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10 film sull'ambiente

Pianeta TerraSono nove, in realtà, i film che vi consigliamo. Diteci voi quale dovrebbe essere il decimo, un film che vi ha insegnato qualcosa, che vi ha fatto riflettere sui problemi del pianeta. Ecco i nostri.

Il pianeta verde - Coline Serreau 
Una popolazione umana evoluta che da secoli abita il pianeta verde, ha il potere di trasmettere telepaticamente agli umani, scendendo ogni tanto sulla terra e stupendosi, ogni volta, dei progressi/regressi dei terrestri: traffico e inquinamento, consumo delle risorse naturali, frenesia.
Un messaggio in chiave umoristica di amore per la natura e di urgenza di cambiare prospettiva nei confronti del pianeta.

Wall-E - Pixar Animation Studios 
Una triste quanto veritiera previsione di un futuro non tanto lontano, in cui la terra è sommersa di rifiuti e gli umani sono migrati altrove, persi nello spazio e senza più un'identità e una somiglianza con l'uomo originario. Solo sul pianeta, il robottino pulitore Wall-E raccoglie e compatta in eterno rifiuti, fino a che...

Little Shop of Horrors - Frank Oz 
"Don't feed the plants!" Per quanto la natura sia stupenda e misteriosa, a volte non bisogna fidarsi di lei. Delle piante, in particolare, che amano nutrirsi di sangue umano.

Erin Brokovich - Steven Soderbergh 
Erin Brockovich indaga sulla Pacific Gas and Electric Company che ha contaminato le falde acquifere di una cittadina californiana, provocando tumori ai residenti. Sostenuta dal suo principale, vince la battaglia legale, ottenendo per i 260 querelanti indennizzi per 333 milioni di dollari.

Sakura, tributo a Fukushima - Alessandra Pescetta 
L'evocazione alla tragedia dell'11 marzo 2011 è in ogni dettaglio: l'abito della ballerina è creato con le tute di carta usate dagli operai delle centrali nucleari e ha la forma tradizionale del Teatro Noh. L'ambientazione è cupa e apparentemente oscurata dall'assenza di speranza. Una voce flebile racconta, sulle musiche di Alberto N.A. Turra, mentre petali di ciliegio, che richiamano la festa di primavera dell'Hanami, si elevano dal suolo allegoricamente.

No impact man - Colin Beavan 
Il documentario dell'anno a impatto zero vissuto dal giornalista Colin Beavan. L'esperienza, votata a una vita a bassissimo impatto ambientale, è diventata un documentario che si è diffuso in tutto il mondo. Colin Beavan racconta le difficoltà e le esperienze di un newyorchese a impatto zero.

Soylent Green - Richard Fleischer 
"Nell'ipotesi che l'attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni."
Donella Meadows, Fondazione Rockefeller
Un film di fantascienza ambientato nel 2022, su un pianeta devastato dall'inquinamento e dalla sovrappopolazione. Utopia o triste destino per la popolazione umana?

Inconvenient truth - Davis Guggenheim 
Un film-documentario sul riscaldamento globale, che mostra le variazioni di temperatura e dei livelli di CO2 nell'atmosfera negli ultimi 60.000 anni.

WaterWorld - Kevin Reynolds
I ghiacci si sono sciolti e tutte le terre sono state sommerse dall'acqua. I pochi sopravvissuti vivono nell'anarchia e sopravvivono dei pochi doni del mare immenso, nella continua ricerca di una leggendaria terra emersa.
Anche questa un'utopia oppure la previsione di un futuro non troppo lontano?

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Foto: Flickr



Kumi Naidoo: "Ho convinto Coca Cola e Google a battersi per l'ambiente"

kuminaidoo

A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.

“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.

Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.

Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a  disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.

Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.

Marìka Surace



WWF: appuntamento a Rio 2012 per lanciare la Green Economy

All'assemblea nazionale degli attivisti del WWF (Foligno 16/17 aprile 2011) si parla, tra l'altro, di green economy e di come si possano rendere più sostenibili i nostri stili di vita.
Jim Leape, Direttore Generale di WWF International, percorre in questa intervista i temi principali del futuro prossimo. L'appuntamento più importante è Rio 2012, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dove i decisori politici hanno l'opportunità di segnare una svolta nelle scelte globali. “Quest'anno il WWF compie 50 anni – dice Leape – e in mezzo secolo siamo riusciti a fare la differenza in molte delle sfide più importanti sostenute dal pianeta”. Ma di strada da fare ce ne è ancora molta e le sfide future rimangono importanti e difficili. Ma non impossibili.

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Gli italiani si chiameranno anche Pedro e Moustafà

"Il problema, secondo me, è quasi sempre la pigrizia. Ovviamente mi riferisco alla pigrizia mentale che impedisce alle persone
di andare al di là di un pensiero preconfezionato, standardizzato, a cui è facile aderire. Eppure basterebbe aprire gli occhi e guadarsi intorno per capire, e finalmente accettare, che si può essere italiani e chiamarsi Pedro, Moustafà, Mohammed". O anche Pap Khouma. Lo scrittore senegalese, autore di Io, venditore di elefanti e del recente Noi Italiani Neri (B.C. Dalai, 159 pagg.), vive in Italia dal 1984 ed è cittadino italiano a tutti gli effetti.

Dirige una rivista, El Ghibli, e lavora in una libreria del centro di Milano. Quando lo sentiamo sta per partire per Dakar: torna a "casa" dopo tantissimo tempo. "E' strano tornare in un posto dove sei nato e pensare che, comunque, casa mia, quella verso cui sento l'appartenenza vera, di pancia, è l'Italia. D'altronde è qui che sono cresciuto davvero, come uomo e come scrittore. Poi però penso anche a una cosa curiosa. Anche in Senegal ci sono pregiudizi, che solitamente si concentrano su noi che viviamo in altri paesi. Ma la cosa positiva è che, a differenza di qui, nessuno lì strumentalizza questo pregiudizio in maniera politica. Il razzismo da quattro soldi, quello becero e accartocciato su se stesso, rimane comunque un discorso da bar, senza dignità da tribuna".

Nel suo divertente libro Khouma racconta diversi aneddoti della sua vita milanese, come quando, mentre sfilava per festeggiare una vittoria del Milan degli africani Desailly e Weah, venne aggredito da un ultrà milanista che rifiutava l'idea che due neri (lui e suo figlio, nato in Italia 15 anni fa) potessero urlare di gioia per una squadra italiana. "Si tratta, come dicevo già, di un mix di pigrizia mentale, strumentalizzazione politica e rifiuto totale dell'evidenza. Ma anche di automatismi. Sennò non si spiegherebbe perché, quando vado in un ufficio in cui serve esibire un documento, dopo aver presentato una regolare carta di identità italiana, mi venga puntualmente chiesto il permesso di soggiorno. Che, in quanto italiano, ovviamente non ho. Per non parlare del fatto che tutti si rivolgano a me dandomi del Tu".

Khouma ride di queste disavventure, anche se è ben consapevole del fatto che il vizio tutto italiano di liquidare tutto con una battuta è uno dei maggiori ostacoli alla reale comprensione dei problemi.
Ha un figlio, nato in Italia dalla sua compagna, italiana. "Mio figlio non sente assolutamente questo problema, se gli parlo di razzismo mi ride in faccia, lui si sente italiano a tutti gli effetti e spesso si fa delle gran risate quando gli capita di andare in giro con la madre. Perché fin da quando era piccolo, ogni volta, succede che le persone non credano che sua madre sia bianca. E insistono sul fatto che mia moglie lo avrebbe adottato senza volerlo dire. Alcuni obiettano perfino che è evidente, ha un viso brasiliano, che è adottato ce l'ha scritto in faccia. Ora, io ringrazio che mio figlio sia dotato di tanta ironia, ma la gente ha una presunzione che fa paura, perché è determinare a confermare le proprie certezze piuttosto che capire davvero chi ha davanti".

Questa abitudine di voler confermare i pregiudizi che abitano nella propria testa piuttosto che farsi muovere da una curiosità positiva è forse uno dei freni maggiori a una società davvero tollerante. Perché non si permette all'altro di dare una risposta, di raccontare la propria storia, perché semplicemente non lo si ascolta. Quasi come se fosse insopportabile accettare una versione che non è quella che si immagina o che viene raccontata dalla televisione. "E' anche per questo che il razzismo è cresciuto. Soprattutto perché certi atteggiamenti sono stati sdoganati, non si ha più vergogna di dire Io sono razzista. Anzi, lo si rivendica con orgoglio. L'unica speranza sono i più piccoli, ed è dall'educazione che bisognerebbe ripartire. E chissà che un giorno loro, adulti nuovi di questa Italia, non possano semplicemente ridere dei nostri stupidi errori".

Foto di Daniela Benelli



Chernobyl, la terra è ancora avvelenata. Lo dice Greenpeace


Sono passati 25 anni dall'incidente ma il veleno di Chernobyl non è svanito e il pericolo della centrale dove avvenne l'incidente più grave nella storia del nucleare civile non può dirsi superato.
Secondo una recente ricerca di Greenpeace (trovate qui il pdf) in aree che allora risultarono interessate dalla contaminazione radioattiva,  il latte, i funghi e prodotti ortofrutticoli contengono ancora oggi tracce elevate di Cesio 137, ben oltre il limite consentito dalle normative internazionali.

L'esplosione che la notte del 26 aprile 1986 ebbe luogo al reattore numero 4 della centrale ucraina, allora in Urss, rilasciò quantità di radiazioni centinaia di volte superiori a quelle relative alle bombe di Nagasaki e Hiroshima, provocando conseguenze che interessarono tutto il continente europeo. Ovviamente la zona colpita in maniera più grave e intensa dalle radiazioni era intorno alla centrale. In Ucraina, si legge nel rapporto di Greenpeace, 18.000 km quadrati di suoli agricoli sono stati contaminati e lo stesso si stima per il 40% dei boschi del paese, per un totale di 35.000 km quadrati. La contaminazione più importante riguardava il Cesio 137, una sostanza che dimezza la sua radioattività solo dopo 30 anni e che può entrare nella catena alimentare contaminando latte pesci e vari prodotti agricoli.
È un nemico invisibile che coltiva le sue insidie mentre la popolazione continua a vivere la sua vita normale, a mangiare la solita frutta e verdura, i pesci pescati nelle acque vicine a dove vivono.
Immediatamente dopo l'incidente dell'86 un'area pari a circa la metà del territorio italiano (quasi 150.000 km quadrati tra Bielorussia, Russia e Ucraina) risultò tanto contaminata da ricorrere all'evacuazione di circa 350mila  persone che furono trasferite o dovettero abbandonare la zona contaminata.
Gli effetti dannosi dell'incidente non si fermano però all'agricoltura e all'inquinamento, ma hanno pesanti ricadute sul piano sanitario tanto che una ricerca condotta sempre da Greenpeace nel 2006, in occasione del ventesimo anniversario dell'incidente, stimò che “sulla base delle statistiche oncologiche nazionali della Bielorussia, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stati 270.000 di cui 93.000 letali”.

Intanto le autorità ucraine hanno interrotto i controlli che fino a due anni fa si svolgevano periodicamente per verificare la permanenza di Cesio137 e altre sostanze radioattive nelle zone interessate dalla catastrofe nucleare. Per questo, lo scorso marzo una squadra di Greenpeace ha raccolto campioni alimentari raccolti nelle zone di Rivnenska Oblast e Zhytomyrska Oblast, li ha analizzati e confrontato i risultati con altri campioni prelevati da aree intorno a Kiev. I risultati dicono che i campioni presi nelle zone più vicine alla centrale hanno fatto registrare livelli di contaminazione radioattiva superiori alla norma per diversi prodotti alimentari, in particolare il latte e altri prodotti caseari, funghi e ortaggi. “L'eredità di Chernobyl – scrive Greenpeace nel rapporto – non è ancora alle nostre spalle”, e non riguarda solamente la no entry area della centrale che è stata teatro della tragedia, ma ha ripercussioni molto più vaste che meritano di essere sotto controllo continuo.

Immagine di philippe leroyer



Ven, 08/04/2011 - 12:51 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Social TV con AVC: il commento in diretta a Exit, La7

Torna Exit, la trasmissione di Ilaria D'Amico su La7, e Avoicomunicare lancia un esperimento di "social tv": commentare in diretta assieme a voi la puntata (nota: per leggere i commenti no, ma per intervenire è necessario essere iscritti a FriendFeed).

Si parla di energia, di guerra, e di quanto questa guerra possa fare male all'Italia.

Qui di seguito la discussione: si parte alle 21:20. Fai refesh della pagina per leggere in tempo reale i nuovi commenti.



Quanti errori a Lampedusa

La grande paura dell’invasione degli immigrati. E invece? Spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, i rifugiati in Italia sono 55mila, meno di un decimo rispetto a quelli in Germania. In occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) AVoiComunicare le ha chiesto di fare chiarezza per conoscere chi sono le persone che arrivano per mare, mettendo a rischio la loro vita, in viaggi che durano anche anni. Sono esseri umani che scappano da guerre e persecuzioni politiche. «Respingerli a largo delle nostre terre – prosegue la Boldrini – ha il solo effetto di rigettarli in situazioni tragiche dalle quali faticosamente cercano di fuggire». Ma non sarà che chiedere asilo è solo un trucco per arrivare qui e poterci rimanere? «Macché – risponde la rappresentante delle Nazioni Unite – questa è un’informazione falsa che va combattuta in tutti i modi».



Effetto Fukushima e il futuro del nucleare

“Non uscite. State a casa. Chiudete le finestre e fate in modo che le vostre abitazioni siano chiuse ermeticamente. Non accendete i ventilatori. Stendete i panni dentro casa”. Le parole del portavoce del governo giapponese Yukio Edano sono tutt'altro che rassicuranti. Così come la nuova esplosione, la terza in quattro giorni, che ha colpito gli impianti di Fukushima.
Di una cosa sono tutti sicuri: le cifre sulle radiazioni che si sprigionano dalle centrali oscillano, ma rimangono sempre al di sopra della soglia di allarme, soprattutto per chi vive nel raggio di trenta chilometri dalle centrali.  A questo punto l'incidente nucleare avrebbe raggiunto il sesto livello di pericolosità in una scala in cui il settimo è il più elevato.

È inevitabile che la tragedia abbia riflessi in tutti i paesi del mondo dove ci si interroga sulla sicurezza del nucleare e sull'opportunità di mantenere, dismettere o inaugurare (come in Italia) questo tipo di produzione per l'energia elettrica. Ovunque vengono alla mente fatti tragici che legano la memoria all'energia nucleare. Negli Stati Uniti ricordano Three Mile Island e l'incidente del 1979, in Europa è ancora vivo il ricordo di quel che avvenne a Cernobyl dell'aprile 1986.

Le reazioni sono molto diverse. In Germania crescono i segnali di perplessità di fronte alle politiche atomiche. Berlino, ad esempio, lo scorso anno ha deciso di prolungare la vita delle centrali esistenti spostando così il previsto abbandono dell'energia nucleare al 2035, ma i fatti di Fukushima hanno spinto le decisioni della Merkel ad affondare sul freno e chiudere i due reattori più vecchi.
In Italia il dibattito sul nucleare impazza, centrato tutto sul referendum. “I nostri reattori saranno migliori”, dice il Ministro Romani appoggiato da tecnici esperti che spingono verso la realizzazione delle centrali. Dall'altra parte le opposizioni di chi voterà per il Sì, e quindi contro il nucleare, insistono sì sul pericolo evidenziato drammaticamente dai fatti giapponesi, ma anche su altre argomentazioni di carattere economico, etico ed energetico.
E poi ci sono le economie emergenti, Cina e India in testa, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai loro piani di sviluppo sul nucleare. Nonostante Fukushima, dicono, continueranno ad usare le loro centrali e ne costruiranno di nuove. Troppo grande la fame di energia di questi paesi per rinunciare ad ogni soluzione che possa incrementare e intensificare la potenza di generazione elettrica.
Negli Stati Uniti l'effetto Giappone si fa sentire, gli esperti frenano un po' ma non si tirano indietro dagli studi televisivi. “Sono esperti di politiche energetiche e non possono dire no di fronte all'invito in un talk-show”, scrive Michael Levi nel suo blog. Ma, continua Levi, ora non è il momento della politica, ora dovremmo lasciare parlare gli esperti che ci dicano se e quali rischi stiamo realmente correndo proprio ora. I progetti e le previsioni politiche fatte troppo a caldo in situazioni di emergenza potrebbero lasciare il tempo che trovano. Ricordate, dice Levi, quello che è accaduto con la marea nera e la BP? Con il terremoto giapponese e il nucleare potrebbe accadere la stessa cosa: passata la prima ondata emotiva i contrari avranno rafforzato le loro convinzioni sulla sicurezza e i favorevoli saranno più entusiasti che mai.

Immagine dalla galleria di Wilson W.K. Thong



Nucleare, una scelta senza futuro

L'allarme per la sicurezza nella centrale nucleare di Fukushima non si placa, anzi cresce sempre di più. E mentre seguiamo col fiato sospeso i tentativi di raffreddare i reattori giapponesi, divampa la discussione sull'energia nucleare che sarà al centro del prossimo referendum in Italia. Per Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, il referendum ha il merito di aprire la discussione su una scelta che si è fatta senza nessun coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento.

Non c'è solo la sicurezza nei ragionamenti di Silvestrini: “In Italia non si farà mai, è tutto uno spreco, meglio sarebbe dedicare tempo e risorse alla capacità di governare anche da noi l'onda verde che prende sempre più piede in tutto il mondo”. I motivi? Innanzitutto è molto costoso, non porterà diminuzioni in bolletta, come negli Usa dove le nuove centrali, anche con incentivi di denaro pubblico dell'amministrazione Bush, non hanno ancora visto la luce.



A lezione dalla natura: l'economia della felicità di Gunter Pauli

La nostra economia è una trappola, semplicemente non funziona. Avremmo bisogno di un modello nuovo, capace di imitare la natura. È quella che Gunter Pauli ha chiamato Blue Economy. L'ha descritta in un libro e la porta avanti con cento progetti sviluppati con la fondazione Zeri (Zero Emissions Research & Initiatives). Il modello proposto da Pauli, che ha parlato a Roma nell'ambito delle iniziative per l'Ora della Terra del WWF, prevede la riduzione dell'utilizzo di materie prime  e il potenziamento del riuso delle risorse che esistono già in natura.

Qualche esempio: telefoni cellulari senza batteria che ricaricano con il calore del corpo umano, ottenere funghi dai fondi di caffè (generando così molti posti di lavoro), un peacemaker senza batterie, fili di seta al posto delle lame al titanio dei rasoi. In altre parole, Pauli sostiene che imitando la natura e i meccanismi che essa ha sviluppato, si riuscirebbe a mettere in piedi un modello economico capace di garantire non solo benessere diffuso, ma anche un bene che raramente mettiamo in relazione ai discorsi di profitto economico: la felicità. Parlare con questo economista belga potrebbe darvi la sensazione di avere di fronte una specie di visionario, ma di certo è molto determinato e sa quel che dice: “Posso dimostrare a un uomo d'affari che la Blue Economy è più competitiva di qualsiasi altro modello economico; a un uomo politico posso dimostrare che i costi dei servizi e dei beni pubblici, come l'acqua, l'aria pulita e la biodiversità, aumentano producendo posti di lavoro”.
Vi sembra un'utopia? Date uno sguardo a cosa accade nel Buthan, nel cuore dell'Asia, e leggete come ce lo spiega lo stesso Pauli.

Gunter Pauli, che cos'è la Blue Economy e perché può essere considerata una specie di green economy 2.0?
La Blue Economy, come la Green Economy, mira a realizzare una società sostenibile, ma porta i suoi obiettivi a un livello successivo. L'economia verde è costosa, richiede investimenti, le rinnovabili ed esempio sono oggi meno convenienti dei carburanti fossili. La Blue Economy vuole rispondere alla domanda di bisogni primari utilizzando quel che è già disponibile, offrire di più spendendo meno risorse, eliminando alcuni simboli delle nostre produzioni e dei nostri consumi che sono totalmente insostenibili, come ad esempio le bottiglie di plastica, le lame dei rasoi usa e getta con le quali buttiamo via 100mila tonnellate di titanio per avere una buona rasatura. Tutto questo non richiede solamente innovazione, ma nuovi modelli di business che vadano oltre la tradizionale idea di profitto. Dobbiamo ambire a un modello che costruisca capitale sociale e non si limiti a estrarlo o a consumarlo. In altre parole, nella Blue Economy quello che è buono è conveniente e tutto ciò che favorisce l'ambiente è più competitivo di quello che lo distrugge. Con 100 esempi concreti possiamo dimostrare che tutto questo funziona già ed è già in fase di implementazione.

Nel suo libro parla di un piccolo stato asiatico, il Bhutan. Può spiegarci cosa c'è di blue nell'economia di questa piccola porzione di Asia?
Il Buthan si trova tra la Cina e l'India; il suo quarto re ha deciso di abdicare in favore di una democrazia parlamentare, puntando sull'idea che il successo economico di un paese è determinato anche dalla felicità. Ora che la modernità sta arrivando anche lì, ci si chiede come sia possibile assicurare benessere e beni di sussistenza ai villaggi di un piccolo stato tra i monti della catena dell'Himalaya. Una risposta è venuta dall'esportazione di grano saraceno, che si produce facilmente in quelle zone e la cui paglia può essere facilmente convertita in bioplastica. In questo modo non solo si produce materiale ecologico per imballaggi, ma i contadini del Buthan hanno due vie di reddito attraverso la stessa materia prima. Questo è un vero segnale di progresso. Noi abbiamo in Buthan 36 progetti e crediamo che questo tipo di approccio pragmatico definisca una sorta di sviluppo economico in cui i progetti da sviluppare sono scelti in modo da far incontrare il profitto e la felicità.

La sostenibilità è un termine che utilizzano in molti utilizzano e si presta a interpretazioni a volte ambigue. Che cosa vuol dire per lei questa parola?
La sostenibilità è la capacità di rispondere ai bisogni primari di tutti con quanto è disponibile sul territorio. Tutta la natura funziona esattamente in questo modo. Se noi utilizziamo questa definizione come quadro di riferimento, allora saremo capaci anche di condurre vite più felici.

Qualcuno direbbe che sono idee di un utopista, buone da scrivere nei libri, ma impossibili da applicare nella vita reale.
Noi possiamo ottenere solamente ciò che crediamo possibile. Se tutto quello che vogliamo fare è rincorrere le economie di scala, produrre sempre più delle stesse cose, ricercare sempre più bassi costi marginali, allora siamo presi in una trappola impossibile da lasciarci alle spalle. È la trappola dell'economia moderna. Vediamo bene che questi modelli di produzione altamente centralizzati che si concentrano sul loro core business e considerano tutto il resto spazzatura, non sono capaci di rispondere ai bisogni di tutti anzi, generano povertà e la povertà porta alla violenza. Come possiamo avere un modello economico in cui il 25% dei giovani tra i 16 e i 25 anni sono considerati “inutili” mentre esiste la fame nel mondo ed una elevata necessità di acqua potabile?
Nel 1984, quando abbiamo iniziato il progetto di rigenerazione della foresta pluviale in Colombia ci dissero che eravamo dei sognatori. Oggi, dopo 28 anni, abbiamo rigenerato la foresta, dive vivevano 17 specie di piante oggi ce ne sono 256, e abbiamo generato sussistenza in una regione dove tutti avevano considerato questi obiettivi impossibili. Noi abbiamo bisogno di gente che ci dica che i nostri progetti sono impossibili, così possiamo dimostrare che l'utopia, quello che non può avvenire in nessun luogo, può diventare reale. Aver realizzato questi progetti già diverse volte nella mia vita, mi dà la forza e il coraggio di fare proposte che per molti sarebbero impossibili. E se un'idea è considerata impossibile, allora per me diventa interessante. Dopotutto, chi di noi è al momento per accontentare tutti?

Immagine di centralasian



Basterebbe il 2% del Pil mondiale per salvare il pianeta

Sono 1.300 miliardi di dollari americani ogni anno da qui al 2050. Sarebbero sufficienti a cambiare il corso della storia del pianeta. Non solo porterebbero a compimento la rivoluzione verde che chiuderebbe il discorso sulle emissioni di gas serra, garantirebbero all'ambiente e alle nostre risorse una via d'uscita sicura dai pericoli con i quali stiamo logorando i nostri ecosistemi su tutto il globo.

Non solo quei soldi basterebbero a fare tutto questo, ma con quella cifra si riuscirebbe anche a chiudere con una vittoria la partita contro la povertà nel mondo e a compensare con nuova occupazione i posti persi negli anni terribili della crisi. È l'esempio degli esempi dello sviluppo sostenibile: investimenti e azioni che producono benefici ambientali e migliori condizioni di vita per tutti, su tutto il pianeta.
Sono parole che provengono da una fonte molto autorevole come l'Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite nato con la missione di dare strumenti alle nazioni e ai governi affinché siano in grado di migliorare la qualità della loro vita senza compromettere le possibilità per le generazioni future. In uno studio recentemente pubblicato con il titolo  “Verso una Green Economy: percorsi per lo sviluppo sostenibile e per estirpare la povertà” (il testo è in inglese) l'organismo dell'Onu valuta che sarebbe sufficiente impegnare annualmente il 2% del prodotto interno lordo mondiale per dare vita concreta all'economia verde e far uscire i paesi più poveri dalle attuali condizioni di indigenza entro il 2050.

1.300 miliardi di dollari Usa: vi sembrano tanti? Non si direbbe se si considera la dimensione del progetto (un cambiamento dalle dimensioni globali) e, soprattutto, se si considera come vengono spesi ora simili somme di denaro. Gestire i sussidi in maniera diversa da come stiamo facendo ora, dicono all'Unep, garantirebbe un risparmio compreso tra l'1 e il 2% del pil mondiale.

Prendiamo ad esempio gli attuali sussidi alla pesca, è scritto nello studio: “Sono stimati intorno ai 27 miliardi di dollari l'anno e risultano spesi più a danno che a vantaggio delle economia nazionali e dei rispettivi welfare. Solo nel 2008 – dicono ancora gli studiosi dell'Onu – i prezzi e la produzione di carburanti fossili (proprio quelli che qualsiasi idea di sviluppo sostenibile vorrebbe eliminare a vantaggio di carburanti puliti e rinnovabili) hanno incassato sovvenzioni per 650 miliardi di dollari. Spese che appaiono piuttosto insostenibili  e non sembrano certo garantire la transizione verso un'economia verde.
 
La ricetta è tutta diversa. Individuati dieci settori chiave della green economy (agricoltura, edilizia, energia, pesca, foreste, impresa, turismo, trasporti, acqua e gestione dei rifiuti), questi dovrebbero essere oggetto di investimenti che guardino a un'ottica verde di lungo periodo. Ad esempio, secondo il modello utilizzato, la domanda mondiale di energia aumenterebbe nel corso dei prossimi anni, ma tornerebbe a scendere per arrivare alle cifre di oggi entro il 2050, grazie soprattutto all'effetto benefico di tecnologie per il risparmio e l'efficienza energetica. Di questo passo le emissioni di CO2 sarebbero ridotte di circa un terzo rispetto ad oggi entro la metà del secolo, raggiungendo così uno degli obiettivi più importanti che la comunità internazionale rincorre pur stentando a trovare una soluzione pratica da mettere in campo.

Immagine di Kara Reuter



M'Illumino di meno festeggia l'Unità d'Italia

Quando sette anni fa il tam-tam creato dalla trasmissione di Radio2 Caterpillar fece sì che l’Italia si “spegnesse” per ricordare  che il risparmio energetico è possibile, non ci si aspettava che l’appello riscuotesse un tale successo. E oggi che le adesioni all’iniziativa sono talmente tante e che Mi Illumino di Meno è ormai entrato nelle agende di privati e istituzioni, quelli della radio hanno pensato di colorare l’idea di bianco, rosso e verde, i colori della bandiera italiana.

Perché se quello che si vuole è un’Italia meno sprecona, quale occasione migliore di questa per ricordare che l’Italia unita fa la forza? Uniti per l’energia pulita, dicono gli organizzatori, che trasmetteranno una puntata speciale della loro trasmissione in diretta dal Castello di Rivoli a Torino, dalle 17 alle 19.30. Mentre, nel frattempo, comuni, associazioni, cittadini e scuole accenderanno il tricolore. Contestualmente agli spegnimenti simbolici, infatti, sono tantissime le luci pulite che si accenderanno: fontane, turbine, lanterne, led o biciclette, che alimenteranno tricolori luminosi su tutto il territorio nazionale. Bianco, rosso e verde, senza nemmeno uno spreco.

Al Castello di Rivoli ci sarà una riproduzione dell’Italia sotto forma di puzzle realizzata in plastica riciclata. L’opera proviene dal progetto “Italiae. 150 eventi in piazza per ri-disegnare l’Italia”. Mentre, proprio durante la trasmissione radiofonica condotta da Massimo Cirri e Filippo Solibello, 150 piazze italiane si terranno virtualmente unite, si terranno per mano, festeggiando insieme le culture, le tradizioni e le identità territoriali diverse.

I sindaci dei comuni che parteciperanno all’iniziativa reciteranno una specie di giuramento, un impegno, con cui garantiranno, in nome della fascia tricolore che indossano, di amministrare i loro comuni nel segno della sostenibilità ambientale per ridurre i consumi e promuovere con ogni mezzo le energie alternative. In particolare 20 sindaci, uno per regione, contribuiranno in diretta radiofonica alla “riunificazione” simbolica del puzzle della grande Italia posta all’ingresso del Palazzo di Rivoli.

E se tutto avrà il ritmo e i colori di una grande festa, non bisogna dimenticare che l’obiettivo è importante: imparare a risparmiare, a produrre meglio e a pretendere energia alternativa a vari livelli, visto che allo stato attuale della ricerca tecnologica è già possibile produrre energia con il sole, il vento, il mare, il calore del terreno o con le biomasse. Quindi sensibilizzazione nel nome di una cosa che sta a tutti a cuore, il nostro paese. Che è più bello se è pulito, e che riesce a ottenere più risultati se rimane unito su finalità comuni piuttosto che dividersi su questioni che creano scontri e che non conducono a nulla. Che risparmia energia e mette da parte risorse per un futuro che tutti immaginiamo/desideriamo più virtuoso.

Foto di Yanez (i) Ivan



È già nato il bambino che camminerà su Marte

Su Marte ci arriveremo nei prossimi anni o, al massimo, nei prossimi decenni. Non ha senso preoccuparsi del costo del viaggio sul pianeta rosso: costa "solo" mille miliardi di euro, pochissimo se consideriamo il costo di una guerra anche minore che l'uomo combatte in questo momento sul nostro pianeta. Dice proprio così Giovanni Bignami astrofisico di fama e conduttore del programma scientifico I marziani siamo noi, su Sky. «Sebbene la ricerca sia in difficoltà in questo momento in Italia, io sono ottimista per i giovani. Viviamo in anni molto fecondi, ricchi di scoperte che arricchiscono la conoscenza che abbiamo della nostra galassia».



Bene il nucleare, ma non può essere l'unica soluzione

È stata tra i ricercatori chiamati ad analizzare in dettaglio il protocollo di Kyoto, ed è direttrice del Climate Policy Initiative di Venezia. Barbara Buchner considera una priorità quella dell'utilizzo consapevole delle risorse provenienti dal carbone, e per questo ci parla della carbon finance e dei suoi obiettivi. E soprattutto non è contraria all'investimento nel nucleare, in quanto risorsa veloce e a conveniente impatto ambientale a cui non si può non ricorrere a fronte di un incremento demografico sempre più in crescita. Affiancandogli, ovviamente, un investimento nelle energie alternative già esistenti e nella ricerca in ambito industriale.



Scene da apocalisse nell'Australia alluvionata

La furia delle inondazioni ha raggiunto Birbane, la terza città australiana per ordine di grandezza con i suoi due milioni di abitanti. La città ha tenuto duro e ha cercato di limitare i danni dell'acqua che è arrivata a superare il metro per le vie della capitale del Queensland. La piena dovrebbe essersi fermata lì ma il bilancio dell'alluvione più grave e imponente degli ultimi decenni non è di quelli che lasciano indifferenti.
Ora è il momento di tirare il fiato per il pericolo scampato, ma nella mente di tutti è un ragazzo di 24 anni risucchiato in un tombino durante la piena del fiume; in tutto sono quattordici le vittime cadute per opera dell'alluvione.
Di fronte agli occhi ci sono poi i danni, la distruzione della furia della natura: 160mila case senza corrente  di cui 30mila completamente allagate; la distribuzione di alimenti, di acqua e le condizioni igienico sanitarie continuano ad essere molto difficoltose e questo lascia pensare che nei prossimi giorni aumenti il numero di infezioni e malattie in giro per la città.

Scene davvero da apocalisse hanno assalito i cittadini australiani in questi giorni. Un paese sott'acqua emerge dalla galleria fotografica di The Big Picture. Negozi, auto, ferrovie aeroporti: nulla sfugge all'alluvione.
I danni ammontano a diversi miliardi dollari, tanto che, secondo quanto riporta il New York Times,  la ricostruzione potrebbe arrivare a costare fino all'1% del prodotto interno lordo dell'intero paese australiano. L'alluvione ha paralizzato  la parte più produttiva dell'industria agricola e del carbone in Australia. Si pensi soltanto che dal Queensland viene circa un terzo del carbone utilizzato per la produzione mondiale di acciaio.
Cifre davvero importanti e, a guardare il filmato (ripreso da The Atlantic) e le scene che i cittadini australiani hanno avuto di fronte agli occhi in questi giorni, non c'è davvero da stupirsi.
Immagine di yewenyi

 



2010 un altro anno record per il riscaldamento globale

È un testa a testa che si gioca all'ultima virgola. Saranno i numeri decimali e i calcoli approfonditi dei grandi centri di ricerca sul clima che assegneranno la palma dell'anno più caldo degli ultimi centotrenta (e cioè da quando abbiamo misure sistematiche della temperatura media del pianeta). La vittoria finale se la contendono il 2005 e l'appena trascorso 2010. Ma, se lasciamo agli scienziati il loro lavoro di precisione su calcoli infinitesimali, la notizia vera è che il 2010 ha fatto registrare comunque una temperatura media annuale da record, pari a circa 14,65 gradi centigradi, alimentando così la curva di crescita del riscaldamento globale. Infatti, rispetto al periodo tra il 1951 e il 1980 si registra un aumento della temperatura pari a 0.65 gradi.

Ma come, diranno i più scettici, e le ondate di freddo di dicembre? Ci siamo già dimenticati del traffico paralizzato in autostrada, dei treni nel caos e di tutti i danni provocati dalla neve e dal gelo prima di Natale?
Il fatto è che le misurazioni di cui stiamo parlando riguardano la temperatura media del pianeta fatta registrare durante tutto l'anno climatico, che inizia a dicembre e finisce a novembre. I singoli episodi di pochi giorni, quindi, sono solo una parte del quadro generale e pochi giorni di freddo, anche se molto intenso e improvviso, in una specifica area del pianeta (piccola come l'Italia, o anche più estesa come l'intera Europa) non possono rappresentare in maniera significativa un intero anno sull'intero pianeta. Certo, il fatto che noi leggiamo questi numeri durante quelli che sono per noi i giorni più freddi dell'anno può farli suonare paradossali, ma se proviamo a metterci in un'ottica un po' più ampia dell'orizzonte della nostra finestra di casa, ci accorgiamo che parole e cifre hanno una fonte importante, forse la più importante di tutte, e cioè il Goddart Institute for Space Studies della Nasa. E così ci accorgeremmo che l'emisfero settentrionale ha fatto registrare un incremento rispetto alla media dei mesi di novembre tra il 1951 e il 1980, pari 1,19 gradi, un vero record, tanto che la fascia polare artica ha fatto impennare la colonnina di mercurio di 10 gradi, con aumenti di 4 gradi nell'Europa Settentrionale e tra 1 e 2 gradi in Italia.

Ora, questi numeri acquistano ancora maggior valore se confrontati con gli ultimi cento anni. Nell'ultimo secolo la temperatura è cresciuta di oltre un grado, più dei due terzi di questo aumento si sono verificati dopo il 1975. Sembra proprio che il riscaldamento globale abbia spinto sull'acceleratore negli anni più recenti e oggi si sia messo letteralmente a correre, molto più velocemente di quanto non riescano a stargli dietro gli accordi globali per fronteggiarlo. A Cancun la comunità internazionale ha concordato un impegno a limitare l'incremento della temperatura media del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi  entro il 2100. Di questo passo, tra non molto quell'obiettivo sarà già vecchio.

Immagine di my hovercraft is full of eels



E tu, di che impronta ambientale sei?

Gianfranco Bologna, direttore del settore sostenibilità del Wwf, ci racconta quanto sia facile e istruttivo calcolare le tracce che ognuno di noi lascia nell'ambiente, anche soltanto facendo la spesa. E, partendo da lì, modificare il proprio comportamento. Anche perché, afferma, siamo ormai vicini al collasso, la Terra non ce la fa più a sopportare una pressione così forte dall'intervento umano. Basterebbe diventare solo un po' più sobri per cambiare le cose, e la natura farà il resto. Senza nemmeno ricorrere alla scorciatoia delle biotecnologie.



Cancun, punto per punto il "piccolo" accordo sul clima

Non sarà un testo rivoluzionario, non passerà alla storia come l'accordo che cambia il mondo dell'energia a livello globale, ma c'è chi saluta l'esito della Conferenza di Cancùn sul clima come un piccolo passo avanti. Dopo la delusione di Copenhagen dello scorso anno, anche in Messico la situazione sembrava ancorata a uno stallo che avrebbe procurato una gran brutta figura ai delegati delle 194 nazioni chiamate a discutere e decidere sul clima del futuro.

Il sospiro di sollievo è venuto proprio alla fine, anzi a i supplementari, visto che il summit è stato prolungato di un giorno poiché non si vedeva luce oltre l'orizzonte della chiusura annunciata per il 10 dicembre e poi proprogata di 24 ore. Il risultato è stato portato a casa, dunque, salutato da un applauso fragoroso dei partecipanti, tranne la Bolivia di Evo Morales, che hanno sciolto così la tensione della figuraccia sfiorata ed evitata in extremis.

Ecco i punti salienti dell'accordo.

2 gradi, non di più
L'impegno concordato è quello di fare in modo che nel 2100 l'innalzamento della temperatura media del pianeta sia limitato entro i 2 gradi centigradi rispetto ai valori preindustriali. Questo è l'obiettivo di fondo della comunità internazionale.

Il Green Climate Fund
A partire dal 2020 la comunità internazionale ha deciso di stanziare 100 miliardi di dollari ogni anno in un fondo destinato a sostenere i paesi poveri con iniziative di contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici e con tecnologie destinate alla produzione e l'utilizzo di energia pulita. Nel primo triennio (2010-2012) i soldi che si stanzieranno saranno 30 miliardi l'anno. All'inizio sarà la Banca Mondiale a gestire il fondo, in attesa che sia istituito un Comitato tecnologico per valutare le scelte da prendere e un Centro che avrà il compito di mettere in piedi un network globale per far incontrare domanda e offerta di teconologia avanzata per limitare le emissioni.

REDD+
La sigla sta a indicare le iniziative che mirano a ridurre le emissioni di gas serra arginando la deforestazione e il degrado delle foreste (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation). Si tratta di un tema che da tempo è nell'agenda climatica internazionale e che è da tutti riconosciuto come una via da praticare per ridurre le emissioni di gas serra nell'atmosfera: la deforestazione, che avanza soprattutto nelle aree tropicali, elimina i grandi polmoni verdi del pianeta che assorbono CO2, riducendone la concentrazione nell'atmosfera e sono quindi, tra le altre cose, uno strumento naturale di lotta al riscaldamento globale. Nell'accordo di Cancùn rimane confermata l'attenzione verso i programmi di lotta alla deforestazione.

Ridurre le emissioni tra 25 e 40 per cento
Questo punto è il più delicato perché richiede impegni diretti da parte di ciascun paese sulle proprie economie, sui propri sistemi industriali e di produzione, sui propri modelli di sviluppo. Il testo di Cancùn auspica una riduzione delle emissioni tra il 25 e il 40 per cento entro il 2020 ma con impegni volontari.
Questa è una frase chiave per capire lo spirito che ha dominato il vertice messicano: nessuno vuole regole troppo stringenti da rispettare, quindi si è deciso per una proposta con limiti elastici che potranno essere rispettati con decisioni, misure e obiettivi che possono variare da paese a paese.
Un accordo che avesse avuto la pretesa di fissare vincoli legali per tutti i partecipanti sarebbe andato di certo incontro al fallimento. In questo modo i limiti non sono forse un granché, ma almeno hanno firmato tutti. O quasi.

Foto di Al_HikesAZ



Gli Ogm a tavola? Speriamo di no

 


Massimo Montanari è uno dei maggiori esperti in storia e cultura dell'alimentazione, ha una cattedra in storia medioevale all'Università di Bologna ed è autore di numerosi saggi sul rapporto tra cibo, economia e istituzioni. Collabora con La Repubblica per cui commenta come cambia il nostro rapporto con il pranzo e la cena nella nostra cultura. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto se, come storico, si sia fatto un'idea di come potrebbe cambiare la nostra alimentazione in futuro. E soprattutto se sulle nostre abitudini culinarie incideranno nuove tecnologie come gli OGM, da molti indicati come la vera rivoluzione della tavola nei prossimi anni.

 



Perché sul nucleare Veronesi sbaglia

"Provate a entrare in una centrale nucleare e vedrete la quantità di precauzioni che è necessario prendere". Mario Tozzi sostiene che è difficile negare i pericoli e i rischi di un impianto come quelli che alcuni vorrebbero vedere in Italia. Il geologo del Cnr e divulgatore scientifico contraddice le rassicurazioni date da Umberto Veronesi, presidente del Comitato sulla sicurezza del nucleare, e soprattutto nega che liberarsi dal petrolio significhi indipendenza economica per l'Italia.
"Ci saremmo svincolati da un combustibile fossile - spiega Tozzi - ma ci saremo legati a un altro combustibile fossile, l'uranio. Non più dipendenti dal Medioriente, ma da paesi come Sud Africa e Australia. La situazione non cambierebbe".