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Haiti: raccolti 13,6 milioni

Schema delle donazioni

L’emergenza ad Haiti continua a restare di attualità, nonostante i gravi episodi di disastri naturali avvenuti anche in Cile e in Europa occidentale. Benchè duramente colpite, infatti, la nazione andina e quelle europee hanno reagito prontamente ed efficacemente, rispondendo in autonomia alla prima emergenza.
La piccola isola caraibica invece, una delle nazioni più povere al mondo, ha avuto – e continua ad avere – bisogno degli aiuti internazionali. Ecco perché anche dopo i primi giorni, abbiamo continuato a seguire l’impegno del network AGIRE, la cui raccolta fondi è appena terminata e i cui progetti sono stati approvati in un seminario aperto al pubblico svoltosi giovedì scorso.
In questo video potete vedere un’ampia sintesi dei lavori, mentre nell’immagine sono rappresentate le aree di intervento nelle quali sono stati investiti gli oltre 13,6 milioni di euro raccolti.
Un risultato straordinario, che dimostra la sensibilità degli italiani e al quale siamo felici di aver contributo.

Grazie a tutti!

La Terra si ribella?

La terra si ribella

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?” chiede la Natura all’Islandese. “Quando io vi offendo in qualunque modo [...] io non me n'avveggo, [...]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E [...] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.

Questo passo della più celebre delle Operette morali di Giacomo Leopardi ben si addice all’incredibile e catastrofico inizio di 2010. Dopo il terremoto che messo in ginocchio Haiti, negli ultimi giorni la furia della natura ha sconvolto l’Europa Occidentale (la “tempesta perfetta” Xynthia) e il Cile, dove scosse di terremoto violentissime (fino a 8,8 gradi della scala Richter) hanno causato centinaia di morti.
Sarebbe ingenuo e fatalista, nonché privo di ogni fondamento scientifico, dire che quanto avvenuto nelle scorse settimane è la risposta della Terra ai maltrattamenti dell’uomo; ma se per terremoti, tsunami e uragani non ci si può che appellare alla clemenza di Madre Natura, per molte altre catastrofi dobbiamo criticare solo noi stessi.
Pensiamo alle vittime dei crolli di edifici costruiti senza seguire i dovuti criteri anti-sismici; o alle decine di paesi e villaggi sommersi da frane e smottamenti, causati dal disboscamento e dalla conseguente mancanza di “argini naturali”. Per non parlare di veri e propri atti criminali come il rovesciamento di tonnellate di idrocarburi nelle acque dei fiumi, causa dell’inquinamento di falde acquifere, acquedotti ed interi ecosistemi protetti.

Il delicato rapporto tra uomo e Terra appare quindi sempre più in bilico, ma noi stiamo facendo il possibile per “meritarci” il nostro spazio?

Foto di CAROMICFOREVER

CRESCO: cittadini, aziende e istituzioni insieme per una Crescita Compatibile

A Copenhagen e Nuova Delhi abbiamo purtroppo constatato che l’impegno dei governanti a ridurre le emissioni, diminuire l’inquinamento e migliorare il rapporto con l’ambiente è ancora insufficiente.
Per fortuna ci sono istituzioni, aziende e cittadini che credono davvero nella possibilità di uno sviluppo sostenibile: è il caso del progetto CRESCO – Crescita Compatibile, promosso dalla Fondazione Sodalitas.
Il progetto si propone di diffondere la cultura della sostenibilità attraverso un’alleanza tra imprese avanzate e territori virtuosi (definiti appunto Isole CRESCO), in cui le imprese trasferiscono le loro buone pratiche di sostenibilità a cittadini, giovani e comunità locali.
Obiettivo generale del progetto, è il passaggio da una sostenibilità predicata ad una sostenibilità praticata, sia dal singolo cittadino che dalla comunità.
Tre gli aspetti fondamentali sui quali la sinergia tra imprese, amministrazioni, cittadini e aziende dovrà focalizzarsi: Risparmio ed energia, Recupero, riciclo e smaltimento, Mobilità Sostenibile.
CRESCO è frutto della sinergia con il Politecnico di Milano, con il contributo di Regione Lombardia e in collaborazione con ANCI, Legambiente, Cittadinanzattiva, The natural step.
Proprio oggi, in una conferenza stampa a Milano, è stato presentato al pubblico il progetto e i primi tre Comuni italiani che si candidano a diventare “Isole CRESCO”: Abbiategrasso (MI), Carugate (MI) e Morbegno (SO).
Dopo di loro, Sodalitas e gli organizzatori sono convinti di poter estendere il progetto a molte altre realtà - anche del centro e del sud - che vorranno adoperarsi per migliorare la propria crescita in direzione della sostenibilità.

Conoscete altri progetti simili, anche di minore portata? Vorreste che il vostro Comune diventasse un’Isola CRESCO?

Una nuova sfida per il 2010 Anno Internazionale della Biodiversità

Una nuova sfida per il 2010 Anno Internazionale della Biodiversita

Come avevamo già annunciato alcuni mesi fa il 2010 è stato dichiarato l’Anno Internazionale della Biodiversità ed esattamente l’11 gennaio è avvenuta l’apertura ufficiale a Berlino.
Una serie di iniziative di sensibilizzazione si rincorreranno nel corso dei giorni a seguire e nel corso di tutto l’anno, con l’obiettivo di ricordare come la biodiversità svolga un ruolo importantissimo per la vita sulla Terra.
Bioversity International è la più grande organizzazione al mondo che si occupa di ricerca sull’uso e la conversazione della biodiversità e in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Diversity for Life”: in collaborazione con partner internazionali, questa campagna ha lo scopo di avvicinare il grande pubblico ad un tema importante per il presente e soprattutto per il futuro.
La tutela della biodiversità non deve limitarsi esclusivamente a salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio, ma significa anche celebrare la vita stessa: così recita il sito ufficiale dell’International Year of Biodiversity.
Nel 2002 i governi del mondo hanno sottoscritto la Convenzione per la diversità biologica e hanno decretato il 2010 come anno della biodiversità, per difendere la natura dalle azioni dell’uomo, per salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Conservazione della specie quindi, ma anche promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Il 20 gennaio si è tenuto il congresso “Nature” del comitato francese IUCN; poi il 21 e il 22 a Parigi si è svolta l’esibizione sulla biodiversità patrocinata dall’Unesco, durante la quale sono state mostrate alcune soluzioni naturali sulla relazione tra aree protette e cambiamenti climatici.
In Italia l’evento centrale sarà rappresentato dalla “Settimana della Biodiversità”, dal 19 al 23 Maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Sulla rete si può appoggiare la causa attraverso i vari social network come Facebook, Twitter o Flickr e inoltre vi segnaliamo un photo contest indetto da Diversity for Life dove fotoamatori e professionisti potranno partecipare inserendo foto che rappresentino la biodiversità e la natura.

Cosa farai nel tuo piccolo per partecipare all’Anno Internazionale della Biodiversità?

Foto di WorldIslandInfo.com

Bioexpress e Zolle: la filiera corta a domicilio

Bioexpress e Zolle la filiera corta direttamente a casa tua

Quelle che vi presentiamo oggi sono due attività molto interessanti e ben realizzate che, se avete la fortuna di risiedere nelle loro zone di competenza, vi consigliamo caldamente.

Bioexpress è un sistema di vendita a domicilio per frutta e verdura biologica. Ogni settimana consegna a casa di coloro che hanno sottoscritto il servizio, una cassetta di prodotti ortofrutticoli naturali, freschi, biologici e da produttori certificati. Si può scegliere se avere solo frutta, solo verdura o entrambe; vari anche i tipi di formato: borsa, cassetta media, cassetta grande e la cassetta da ufficio, una buona idea per chi deve tutti i giorni pranzare fuori: invece del solito tramezzino perché non mangiare prodotti genuini, non elaborati, perfetti per un pranzo fuori casa?
Come funziona il servizio? Ci si iscrive sul sito, si indica cosa si vuole ricevere e si aspetta il furgoncino una volta a settimana. Attualmente le famiglie servite sono circa 4.000 in Trentino, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Se siete incuriositi o volete saperne di più visitate il loro sito.

Zolle pensa invece agli amici del Lazio. E’ un servizio di vendita diretta a domicilio come Bioexpress, ma con delle differenze. Il paniere di Zolle lo decide l’utente che può scegliere fra frutta e verdura fresche; carni, salumi, formaggi e uova, da animali cresciuti all’aperto; pane, olio e pasta e conserve lavorate in modo artigianale. Anche qui i formati sono pensati per venire incontro alle diverse esigenze, includendo ad esempio la “zolla” vegetariana. Caratteristica principale è la freschezza: in 24 ore si passa dall’azienda alla consegna. I prodotti sono locali, biologici, biodinamici e prodotti con sistemi di lotta integrata. Zolle porta avanti la filosofia della filiera corta, infatti le aziende agricole sono tutte raggiungibili nel raggio di pochi chilometri. I consumatori hanno a disposizione le schede dei produttori potendo così vedere comodamente su una mappa chi produce ciò che arriva sulle loro tavole.

Nonostante questi due ottimi esempi, molte zone dell’Italia restano escluse.
Nella vostra zona esistono vendite dirette? A domicilio? Conoscete servizi simili a quelli che vi abbiamo proposto?

Foto di pizzodisevo

Mario Tozzi: terremoti di classe

Terremoti di classe

Quando si parla di ambiente non dovremmo mai dimenticare i rischi naturali, non solo perché ne fanno parte in modo spesso determinante, ma anche perché questo sarà un chiaro discrimine per il futuro prossimo: alluvioni, frane, terremoti e eruzioni vulcaniche non colpiscono già più tutti indiscriminatamente, ma soprattutto chi è meno in grado di difendersi. Il terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti conferma clamorosamente questa tesi.

E’ stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante.

Molto lo si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Inoltre la vicinanza della città rispetto all’epicentro ha ovviamente peggiorato le cose e, in qualche misura, anche il tipo di meccanismo geologico ha reso più grave la situazione. Lo scontro fra la placca nordamericana e quella caraibica comporta, lungo il sistema di spaccature (le faglie) di Haiti, anche uno scorrimento laterale, oltre a una sovrapposizione di lembi crostali, cosa che ha aggravato gli effetti. Questo il quadro geologico, contro il quale non si può, per definizione, fare granché.
Ma i principali responsabili del gran numero di vittime restano sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). “Effetto pancake” lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimagnono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade tanto strette da restare completamente ingombrate e intralciando i soccorsi.

Come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.

Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.

Mario Tozzi

Foto di United Nations Development Programme's

Gli Italiani e l'ambiente

Raccogliamo in questa video intervista a Mario Tozzi le sue impressioni circa il coinvolgimento dell'opinione pubblica in Italia sui temi ambientali. Secondo il noto divulgatore le persone infatti sembrano interessate, ascoltano con attenzione, ma nei fatti non agiscono in modo diverso, e quando devono tramutare le parole in azioni concrete non sono poi così attente all'ambiente

Per cambiare davvero le abitudini, il conduttore suggerisce un approccio educativo differente per mettere l'ambiente davvero in primo piano, rendendolo parte integrante di un programma di scienze; in un contesto nazionale in cui anche la televisione, come i nuovi media già riescono a fare, dia realmente più spazio e risonanza ai temi della eco-sostenibilità.

Solo parole

Solo parole

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:

  • ritardo per l’applicazione del protocollo di Kyoto (2 miliardi euro/anno),
  • malattie da inquinamento atmosferico (6), costi esterni del trasporto (8),
  • carenza di acqua e desertificazione (3),
  • dissesto idrogeologico (2,5).

Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.

Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C  di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.

Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.

Mario Tozzi

COP15 è stata un flop?

COP15 è stata un flop?

Si è da poco conclusa la Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, che abbiamo ampiamente seguito attraverso il racconto della blogger Antonella Napoletano. Undici giorni di lavoro hanno portato ad una serie di accordi e promesse, da alcuni giudicati insufficienti, da altri ritenuti almeno un passo avanti in attesa di Città del Messico 2010 (dove si terrà un’altra grande conferenza).

Tu come valuti COP15? E’ stato davvero un flop o in questo momento storico non si poteva fare di più?

Rispondi ad alcune semplici domande sulla Conferenza ed esprimi il tuo giudizio sulle decisioni prese nei giorni scorsi, destinate ad influenzare il futuro del pianeta - e quindi della nostra vita - negli anni a venire.

Vertice sul clima: la resa dei conti

Vertice sul clima la resa dei conti

È arrivato il giorno conclusivo di Cop15, la conferenza mondiale sul clima ONU organizzata a Copenhagen, e sono ancora moltissimi i dubbi circa la possibilità di arrivare ad un accordo finale che possa portare davvero dei risultati concreti.

Ieri infatti è stata una giornata molto complicata dal punto di vista delle trattative, i negoziati erano giunti a un punto molto critico a causa delle rigidità di USA e Cina, i due maggiori produttori mondiali di gas serra. Gli USA avevano proposto la riduzione del 17% delle emissioni inquinanti entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005, il che vuol dire un taglio del 3% rispetto al livello emesso nel 1990, l'anno di riferimento del protocollo di Kyoto.

Non stupisce quindi la reazione del cancelliere tedesco, Angela Merkel "Onestamente, devo dire che l'offerta americana di ridurre le emissioni del 3% rispetto ai livelli del 1990 non è certamente ambiziosa".

Una boccata d'ossigeno e di speranza è giunta dal Segretario di Stato Hillary Clinton che ha comunicato alle Nazioni Unite la volontà da parte degli USA di contribuire, insieme ad altri partner internazionali, al fondo di 100 miliardi di dollari a favore dei Paesi più poveri per contrastare il riscaldamento climatico.

La notte è stata frenetica, moltissime le consultazioni e le trattative che hanno generato una bozza d'accordo che oggi sarà sottoposta all'esame dei grandi del mondo: due i punti salienti:

  • l'aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali;
  • i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo di 100 miliardi di dollari entro il 2020 per adottare tecnologie pulite e poter affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

In questo contesto il presidente USA Barack Obama è in arrivo nella capitale danese, e i leader mondiali (e anche il popolo della rete) sperano che il neo premio Nobel possa fare qualcosa di più rispetto a quanto finora promesso per convincere Cina e India a impegnarsi sui tagli.

Foto di UN Climate Talks

Luci spente a Copenhagen

Luci spente a Copenhagen

Un’altra giornata di proteste ieri a Copenhagen, in difesa del pianeta e contro il cambiamento climatico in tutto il mondo. Al popolo degli ambientalisti si è aggiunta la protesta ufficiale dell’India, poiché un loro rappresentante regolarmente accreditato non è stato fatto partecipare in mattinata al convegno. La tensione è salita anche perché la capienza delle strutture del Bella Center si aggira intorno ai 15.000 posti, mentre le persone accreditate sono circa 45.000.

I lavori procedono con difficoltà: occorre superare questa fase di stallo. Gordon Brown è arrivato ieri sera per cercare di dare un impulso positivo alle trattative che si sono arenate, perché non è stata ancora stabilita nessuna cifra su nessuno dei punti dell’ordine del giorno:

  • non è stato fissato il limite massimo del contenimento del riscaldamento globale (che dovrebbe aggirarsi tra 1,5 C° e 2 C°),
  • non è stato fissato l’ammontare dei finanziamenti globali da stanziare ai Paesi in via di sviluppo per aiutarli a sostenere e combattere il cambio climatico,
  • non è stata fissata la quantità di anidride carbonica che deve essere presente nell’atmosfera.

È difficile prevedere un accordo a un giorno della conclusione del Summit danese. Mentre si sta riflettendo su come giungere a un compromesso, ieri sera alle 19 sono state spente per un’ora le luci di Copenhagen a seguito di due iniziative: Earth hour (l’ora della Terra) promossa dal WWF e Hopenhagen (dalla parola hope: speranza) promossa dai cittadini della capitale danese. Queste due campagne hanno lo scopo di lanciare a tutti i cittadini del nostro pianeta il messaggio che è necessario agire contro il riscaldamento globale.
Nella People’s Orb della City hall - una grande sfera d’argento situata nella piazza principale di Copenhagen - saranno proiettati i messaggi inviati sui siti del Wwf: la sfera sarà poi consegnata dagli organizzatori dell’evento ai leader mondiali che partecipano a questo vertice. La cerimonia inizierà con un countdown il minuto prima dello spegnimento delle luci della città, proseguirà con una processione di lanterne portate da un gruppo di bambini, seguita da uno show musicale.

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Foto di gargola87

Mario Tozzi e lo stato di salute del pianeta

Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e conduttore de La Gaia Scienza su La7 ci parla in quest'intervista dello stato di salute del pianeta in un momento molto delicato, durante i negoziati della conferenza mondiale sul clima Onu di Copenhagen.

Secondo il giornalista lo stato in cui versa la Terra è grave; le sue parole descrivono molto chiaramente la crisi ecologica in corso: l'emergenza climatica che colpisce tutti è in larga parte causata dai comportamenti errati dell'uomo, a partire dall'utilizzo di combustibili fossili.

Emergenza climatica e background energetico sono strettamente collegate e sono in larga misura frutto delle decisioni delle nazioni economicamente più potenti ed energivore, USA in testa – che tuttavia con Obama sembra possano aver cambiato la loro linea - ma anche Cina e gli altri Paesi in via di sviluppo che sono adesso riuniti per Cop15.

L'opinione del geologo è che la congiuntura attuale sia teoricamente favorevole e forse stavolta si potrebbero ottenere degli accordi più vincolanti per risolvere i problemi del nostro pianeta; problemi che secondo Tozzi non possono però essere risolti con l'ausilio delle centrali atomiche e dell'energia proveniente dal nucleare.

Metti una sera a Cena (a Copenhagen)

Metti una sera a cena

Sono le 20, sono arrivata in albergo in ritardo e subito sono andata al Klimaforum per un’intervista. Sono quindi molto contenta che il primo evento “di comunità” a cui assisto sia… andare a cena!
L’appuntamento è “Earth is calling” alla Copenaghen House of Food, per un pasto di cibi locali, musica e chiacchiere (fortunatamente i danesi parlano inglese con estrema facilità!).
 
Ho appuntamento con un’amica di Copenaghen, che mi dà qualche informazione e mi spiega che è tutto gestito da volontari, ed entriamo nella sala: una decina di tavoli coloratissimi e un complesso che suona musica dal vivo.
I volontari sono una dozzina, vestiti con grembiuli di panno verde e arancione e un cappello verde, come fossero elfi della cucina. Trine, una di loro, ci ferma sulla porta e ci dà il benvenuto, specificando che “le persone che cucineranno per voi non fanno i cuochi di mestiere, né sono abituati a servire ai tavoli”. Ma più che una scusa, sembra un modo per fare apprezzare di più il lavoro dei volontari, entusiasti e gentilissimi.
 
Il tavolo, ci spiegano, verrà servito quando sarà al completo, e questa è una delle caratteristiche dell’evento: uno degli obiettivi, infatti, è permettere a persone che non si conoscono di incontrarsi e parlare. Di cambiamento climatico, magari, ma anche del cibo che stanno mangiando e di qualunque cosa venga loro in mente.
Nel giro di qualche minuto il tavolo 7, il nostro, è occupato e noi dieci sconosciuti iniziamo a chiacchierare e ad assaggiare il primo piatto, una zuppa calda di rape rosse. I danesi ridono della mia faccia stranita e mi assicurano che è molto nutriente, adattissima al freddo invernale.
In effetti così è e la zuppa viene terminata in poco tempo. Non sono da meno il piatto vegetariano a base di patate, cipolle e altre verdure e i contorni, in particolare uno a base di carote, e la birra danese scura che arriva al nostro tavolo.
 
Nel frattempo scopriamo che al nostro tavolo c’è l’organizzatrice dell’evento, che si occupa di alimentazione nelle scuole pubbliche di Copenaghen: in Danimarca, ci spiega, c’è il problema di non poter produrre localmente molte cose tra quelle che mangiamo di solito. Ma forse, più di tutto, manca la cultura del cibo, ancora tutta da creare. “Earth is calling” serve a sensibilizzare anche su questo tema, ma, ci spiega lei, “è solo una piccola parte del nostro lavoro: nei mesi scorsi ho viaggiato in molte nazioni e visitato molte scuole, specie in Italia, per capire se ci sono modelli che possiamo importare anche qui. L’Italia, ovviamente, ha il vantaggio di avere molto meno bisogno dell’importazione di cibo ma una cultura di questo senso nelle scuole si è creata recentemente anche lì, negli ultimi dieci anni.
La situazione in Danimarca non è negativa: circa il 75% del cibo consumato nelle scuole pubbliche è biologico, mi spiega la mia amica danese, madre di due bambini piccoli; purtroppo questi argomenti non sono ancora una priorità, mi spiegano i danesi al tavolo.
Siamo al centro del mondo in questi giorni per via del summit, ma, secondo me, in Danimarca parliamo più di quanto mettiamo in pratica” conclude Trine, la volontaria, mentre mi serve il dolce di mele accompagnato da gelato alla vaniglia: “abbiamo bisogno di obiettivi, e questo – secondo me – deve arrivare dalla politica. Ci serve avere una visione completa di queste cose e non può che arrivare da chi ci governa”.

Leggi tutti i post da Copenhagen.

COP15: cosa dobbiamo aspettarci?

Avoicomunicare ospita Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e giornalista, nonché conduttore dei programmi tv Gaia, Terzo pianeta e La gaia scienza.

Ci ha parlato di Cop15, delle aspettative e degli obiettivi che si potrebbero raggiungere in quest’occasione epocale, e dei motivi che la rendono diversa dalle altre conferenze a cui abbiamo assistito fino a questo momento.

Il giornalista di La7 ci spiega il panorama geopolitico che si presenta all'inizio dei lavori, la posizione delle superpotenze Cina e Stati Uniti, dell'Europa, dell'India e di tutti gli altri nuovi attori partecipanti ai lavori di Copenhagen.

La preoccupazione del conduttore de La gaia scienza è sull'effettiva messa in pratica delle dichiarazioni di intenti fatte dai vari Stati: ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2050 è un obiettivo importante, ma c'è bisogno di muoversi già da adesso per realizzarlo. E lo si può fare cominciando finalmente a mettere in pratica quanto stabilito con il protocollo di Kyoto, fino a questo momento disatteso da tutti, Italia compresa.

Che ne pensate delle parole di Mario Tozzi?
Siete fiduciosi sull'esito dei lavori di Copenhagen?

Aerei canadair antincendio: conosciamo i piloti in anteprima

Proteggere l'ambiente e volare, coniugare la propria passione con l'impegno a favore della natura: per i piloti dei Canadair della Protezione Civile il lavoro diventa la realizzazione di un'aspirazione. Grazie all'impegno di persone come il comandante Fabio Volpe e il co-pilota Mario Ferrante, ogni anno i boschi della penisola sono sorvegliati dall'alto e tempestivamente protetti dagli incendi. Oggi i due piloti si presentano, anticipazione della videointervista di domani, dove i due "guardiani dall'alto" ci racconteranno la loro esperienza.

Le sagre: elogio alla biodiversità

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Le sagre sono momenti popolari e di successo soprattutto durante l'estate: sono moltissimi i paesi che si animano per week-end o intere settimane promuovendo il proprio prodotto tipico e la propria tradizione. La biodiversità italiana viene preservata e riconfermata da associazioni locali che scelgono di concentrarsi nell'organizzazione di questi eventi, che spesso coinvolgono le intere comunità territoriali. L'impegno si protrae di anno in anno, tanto da trasformare la stessa sagra in una tradizione.

La sapienza antica, i prodotti a denominazione di origine controllata, i particolari processi di produzione sono un patrimonio importantissimo per l'Italia: la globalizzazione provoca il rischio d'impoverimento culturale, imponendo un'unica scala prevalentemente industriale. I piccoli centri e il lavoro artigianale assicurano qualità, dedizione, cura, quindi ricchezza: l'investimento e l'importanza valoriale sono alti.

Ovviamente, queste sagre possono soddisfare qualsiasi preferenza e gusto: dalla frutta rara alla pasta ripiena, da pietanze regionali ad animali in estinzione. Il folklore ricopre un ruolo principale riproponendo le atmosfere di un tempo, con costumi, parate e momenti di festa collettiva.
Partecipare a questi momenti diviene un'opportunità per assaggiare e sperimentare le differenze nel nostro Paese.

Conoscete qualche sagra alla quale siete particolarmente affezionati? Partecipate all'organizzazione di questi eventi? Pensate che siano utili per mantenere e promuovere la ricchezza della biodiversità?

Foto di Fiore Barbato

Gio, 16/07/2009 - 15:52 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

G8 Ambiente: piccoli passi verso Copenhagen

La Carta sulla Biodiversità è il risultato ottenuto da ministri e delegazioni dei venti Paesi che hanno partecipato al G8 Ambiente di Siracusa , conclusosi venerdì 24 aprile.
Questo documento costituisce il punto di partenza per la Conferenza Onu di Copenhagen del prossimo dicembre che dovrà definire nuove e comuni strategie per il dopo 2010.
I principi essenziali alla base della Carta sono che la biodiversità ed i servizi eco-sistemici sono essenziali per la vita sulla Terra, per il benessere dell’umanità e per il conseguimento di tutti gli obiettivi del millennio; che la biodiversità e gli ecosistemi hanno un grande valore economico e possono contribuire in maniera importante alla risoluzione dell’attuale crisi economica e finanziaria globale.

Il WWF ha giudicato positivamente l’approvazione di una Carta sulla Biodiversità condivisa e che prevede passi concreti. L’auspicio è che i prossimi appuntamenti fino al G8 di luglio siano volti a garantire stanziamenti economici adeguati e visibili da parte dei Paesi più industrializzati affinché gli intenti diventino realtà.

Il vertice di Siracusa ha inoltre trattato la tutela della salute dei bambini, introducendo diverse azioni specifiche da attuare quali: eliminare il piombo dalla vernice e completamente dalla benzina, collaborare a ricerche e studi sulla salute dei bambini e l'ambiente inclusi gli impatti degli agenti chimici e dei metalli pesanti, migliorare la conoscenza e costruire le capacità professionali che coinvolgono la salute dei bambini.

Qual è il vostro giudizio rispetto a questi risultati? Sono un segnale significativo del graduale avvicinamento dei Paesi più industrializzati a politiche sostenibili oppure è l’ennesimo rinvio davanti alle scadenze imposte dal protocollo di Kyoto?

http://www.100ambiente.it/index.php?/archives/219-G8-ambiente-Siracusa.-Buon-impegno,-scarsi-risultati.html

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_937002994.html

http://it.wordpress.com/tag/g8-ambiente-siracusa/

http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=20109&content=1

Gli 8 grandi della terra a difesa della biodiversità

La lotta ai cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità sono i temi principali del Vertice dei Ministri dell'Ambiente che si terrà a Siracusa dal 22 al 24 aprile.

Saranno presenti i rappresentanti dei Paesi del G8, assieme a Cina, India, Brasile, Messico, Indonesia, Sudafrica, Australia, Repubblica di Corea, Egitto; con la partecipazione della Repubblica Ceca (Presidente di turno dell'Unione Europea) e della Danimarca (in qualità di prossima Presidenza della Convention on Climate Change).

Nella giornata del 24 aprile sarà trattato il tema della biodiversità, la ricchezza stessa del nostro pianeta, nonché il vero motore della vita sulla Terra, grazie alle differenziazioni dei vari ecosistemi: cibo, acqua, risorse, stabilizzazione del clima, formazione del suolo.

La perdita di biodiversità comporterebbe non solo danni ecologici, ma anche culturali ed economici.

Può l'uomo fare marcia indietro e rinunciare a una società basata sui consumi e sullo spreco, pur di salvare gli ecosistemi?

Può il G8 sull'ambiente non solo essere il segnale di una coscienza sostenibile dei grandi Paesi industrializzati, ma anche l'inizio di una strategia operativa globale?

Spegni la luce: è l'ora della terra!



L’Earth Hour è nata a Sydney, Australia, nel 2007 su iniziativa del WWF e del Sydney Morning Herald. Lo scopo era quello di tagliare i consumi energetici e di conseguenza ridurre le emissioni di diossido di carbonio.

Il 2008 ha segnato il primo anniversario dell’evento, registrando un notevole incremento delle adesioni in tutto il mondo. In Italia sono stati spenti il Colosseo a Roma e il municipio di Venezia. A Bangkok si è calcolato un risparmio elettrico intorno ai 100 MW, mentre Toronto ha raggiunto i 900 MW.

Nel 2009 l'iniziativa punta a coinvolgere un miliardo di persone e più di 1000 città. Saranno spente icone mondiali come la Tour Eiffel, le Cascate del Niagara e il più alto grattacielo del mondo a Taipei 101 in Cina.

Qual è la vostra opinione rispetto a questo genere di iniziative? Possono essere uno strumento utile per lanciare segnali importanti ai grandi della Terra e spingerli ad agire contro i cambiamenti climatici?

Partecipiamo tutti e diciamolo a più persone possibile: spegniamo anche noi le nostre luci sabato 28 marzo 2009 dalle 20.30 alle 21.30.