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Venti ragazzi per un Onu più green

ONUL'autore di questo post è Nicolò Wojewoda, un giovane imprenditore sociale e attivista giovanile. Ha studiato e lavorato in Svezia, Olanda, Cina e Stati Uniti. Ha fondato e coordina Yparticipate, una organizzazione globale che si occupa di partecipazione giovanile, e il coordinatore del Social Media working group all’UN CSD Youth Caucus.

Contando le braccia alzate era evidente che fossero la stragrande maggioranza. Pochi attimi prima, Tara, la giovane delegata Franco-Cinese, aveva chiesto all’assemblea dei paesi membri delle Nazioni Unite: “Chi di voi è venuto a questa riunione in aereo?” Una pausa ad effetto seguiva le sue parole, mentre volgeva lo sguardo nella sala riunioni n. 1 del North Lawn Building, l’edificio permanentemente temporaneo che affianca il celebre palazzo di vetro dell’ONU a Manhattan, New York City.

La logica che accompagnava la sua domanda era stata resa esplicita nel suo intervento, un paio di minuti prima: lo sviluppo più sostenibile del nostro pianeta, per quando possa e debba essere un’impresa collettiva, è prima di tutto un atto di responsabilità personale. E chi più dei delegati della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dovrebbe dare il buon esempio? Ma facciamo un passo indietro per capire chi è Tara, chi sono i giovani delegati che rappresenta e di cosa si occupa questa Commissione.

La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile

Dal 3 al 14 maggio 2010 ha avuto luogo la 18esima sessione dei lavori della Commissione (CSD, secondo l’acronimo anglofono), il più alto organismo governativo internazionale che si occupa della salvaguardia del nostro pianeta. Quando le Nazioni Unite organizzarono la loro prima conferenza sull’ambiente nel 1972, i problemi erano gli stessi, ma in misura minore. Si pensi che il buco nell’ozono non era ancora stato scoperto e che la Comunità Europea di quegli anni non aveva ancora un programma ambientale degno di quel nome.

La morale di quell’incontro, e delle conferenze successive (ad intervalli di 10 anni l’una dall’altra) era però chiara: una cooperazione internazionale è necessaria per migliorare le sorti del nostro pianeta. Nel celebre Earth Summit del 1992, a Rio de Janeiro, fu istituita la Commissione così come è ora. In cicli di due anni, una serie di temi relativi allo sviluppo sostenibile vengono affrontati dai delegati dei paesi membri e da rappresentanti della società civile. I risultati delle loro discussioni guidano politiche nazionali e regionali, e informano la comunità internazionale sulla direzione da seguire.

Il ruolo della società civile: i giovani

La CSD è tra gli esempi eccellenti, all’interno del sistema ONU, in cui la società civile è coinvolta fino ai massimi livelli. Nella conferenza del 1992, infatti, erano stati identificati 9 Major Group, raggruppando le parti della società civile che, sia per capacità di influenzare i temi in discussione, che per quella di esserne influenzati, sono più interessate ad avere voce in capitolo nelle decisioni prese. Tra loro, i giovani, nel cosiddetto UN CSD Youth Caucus, una squadra di una ventina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo (come Tara e l’autore di questo articolo) che, motivati da interessi comuni, lavorano virtualmente durante il corso dell’anno, per poi vedersi annualmente a maggio per la sessione di turno dei lavori della Commissione.

Più coinvolgimento = più cambiamento

La famosa conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo, ha però contribuito come poche altre alla creazione e allo sviluppo di un movimento ambientalista mondiale, fatto soprattutto di giovani, di grandi ONG e di nascenti imprese innovative che riescono a coniugare i tre pilastri del “people, planet and profit”. La società civile coinvolta nella CSD cercherà in questi due anni che ci separano dalla prossima conferenza (chiamata Rio+20, visto che sarà un Earth Summit a 20 anni di distanza da quello del 1992) di sfruttare questo movimento per creare più pressione politica e più azioni concrete.

E l’Italia? Articoli come questo sono solo il primo passo nel formare e valorizzare un movimento giovanile attivo su questi temi nel nostro Paese. La nostra società civile ha l’occasione di affiancare il lavoro di governi di tutto il mondo e dare la propria voce sui temi di interesse comune. C’è bisogno di capire, di contribuire, e di appoggiare quelli che lo fanno. E forse, l’anno prossimo, i giovani delegati dall’Italia alla 19esima sessione della CSD potranno essere due, invece che uno solo.

Dom, 29/08/2010 - 16:02 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Nelle Marche, alla scoperta dell’economia “soft”

soft_economy.jpg C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.

“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.

Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.

Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.

“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.

Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1

L’ambiente in pericolo? Diteci dove

clip_image001.jpg Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e  stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:

  1. consumo di territorio: ogni anno l'Italia ne brucia 250.000 ettari, come nessun altro in Europa;
  2. perdita di habitat e biodiversità: l'Italia è il paese europeo a massima biodiversità
  3. fiumi e laghi perduti: le acque dolci sono in grave stato di disagio, più di quelle marine
  4. perdita delle coste e delle spiagge: il problema dell'erosione marina
  5. perdita delle foreste e riforestazione
  6. traffico urbano
  7. desertificazione e perdita di suoli
  8. cave e miniere
  9. impianti industriali
  10. rifiuti

Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003

Gio, 05/08/2010 - 12:11 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Finanziaria, molti tagli e poca green economy

greeneconomy.jpg

Le cose stanno cambiando, e lo stanno facendo molto velocemente. “Green economy” è una espressione che suona sempre più familiare ma forse non sempre abbiamo bene in mente di che cosa si nasconde dietro queste due parole: un cambiamento molto rapido che sta avanzando in tutto il mondo ma dall'Italia arrivano segnali contrastanti, quasi contraddittori, che da una parte sembrano fornire strumenti utili perso procedere sulla strada verde, dall'altra però mettono freni e paletti allo sviluppo del settore green di cui può beneficiare sia la bolletta energetica (sia dei privati che delle imprese) che il mercato del lavoro, offrendo possibilità di occupazione connesse alla riqualificazione energetica degli immobili. La green economy, infatti non riguarda solo l'energia, ma tutto un sistema economico che andrebbe sollecitato, incoraggiato, incentivato. Ma senza gli incentivi l'Italia rischia di rimanere indietro.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, sottolinea la discrasia che caratterizza la manovra finanziaria in discussione alle Camere. “Ci sono strumenti che vanno nella direzione giusta – dice Silvestrini – in particolare strumenti di inquadramento complessivo come il piano nazionale delle rinnovabili (pdf) che è condivisibile, ha obiettivi molto ambiziosi e indica gli strumenti poterli raggiungere; ci sono poi però atti pratici che vanno in direzione completamente opposta, come ad esempio l'attacco ai certificati verdi, o il mancato rinnovo della detrazione fiscale al 55% che ha consentito a mezzo milione di famiglie di riqualificare la propria edilizia, una decisione che nega la possibilità di creare occupazione per una miriade di piccole aziende”.

Scelte che Silvestrini definisce “difficilmente comprensibili”, soprattutto alla luce del fatto che il motore della green economy si fa sentire ovunque: “Il 62% della potenza elettrica installata nell'UE, dal Portogallo alla Romania è alimentato da fonti rinnovabili – spiega Silvestrini che conosce molto bene la materia cui ha dedicato libri, articoli e ricerche – negli Usa siamo al 43% mentre in Cina l'anno scorso un terzo della potenza elettrica era alimentata da rinnovabili”.

E l'Italia? Forse la portata del cambiamento non è ancora stata pienamente recepita dal mondo politico e industriale e, spiega Silvestrini, “questo ci pone in una condizione di debolezza anche se stiamo recuperando posizioni: l'anno scorso siamo stati secondi nel mondo per il fotovoltaico e sesti per l'eolico. Ma manca ancora l'industria verde, la capacità di attivare interi processi produttivi e soprattutto la realizzazione di tecnologie verdi, perché altrimenti, per produrre energia da fonti rinnovabili, siamo costretti a importare tecnologie dalla Germania o dalla Cina e dalla Spagna, proprio come facciamo oggi”.

L'immagine è tratta dall'album Flickr di artbymags

Un mondo sostenibile guarda al futuro

fitoussi_east_forum.jpgSe parliamo di sostenibilità non possiamo declinare questo concetto solamente in termini di economici e ridurre ogni cosa al denaro. La sostenibilità è un concetto complesso che ha anche una dimensione sociale e una dimensione ambientale. Così Jean Paul Fitoussi ha parlato di fronte alla platea dell'East-Forum 2010 a Roma. “Finora abbiamo dato peso solamente a una di queste componenti, quella economica, ma le tre dimensioni devono essere considerate in maniera complementare – ha spiegato l'economista francese – non possono essere viste in competizione”.

La definizione della sostenibilità è il punto di partenza inevitabile per cercare di capire che cosa si nasconde dietro questa parola che da qualche tempo a questa parte è sempre più utilizzato. Fitoussi ne dà una definizione analitica, sintetica quanto chiara, che la accosta a un termine nuovo che esprime bene l'evoluzione del pensiero e la grande attenzione che sono attirate da questi argomenti: ecologia politica. È come parlare della propria famiglia, spiega l'economista francese: potremmo definire il nostro stile di vita se saremo in grado di assicurare ai nostri figli la possibilità di costruire una qualità della vita che non sia inferiore alla nostra. Oppure, per utilizzare concetti e parole più consoni al linguaggio dell'economia: “Sostenibilità ed ecologia politica esprimono la possibilità di lasciare alle generazioni future un capitale tale da garantire le stesse possibilità di crescita che hanno avuto le generazioni precedenti”. Questa eredità, questo capitale, non è fatto solamente di denaro, e quindi di capitale economico, ma è composto anche di qualcosa che ha a che fare con la dimensione sociale e con la dimensione ambientale del mondo che consegniamo al futuro. Se siamo capaci di valutare questi capitali e di integrarli in maniera tale da farli crescere insieme, allora saremo il motore di un vero sviluppo sostenibile, altrimenti non parliamo che di un miraggio, di un'ambizione lontana che si manifesta solo a parole.

Prendiamo ad esempio la crisi. Tutti quanti l'abbiamo sotto gli occhi, ne sentiamo parlare alla tv, la leggiamo sui giornali mentre sul web si rincorrono analisi e proiezioni per il futuro. Il fatto è, spiega Fitoussi, “che noi pensavamo di vivere in un'economia sostenibile, continuavamo a credere che il capitale economico continuasse a crescere, pensavamo che la nostra ricchezza aumentasse sempre più. Ma la nostra valutazione era sbagliata”. Oggi la nostra ricchezza è inferiore a quella del 2008 e per tornare a quei livelli dovremo aspettare almeno il 2015: “sette anni persi perché non abbiamo utilizzato strumenti adatti a misurare la sostenibilità, sette anni persi per le generazioni future” sottolinea Fitoussi mentre ricorda che gli effetti della crisi cadranno soprattutto sui giovani.

Cosa si nasconde dietro questa crisi globale se andiamo ad analizzare quello che accade all'interno delle società? “Vediamo che negli ultimi anni la disuguaglianza è cresciuta in maniera universale e le disuguaglianze inibiscono progettualità per il futuro: più la disuguaglianza cresce, meno la società può investire in un futuro dal quale larga parte della popolazione è esclusa” dice Fitoussi chiudendo il cerchio della sostenibilità: se non siamo in grado di capire dove ci sta portando l'economia e se non siamo in grado di comprendere se stiamo accrescendo la nostra ricchezza o no, le nostre società saranno sempre più spaccate, disuguali; dove la disuguaglianza cresce non si riesce a vedere il futuro su cui investire e l'ambiente è la base del futuro. I nostri sistemi sembrano guardare troppo a se stessi piuttosto che volgere lo sguardo in avanti, spiega ancora Fitoussi: “Invece di guardare al futuro non facciamo che guarire il passato”. Se vogliamo davvero affrontare i quesiti della sostenibilità non possiamo che considerare le sue tre dimensioni in maniera integrata e complementare perché, conclude Fitoussi, sono domande che “non si possono risolvere in maniera parziale, bisogna avere uno sguardo globale”.

Ven, 09/07/2010 - 15:38 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

We want you!

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Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.

Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.

Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.

Grazie e buona partecipazione a tutti.

Energia dalla campagna

silicon_vineyards.jpgQui non si tratta semplicemente di essere ambientalisti e cavalcare l'onda dell'energia rinnovabili. Qui si parla di un vero e proprio modello di sviluppo locale che coniuga le potenzialità di un territorio con la domanda, che riecheggia da più parti in Europa negli Usa e nel mondo abituato a rendersi dipendente dalle fonti fossili, di produrre energia in maniera pulita utilizzando fonti che non si esauriscono.
Si chiama Silicon Vineyards ed è un progetto che prevede di aggiungere pannelli solari alle tradizionali attività produttive delle fattorie; metterle in rete creando così una specie di circuito fotovoltaico, tra la Cornovaglia e le isole Scilly, capace di produrre energia pulita e di creare 300 posti di lavoro per i nuovi impianti la cui costruzione sarà affidata a ditte locali che si occuperanno ella produzione di ogni aspetto tranne che dei pannelli solari che verranno importanti da Taiwan.

Il primo passo del progetto è stato compiuto a Benbole Farm nei pressi di St. Kew, nel cuore della penisola. Un consorzio di privati, cui partecipano società e cooperative specializzate in tecnologie per energia fotovoltaica e l'Università di Exeter, ha messo insieme circa 4,5 milioni di sterline per realizzare un campo fotovoltaico da 2MW che darà energia a circa 600 abitazioni e prevede la promozione di coltivazione di biomasse e la realizzazione di un digestore anaerobico che potrà contribuire alla produzione di energia elettrica da mettere sul mercato.
I numeri degli investimenti potrebbero impressionare, visto che richiedono circa 40 milioni di sterline per la realizzazione dell'intera rete di Silicon Vinyards che deve comunque attendere l'autorizzazione da parte del governo britannico, ma ci sono dei fattori che fanno ben sperare. Innanzitutto il piano di investimenti fatto dai promotori prevede un fatturato annuo di 700mila sterline per la sola Benbole Farm che potrebbero arrivare a 13 milioni entro il 2025, numeri questi che spingono i promotori delle Silicon Vineyards a cercare alleati/investitori anche tra l'Unione degli agricoltori con un'argomentazione assai semplice: “questo è un modo per fare soldi”. Altro motivo di ottimismo potrebbe risiedere nella volontà politica del nuovo governo di coalizione guidato da David Cameron che non può fare a meno di allinearsi a una tendenza del mercato energetico mondiale che da una parte vede scendere le quotazioni delle fonti fossili sia nell'apprezzamento dell'opinione pubblica che nelle strategie energetiche di lungo periodo, dall'altro vede migliorare la posizione delle rinnovabili. La Gran Bretagna non ha brillato finora per produzione di energia da fonti rinnovabili, che nel 2008 ha fatto registrare appena il 2,25% e il governo si è impegnato a migliorare questi numeri.

Obiezioni vengono soprattutto l'impatto paesaggistico, alle quali però i promotori del progetto rispondono che i pannelli non saranno alti più di due metri e così la bellezza del paesaggio della Cornovaglia non ne risentirà affatto tanto che, continuano gli ingegnerei che lavorano al progetto, l'occhio di chiunque, sia turista o un abitante del luogo che non vuole vedere ferita la propria terra da installazioni di silicio e metallo, nemmeno si accorgerà dell'esistenza dei pannelli fotovoltaici mimetizzati tra le siepi; certo si vedranno un po' dall'alto, ma la loro visione sarà di certo meno fastidiosa di ogni pala eolica in commercio.

Immagine tratta dall'album Flickr di Brron

Volano le rinnovabili, ma in Italia no

Tutti pazzi per le rinnovabili, ma l'Italia non decolla
Energia pulita, fonti rinnovabili, efficienza energetica, abbattere le emissioni di CO2: andate a un convegno, alla presentazione di un libro, in qualsiasi occasione pubblica in cui si parli di energia e queste parole vi risuoneranno nelle orecchie più insistenti del coro di vuvuzelas negli stadi del mondiale sudafricano. Non solo il mercato delle rinnovabili vede crescere i propri fatturati mentre fioriscono e si specializzano aziende che prendono posto nella nuova filiera energetica (pannelli solari, pale eoliche, materiali per case efficienti capaci di aver bisogno di sempre meno energia da produrre), ma l'attenzione di occhi insospettabili si mette a fuoco sui nuovi modi di produrre energia.

Come, ad esempio, la Iea (International Energy Agency) che fu fondata nel 1974 in seguito allo shock petrolifero con il compito di coordinare le politiche energetiche dei paesi membri per assicurare l'approvvigionamento energetico. Nei rapporti annuali della Iea le rinnovabili hanno acquistato uno spazio sempre maggiore e in un recente documento, l'Agenzia punta il dito sugli aiuti di stato che finiscono per finanziare l'utilizzo di fonti fossili, tanto da sostenere che, se questi fondi (circa 550 miliardi di dollari l'anno) sparissero, i consumi energetici potrebbero diminuire e abbattere le emissioni di CO2 in maniera sostanziale, come se Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna smettessero all'unisono di immettere anidride carbonica nell'atmosfera.

La Iea è in buona e numerosa compagnia in questa accresciuta attenzione verso le rinnovabili, tanto che Ises Italia, sezione italiana dell'International Solar Energy Society, ha dedicato un convegno a questo tema intitolandolo “Gli insospettabili” per sottolineare come soggetti che finora si erano sempre mostrati tiepidi verso l'energia pulita attribuiscano oggi all'energia verde un ruolo determinante per il prossimo futuro. Questi attori rispondono a nomi altisonanti come Fondo Monetario Internazionale, Banca d'Italia, McKinsey, PriceWaterhouseCoopers. E allora? Sono diventati tutti ambientalisti?

Forse l'origine di questo interesse sta in una concomitanza di circostanze che portano le rinnovabili al cuore di una specie di circolo virtuoso. “Le rinnovabili costituiscono oggi una grande opportunità per l'economia, per l'occupazione, per un intero settore economico-finanziario, perché non esiste al mondo altro settore che abbia simili livelli di crescita” – ha spiegato Davide Tabarelli di Nomisma Energia parlando al convegno di Ises Italia.

Cresce la produzione, diminuiscono i costi: il circolo virtuoso sembra chiudersi perfettamente. Ma in realtà le difficoltà non mancano, soprattutto per il mercato italiano dove la produzione di energia rinnovabile è in crescita ma difficilmente si riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direttiva europea 20-20-20, che impone entro il 2020 di ridurre del 20% le emissioni europee di CO2, di aumentare l'efficienza energetica del 20% e di incrementare del 20% l'utilizzo di fonti rinnovabili. Come dire: qui in Italia di rinnovabili si parla tanto ma si ottiene poco.

“Spendiamo molto per questo settore – spiega Luciano Barra, del Ministero per lo Sviluppo Economico, al convegno ISES – ma la gran parte dei quello che si spende la utilizziamo per importazione tecnologica. Ci vuole innovazione nella continuità – continua Barra – un approccio cioè che sappia promuovere le fonti di energia rinnovabile in modo efficace ed efficiente, idoneo a raggiungere l'obiettivo ma con il minimo costo per chi opera nel settore”.
Insomma, tutti ne parlano, tutti le vogliono, ma il mercato italiano ancora non decolla e si cerca la via per far correre un settore che già vola in molte parti d'Europa.

Immagine dall'album Flickr di Jeremy Levine Design

“Non ci faremo inghiottire dall'Oceano”. Parla Nasheed l'eroe dell'ambiente

“Non ci faremo inghiottire dall'Oceano”. Parla Nasheed l'eroe dell'ambiente

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È una specie di eroe dell'ambiente, un testimonial della battaglia per la Terra. Mohamed Nasheed, presidente delle Maldive, si è costruito questa fama per il modo in cui parla ai negoziati internazionali, per la tenacia con cui difende l'arcipelago che governa dalle minacce dei cambiamenti climatici. E poi perché non ha paura di fare gesti eclatanti e provocatori se servono a spostare l'attenzione del mondo sui problemi delle Maldive. Come quella volta nell'ottobre 2009, quando decise di svolgere il Consiglio dei Ministri sott'acqua (guarda la galleria di immagini), con tanto di bombole e tute da sub. “Vivremo tutti così tra qualche anno, se non ci muoviamo ora per trovare una soluzione al problema dei cambiamenti climatici”, spiega Nasheed sottolineando quanto grave sia la situazione.

Quarantatré anni, una vita densa di battaglie per la democrazia che gli hanno fatto conoscere il carcere e l'esilio prima di fondare il Maldivian Democratic Party e arrivare a capo del governo; Nasheed è in Italia per attirare l'attenzione di politici e investitori sul suo paese, in cui tra qualche anno, promette, l'energia dovrà essere prodotta solo da fonti rinnovabili. E soprattutto il clima e i cambiamenti climatici a causa dei quali “Il nostro Paese potrebbe non sopravvivere alla fine del prossimo secolo” ha spiegato chiaramente intervenendo al convegno Clima, Energia, Ambiente: come rilanciare il Negoziato Globale” organizzato dal Centro per un Futuro Sostenibile a Roma il 23 giugno.

A causa dell'innalzamento dei mari, infatti, circa sedici isole dell'arcipelago maldiviano dovranno essere sfollate, si vive un metro e mezzo sotto il livello del mare e l'acqua dell'oceano si è infiltrata nelle falde acquifere rendendole salate e inutilizzabili. “La nostra terra ha 5.000 anni – ha detto chiaramente Nasheed – la nostra civiltà oltre 2.000; abbiamo la nostra lingua, la nostra musica, abbiamo farfalle che non esistono in nessun altro posto al mondo: non possiamo sfollare tutto questo. Abbiamo solo un'alternativa: o vivremo o moriremo con la nostra terra”.
Le parole di Anni (è così che gli abitanti delle Maldive chiamano il loro presidente) sono molto accorate e allo stesso tempo lontane dall'intenzione di esprimere lamentele all'Occidente ricco; l'obiettivo, piuttosto, è di incitare tutti a trovare una soluzione, e a trovarla ora, prima che generazioni intere siano condannate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Non è una questione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, qui si tratta di incamminarsi insieme sulla strada della sostenibilità e dello sviluppo low carbon. I mezzi ci sono, abbiamo a disposizione le tecnologie che ci servono: utilizziamole, incita Nasheed: “Solo gli audaci avranno l'opportunità di vincere. Quando abbiamo superato l'età della pietra, non lo abbiamo fatto perché non c'erano più pietre, ma piuttosto perché trovammo una nuova tecnologia, migliore della precedente. Ora dobbiamo fare lo stesso: avviare una nuova rivoluzione tecnologica”.
Sostituite le pietre di cui parla Nasheed con il petrolio e il gioco è fatto, avrete dipinto davanti a voi il quadro dello sviluppo sostenibile per mano del tenace presidente di un piccolo arcipelago che rischia di essere inghiottito dall'Oceano Indiano. Anche di fronte ai rischi e agli effetti drammatici che già si manifestano nelle Maldive come conseguenza dei cambiamenti climatici, la rinuncia e il pessimismo sono parole che non appartengono alla tenacia di uno come Nasheed: “Ho passato molti anni della mia vita in carcere, molti in esilio, ce l'abbiamo sempre fatta e ce la faremo anche ora”.

Le immagini sono tratte dalle pagine del sito del Governo delle Maldive e sono realizzate da Mohamed Ali

Ecco l'ospedale più sostenibile

campus-aerial-view.jpgGuarda la gallery. © John Durant Photography /Karlsberger Design Architect

E’ già insolito immaginare un ospedale talmente curato dal punto di vista architettonico da poter competere con i più recenti musei delle varie archistar. Figuriamoci poi sapere che è stato costruito usando solo materiali sostenibili e facendo sì che risparmi energia sufficiente per alimentare 1800 case. Eppure non si tratta di congetture o auguri per il futuro ma di una realtà targata Austin, Texas: il Dell Children’s Medical Centre. La straordinaria attenzione all’ambiente ha fatto sì che fosse il primo ospedale al mondo a ottenere la prestigiosa certificazione LEED platinum (Leadership in Energy & Environmental Design). Dietro a questo risultato c’è il lavoro dello studio Karlsberger e il contributo della Michael and Susan Dell Foundation, dal nome dell’omonimo magnate dei PC.

Questo ospedale pediatrico è frutto della riqualificazione dell’aeroporto Robert Mueller Municipal ed è costituito al 92% da materiali riciclati sul posto. Lo smantellamento dell’ex pista di atterraggio ad esempio ha fornito 47mila tonnellate di materiali e tutto ciò che è stato acquistato proviene dall’area circostante ad Austin, è insomma a km zero. L’edificio, abbellito da finestre coloratissime e una cascata su un muro di granito, è caratterizzato da un’alta torre che si staglia rispetto al resto del complesso.

I costi di costruzione non sono contenuti. La cifra si aggira intorno ai 137 milioni di dollari ma, se il risparmio energetico annunciato è reale, non ci vorrà molto per ammortizzare quanto investito rispetto all’edilizia tradizionale. La lista degli espedienti adottati per rispettare il pianeta è piuttosto lunga e va dalla turbina a gas naturali da 4.3 Megawatt alle tubature a flusso ridotto che diminuiscono il consumo di acqua.

Ma la cosa che è forse più importante sottolineare è l’intelligenza con la quale sono stati disposti e realizzati giardini e cortili. Questi da un lato consentono di far filtrare, attraverso le numerose vetrate, luce naturale sull’80% della superficie. Dall’altro contribuiscono a creare un clima favorevole alla ripresa dei bambini ricoverati e smorzano l’effetto “isola di calore”, raffreddando l’aria e attenuando quindi il bisogno dei condizionatori. Lo spreco della luce artificiale poi è stato ridotto ai minimi termini grazie all’impiego di sensori di movimento che fanno sì che l’illuminazione si attivi solo quando davvero necessaria. A km zero infine sono anche le piante che, essendo tipiche della vegetazione locale, richiedono minore irrigazione e che vengono innaffiate solo con acqua riciclata. Un esempio virtuoso di ecodesign che combina il rispetto per l’ambiente con un risultato davvero notevole dal punto di vista architettonico. La speranza, inutile dirlo, è di vederlo presto replicato anche sul nostro territorio.

In Val Venosta, i campioni di sostenibilità

In Val Venosta i campioni d’Europa della sostenibilità

La Champions League arriva in Italia. Ma se state pensando a Mourinho, Milito, Balotelli e l'Inter di Moratti state sbagliando. Qui non si parla di grandi goal, parate strepitose o fuorigioco. Qui parliamo piuttosto di energia verde, di rinnovabili, di eolico, solare e biomasse.
Non una multinazionale del pallone sotto i riflettori, quindi, ma un piccolo paese di circa 1.800 anime che, dalla Val Venosta, è salita in qualche modo in cima all'Europa.

Prato allo Stelvio, infatti, si è aggiudicato la RES-Champions League 2010 per la miglior politica locale nella promozione delle fonti rinnovabili, una competizione tra amministrazioni low carbon che è culminata nella Conferenza europea delle città sostenibili, che si è svolta a Dunkerque, in Francia.
La concorrenza era agguerrita, ma a fare la differenza a favore del comune alto-atesino è stato un mix di fonti rinnovabili diverse che garantisce a Prato allo Stelvio una potenza energetica istallata e una capacità di distribuzione davvero esemplari dal punto di vista della sostenibilità.
Qualche dettaglio? Due centrali alimentate da biomasse locali, per una potenza di 1,4MW sono il cuore di una rete di teleriscaldamento capace di fornire e distribuire acqua calda; un parco eolico da 1,2 MW; 4 impianti idroelettrici, per un totale di oltre 2mila kW; una sinergia tra pubblico e privato che ha portato alla realizzazione di centinaia di impianti solari sui tetti delle case per numeri che parlano di 1.100 mq di termico e 1,8 MW per il fotovoltaico.

Ma non è finita, c'è dell'altro perché non si vince senza un fuoriclasse, un qualcosa in più che le altre squadre non hanno e che fa la differenza. Per Prato allo Stelvio, la parte del fuoriclasse la gioca forse la rete elettrica locale gestita da una Cooperativa. Vi sembrerà banale, ma gli effetti di una simile gestione non lo sono affatto: che ne dite di un paesino di montagna che nel 2003, mentre tutta l'Italia era appiedata dal black-out, continuava la sua vita normale nemmeno sfiorata dalla paura di rimanere senza corrente elettrica? E, soprattutto, che ne dite di cittadini che spendono tra il 30 e il 40% in meno rispetto alla bolletta della luce elettrica di un italiano medio?

Numeri da campioni, non c'è che dire, la voce di Hubert Pinggera non è quella di chi ha in tasca un primato continentale: “Siamo contenti e orgogliosi di questo risultato”, dice il sindaco, ma non usa slanci di entusiasmo, come se tutto fosse normale e tutto ciò rientrasse ovviamente nella gestione ordinaria di un piccolo comune. “Di certo siamo favoriti da alcune condizioni del nostro territorio che ci aiutano a portare avanti certe iniziative”, continua Pinggera.

Insomma il gioco di squadra ha premiato, almeno nel caso delle rinnovabili, e la RES Champions League è lì a dimostrare che esistono modi di mettere in pratica sistemi efficienti per generare e distribuire energia prodotta da rinnovabili e contribuire così a rendere più pulito ed efficiente il sistema energetico. Alla competizione hanno partecipato comuni di Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Italia.

Prato allo Stelvio ha portato in Italia la coppa grazie a una prestazione davvero eccellente in cui sono stati dosati diversi ingredienti tutti indispensabili per una squadra imbattibile: la collaborazione tra pubblico e privato, la capacità di sfruttare il territorio, abilità nella pianificazione, una elevata capacità di gestione delle risorse pubbliche e di utilizzare innovazione.
Bene, ma gli altri amministratori? Le altre città italiane? Guardiamo a un paesino di 1.800 abitanti e ci troviamo di fronte agli occhi un esempio virtuoso, un'eccellenza europea. Non è che qualche assessore di qualche grande città italiana ha voglia di farsi una settimana di ferie tra le valli alto-atesine?

Immagine dalla pagina Flickr di Sebastiano Pitruzzello (aka gorillaradio)

Il pellicano della Louisiana convince più degli scienziati

pellicano352x264.jpgKerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».

Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».

Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».

Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».

È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».

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iPad, quanto inquini

iPad, quanto inquini Sono i giorni dell'iPad. “L'oggetto magico e meraviglioso” (parole di Steve Jobs) arriva in Italia e il biglietto da visita da protagonista sui mercati e di conseguenza sulle abitudini degli utenti. I numeri parlano chiaro: un milione di esemplari venduti nei primi 28 giorni di vita nei negozi americani (l'iPhone ci mise oltre 70 giorni per raggiungere lo stesso risultato), 100mila prenotazioni in Italia incassate prima di arrivare alla messa in commercio vera e propria, 10mila applicazioni già disponibili, ma il numero è destinato a crescere moltissimo in breve tempo. Tutto questo fa della “tavoletta magica” un kit capace di conquistarsi un ruolo in ogni aspetto della nostra vita: quando leggiamo il giornale o un libro, ascoltiamo musica, giochiamo, guardiamo foto o film, organizziamo il tempo libero o di lavoro, conversiamo o comunichiamo con i nostri amici. L'iPad è (e sarà sempre più) pronto a garantire accesso in mobilità al mondo delle informazioni, tanto che il progetto It Mobility del Parlamento Europeo prevede di darne uno in dotazione a ciascun parlamentare.

Ma pensereste mai che tutto questo abbia un forte impatto sull'ambiente e sull'inquinamento?
In genere si pensa il contrario: se una cosa ci risparmia spostamenti fisici e mette in un unico dispositivo numerose possibilità, è sinonimo di meno inquinamento (perché richiede meno utilizzo di veicoli e quindi di combustibili, di materiali, e via dicendo). Ma un rapporto di Greenpeace dal titolo Make IT Green: Cloud Computing and its Contribution to Climate Change avverte sulla possibilità che tutto ciò possa produrre “un grande salto nelle emissioni di gas serra”.

Oggetto del rapporto di Greenpeace non è tanto l'iPad in sé, quanto il cloud computing, ossia quella grande architettura di tecnologie informatiche che si possono utilizzare anche se sono fisicamente molto lontane e che rendono possibile il miracolo della mobilità grazie al quale sistemi com l'iPad rappresentano una comoda ed elegante porta d'accesso a sterminate quantità di dati raggiungibili agilmente (senza fili) e fruibili nelle forme più disparate.

Basandosi su ricerche che stimano i consumi energetici in ambito industriale, il rapporto di Greenpeace mostra che, seguendo gli attuali tassi di crescita, i grandi centri di elaborazione dati e i server delle compagnie di telecomunicazioni necessari a far funzionare social network e tutto ciò che va sotto il nome di cloud computing, consumeranno nel 2020 circa 1.963 miliardi di kilowatt l'ora, “più dell'attuale consumo di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”, sottolineano gli autori.
Il messaggio sembra chiaro: il cloud computing ci offre grandi possibilità e i dispositivi che ne utilizzano gli sviluppi, dall'iPad in poi, sono destinati a una grande diffusione; tutto ciò richiederà grandi server per l'elaborazione dati che impenneranno il consumo energetico del settore, e di conseguenza ingrandiranno l'impronta di carbonio prodotta dal cloud computing.

Ma, specifica Greenpeace, non si tratta di un attacco al marchio di Cupertino:
“Per essere chiari, non ce la stiamo prendendo con Apple”, si legge chiaramente nella presentazione del rapporto, il lavoro vuole essere solamente un avvertimento per quello che potrebbe essere se le cose dovessero continuare senza cambiamento, ma non necessariamente lo scenario proposto dovrà realizzarsi. Anzi, Greenpeace auspica proprio il contrario, suggerendo che “i grandi innovatori dell'era digitale possono e dovrebbero essere leaders nella promozione di una rivoluzione energetica”. Così da mettere insieme il miracolo della mobilità con le esigenze della sostenibilità.

Foto: dalla copertina del Rapporto di Greenpeace

Ambiente, l’Italia tenga gli occhi aperti

"Inutile gridare al lupo per lo stato di salute della biodiversità in Italia" spiega l’etologo e accademico dei lincei Enrico Alleva. Però il pericolo di un cambiamento c'è e tutti devono vigilare. Il caso dell’invasione dei Cip e Ciop americani e dei pappagalli nei parchi di Roma.

Il dirigibile a emissioni zero

solarairship.jpgSembra una specie di ritorno al futuro, uno di quegli esempi in cui ingegneri e inventori colgono un'eredità dal passato e la arricchiscono delle innovazione tecnologiche più all'avanguardia; il risultato è un corto circuito della storia in cui la futura possibile soluzione a un problema presente, nasce da un invenzione vecchia più di un secolo e mezzo. Nel nostro caso parliamo di un dirigibile che, sfruttando anche energia solare, è capace di trasportare carichi pesanti per lunghe distanze, viaggiando ad oltre 10mila metri di altezza senza produrre emissioni nocive all'ambiente.

HSSA è l'acronimo del progetto High Speed Solar Airship (http://www.solarairship.net/), un grande dirigibile lungo un centinaio di metri e largo quasi 70, che si propone come una vera e propria rivoluzione per il trasporto merci, soprattutto per le lunghe distanze. Una delle caratteristiche più innovative è sicuramente costituita dai circa 7mila metri quadrati di pellicola che, distesa sul tetto del pallone, consente di alimentare il motore con energia solare. Il che vuol dire che il futuro del mondo dei trasporti, visto da un dirigibile, ci parla di merci pesanti (fino a sessanta tonnellate a pieno carico) che volano più in alto delle nuvole e da lì, ad una velocità che può raggiungere anche i 275 km orari, spingersi ovunque e, grazie al sistema di atterraggio verticale, arrivare in ogni destinazione, senza alcun bisogno di lunghe piste di atterraggio. Navigando tra i cieli a diecimila metri da terra, il dirigibile schiva le intemperie, si trova in una condizione ideale per il rendimento degli impianti per la produzione di energia rinnovabile (situazione atmosferica luminosa di freddo asciutto), riuscendo a sfruttare al meglio le correnti dei venti proprio là dove l'aria è più rarefatta e oppone minore resistenza.

Questo vuol dire che vedremo, un giorno, le strade liberate da colonne di autotreni e da tutto ciò che ne deriva in termini di inquinamento e consumo di carburanti derivanti dal petrolio? Il discorso tocca uno dei protagonisti principali delle emissioni di gas dannosi per l'ambiente e, di conseguenza, uno dei nodi cruciali per le strategie (tanto politiche quanto d'impresa) che avranno come obiettivo la riduzione di tali emissioni. Tanto per dare qualche numero: il settore dei trasporti è l'unico, nei 15 paesi membri dell'Unione Europea prima dell'allargamento del 2004, è l'unico che in cui le emissioni di gas serra sono aumentate fino a rappresentare il 21% delle emissioni totali calcolate nel 2006 (European Energy Agency n.5/2008 http://www.eea.europa.eu/publications/eea_report_2008_5 ). Delle emissioni prodotte dai trasporti, inoltre, il 93% proviene dal trasporto stradale di merci o persone, quello che si è soliti definire anche come trasporto “su gomma”.

In un simile scenario il dirigibile solare arriverebbe come una vera a propria rivoluzione del trasporto merci: nessun bisogno di carburante, emissioni zero e via le merci dalla strada. Certo il costo potrebbe far venire i brividi; le stime parlano di 5 milioni di dollari americani necessari a mettere in funzione un solo esemplare. Ma la cifra non fa paura agli inventori che ribattono con numeri ai numeri. Facendo ogni calcolo sulla capacità di trasporto, sui costi di manutenzione e il volume di affari che circola oggi sui truck delle strade americane, il risultato è ancora conveniente. Fatte tutte le somme e tutti i confronti, ogni singolo “tir dell'aria” in circolazione potrebbe fruttare fino a 9,4 milioni di dollari l'anno.
Intanto del dirigibile solare non esiste che il progetto e un prototipo realizzato su scala 1:20 e gli inventori si sono messi a caccia di fondi per realizzare il primo vero High Speed Solar Airship, il “tir dell'aria a energia solare”.

La bici fa ridere, parola di blog star

Giornata Internazionale Bicicletta"La bicicletta è un mezzo molto economico, che si può usare in molti modi diversi. Per divertimento, per andare al lavoro, per fare esercizio fisico, andare a fare la spesa o andare a trovare gli amici. Non c’è bisogno di prenotare con largo anticipo o pagare cifre costose: la prendi e vai, e sai immediatamente che sarà uno spasso".

Eben Weiss è un divertente (e divertito) 36enne che non ha fatto altro, negli ultimi tre anni, che dichiarare un amore appassionato, intenso e senza compromessi per la bicicletta e tutto il mondo che gira attorno alle due ruote. Lo ha fatto da un blog seguitissimo, BykeSnobNYC, che è diventato un vero punto di riferimento per chiunque desiderasse cimentarsi con quello che, lungi dall’essere solo uno sport, è ormai più uno stile di vita. Eben vive a Brooklyn, nella sua precedente vita faceva l’editore e fino a qualche mese fa scriveva sul blog in forma anonima, diventando un vero fenomeno del web. Poi ha deciso di scrivere un libro e due prestigiosi quotidiani come il New York Times e il Wall Street Journal hanno fatto a gara per intervistarlo per primi. Nel suo BykeSnob – Manifesto per un nuovo ordine universale della bicicletta (Edizioni Elliot, 200 pagg., in uscita in Italia a fine maggio) Weiss riassume il suo credo da purista delle due ruote, componendo un manuale completo e dettagliato per ciclisti principianti e professionisti, dall’evoluzione dei modelli di bicicletta all’etichetta da rispettare in strada. Il tutto con un entusiasmo e un’ironia contagiosi. Avoicomunicare lo ha sentito in occasione della Giornata Internazionale della bicicletta.

Il blog e il libro sono sicuramente una dichiarazione d’amore per la bicicletta. Ma allo stesso tempo si prendono gioco di tutti i luoghi comuni sui ciclisti. Qual è stata la sua idea di partenza?

Sicuramente l’enorme gioia che la bicicletta ha portato nella mia vita. E non parlo solo del piacere di muoversi in città velocemente e in maniera del tutto gratuita. Ma anche della dedizione che è giusto avere nei confronti di un mezzo di trasporto che ci dà tanto e chiede così poco. Certo, frequentando questo mondo mi sono accorto che ha anche lati profondamente comici, che molti ciclisti “della domenica” affrontano la giornata in bici con troppa serietà e che, soprattutto, sono pieni di paure. Tanto da andarsene in giro come se fossero in guerra, pieni di corazze e protezioni a volte superflue.

Sogna un mondo pieno di bici e senza più macchine?

Intendiamoci. So bene che le automobili sono dei mezzi utilissimi. Però è vero anche che non usiamo le biciclette quanto potremmo. Se un giorno ci renderemo conto di questo, le strade delle nostre città saranno posti più piacevoli da vivere.

Pro e contro dell’andare in giro in bicicletta.

Il vantaggio è che, anche se non lo fai per l’ambiente, alla fine ti diverti con un mezzo che è economico, pulito e salutare. E direi che poche cose nella vita sono al tempo stesso divertenti e salutari, no? Purtroppo è vero che ci sono molte persone che non rispettano affatto la bici come mezzo con cui muoversi in città, e che molte strade non sono progettate per muoversi in bicicletta. Ma questo, per fortuna, sta cambiando.

Lei è davvero famoso in rete. E’ vero che Lance Armstrong l’ha contattata su Twitter per proporle di fare un giro insieme?

Sì, è verissimo. E chiaramente è stato un onore e un piacere. Ma a me fa sempre piacere quando a qualcuno piacciono i miei scritti e ha voglia di contattarmi. Non importa se si tratta di gente famosa o meno.

Foto di Pixietart

«Drill, drill»: tutti i rischi della trivella selvaggia

Piattaforma - Foto di ZazzaNM

Perché quello della Louisiana era un disastro annunciato. E perché gli uragani adesso fanno più paura.

Sembra che il tempo delle decisioni severe sia ormai giunto. Dovevamo capirlo già molto tempo fa, per la precisione 150 anni fa, quando il colonnello “Drake” perforò il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel 1859. Ma lo sapevamo da decine di milioni di anni fa, da quando la Terra ha cominciato a secernere idrocarburi dalle sue viscere, trasformando antiche paludi salmastre in un liquido scuro e vischioso che avrebbe cambiato per sempre il volto del pianeta con l’arrivo degli uomini.

Quanto accaduto nel Golfo del Messico obbliga ad agire, ma avremo potuto farlo anche prima, se solo avessimo tenuto conto dei segnali. Il più recente dei quali è stato quello dell’uragano Katrina, che nel 2005 ha sconvolto New Orleans: e ormai siamo sicuri che non si è trattato di un caso. Le dune costiere del delta del Mississippi, le più importanti paludi e la vegetazione rivierasca sono state cancellate in decenni di «infrastrutturazione» perlopiù petrolifera. Per questo l’entroterra è rimasto naturalmente indifeso: e nessuno se ne è preoccupato, pensando che il progresso non fosse conservare la ricchezza della vita, ma l’accumulo del profitto.
Al prossimo uragano – e lì ce ne sono parecchi ogni anno – il sistema costiero sarà ancora più vulnerabile, fiaccato dalla massa nera che vi si sta abbattendo.
Ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Come se non ci fossero stati decenni di incidenti (e proprio qui il più grave su piattaforma prima di questo, nel 1979), come se le petroliere non avessero già distrutto queste e altre linee di costa, come se i residui della combustione degli idrocarburi non avvelenino le nostre quotidiane esistenze e permeino l’ambiente di un sottile velo chimico invisibile ma mortifero. Anzi, il presidente Obama riapre alle trivellazioni in Alaska, dimenticando che risparmierebbe molto di più obbligando i costruttori statunitensi a fabbricare autovetture che consumano meno, azzerando, magari, accessori inutili.

Sono anni che ci si domanda quando finirà il petrolio e ci si interroga sul momento in cui si verificherà il picco al di là del quale il greggio costerà troppo e sarà più difficile da estrarre. Non abbiamo capito che la domanda giusta non è affatto quella, ma quanto ancora siamo disposti a sopportare le conseguenze della ricerca, estrazione e raffinazione del petrolio. Quelle esternalità, che, guarda caso, non si pagano alla pompa di benzina o con la bolletta elettrica, ma che comunque la collettività si accolla educatamente ogni volta che qualcuno muore di cancro ai polmoni, o che si perdono milioni di animali e ecosistemi vitali. Tutto questo fino adesso lo abbiamo pagato noi, mentre la BP, come le altre major petrolifere, fa finta di niente e addirittura si è ribattezzata Beyond Petroleum (oltre il petrolio).
Stavolta sembra però che l’ora sia suonata: Obama assicura che tutto il disastro sarà a carico della corporation britannica, che, però, se si sottomettesse al giusto principio che chi inquina paga, fallirebbe in poco tempo. Speriamo che non ci siano passi indietro: sarebbe la prima volta.

Mario Tozzi

Foto di ZazzaNM

Un adolescente “sfigato” che deve far carriera

Alice Audouin al Festival del Giornalismo di Perugia
PERUGIA – Lo sviluppo sostenibile? “È come avere a che fare con un ragazzino sfigato che non ha amici: se ne sta lì in disparte e nessuno vuole passare il tempo con lui perché è bruttino, parla di cose troppo serie e troppo complicate. Ma noi dobbiamo fare il tifo per lui, incoraggiarlo e incitarlo a crescere sempre meglio”.

L'accento francese di Alice Audouin non addolcisce il modo in cui parla di sviluppo sostenibile: lei ne ha fatto un lavoro (anzi più di uno), ne è una convinta sostenitrice, ma si rende conto che guardandosi in giro la vita è proprio dura per questo ragazzino. “A chi piace questa espressione? E chi riesce a metterla in pratica davvero? In Francia lo chiamiamo dévelopment durable e a chi lo segue e ci crede gli hanno appiccicato il nomignolo un po' sprezzante di Dédé”.

Alice è a Perugia per una tavola rotonda al Festival di giornalismo per discutere di ambiente e nuova ecologia. Nella vita si occupa di sostenibilità in mille modi: è una manager in una grande agenzia di comunicazione (Havas Media), ha un blog che si chiama Alice in Warmingland, tiene rubriche in diverse riviste francesi, ha fondato Ad Widser (una società che si occupa di comunicazione sostenibile) e Coal, un'associazione che promuove un legame tra arte e ambiente. Ed è anche una scrittrice. Il suo libro si intitola Emilie, ecologista in carriera (Edizioni Ambiente), è la storia di una manager che è veramente lontana da ogni concetto ambientalista, ma quando il suo capo decide di creare una sezione di sviluppo sostenibile, la metamorfosi è rapida e inarrestabile.

“Si chiama Greenwashing, spiega Alice, è un po' come se aziende e persone si diano una spennellata di ambientalismo per vendere un prodotto oppure sentirsi più alla moda, una specie di etichetta che ci si appiccica addosso”. E in tutto questo il marketing e la comunicazione hanno un ruolo determinante, che potrebbe essere potenziato da blog e social network.

“Uso moltissimo Facebook, racconta Alice, per me è soprattutto uno strumento di lavoro che mi serve a tenere stretti contatti con i miei colleghi, con esperti di comunicazione di altre agenzie e parlare con loro in tempi veloci. Ma tutto il mondo di internet ha una potenzialità straordinaria che mi sembra ancora poco espressa: tutti vogliono utilizzare il web ma quando lo fanno usano linguaggi vecchi che non sfruttano le potenzialità dei nuovi media. Bisogna essere molto intelligenti per innovare”. Insomma, alla fine della chiacchierata i ragazzini sono diventati due e si tengono per mano, comunicazione via web e sviluppo sostenibile per Alice sembrano due adolescenti di talento: cresceranno.