo alla soddisfazione dei clienti, ma anche al messaggio etico divulgato grazie alla collaborazione marchiata Fair Trade con aziende e produttori dei paesi del Sud del Mondo, e a un uso equilibrato delle risorse: i negozi Starbucks sono pensati e progettati con materiali provenienti dalle risorse locali (legname, materiali di riciclo e di riuso) per ridurre le emissioni e gli sprechi d'acqua ed energia.
Le strategie di risparmio delle emissioni comprendono l'uso moderato dell'aria condizionata, metodi di risparmio dell'acqua (frangigetto ai rubinetti), efficienza energetica, prodotti in legno proveniente dalle foreste certificate FSC, pitture e vernici con bassa quantità di sostanze volatili.

Anche i clienti sono incentivati a contribuire alle iniziative ambientali di Starbucks, eseguendo una raccolta differenziata accurata, riciclando i fondi di caffè per nutrire le proprie piante, consumando prodotti equi e solidali e senza pesticidi.

La responsabilità sociale e etica di Starbucks è un esempio virtuoso di come ogni catena commerciale dovrebbe pensare, prima che al profitto, alle emissioni di CO2, al rispetto dei lavoratori e dei clienti, alla scelta della provenienza dei prodotti e della loro qualità (no pesticidi).

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GreenPower, l'app per Android che fa risparmiare energia

SmartPhone AppDopo le app BatteryFu (che equilibra le connessioni wifi e 3G permettendo il funzionamento al 100% dei servizi web) e JuiceDefender (che spegne varie funzionalità online quando non utilizzate), è arrivata l'app per Android GreenPower, per aumentare la durata della batteria tramite semplici configurazioni che gestiscono wifi, mobile data e bluetooth: le funzionalità si disattivano quando non sono in uso, garantendo il minimo disturbo e vengono riattivate automaticamente quando richieste dall'utente o da altre app.

Un network management software che, nella versione gratuita offre funzioni di gestione e risparmio di batteria e di tempo, e che nella versione a pagamento aggiunge le opzioni di disattivazione notturna su fasce orarie, di white-list app per mantenere i dati attivi quando si utilizzano specifiche applicazioni e Plug-in Tasker & Locale.

La gestione di wifi, mobile data, bluetooth, controllo del traffico è basata sui parametri di pianificazione, stato dello schermo, connessione alla corrente elettrica e livello del segnale; consente il backup e il ripristino impostazioni ed è disponibile in 20 lingue diverse. Inoltre nel forum dedicato è possibile confrontarsi con altri utenti che ne fanno uso e segnalare eventuali bug.

Voi sapete esattamente quanto consuma il vostro cellulare o smartphone? Quanto è importante ridurre il consumo dei nostri mezzi di comunicazione, specialmente quando si tratta di telefoni che navigano su internet e che consumano un carico molto alto di energia?
Conoscete altre app dedicate alla riduzione dei consumi di batteria che volete consigliarci?

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2012: l'anno dell'Energia Sostenibile per tutti

Energia EolicaL'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha decretato il 2012 come l'Anno internazionale dell'energia sostenibile per tutti.
In un’opera di promozione delle ecoenergie a favore della sostenibilità ambientale, tutti i paesi del mondo dovranno disporre delle risorse economiche per avviare questo sviluppo, anche se in termini concreti si deve ancora capire come questo verrà attuato dai governi nazionali e dalle agenzie e istituzioni finanziarie ed economiche che hanno voce in capitolo.

L'obiettivo è un miglioramento della qualità della vita di oltre un miliardo e 600 milioni di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo e che ancora non hanno l’accesso all’elettricità. I servizi energetici sono alla base non solo della crescita economica ma anche dei servizi sanitari, dei sistemi di sicurezza alimentare, idrica e di comunicazione.
È necessaria perciò una rivoluzione globale, una politica ambientale forte ed efficace che metta l’energia pulita a disposizione di tutti: per minimizzare i rischi climatici, ridurre la povertà, migliorare la salute del pianeta, incentivare la crescita umana ed economica e la sicurezza.
Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, vuole con questo progetto invitare i Paesi a maturare scelte accurate che portino nel lungo periodo all’abbandono dei carburanti fossili, ancora in gran parte utilizzati e dannosi sia per l’ambiente che per l'uomo. È stato stimato che il consumo energetico nel prossimo ventennio crescerà del 40%, quindi Paesi emergenti e Paesi industrializzati dovranno adoperarsi affinché l’energia pulita diventi una risorsa alla portata di tutti.

L'obiettivo è proposto anche dall'EREC (European Renewable Energy Council) con lo studio Moving to 2030: A binding 45% renewable energy target, e vuole fare sì che entro il 2030 il 45% dell'energia sia proveniente da fonti rinnovabili fino a raggiungere, nel 2050, una riduzione delle emissioni dell'80-95% rispetto al 1990.

Sarà quindi necessario investire in capitale intellettuale, spesa pubblica e privata per creare nuove tecnologie green e raggiungere tre obiettivi principali:

  • garantire l’accesso universale a servizi energetici moderni
  • raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica
  • raddoppiare la quota di energia rinnovabile nel mix energetico globale

Secondo Legambiente "le Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) stanno vivendo una stagione di grande sviluppo a livello mondiale, assumendo un peso sempre maggiore nella produzione energetica.
Negli ultimi anni la quota mondiale percentuale di energia prodotta tramite queste fonti (energia solare termica e fotovoltaica, energia eolica e idroelettrica, biomasse ecc.) è molto aumentata, e sulla base di questo trend avranno nei prossimi 10 anni una crescita senza paragoni, in particolare per l’eolico e il solare."

Fotovoltaico: in Italia nel 2009 sono stati installati 730MWp, in Francia 185MWp, in Germania 3000MWp; questi possono essere considerati dei risultati di incremento eccezionali, se si considera che in tutto il mondo nell’anno 2008 l’installato fotovoltaico aveva raggiunto i 5600MWp.
Questo tipo di produzione energetica si dimostra quindi la vera innovazione del prossimo futuro nel panorama dell’energia mondiale.

L'Italia trarrebbe numerosi vantaggi puntando sulle FER, in particolare la solare, l'eolica e la geotermica: si creerebbero nuovi posti di lavoro, si ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni di greggio, si stimolerebbero la ricerca e l'innovazione tecnologica. Da questo ne conseguirebbe un netto miglioramento della qualità delle città, con l'occasione di rinnovare edifici secondo i principii della bioedilizia e dell'efficienza energetica.

In Italia il ruolo delle energie rinnovabili è comunque in crescita grazie anche alla maggiore consapevolezza in termini di risparmio energetico ed economico. Secondo il Gestore dei servizi energetici (Gse), quasi il 23% della produzione di energia elettrica è costituita da energie rinnovabili, e 3 italiani su 4 sarebbero favorevoli a un maggior utilizzo, anche con un aumento degli eco-incentivi statali.
Tuttavia gli investimenti in Italia nella ricerca sono un punto negativo rispetto agli altri stati europei: le soluzioni all'inquinamento cittadino (in particolare nella Pianura Padana) sono orientate più a sistemi contenitivi che risolutivi come il blocco del traffico, le zone a traffico limitato (ZTL) o in passato, le targhe alterne.
I servizi di bike sharing o di car sharing sono ancora poco sviluppati e molte delle piste ciclabili sono fuori norma e quindi inutili, nonostante siano molte le città italiane che promuovono il miglioramento della ciclabilità delle strade, con in testa Reggio Emilia e Lodi, seguite da Modena, Mantova, Vercelli e Cremona.
Consideriamo anche l'esempio della Germania, la cui energia prodotta da fonti rinnovabili ha superato nel 2011 sia quella proveniente dal nucleare che dal carbone convenzionale. Uno storico sorpasso, sottolineato dal rapporto della BDEW (Bundersverband der Energie und Wasserwirtschaft), che conferma e approva la decisione dello stato di abbandonare definitivamente il nucleare entro 2022.

In generale comunque le prospettive per il futuro sono incoraggianti, anche grazie alla crescente consapevolezza ambientale dei cittadini italiani ed europei. Qual è la vostra idea di un futuro rivolto alle FER?

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Facile dire efficienza energetica

Efficienza energeticaFacile dire efficienza energetica, ma il 70% dei nostri edifici risale agli anni ’70

È di pochi giorni fa la presentazione della prima edizione dell'Energy Efficiency Report, a firma della School of Management del Politecnico di Milano. Ma è  possibile parlare di efficienza energetica con un patrimonio residenziale vetusto come il nostro? Sembra proprio di sì.

 
Innanzitutto, sia chiaro che l’efficienza energetica non è una moda, ma una necessità. In ballo c’è la sopravvivenza del pianeta.
Le ragioni sono due: da una parte l’aumento inarrestabile dei consumi globali ha generato una dipendenza dai combustibili fossili e una conseguente pressione sui prezzi dell’energia - che finiscono sulle spalle di noi cittadini – che non sono più sostenibili. Le materie prime vanno esaurendosi, i giacimenti rimanenti si concentrano sempre più in aree politicamente instabili, rendendo l’approvvigionamento sempre più complesso. Dall’altra, è ormai indiscusso che l’impiego di combustibili fossili genera l’emissione di sostanze nocive per la salute e di gas serra, causa principale del riscaldamento globale.
  
È importante sapere che efficienza energetica significa soprattutto efficienza edilizia. Il principale consumatore di energia è, infatti, il settore del building, residenziale e non, a cui è imputato il 36% del consumo energetico complessivo italiano annuo. Una percentuale leggermente inferiore alla media europea (40%), che però è controbilanciata dalla peggiore performance dell’Italia tra i Paesi Ue in termini di emissioni di CO2 dovute a usi energetici del comprato abitativo. In particolare, il riscaldamento e il raffrescamento pesano rispettivamente per il 48% e il 12% del consumo totale, seguiti dall’illuminazione, con l’11%. Il punto è che il patrimonio immobiliare italiano conta 13,7 milioni di edifici (12,1 residenziale e 1,6 non residenziale), di cui il 70% costruito prima del 1976, ovvero prima che fossero contemplate norme di efficienza energetica. E un quarto di questi edifici non ha mai beneficiato di un intervento di manutenzione o riqualificazione.
 
In sintesi, abbiamo un enorme patrimonio residenziale inefficiente, che tuttavia  può essere considerato come un grosso potenziale di miglioramento. Secondo le proiezioni del report, l’impatto dell’adozione delle tecnologie per l’efficienza energetica si potrebbe tradurre entro il 2020 in un risparmio di oltre il 30% rispetto a quanto previsto dal governo italiano nel Piano d’Azione per l’Efficienza Energetica 2011. Risparmio che aiuterebbe, tra l’altro, il raggiungimento degli altri due obiettivi Ue previsti dal Pacchetto clima-energia 20/20/20, sul fronte energie rinnovabili ed emissioni di gas serra.

Come tradurre allora le potenzialità in benefici reali? L'Ue suggerisce di procedere su due linee d’intervento: incentivare il processo di  ristrutturazione degli edifici e promuovere il risultato esemplare della pubblica amministrazione, accelerando il rinnovo dei fabbricati pubblici e prevedendo elevati standard per quelli di nuova costruzione. A oggi, però, solo quattro Regioni (Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Piemonte) e le due Province autonome di Trento e Bolzano hanno introdotto obblighi specifici per la prestazione energetica degli edifici.

Che cosa stiamo aspettando?



Global Compact: sostenibilità tra pubblico e privato

Global CompactLo sviluppo sostenibile visto attraverso una prospettiva che miri alla collaborazione tra il settore pubblico e il privato è al centro dell'edizione italiana dell'European Global Compact Local Networks Meeting che ha luogo a Roma, fino al 28 ottobre, ospitato dal Ministero degli Esteri.

L'incontro ruota intorno a tre grandi temi principali che sono la sicurezza alimentare e l'agricoltura sostenibile, green job e inclusione sociale, città sostenibili. La discussione, introdotta da esperti per ciascun argomento mira ad obiettivi molteplici che riguardano, ad esempio, l'identificazione di ambiti europei in cui la collaborazione tra aziende private e settore pubblico possa produrre concreti risultati sul versante della sostenibilità, fino alle proposte di approcci innovativi per implementare la cooperazione tra pubblico e privato nella prospettiva di Rio+20, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile prevista per il prossimo anno, a due decenni di distanza dalla conferenza sull'ambiente e lo sviluppo che, sempre nella megalopoli brasiliana, lanciò diversi programmi operativi, tra cui l'Agenda 21.

L'anno prossimo a Rio de Janeiro la conferenza dell'ONU si riunirà per definire la nuova agenda sostenibile della politica internazionale centrando la discussione sulla green economy e sulla possibilità di considerarla sempre di più un'arma centrale nella lotta alla povertà e alla realizzazione di una convivenza sostenibile sul pianeta. E in questa direzione pubbliche amministrazioni e aziende private possono offrire un contributo molto importante non solo nelle azioni non solo nelle loro separate e rispettive attività, ma anche e soprattutto, questo il messaggio convinto dell'European Global Compact Local Networks Meeting, per la sinergie che tra loro sapranno costruire.

In un ambiente sociale ed economico sempre più dinamico, sottolinea l'organizzazione del meeting, dalle aziende ci si aspetta sempre di più che giochino un ruolo importante quali attori politici all'interno della cornice della governance globale. All'interno di questo contesto le strategie internazionali non possono fare a meno di considerare la collaborazione pubblico-privato uno strumento estremamente potente ed efficace sulla via della sostenibilità.  



Saranno le montagne i “nuovi emirati” dell'energia solare

everest energia solareL'energia solare è una grande protagonista del dibattito sulle rinnovabili in tutto il mondo. Sembra ormai certo che siamo avviati a sostituire le fonti fossili con fonti rinnovabili e questo cambiamento potrebbe portare delle conseguenze economiche sulla geografia dell'energia. Il mondo fondato sul petrolio infatti si basa su una geografia abbastanza elementare in cui l'occidente è stato il protagonista dei consumi mondiali di petrolio, mentre i rifornimenti venivano per la gran parte da una porzione relativamente piccola di terra araba.

Con l'avvento delle rinnovabili, e via via che queste diventano sempre più competitive sui mercati nazionali e globali, questa geografia è destinata a cambiare, o comunque ad arricchirsi di nuovi protagonisti. Ma come? Parlando di energia solare una persona potrebbe facilmente rispondere che la domanda è sin troppo semplice e la soluzione evidente. Vengono alla mente i grandi progetti nel deserto del Sahara, come ad esempio Desertec, vengono in mente l'Africa e il bacino Mediterraneo, i luoghi assolati dove le stagioni sono calde per molti giorni l'anno. Ma questa volta l'evidenza potrebbe ingannare e la risposta andare molto lontano dai deserti fino a raggiungere vette elevatissime.
 

Una equipe di studiosi giapponesi ha infatti da poco pubblicato uno studio dal titolo “Gli effetti della temperatura sul potenziale fotovoltaico nel mondo” (“Effect of Temperature on PV Potential in the World”) in cui si spiega la capacità di generare energia elettrica da fonte solare dipende altamente dalla collocazione geografica degli impianti. Zone aride o semi-aride altamente colpite dalla luce solare giocano decisamente un ruolo positivo, ma – spiegano gli autori – anche alcune regioni fredde possono sfruttare l'energia del sole per la produzione elettrica grazie all'effetto di elevate altitudini.

In alta montagna, in altre parole, anche se la temperatura è fredda gli impianti solari possono raccogliere molta energia ed hanno un potenziale di produzione di energia elettrica addirittura superiore ad alcune aree desertiche. Se a qualche lettore la cosa sembrerà di poco interesse, proviamo a fare una osservazione. Stando a quanto rilevato dagli studiosi giapponesi, le catene montuose di una nazione, le nostre Alpi e gli Appennini ad esempio si trasformano in miniere energetiche con non poche influenze di carattere geopolitico.
La crescente economia cinese, per fare un esempio di più ampio respiro, troverebbe sull'Himalaya una risorsa energetica straordinaria e pulita, assai importante per la galoppante crescita della nuova potenza globale. Come si vede gli effetti di una simile considerazione potrebbe avere una portata molto vasta.

Immagine di Sam Judson 



Italia, dove finiranno le scorie nucleari delle nostre centrali

rifiuti nucleari Chi pensava che il tema del nucleare si sarebbe chiuso, almeno in Italia, con il referendum dello scorso giugno probabilmente si sbagliava. E di grosso. Il tema infatti è ancora caldo e si riaccende in occasione della presentazione del piano industriale 2011/2015 della Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel piano quinquennale si legge, ed è oggetto di particolare discussione, la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti, nel quale confluiranno scorie dal decommissioning degli impianti e dalle attività di medicina nucleare, e che custodirà circa 80mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e circa 12.500 metri cubi ad alta intensità. “Il Deposito Nazionale – ha dichiarato Giuseppe Nucci, Amministratore Delegato di Sogin - sarà realizzato all’interno di un Parco Tecnologico, centro di eccellenza italiano, dedicato alle attività di ricerca e formazione per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi”. Un deposito che, assicura ancora Nucci, sarà realizzato seguendo i più avanzati criteri di eco-compatibilità.

Ma le domande che si pongono in molti non riguardano tanto l'efficienza energetica del futuro deposito quanto piuttosto la sicurezza. Dove sarà realizzato il contenitore per tutte le scorie radioattive del paese? La Sogin ha stilato una lista, non ancora resa pubblica, di 50 siti papabili sul territorio nazionale. Tutta l'operazione ha un costo che si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, se si considerano tutte le operazioni da compiere affinché si arrivi per il 2025 al decommissioning completo. Per il momento le attività della Sogin hanno pianificato operazioni per 400 milioni di euro. I tempi per la realizzazione finale del deposito non sembrano molto veloci; si parla di cinque anni per la progettazione e le autorizzazioni e altri quattro per la costruzione.

Nove anni, dunque, a partire dal momento in cui l'Agenzia per la sicurezza nucleare sarà operativa. Rimane da capire come sceglieranno il sito, così come rimane tutto da immaginare cosa avverrà nel luogo prescelto nel momento in cui verrà reso noto; e soprattutto rimane da capire come verranno gestite le eventuali reazioni della popolazione del territorio destinato ad ospitare i rifiuti radioattivi, così come non è chiaro se la cittadinanza sarà in qualche modo coinvolta nella scelta.

Negli Usa ad esempio, la Commissione pubblica che si occupa delle strategie sull'energia nucleare, ha scelto di aprirsi alla discussione e al dibattito utilizzando la Rete. La Nuclear Regulatory Commission ha aperto un canale su YouTube, un profilo Twitter (@NRCgov) e un blog dove il presidente della Commissione, Gregory B. Jaczko, ha partecipato a due webinar, incontri durante i quali ha interagito con decine di bloggers, organizzati con il supporto di due associazioni, una favorevole e una contraria a scelte nucleariste. Forse negli Stati Uniti qualcuno ha capito che ci sono scelte pubbliche intorno alle quali il web può non solo essere uno spazio di discussione aperta, ma anche lo spazio per coinvolgere parti di opinione pubblica capaci di mobilitare le opinioni altrui. Un po' come è successo da noi col referendum.

 

Immagine di StefrogZ

 



Dom, 16/10/2011 - 20:04 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Emergenza fame nel mondo, la solidarietà parte dall'Ara Pacis

famesiccità"So che l'espressione "buttare acqua nel deserto" non è bella, ma se in Africa si continuerà a ragionare in termini di carità è difficile che la situazione cambi e che si faccia meglio che offrire un po' di sollievo temporaneo. Intervenire è necessario, ma un intervento giusto deve saper andare oltre l'emergenza".

Con queste parole Enrico Cisnetto, organizzatore della giornata che il prossimo 17 ottobre lancerà da Roma un ponte di solidarietà per le popolazioni del Corno d'Africa colpite dalla siccità, esprime l'ambizioso obiettivo che mira a realizzare qualcosa di programmatico e concreto per le popolazioni che soffrono la fame.

Soprattutto per quelle che versano in condizioni ormai gravissime perché vivono in Etiopia, Gibuti, Kenya e Somali, visto che l'80% della popolazione dell'area vive di agricoltura e pastorizia, e che senz'acqua si ritrova letteralmente senza sussistenza minima. Considerando che si tratta di 15 milioni di persone, si comprende bene di che proporzioni sia l'emergenza. L'idea è quella di far partire da questo primo appuntamento di RomaIncontra, presso l'Ara Pacis di Augusto, un messaggio e una riflessione che portino se non altro a evidenziare che, se anche del problema non se ne parla ogni giorno, esiste e non può essere ignorato.

"Ci sembrava giusto dunque ritrovarsi per un evento di portata internazionale a Roma, una città che è già sede di agenzie dell'Onu che si occupano di questo problema (FAO, IFAD e WFP), cercando di raccogliere più fondi possibili che poi verranno gestiti dalle Nazioni Unite e dal Ministero degli Esteri, che si occuperanno concretamente degli interventi, coordinati a livello internazionale", continua Cisnetto, che crede molto nel messaggio di una solidarietà a lungo termine. "Perché un intervento congiunturale, non strutturale, c'è già stato molte, troppe volte. E i risultati si perdono nel tempo". Ecco perché dall'incontro di lunedì ci si aspetta molto di più. All'evento parteciperanno, tra gli altri Jacques Diouf, direttore generale FAO, Kanayo F. Nwanze, presidente dell'IFAD, Josette Sheeran, direttore esecutivo World Food Programme e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

Dalla notte del 17 prenderà il via una nuova raccolta fondi attraverso l'invio di SMS al numero 45503, a cui si potranno mandare le proprie donazioni fino al 23 ottobre. Il nome della campagna è già esplicativo degli obiettivi: Crescita. Dall'emergenza alla sostenibilità. "Pensiamo ad esempio alla costruzione di acquedotti, a dighe, a uno sviluppo delle tecnologie che possano aumentare la produttività di queste popolazioni, in modo che il vantaggio sia collettivo, e rimanga patrimonio del Paese".

In questi giorni anche la first lady Michelle Obama ha detto la sua sul tema. Nota per la sua campagna per l'orto domestico, ha dichiarato anche lei che proprio gli USA, che da sempre hanno influenzato i modelli di consumo mondiali, devono iniziare a sostenere l'agricoltura locale, ecosostenibile. Evidenziando poi un altro problema: l'eccesso dei paesi occidentali, in cui i problemi sono lo spreco, i troppi rifiuti e l'obesità. Un divario che non è più tollerabile. Tema che sarà discusso anche a Roma, in cui una delle conferenze sarà dedicata alla cosiddetta sfida del Terzo Millennio, che è quella di vincere la fame nei paesi poveri e combattere gli eccessi nei paesi ricchi.

"E' non è meno importante ricordare una cosa. Se l'economia di questi paesi migliora, saremo tutti quanti a giovarne. Pensiamo agli investimenti che molte nazioni ricche stanno facendo proprio in Africa. E come, anche per colpa della crisi, quello del cibo e dell'accaparramento delle terre siano diventati temi caldi anche per le nostre economie. D'altronde il cibo sarà il tema principale dell'Expo del 2015, non è un caso se iniziamo adesso ad occuparcene. Forse sembrerà meno buonista da dire, ma aiutare l'Africa è davvero nell'interesse di tutti".

Foto di Elrentaplats



Italia, obiettivo 2020 per il futuro rinnovabile

rapporto aper Passata la tempesta sulle strategie energetiche italiane, è il momento di fare qualche conto, pianificare il futuro. Le burrasche passate riguardano in particolare due argomenti, da una parte il nucleare, dall'altra le polemiche che hanno investito gli incentivi alle rinnovabili e il conto energie.

E le conclusioni di queste discussioni che hanno investito l'opinione pubblica portano decisamente verso le energie pulite, come evidenzia il recente rapporto realizzato dall'Aper (l'associazione di produttori di energia rinnovabile) che è al centro di un dibattito al Festival dell'Energia di Firenze

I numeri del rapporto riprendono lo scenario energetico ipotizzato, alla luce degli obiettivi europei, prima del referendum quando si era previsto per l'Italia del 2020 un consumo lordo di energia elettrica pari a 375 Twh composto da 50% di fonti fossili, 26% di rinnovabili e 24% da nucleare.


Abbandonato l'atomo, bisogna fare delle scelte che riequilibrino il mix energetico in maniera diversa, possibilmente spingendo sull'acceleratore delle rinnovabili, che secondo Aper potrebbero arrivare a coprire il 40% della domanda di energia elettrica nel periodo considerato, mentre il resto potrebbe essere soddisfatto con il cosiddetto termoelettrico “ambientalizzato”. 
In questa prospettiva le fonti rinnovabili stanno già dimostrando di essere occasione di sviluppo, in particolare per l'occupazione e la ricerca, e di indipendenza energetica. Il progetto proposto è ovviamente molto impegnativo, ma negli anni recenti, come evidenzia il rapporto, le rinnovabili italiane hanno fatto passi da gigante.

Una parte importante di questa crescita riguarda il fotovoltaico, come sottolinea Agostino Re Rebaudengo, Presidente di Aper: “Con oltre 10 GW di potenza installata, in un giorno di sole il fotovoltaico fornisce circa un terzo dell’energia elettrica al sistema, nei momenti di picco di domanda. E se sommiamo a questo il contributo delle altre moderne fonti rinnovabili, si soddisfa circa la metà del fabbisogno. E’ un dato di fatto che non può essere ignorato e che ha sconvolto in un solo anno l’intero mercato elettrico. E soprattutto ci dà la consapevolezza di poter affermare che il costo sostenuto per gli incentivi non è superfluo, ma è un investimento per svincolarci sempre di più dalle fonti fossili e per far sì che le nuove fonti producano energia a costi sempre più competitivi”.
 

Ma il sole non è l'unica risorsa rinnovabile che abbiamo a disposizione e passi importanti sono stati fatti registrare anche nell'eolico. Nel 2010, infatti, i 63 nuovi impianti realizzati producono oltre 8mila Mwh, facendo del nostro paese il terzo in Europa per produzione eolica, dopo Germania e Spagna.

Il rapporto dell'Aper è integralmente scaricabile qui.

 


Ven, 23/09/2011 - 07:06 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

L'energia smart, l'intelligenza ci salverà

festiva energia 2011Per capire il mondo dell'energia in tutti i suoi aspetti c'è bisogno di un ragionamento e di una capacità di osservazione che sappiano leggere dentro le cose a partire dalle novità che, in un ambito delicato e complesso come quello energetico, rispondono alle parole di innovazione e ricerca.

Ecco allora il tema che dà il titolo all'edizione 2011 del Festival Energia: le smart energy, le energie intelligenti. “Ci sono ragionamenti da fare sulle fonti fossili e sul dopo-Fukushima, ragionamenti di elevata complessità che implicano sia una dimensione globale che una dimensione locale; per promuovere una discussione che sappia evitare ideologismi il modo migliore è quello di guardare dentro questa complessità” è così che Alessandro Beulcke, presidente del Festival dell'Energia (Firenze, 23-25 settembre) e di Aris, introduce le energie intelligenti. Si tratta di capire bene il mondo in cui viviamo, decifrarne le esigenze e analizzare soluzioni concrete.

“L'energia è oggi ancora prodotta nello stesso modo in cui era prodotta nel secolo scorso quando c'erano grandi centri di produzione energetica e una rete che la distribuiva fino alle periferie – spiega Beulcke – oggi l'innovazione ci offre molte soluzioni diverse che comprendono, tra l'altro, l'autoproduzione di energia, la possibilità di mettere in rete numerosi piccoli centri di produzione energetica. Inoltre la parola smart riguarda anche l'utilizzo e i comportamenti come nell'ambito della mobilità. Le nostre città, ad esempio, sono luoghi assolutamente energivori. Puntare sulle smart city vuol dire invece puntare su un modello urbano che sappia produrre in maniera rinnovabile l'energia di cui ha bisogno, che sappia realizzare una mobilità sostenibile. Una città simile presenta dei vantaggi non solo per città stessa ma anche per una collettività più ampia”.
 

Una delle chiavi principali della questione energetica è l'innovazione e in particolare la ricerca per produrla e gli strumenti per tradurla nel mercato e portarla all'utilizzo quotidiano. Proprio su questo tema si concentra un rapporto che sarà presentato a Firenze.
 
“Un elemento essenziale dell'innovazione energetica in Italia è l'insufficienza di un punto di contatto tra la ricerca e il mondo delle imprese e della realizzazione concreta delle innovazioni e del loro ingresso nel mercato – continua il presidente del festival Energia – Abbiamo nelle università molti centri di ricerca che presentano progetti avanzati di grande interesse, ma sono chiusi nei cassetti. A parità di ricerche e numero di progetti sviluppati nelle Università italiane e in quelle europee, noi abbiamo un numero di brevetti molto basso e questo è un punto  molto importante. Quello che cerchiamo di fare è offrire un'occasione per superare queste criticità. Non solo dibattiti di ampia portata, ma cerchiamo anche di mettere in contatto eccellenze e centri ricerca con le realtà produttive che possano essere in grado di trasferire i risultati delle ricerche sul mercato”.


Greenpeace: 40 anni di battaglie per l'ambiente

40 anni greenpeaceQuarant'anni di storia, di battaglie e di azioni che nella società dell'informazione colpiscono dritto al cuore della comunicazione per far parlare di se', ma soprattutto per portare in cima all'agenda pubblica i temi più eclatanti della questione ambientale. Era il 15 settembre 1971 quando un gruppo di attivisti salì a bordo di un vecchio peschereccio per opporsi   ai test nucleari programmati dagli Stati Uniti in Alaska facendo rotta sull'isola di Amchitka. La nave fu fermata prima di giungere a destinazione ma quel giorno segna la data di nascita di Greenpeace e dei “guerrieri dell'arcobaleno”. Da quel 15 settembre di quarant'anni fa Greenpeace è diventata un'organizzazione capillare: ventisette uffici sparsi per il mondo, 3milioni e mezzo di sostenitori, 11 milioni di attivisti online che fanno rimbalzare le campagne e le iniziative sul web e sui social media. Una caratteristica fondamentale di Greenpeace è infatti la dimensione globale, essenziale per affrontare i temi ambientali attraverso i media.  Le multinazionali e gli organismi internazionali – spiega l'organizzazione – rispondono solamente a pressioni internazionali; i nostri fondatori e questi decenni di attività dimostrano che un piccolo gruppo di persone impegnate può cambiare il mondo con proteste pacifiche e offrendo testimonianze dirette di quello che accade”.
“Quello che 40 anni fa ha mosso i primi attivisti era la consapevolezza che il mondo avesse bisogno di un movimento ambientalista e pacifista che parlasse direttamente alle persone per ispirarle ad agire – ricorda Giuseppe Onufrio, direttore Esecutivo di Greenpeace Italia ­– Dopo quattro decenni rimaniamo fedeli all'idea che la nostra missione è quella di testimoniare e denunciare in maniera indipendente e diretta i crimini ambientali commessi dai governi e dalle multinazionali, per dare voce al Pianeta che non ne ha".
In quattro decenni sono moltissime le azioni promosse da Greenpeace e i risultati, a volte eclatanti, raggiunti in conseguenza di queste iniziative e delle spedizioni a bordo della Rainbow Warrior.
Questo compleanno arriva in un momento in cui, dopo quattro decenni di battaglie, “stiamo attraversando una tempesta di crisi ecologica, economica e democratica, in cui nessuna sfida è più impegnativa di quella dei cambiamenti climatici”. Una sfida importante anche per il nostro paese dove i “guerrieri dell'arcobaleno” festeggiano intanto la vittoria contro le scelte nucleari. “La prima campagna italiana è stata quella contro la minaccia nucleare, anche grazie alla quale si giunse alla vittoria del Si al primo referendum abrogativo del 1987 – conclude Onufrio – Ci sembra indicativo poter festeggiare  un'altra storica vittoria contro il nucleare che allontana  una fonte energetica insicura e costosa dal nostro Paese e che speriamo apra definitivamente la strada a un futuro energetico basato sulle rinnovabili e l'efficienza energetica".
 
 
Le vittorie di Greenpeace
 

Un video sui 40 anni di Greenpeace
 


 


Google, il gigante che divora energia

googleplexSe 2,6 milioni di megawatt/ora consumati in un anno vi sembrano tanti, chiedete a Google, e vi spiegherà perché consumi elettrici di tale portata fanno del gigante del web un'azienda verde e sostenibile.

A tanto ammontano infatti i consumi della società di Mountain View nel corso del 2010,  cifre necessarie al fabbisogno elettrico di oltre 200mila abitazioni o 41 Empire State Building, il tutto per 1,46 milioni di tonnellate di CO2 emesse in dodici mesi. 
Sembrerebbero cifre da far suonare le sirene di allarme gas serra, eppure Google le ha rese note con un obiettivo specifico: far comprendere al mondo che, se letti nel giusto contesto e nei dovuti modi, questi numeri fanno di tutto quello che gira intorno al motore di ricerca più famoso del mondo un'attività attenta ai consumi energetici nel rispetto della sostenibilità ambientale. 
Basta ribaltare il punto di vista e, invece di guardare alla domanda generale di energia prodotta dall'intera azienda, analizzare i consumi per singolo utente.

Si scopre così che un mese di servizi Google per ciascun navigatore della rete equivale al consumo di una vecchia lampadina da 60 W accesa per tre ore; 3 giorni di Youtube richiedono l'energia equivalente a realizzare, confezionare e distribuire un solo dvd, mentre un anno di Gmail richiede meno energia di quanto non ne sia necessaria a bere una bottiglia di vino, infilarci dentro un messaggio in un un pezzo di carta e abbandonarla nell'oceano.
 

Basta saper leggere i numeri e non farsi prendere troppo dagli aspetti apparentemente più eclatanti. Ma non solo. La polemica che riguarda il cloud computing e quanto questa attività si inquinante non è  nuova. Tutte le applicazioni che rendono avvincente il web 2.0 e che spingono il mercato dei tablet e degli smartphone sono possibili grazie a enormi data center, palazzi dove abitano supercalcolatori che fanno girare i bit a velocità vertiginose. E che richiedono una enormità di energia elettrica.

Tutto vero, dice Google, ma è anche vero che i loro data center utilizzano tecnologie all'avanguardia per l'efficienza energetica (a breve ne sarà inaugurato uno nuovo in Finlandia), che l'azienda utilizza edifici e veicoli ecologici e, soprattutto, investe in rinnovabili e risparmio energetico in maniera consistente. Pannelli solari fioriscono sui tetti e sui parcheggi di Googleplex, il quartier generale in California, milioni di dollari sono stati investiti in ricerca e sviluppo di tecnologie per l'energia verde.

Tutta questa iniziativa, insomma, sembra una mossa nell'ambito di una strategia di comunicazione che mira a rendere rilevante le iniziative di Google volte a rendere più sostenibile i loro servizi cloud in un'ottica che consideri tutte le attività dell'azienda, compresi i servizi per i dipendenti come i bus navetta che tagliano le emissioni che sarebbero prodotte dalle singole auto per raggiungere il posto di lavoro.

Stando a quanto calcolato da Greenpeace nell'edizione 2011 del rapporto “How dirth is your data”, lo studio che analizza l'impronta di carbonio dei principali protagonisti del cloud computing, gli sforzi del marchio californiano non bastano raggiungere la vetta della classifica delle prime dieci tra le più importanti cloud company al mondo (dominata da Yahoo! e con Apple fanalino di coda), ma le cose si muovono rapidamente nel mondo dei bit e la comunicazione, oltre che gli investimenti, può far fare passi da gigante.

 
Immagine di runJMrun
 


Nucleare, ritorna l'incubo?

nucleare incidente in franciaPer il momento non ci sono fughe radioattive. Ma la notizia dell'esplosione nella centrale nucleare di Marcoule, in Francia, è di quelle che ti incolla al monitor, alla tv, in cerca dell'informazione che ti racconti il più presto possibile che il pericolo è scampato, che non c'è rischio. Ma per il momento si sa solamente che lo scoppio di una fornace nel sito nucleare nel sud della Francia ha provocato la morte di un uomo il cui corpo è stato trovato carbonizzato, e il ferimento di almeno quattro persone, di cui una grave. L'esplosione, stando a quanto riferito dalla Commissione per l'energia atomica francese, sarebbe avvenuta nella mattina alle 11.45 presso il centro di trattamento delle scorie nucleari dell'impianto che, è bene ricordarlo, non ospita alcun reattore e fa parte di un sito nucleare più ampio.
 
La Protezione civile italiana e l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) stanno monitorando la situazione e ne seguono le evoluzioni per capire se possono conseguirne rischi per il nostro paese, considerando che il luogo dell'incidente dista 242 km in linea d'aria da Ventimiglia, 257 da Torino, 342 da Genova.
 
Proprio uno strano scherzo del destino riporta l'attenzione dell'opinione pubblica, e la paura, a parlare di incidenti nucleari esattamente sei mesi dopo quell'11 marzo in cui la terra ha tremato in Giappone provocando distruzione e morti cui si sono aggiunte le conseguenze della tragedia nucleare di Fukushima. Se l'incidente alla centrale fa ancora parlare di sé e delle possibili conseguenze sulla salute pubblica e sulle strategie energetiche e politiche del paese nipponico, l'orgoglio e il lavoro giapponese hanno messo mano alla distruzione che ha colpito le sue città e gli effetti di tanto lavoro sono tangibili.

Un servizio della BBC ci consente di ammirarne l'effetto: dove all'indomani dello tsunami non c'era che il tetto di un hangar che galleggiava sull'acqua, ora si vede  un aeroporto tornato alla normalità; dove il fango copriva territori a perdita d'occhio, ora sono tornate strade e campi coltivati; dove l'acqua si era sostituita al selciato urbano, ora la città è tornata a vivere e i negozi hanno ripreso i loro commerci. Guarda l'animazione della BBC.

 
Immagine di Michal Brcak
 


Lun, 12/09/2011 - 14:35 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Acqua per tutti: il festival a Genova

acqua per tuttiIl mondo dell'acqua è al centro dell'attenzione in una iniziativa che, dicono gli stessi ideatori, vuole offrire molteplici argomenti a molteplici pubblici. Il tutto è a Genova (4-10 settembre) dove il Festival dell'acqua, si anima grazie a un tema centrale e attualissimo e grazie alla presenza di ospiti rilevanti come Giulio Giorello ed Emanuele Severino, che offrono uno sguardo filosofico, Pietro Grasso, che mette in evidenza il fragile filo che tiene insieme le risorse idriche e la legalità.

Dell'acqua si parlerà in termini filosofici, come di una risorsa essenziale alla vita; se ne discuterà in termini politici ed economici, come di una risorsa sulla quale si è da poco chiusa una contesa elettorale e il cui esito ha lasciato non poche code dietro di sé. Se ne parlerà come di un simbolo presente nelle religioni di tutto il mondo, elemento della spiritualità del mondo e la si guarderà anche con gli occhi dell'arte.
 

Il perché di un Festival così strutturato e dedicato a un tema così vasto lo abbiamo chiesto a Mauro D'Ascenzi, vice-presidente di Federutility, la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua e che organizza il festival.
“L'acqua è un mondo complesso e grande, che mette a nudo alcune delle contraddizioni del nostro paese per questo abbiamo voluto dare vita a una iniziativa che possa coinvolgere interessi specialistici degli addetti ai lavori, ma anche l'attenzione di persone più attente a tematiche culturali fino a raggiungere anche un pubblico generalista” ha spiegato D'Ascenzi.
 
Il tema è certamente di primo rilievo, è lo ancora di più in un anno che ha visto la popolazione italiana chiamata a pronunciarsi ma il cui esito lascia ancora domande molto aperte le cui risposte possono rivelarsi importanti, soprattutto in momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo. “Sugli investimenti da fare sul settore idrico  il referendum ha lasciato aperto un enorme punto interrogativo”, continua D'Ascenzi che sostiene la rapida e concreta realizzazione di una Authority sull'acqua che abbia il compito di definire modalità e tariffe, cioè quanta parte di queste debba essere dedicata agli investimenti.

Da qui partirebbe, secondo il vice-presidente di Federutility, la via d'uscita da uno dei paradossi italiani: “L'acqua ha bisogno di investimenti e questo vuol dire che è un settore che può produrre sviluppo e lavoro – conclude D'Ascenzi – allo stesso tempo si tratta di un settore che può soddisfare la propria domanda di investimenti con le sue stesse risorse: si tratterebbe quindi di una soluzione risolvibile senza toccare denaro dello Stato in un contesto in cui si propone anche come una risposta anti-crisi e in linea con le prospettive della greeneconomy”.

 
 


Ned Kahn, la forza della natura si fa arte

ned kahnColonne d'aria riempite di microscopiche perline creano dune di sabbia sempre in movimento. Un occhio rotante di vetro con dentro un mix di schiume colorate sembra contenere le tempeste  che si agitano nell'atmosfera di Nettuno e di Giove. Se avete mai visto simili spettacoli, allora siete stati ad ammirare una delle opere di Ned Kahn. Artista, scienziato, ingegnere e creativo, tutte queste sono definizioni che non possono distinguersi e devono stare insieme per descrivere la figura di Kahn, lo scultore che gioca con le forze della natura mettendo in scena effetti stupefacenti. Come il Rain Oculus installato nel complesso di Maruna Bay Sands a Singapore. Una scultura cinetica che da sopra mostra un vortice d'acqua di oltre 20 metri di diametro, ma sotto offre ai passanti un meraviglioso lucernario e una poderosa cascata integrata nel sistema idrico del palazzo. Avalanche (Valanga) dà invece il titolo a una ruota mobile che, riempita con sabbia e perle di vetro che fluiscono insieme, dà vita a una sinfonia di movimenti, evocando così le dianmche che muovono il suolo, la sabbia e la neve. 
 
Dopo aver studiato botanica e scienze ambientali, all'università del Connecticut, Kahn ha lavorato per anni all'Exploratorium di San Francisco, una sorta di museo di meraviglie della tecnica e della natura, dove ebbe come mentore il fisico, e fondatore del museo californiano, Frank Oppenheimer al quale il giovane artista faceva domande semplici sulle leggi della scienza e riceveva risposte illuminanti. Come quella volta, ricorda Kahn, che gli chiese che cosa è che si muove dentro ai fili elettrici quando accendiamo la luce. La risposta arrivò dopo una lunga esplorazione dell'edificio che doveva essere stata un vero viaggio nella scienza; ma alla fine lo scienziato concluse: “In effetti non sappiamo cosa si muove dentro il filo elettrico”.
Per Kahn fu come un “risveglio” che gli rese chiaro come quello che noi conosciamo del mondo, dice nell'articolo del sito The Smithsonian.com, è basato su nostre visioni parziali, su quello che riusciamo a vedere attraverso “finestre piccolissime”. Da quel momento in poi “L'idea dei limiti – i limiti di quello che è davvero conoscibile – ha attraversato ogni cosa che io abbia fatto”.
Le opere di Kahn sono realizzate in giro per il mondo, qualcosa ad esempio si può ammirare anche in una esposizione dedicata all'acqua al Peabody Essex Museum. Molti dei suoi lavori, realizzati in collaborazione con architetti, fanno parte degli edifici in cui si trovano. Non sono semplicemente opere che producono un effetto a beneficio di chi le vede, ma hanno una funzione per l'intero edificio.
È il caso ad esempio di un lavoro che sta curando attualmente in un palazzo di San Francisco dove dimostra un approccio rivoluzionario verso l'energia eolica. Una volta terminato il progetto,  un canale risalirà l'edificio sostenendo un torre di turbine eoliche che immetteranno energia eletttrica direttamente nella rete del palazzo.
“Mi hanno sempre eccitato i progetti in cui quello che stessi facendo fosse utile”, dice Kahn che è molto incuriosito dall'utilizzo artistico ed energetico di turbine eoliche. Queste tecnologie sono oggetto di molte critiche e pregiudizi, dice, “la gente pensa che siano brutte, rumorose e che uccidano gli uccelli. Ma credo che ci sia una grande per me di contribuire a far cambiare idea alle persone e mostrare che si può fare energia pulita in maniera meravigliosa”.
 
 


Ven, 05/08/2011 - 12:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Quorum! Fumata bianca per i referendum

referendum quorumAlla fine il quorum è arrivato. Probabilmente le persone che ci speravano domenica mattina erano più di quelle che ci credevano, e le giornate delle votazioni sono state un susseguirsi di speranze, ogni intertempo, ogni rilevazione ha dato il via a una serie di deduzioni, di confronti, di calcoli per rafforzare la scaramanzia o per dare energia a una convinzione e alimentare la speranza. Quanto hanno contato internet e i social network in tutto questo? Difficile dirlo. Perché sicuramente al raggiungimento del quorum (che non accadeva dal 1995) hanno contribuito diversi fattori, dai drammatici incidenti di Fukushima, al clima politico nazionale, fino al definitivo inserimento del quesito sul nucleare tra le schede da votare. Alla fine anche i boicottaggi e l'infinita serie di ostacoli che si sono messi tra la campagna referendaria e il quorum si sono mostrati sterili, almeno  più sterili di quanto non sia riuscita a fare la rete di messaggi e di iniziative che hanno popolato i social network. Mentre inizia lo spoglio delle schede, infatti, una cosa si può già affermare: il web italiano segna un momento importante nella politica del nostro paese perché in questi referendum, come nei ballottaggi delle recenti amministrative, Twitter e Facebook sono stati un fiorire di iniziative tutte cresciute nel campo della corsa al quorum (e delle motivazioni per il Sì), politicamente schierate. Forse più di altre volte, ma quello che conta è che questa volta (alle amministrative come al referendum) il risultato finale va nella stessa direzione in cui tirava il vento del web. 
 
Il quorum c'è. Ora si può dire, dopo l'altalena delle rilevazioni che è stata un continuo crescendo. Oltre l'11% a mezzogiorno di domenica; alle 19 il Ministero dell'Interno diceva che si era superato il 40% e i commenti degli esperti erano tutto un confronto con gli andamenti dei referendum passati, calcoli e proiezioni facevano immaginare che il quorum sarebbe arrivato. La mattinata di lunedì era fatta di indiscrezioni e un nuovo colpo di teatro arrivava dal Viminale, con il Ministro Maroni che ad urne ancora aperte annunciava il raggiungimento del quorum. Un colpo basso secondo alcuni.
Ma appena arrivate le 15 i primi dati ufficiali parlavano chiaro.
Certo i social network non sono stati a guardare e sono stati un fiorire di iniziative e ashtag, come #iohovotato che ha registrato un notevole successo. Ma soprattutto Twitter e gli altri hanno tenuta viva l'informazione, perché se volevate sapere al volo le cifre sull'affluenza, che ci si poteva aspettare per il risultato finale e come si potevano confrontare i dati con i referendum passati, il modo più semplice era una ricerca su Twitter, un solo click ed eravate a contatto con le informazioni più aggiornate e, facendo un po' di attenzione, attendibili. Sì, a guardare i referendum la rete ha funzionato e i social network si sono mostrati qualcosa di più di semplice cazzeggio. Chi impara a utilizzarli bene ha una possibilità in più. Anche in politica.


Lun, 13/06/2011 - 15:12 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tutti gli sgambetti al referendum. Ora tocca agli italiani all'estero

referendum nucleareÈ uno stillicidio senza fine. Ogni giorno ce n'è una nuova a fare di questi referendum più una corsa a ostacoli che una tornata di voto. Oggi campeggia il tema delle schede degli italiani all'estero. La questione è facile da raccontare ma, sembrerebbe, difficile da districare. In sostanza, come sempre accade, gli italiani residenti all'estero consegnano le schede con il proprio voto al consolato italiano del paese di residenza. Queste schede sono quindi consegnate in anticipo rispetto a quando vengono recapitate nei seggi italiani. Sembra logico: il tempo di inviarle, di far votare, di raccoglierle e di farle tornare indietro disponibili per il giorno dello spoglio. Un giro del mondo, andata e ritorno. In poche parole: gli italiani all'estero hanno già votato i quattro quesiti sul referendum, solo che uno di questi è cambiato. Come saprete, il quesito sul nucleare è diverso da quello originale, ed è cambiato per effetto del decreto omnibus e della sentenza della Cassazione che ha riammesso il tema dell'energia alla consultazione.
Come conteggiare questi voti? Si possono sommare a quelli che si esprimeranno il 12 e 13 giugno? Oppure bisogna annullarli e far votare da capo queste persone? La risposta, ancora una volta, nascerà da un tribunale, per la precisione dall'Ufficio centrale per la circoscrizione estero presso la Corte d'Appello di Roma.
Dall'incidente di Fukushima in poi, la storia della scheda grigia, quella dedicata al nucleare, non ha avuto per niente vita facile. Prima la moratoria del governo e la decisione di abrogare la legge per decreto, poi la riammissione del quesito, nel frattempo la campagna di comunicazione istituzionale sui referendum che non partiva. Successivamente i telegiornali diramavano servizi con date false per le consultazioni elettorali. 
 
E adesso che può succedere? Gli scenari possono essere diversi. Uno, il più semplice, è quello di chi sostiene che basterebbe sommare le schede di chi ha già votato all'estero con quelle che saranno riempite il 12 e il 13 in Italia. C'è chi dice di non considerare il voto degli italiani all'estero nel conteggio del quorum. Addirittura c'è chi dice che chi vive fuori dal paese non ha alcun interesse nella materia dei quesiti e quindi il loro voto è "un'enorme assurdità". Ma potrebbe anche darsi anche il caso che che i nostri connazionali che risiedono in un altro paese debbano votare in un secondo momento. In ogni caso, è prevedibile che una pioggia di ricorsi inondi i risultati del referendum.
È tutto molto complicato, e in rete non mancano di sollevarsi voci di indignazioni che potremmo racchiudere nelle parole di Gianni Riotta:
“Temo mi abbiano fregato il voto ai referendum: che pena, che caos”.
 
Immagine di myJon
 


Il nucleare porta ai seggi l'80% degli italiani

referendum nucleare sondaggiIl sondaggio appare sulle pagine del quotidiano La Stampa, realizzato dall'Istituto Piepoli. Alla domanda “Lei personalmente ha già programmato di andare a votare?” il 78% degli intervistati avrebbe risposto “Certamente/Probabilmente Sì”, il 20 percento sarebbero decisi a non presentarsi ai seggi e solo un 2 per cento risulterebbe senza opinione. Realizzato il 6 giugno, il sondaggio dimostrerebbe quanto vale la forza di attrazione che il quesito nucleare sta esercitando sul raggiungimento del quorum necessario a rendere valido il referendum del 12 e 13 giugno. Non circolano sui media sondaggi sul risultato finale del referendum, anche perché è facilmente ipotizzabile che se si raggiungesse il quorum sarebbero i Sì ad ottenere il maggior numero di schede, però alcuni sondaggisti si sbilanciano su analisi che riguardano il quorum e, dicono Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, il quesito sul nucleare aumenta le chance di arrivare al quorum. 
A portare in questa direzione, probabilmente, c'è anche il parere della Corte Costituzionale che ha definitivamente dichiarato valido e ammissibile il quesito sul nucleare. 

Continuano comunque le polemiche che riguardano gli spazi di informazione dedicati alla consultazione referendaria, in particolare riguardano i tempi con cui è partita la campagna di informazione da parte del servizio pubblico e gli spazi del palinsesto dedicati alle tribune e agli spot che non sarebbero, dicono alcuni, conformi  a quanto stabilito dai regolamenti  che obbligano a mandare in onda questi programmi dalla data di indizione del referendum (il 4 aprile) “nelle fasce orarie di maggior ascolto”.

Una nuova polemica nasce poi dalle informazioni sbagliate che sono state diffuse da telegiornali nazionali (Tg1 e Tg2) nei cui servizi si dice che il referendum avrà luogo in date diverse dal 12 e 13 giugno. Errori che hanno portato l'Authoriy per le comunicazioni a richiamare le reti dopo aver rilevato carenze nell'informazione in tema di referendum. Per l'Agcom, quindi, la Rai dovrà provvedere alla diffusione di messaggi autogestiti e tribune elettorali nella fasce di maggior ascolto (tra le 18,30 e le 22,30) e “a garantire una rilevante presenza degli argomenti oggetto dei 
referendum  nei telegiornali e nelle trasmissioni informative di maggior ascolto di tutte le tre reti generaliste”.
 

 
Immagine di mbeo
 


Mer, 08/06/2011 - 09:37 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Tam-tam Facebook, i referendum e la mobilitazione

referendum nucleare acquaSe c'è una cosa che i social network sanno fare bene è mobilitare le persone verso un obiettivo, uno scopo ben chiaro. Twitter, Facebook e Friendfeed sono spesso accusati di essere il luogo privilegiato delle chiacchiere perditempo, della futilità senza contenuto. Sempre più spesso però  i social network fanno parlare di sé in maniera diversa, protagonisti attivi di un mondo della comunicazione che cambia e strumenti nelle mani di un pubblico attivo, volenteroso non solo di comunicare, ma anche di agire attraverso quello che si scrive sull'internet. I social network sono fatti apposta per i tormentoni, come è successo ad esempio nella campagna elettorale delle amministrative dopo il faccia a faccia tra Moratti e Pisapia. Le piazze telematiche hanno questa speciale capacità di mobilitare, di creare seguito intorno a una campagna. Come sta succedendo per  i referendum del 12 e 13 giugno.

È tutto un fiorire si iniziative che raccolgono adesioni e “like” da ogni angolo del web. La più comune è la classica mossa da Facebook, e cioè la sostituzione della foto del proprio profilo con una immagine che esprima chiaramente un messaggio. La più diffusa è probabilmente quella con i quattro “Sì” colorati che circondano la data della consultazione referendaria.

Poi ci sono vere e proprie campagne che nascono appositamente per l'occasione. Alcune mantengono lo spirito un po' goliardico che circola per il web e mantengono alto il livello dell'umorismo. Altre invece sono invenzioni finalizzate a tramutare un sentimento, una opinione, una intenzione di voto, in un'azione concreta. Sono queste le iniziative che sfruttano forse al meglio il potenziale del web e che ad ogni circostanza dimostrano sempre qualcosa in più della capacità dei social network di richiamare l'attenzione delle persone per invitarle ad impegnarsi attivamente.

Tra le più note di queste campagne c'è il Taxiquorum. La questione è semplice e si traduce in una domanda: “Te la senti di accompagnare al seggio una persona che da sola non potrebbe andare a votare al referendum del 12 e 13 giugno?”. Se la risposta è sì basta mandare una mail all'indirizzo indicato e dichiarare la propria disponibilità. In poche ore l'iniziativa ha preso a rimbalzare su Facebook, gli altri social network e sulla blogosfera (fino a far parlare di sé anche sull'Espresso). Insomma, grande successo di adesioni da cui è nata una specie di rete nazionale di tassisti da referendum e un RadioTaxiQuorum da chiamare se ci si mette a disposizione oppure se si ha bisogno di un passaggio per il seggio (il n. telefono è 377.3197008).


Non mancano poi i giochi di parole. Uno dei più incisivi sulla rete è stato probabilmente il BattiQuorum, organizzazione no-profit che ha creato il proprio angolino di Facebook con l'obiettivo dichiarato di “portare al voto 25 milioni di persone per il referendum del 12-13 giugno”. Il logo con i cuori tricolori sotto la scritta “Io non mi astengo” campeggia nel profilo di molti utenti di Facebook, oltre 20mila sono apprezzamenti per questo spazio da dove partono e si coordinano iniziative in numerose città italiane.

Innumerevoli sono i video che su Youtube sostengono il referendum e che, postati di blog in blog, rimbalzano per la rete allungando la coda dei destinatari del messaggio. Sono, ad esempio, questo video.


 

Oppure ci sono siti che raccolgono testimonianze di personaggi noti e notissimi sulle questioni referendarie. Referendumacqua.tv, ad esempio, mette insieme molti video che girano in rete e le dichiarazioni di nomi eccellenti come Camilleri, Vecchioni, Ettore Scola e molti altri.

 

Questa è solo una piccola rassegna di quello che sta accadendo in rete intorno ai referendum del 12 e 13 giugno. Molte altre ce ne sono che non abbiamo citato e che ci sono sfuggite. Aiutaci a rintracciarle e a navigare nell'informazione dei social network. Segnala una iniziativa o una campagna che reputi particolarmente interessante e contribuisci a farla rimbalzare nella rete.

 

Immagine di mariateresat


 

 



Lun, 06/06/2011 - 16:18 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags: