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Dove butto il vecchio elettrodomestico?

e-waste.jpgFinché stanno in casa sono indispensabili e preziosi, ma quando ce ne dobbiamo liberare le cose si complicano. Parliamo di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, elettrodomestici in genere, ma anche televisori, monitor, stereo e computer. Tutta roba che diventa un problema quando viene il momento di liberarsene per far spazio a un nuovo aggeggio. Il problema è che spesso questi oggetti sono ingombranti, pesanti, ma soprattutto sono rifiuti speciali che contengono sostanze considerate tossiche per l'ambiente e, oltre ad essere ingombranti, molte delle loro componenti non sono biodegradabili. La soluzione per liberarsi dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) è in un decreto che ne regolamenta i meccanismi per la gestione e lo smaltimento. Dopo un'attesa durata un paio di anni, il decreto è entrato in vigore il 19 maggio; sui documenti ufficiali figura con il nome DM n. 65 dell'8 marzo 2010 (pdf), ma ha un nomignolo che è molto più facile da ricordare, “uno contro uno” e descrive bene il meccanismo che è alla base del regolamento: nel momento in cui compro un nuovo elettrodomestico, o un prodotto hi-tech, insomma un apparecchio AEE, il distributore del nuovo prodotto deve assicurare il ritiro gratuito dell'apparecchiatura che viene sostituita, e il cui smaltimento dovrà avvenire in appositi e adeguati impianti. La parola “gratuito” merita di essere sottolineata perché nel testo del regolamento è esplicitato molto bene che i distributori hanno l'obbligo di informare i clienti della gratuità del ritiro del vecchio prodotto, che verrà poi raccolto insieme ad altri simili da smaltire e trasportati in centri di raccolta previa una schedatura che consenta di avere a disposizione un censimento aggiornato agli ultimi due anni di queste specie di cimiteri per elettrodomestici. Il distributore, quindi, non potrebbe – a norma di legge – richiedere alcun contributo aggiuntivo per il ritiro, anche a casa, della vecchia AEE sostituita dalla nuova, anche perché quando si acquista un prodotto hi-tech (sia una lavatrice o un computer) il consumatore paga, incluso nel costo di acquisto del nuovo prodotto, un eco contributo Raee, relativo allo smaltimento finale dei vecchi rifiuti. Tutto questo funziona davvero? Una video inchiesta di Greenpeace propone una verifica di come gli operatori del settore adempiono al decreto “uno contro uno”. Una esponente dell'organizzazione ambientalista ha telefonato a nove rivenditori di AEE di tre città italiane (Roma, Milano e Napoli) con la scusa di dover acquistare un nuovo apparecchio e lo stesso hanno fatto con telecamera nascosta andando in tre negozi della capitale. I risultati: la maggior parte dei dodici rivenditori interpellati non adempiono correttamente alla legge. Per chi voglia saperne di più qui di seguito lasciamo la possibilità di guardare direttamente la video inchiesta di Greenpeace.

L'immagine in testa a questo post è tratta dall''album Flickr di Jizzon

Ven, 27/08/2010 - 10:37 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

A Otranto la mafia spiegata ai ragazzi

Acque inquinateDal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.

Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.

Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.

Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.

Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.

Foto di robpatrick

Se il pomodoro è più sostenibile della bistecca

piramide_ecoalimentare.jpgLa sostenibilità tiene insieme un groviglio di argomenti e discipline. L'alimentazione è tra queste e i discorsi che importanti studiosi fanno partire dalle pagine di riviste specializzate e dai podi dei convegni, volano direttamente sulle nostre tavole, a diretto contatto con il cibo che siamo abituati a mangiare.

Sapevamo bene che esiste una correlazione molto stretta tra abitudini alimentari e salute, una correlazione che nel 1992 prese per la prima volta la forma della Piramide Alimentare, un grafico con cui l’US Department of Agriculture diffuse una spiegazione sintetica ed efficace su come adottare un tipo di alimentazione equilibrato. Alla base della piramide sono raffigurati gli alimenti che si possono consumare in quantità maggiori, man mano che si sale le posizioni sono occupate da alimenti che sarebbe meglio consumare in maniera molto controllata.

Ma come associare alla relazione tra cibo e salute l'altra, la cui importanza cresce sempre più nella consapevolezza del mondo occidentale, tra abitudini alimentari e impatto sull'ambiente? Una possibile risposta è stata elaborata dal Barilla Center for Food & Nutrition che propone la sua “Doppia Piramide” Alimentare-Ambientale.

Esiste una fortissima correlazione tra l'alimentazione di un popolo e l'impatto che questo produce sull'ambiente, ha spiegato alla presentazione del progetto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network ed inventore del concetto di impronta ecologica. “La popolazione globale è in crescita – ha sottolineato Wackernagel – e con essa crescono i consumi globali, tanto che oggi il genere umano utilizza risorse globali ad una velocità che è del 40% superiore alla capacità del pianeta di rigenerare quelle stesse risorse”. In altre parole, il pianeta impiega un anno e cinque mesi per rimettere a posto quello che mangiamo in un solo anno. È un problema che riguarda principalmente la parte più opulenta del mondo, come ha sottolineato Gianfranco Bologna, Direttore scientifico di WWF Italia, chiedendosi fino a che punto la Terra potrà sopportare stili di vita così incauti come quelli di persone utilizzano ogni anno 800 kg pro capite di produzioni cerealicole (è la media di consumo di un cittadino medio statunitense).

Per contribuire a comunicare questi temi e le possibili risposte, la “Doppia Piramide” del Barilla Center for Food & Nutrition affianca alla tradizionale piramide alimentare una piramide rovesciata costruita attraverso una stima degli impatti ambientali di singoli alimenti effettuata con l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo di valutazione oggettivo dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo. Il risultato è una piramide in cui gli alimenti a maggior impatto ambientale sono in alto e quelli a impatto ridotto in basso. È utile notare come i risultati prodotti dalle due piramidi portino a una coincidenza tra gli alimenti che fanno bene alla nostra salute e che producono meno impatto sul pianeta, il cui consumi è quindi più sostenibile. Se alla base della piramide alimentare ci sono, infatti, ortaggi e frutta, lo stesso accade, a posizione invertite, nella piramide rovesciata dove questi stessi generi alimentari sono quelli maggiormente consigliati, mentre carne rossa e formaggi risultano quelli maggiormente impattanti per l'ambiente e meno consigliati. In altre parole, come si legge nel documento che illustra la “Doppia Piramide”, emerge la coincidenza, in un unico modello, di due obiettivi diversi ma altrettanto rilevanti: salute e tutela ambientale.

L'immagine è tratta dal documento “Doppia Piramide: alimentazione sana per le persone, sostenibile per il pianeta”, scaricabile dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition dove sono disponibili anche i video degli interventi di presentazione.

Lun, 23/08/2010 - 09:31 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Nelle Marche, alla scoperta dell’economia “soft”

soft_economy.jpg C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.

“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.

Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.

Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.

“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.

Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1

L’ambiente in pericolo? Diteci dove

clip_image001.jpg Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e  stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:

  1. consumo di territorio: ogni anno l'Italia ne brucia 250.000 ettari, come nessun altro in Europa;
  2. perdita di habitat e biodiversità: l'Italia è il paese europeo a massima biodiversità
  3. fiumi e laghi perduti: le acque dolci sono in grave stato di disagio, più di quelle marine
  4. perdita delle coste e delle spiagge: il problema dell'erosione marina
  5. perdita delle foreste e riforestazione
  6. traffico urbano
  7. desertificazione e perdita di suoli
  8. cave e miniere
  9. impianti industriali
  10. rifiuti

Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003

Gio, 05/08/2010 - 12:11 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Dolomiti in vendita e altre sciocchezze

Dolomiti
Perché la proposta di mettere in vendita i pezzi pregiati del paesaggio italiano è un errore gravissimo. Lo spiega Mario Tozzi.

Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi? In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia.

Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva. Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio. Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni. La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente. La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.

Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.

Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come “petrolio d’Italia” (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore.

Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale.

Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all'aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per “vedere che aria tira”? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.

Mario Tozzi

Foto di Efilpera

La crisi si batte con la Green Economy

Immagine tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondoIn genere viene considerata come un orizzonte da raggiungere, un futuro lontano su cui sperare. Ma è molto di più: innanzitutto è una realtà concreta che prende piede anche in Italia (nonostante tutto) e affonda le sue radici nella Terra, in processi produttivi concreti. Esattamente l'opposto di quello che accade con le speculazioni finanziarie.

La Green Economy è esattamente l'antibolla”, spiega Antonio Cianciullo, esperto di questioni ambientali, inviato di Repubblica (per il quale tiene anche il blog Eco-logica) e autore di molti libri, l'ultimo dei quali” è scritto a quattro mani con Gianni Silvestrini e si intitola La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente).
“Le bolle nascono quando il virtuale domina sul reale. La green economy è esattamente il contrario, è un processo di ritorno alla terra e alle grandezze fondamentali che dovrebbero da sempre riguardare l'economia; è la risposta alle contraddizioni di un sistema energetico e produttivo che finora ha puntato molto su risorse limitate e in progressivo esaurimento; la green economy, infatti, guarda a risorse illimitate e contribuisce a riallineare l'economia con le radici degli ecosistemi”.

C'è qualcosa che suona utopico in queste parole, qualcosa che fa pensare a un mondo bello e impossibile, lontano. Ma, dati alla mano, la verità sembra diversa e l'economia verde, come sottolinea Cianciullo “è una caratteristica comune alle economie che si sono mosse meglio negli ultimi anni, tanto che i risultati migliori sul mercato coincidono con i paesi che hanno investito di più nel campo della green economy”.
La prova sfogliando il libro, dove un grafico ci parla dei pacchetti di stimolo alle rinnovabili in sistemi economici di diversi paesi: in Cina il 37,8% delle risorse è destinato a far crescere la green economy, in Corea del Sud l'80,5%, Usa 11,5%, Giappone 9,6%, Germania 13,2, fino all'Italia che fa registrare un deludente 1,3%.

Da noi si investe poco in innovazione e ricerca mentre l'appoggio pubblico allo sviluppo verde si fa sentire in maniera troppo intermittente: “Siamo un paese che con una mano dà incentivi, a volte molto alti, alle rinnovabili ma con l'altra mano lascia continuamente pendere la mannaia del possibile stacco della spina pubblica”, dice Cianciullo e continua spiegando che, nonostante il ritardo dei pochi investimenti pubblici e nonostante il settore italiano delle rinnovabili importi molta tecnologia, nel nostro paese si sono sviluppate delle imprese che dimostrano un grande potenziale di crescita e la quota di produzione interna sta lentamente crescendo.

Ma l'incertezza non aiuta, nonostante il momento storico sembra favorevole a spingere sull'acceleratore dell'energia pulita: le tre crisi (economica, petrolifera e climatica), scrivono Cianciullo e Silvestrini nel loro libro, creano domande le cui risposte stanno in sistemi economici fondati sull'energia pulita. Nei mercati dove la green economy può godere di alcune certezze, come ad esempio in Germania, il settore delle rinnovabili è cresciuto fino a valere, oggi, 300mila posti di lavoro e si calcola che da qui a dieci anni superi il fatturato del settore dell'auto, ricorda Cianciullo prima di concludere: “Laddove c'è visione e capacità di progettare il futuro, la green economy si presenta come una possibilità di crescita per l'occupazione e per il paese intero, una crescita che non riguarda solo il calcolo della produttività dei settori economici ma che ha anche il pregio di non pesare dal punto di vista ambientale”.

L'immagine di questo articolo è tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente)

Le vacanze migliori? Non in un resort e senza gps

Le vacanze migliori? Non in un resort e senza gpsSono sicuro, ve lo ricordate tutti lo spot di un tour operator che metteva alla berlina i turisti che avevano pensato per conto proprio a organizzarsi le vacanze. Eppure il viaggio più ricco, più denso, più appassionato, è quello improvvisato, magari senza gps, parola di antropologo. “La qualità di un viaggio sta nello scambio, nelle relazioni che si riescono a instaurare con il territorio che si visita e con le culture che si raggiungono. Ma se ci chiudiamo in ghetti dorati controllati da vigilantes, impermeabili ai fermenti della quotidianità e delle culture, allora non facciamo che consumare la nostra vacanza come un prodotto qualsiasi”.

Duccio Canestrini è un antropologo che presta molta attenzione, tra le altre cose, a come cambia l'atteggiamento delle persone e il loro (nostro) rapporto con il viaggio. Dall'Università di Trento, dove insegna, Canestrini porta lo studio dell'antropologia in teatro, con i suoi monologhi multimediali, e in libreria, con titoli che sembrano giocarci un po' (come Andare a quel paese o Non sparate sul turista) ma invece analizzano e raccontano il turismo come un modo e un'attività per vivere relazioni con luoghi e persone, nel rispetto dell'ambiente e delle culture. Alcuni direbbero che esiste una formula per tradurre tutto questo in due parole semplici e che vanno di gran moda: turismo responsabile, o turismo sostenibile. Ma il professore ci invita a non fare confusione con le parole e, per utilizzare quelle che gli sembrano più adeguate, lui ha coniato la definizione di turismo permeabile. “Si tratta semplicemente di usare buon senso – spiega Canestrini – senza farsi prendere dalla fobia per l'ignoto e affidarsi a strutture ricettive a gestione familiare, magari improvvisare, aprirsi e non chiudersi, essere consapevoli che l'alta qualità del viaggio si ha nello scambio e nei rapporti umani”.

Eccola la permeabilità del turismo, quella che otteniamo quando, continua il Canestrini, “il turista si apre alla realtà che incontra senza stereotipi creando una normale relazione umana con la realtà che incontra. Se c'è questa permeabilità, viaggiatore e ospitante si arricchiscono reciprocamente; con i pacchetti preconfezionati non possiamo far altro che consumare la nostra vacanza”. Come accade in posti dove tutto è già predisposto, ogni cosa demandata a un'organizzazione e così, ovunque sei, è sempre lo stesso posto e magari, per arrivarci hai viaggiato chiuso nella tua auto, macinando strada tutta d'un fiato, rimbalzando lo sguardo tra l'asfalto e il gps, mentre una semplice domanda per un’informazione può essere fonte di contatto, spiega Canestrini.

A volte però il turismo si può anche trasformare in una moda, un'occasione per andare in vacanza dai propri modelli di consumo e far finta, magari per una settimana l'anno di essere ecologisti, di avere cura per l'ambiente e di colorare il viaggio con una spennellata di morale a buon prezzo. “Dobbiamo renderci conto – dice Canestrini – che il turismo è un'industria impattante, basta guardare l'Adriatico per capirlo. Quando si parla di turismo sostenibile si usa una definizione che riguarda l'analisi degli impatti ambientali e la pianificazione del turismo sul territorio”. Ecoturismo, o turismo ecologico è una cosa diversa e riguarda le scelte dei viaggiatori che decidono di viaggiare con modalità e comportamenti che siano rispettosi dell'ambiente. “Una volta mi è capitato in California di mangiare pomodori prodotti in maniera assolutamente biologica, erano buonissimi, ma poi ho scoperto che erano coltivati da braccianti messicani sotto pagati e desindacalizzati. In questi casi finisce l'ecologia e inizia un altro discorso. Se anche uno decide di mangiare biologico o di assumere comportamenti particolarmente attenti all'ambiente, anche se solo per due settimane l'anno, sempre meglio che prendere a randellate i delfini come fanno invece su una baia giapponese”.
“Esiste una sorta di coscienza, che magari a volte può essere vissuta con un pò di ipocrisia e non incide su tutti i nostri comportamenti e su tutti i nostri consumi – conclude Duccio Canestrini – ma è la consapevolezza che apparteniamo a una specie molto impattante sul pianeta terra, siamo tanti e stiamo conciando il pianeta molto male. Le scelte non possono essere mai coerenti da ogni punto di vista, ma da qualche parte bisogna partire. Farlo da questa coscienza è molto importante, poi ciascuno la declina nelle maniere che ritiene più opportune”.

L'immagine è tratta dal sito Viaggi e miraggi

“Non ci faremo inghiottire dall'Oceano”. Parla Nasheed l'eroe dell'ambiente

“Non ci faremo inghiottire dall'Oceano”. Parla Nasheed l'eroe dell'ambiente

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È una specie di eroe dell'ambiente, un testimonial della battaglia per la Terra. Mohamed Nasheed, presidente delle Maldive, si è costruito questa fama per il modo in cui parla ai negoziati internazionali, per la tenacia con cui difende l'arcipelago che governa dalle minacce dei cambiamenti climatici. E poi perché non ha paura di fare gesti eclatanti e provocatori se servono a spostare l'attenzione del mondo sui problemi delle Maldive. Come quella volta nell'ottobre 2009, quando decise di svolgere il Consiglio dei Ministri sott'acqua (guarda la galleria di immagini), con tanto di bombole e tute da sub. “Vivremo tutti così tra qualche anno, se non ci muoviamo ora per trovare una soluzione al problema dei cambiamenti climatici”, spiega Nasheed sottolineando quanto grave sia la situazione.

Quarantatré anni, una vita densa di battaglie per la democrazia che gli hanno fatto conoscere il carcere e l'esilio prima di fondare il Maldivian Democratic Party e arrivare a capo del governo; Nasheed è in Italia per attirare l'attenzione di politici e investitori sul suo paese, in cui tra qualche anno, promette, l'energia dovrà essere prodotta solo da fonti rinnovabili. E soprattutto il clima e i cambiamenti climatici a causa dei quali “Il nostro Paese potrebbe non sopravvivere alla fine del prossimo secolo” ha spiegato chiaramente intervenendo al convegno Clima, Energia, Ambiente: come rilanciare il Negoziato Globale” organizzato dal Centro per un Futuro Sostenibile a Roma il 23 giugno.

A causa dell'innalzamento dei mari, infatti, circa sedici isole dell'arcipelago maldiviano dovranno essere sfollate, si vive un metro e mezzo sotto il livello del mare e l'acqua dell'oceano si è infiltrata nelle falde acquifere rendendole salate e inutilizzabili. “La nostra terra ha 5.000 anni – ha detto chiaramente Nasheed – la nostra civiltà oltre 2.000; abbiamo la nostra lingua, la nostra musica, abbiamo farfalle che non esistono in nessun altro posto al mondo: non possiamo sfollare tutto questo. Abbiamo solo un'alternativa: o vivremo o moriremo con la nostra terra”.
Le parole di Anni (è così che gli abitanti delle Maldive chiamano il loro presidente) sono molto accorate e allo stesso tempo lontane dall'intenzione di esprimere lamentele all'Occidente ricco; l'obiettivo, piuttosto, è di incitare tutti a trovare una soluzione, e a trovarla ora, prima che generazioni intere siano condannate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Non è una questione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, qui si tratta di incamminarsi insieme sulla strada della sostenibilità e dello sviluppo low carbon. I mezzi ci sono, abbiamo a disposizione le tecnologie che ci servono: utilizziamole, incita Nasheed: “Solo gli audaci avranno l'opportunità di vincere. Quando abbiamo superato l'età della pietra, non lo abbiamo fatto perché non c'erano più pietre, ma piuttosto perché trovammo una nuova tecnologia, migliore della precedente. Ora dobbiamo fare lo stesso: avviare una nuova rivoluzione tecnologica”.
Sostituite le pietre di cui parla Nasheed con il petrolio e il gioco è fatto, avrete dipinto davanti a voi il quadro dello sviluppo sostenibile per mano del tenace presidente di un piccolo arcipelago che rischia di essere inghiottito dall'Oceano Indiano. Anche di fronte ai rischi e agli effetti drammatici che già si manifestano nelle Maldive come conseguenza dei cambiamenti climatici, la rinuncia e il pessimismo sono parole che non appartengono alla tenacia di uno come Nasheed: “Ho passato molti anni della mia vita in carcere, molti in esilio, ce l'abbiamo sempre fatta e ce la faremo anche ora”.

Le immagini sono tratte dalle pagine del sito del Governo delle Maldive e sono realizzate da Mohamed Ali

Quanti errori sui rifugiati

La grande paura dell’invasione degli immigrati. E invece? Spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, i rifugiati in Italia sono 55mila, meno di un decimo rispetto a quelli in Germania. In occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) AVoiComunicare le ha chiesto di fare chiarezza per conoscere chi sono le persone che arrivano per mare, mettendo a rischio la loro vita, in viaggi che durano anche anni. Sono esseri umani che scappano da guerre e persecuzioni politiche. «Respingerli a largo delle nostre terre – prosegue la Boldrini – ha il solo effetto di rigettarli in situazioni tragiche dalle quali faticosamente cercano di fuggire».

Ma non sarà che chiedere asilo è solo un trucco per arrivare qui e poterci rimanere?
«Macché – risponde la rappresentante delle Nazioni Unite – questa è un’informazione falsa che va combattuta in tutti i modi».

Mario Tozzi risponde al web

Mercoledì 9 giugno 2010 dalle 11 alle 12, Mario Tozzi, è intervenuto su avoicomunicare rispondendo alle domande della rete, per parlare di ambiente a 360°: dallo scenario globale alla scarsa educazione ambientale nell'opinione pubblica italiana, dai problemi energetici e climatici ai recenti disastri ecologici.

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Il pellicano della Louisiana convince più degli scienziati

pellicano352x264.jpgKerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».

Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».

Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».

Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».

È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».

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Salvare la biodiversità (senza chiacchiere)

Salvare la biodiversità (senza chiacchiere)Se la sono vista brutta, gli elefanti africani, fino a qualche decennio fa: ridotti in areali angusti, decimati dai bracconieri per via dell’avorio delle zanne e assassinati dai ricchi signorotti occidentali in cerca di emozioni (si fa per dire) forti. Ma se avessimo visto nella giusta luce questi straordinari animali forse ci saremmo comportati diversamente: gli elefanti festeggiano le nascite e piangono i morti, riconoscono gli individui della loro specie anche a distanza di anni, possiedono una proboscide con 10mila muscoli e un milione di nervi (da esserne orgogliosi almeno quanto la nostra mano) e hanno strategie sociali sofisticate, tanto che nelle arene dei Romani cadevano sempre per ultimi, grazie a come si difendevano in gruppo. Un successo evolutivo, una ricchezza della vita sulla Terra che abbiamo rischiato di distruggere e che è, invece, oggi sulla via della conservazione, perché abbiamo compiuto un passo indietro sul fronte della deforestazione, della caccia e dell’apertura di nuove vie di comunicazione.

Né hanno passato tempi migliori i lupi negli Stati Uniti o le tigri in Siberia o gli orsi in Italia, per non parlare di quelli che non ce l’hanno fatta: il pinguino artico, il dodo delle Mauritius o, solo qualche anno fa, il delfino bianco dello Yangtze. Ma davvero dovrebbe interessarci qualcosa del fatto che un quarto delle specie dei mammiferi sia seriamente minacciato di sparire per sempre dalla faccia del pianeta? La giornata internazionale della biodiversità – cioè dell’insieme di tutti i viventi – mette brutalmente gli uomini moderni di fronte a un problema che li riguarda molto da vicino. Intanto, sebbene sia il “naturale fine” di ogni specie, l’estinzione dei viventi procede oggi a ritmi assai superiori a quelli che hanno preceduto ciascuna delle cinque grandi estinzioni di massa della storia biologica del pianeta. E questo è un fatto nuovo. In secondo luogo, per la prima volta c’è una specie – la nostra – responsabile della crisi o dell’estinzione di tutte le altre: e anche questo non era mai accaduto prima.

Le cause sono ben note, prima fra tutte la riduzione dell’habitat dei viventi non umani, generata dall’espansione incontrollata delle attività e degli insediamenti antropici. A che serve battersi per la sopravvivenza dell’orso marsicano se poi il suo territorio viene continuamente ridotto o degradato? Così il panda maggiore sarà solo un morto vivente, se non ne tuteliamo anche l’intero l’habitat naturale. Poi ci sono gli inquinamenti industriali, cui molte specie si adattano molto peggio dell’uomo, l’avvelenamento dei pesticidi usati in agricoltura, la caccia, decisamente priva di qualsiasi senso nel mondo moderno, e il surriscaldamento climatico in atto.

Ma l’estinzione di una specie è una perdita irreparabile che ci riguarda da vicino: non solo perché, almeno ultimamente, ne siamo responsabili, ma anche perché l’impoverimento della biodiversità porta conseguenze negative soprattutto per l’umanità. E sì, perché ignoranti o smemorati come siamo, non prendiamo in considerazione che molti medicinali, il cibo e perfino l’acqua o l’aria dipendono irrimediabilmente dalla ricchezza della vita: sono almeno 40mila le specie di viventi da cui traiamo quei valori.

L’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità con 57.468 specie animali e 12.000 specie floristiche. Ma molto di questo patrimonio si sta perdendo: attualmente sono a rischio il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi e l’88% dei pesci di acqua dolce. È però anche il paese che consuma più territorio: ogni anno 250mila ettari vengono ricoperti di asfalto o cemento, mentre, per dare un’idea, nel Regno Unito 10mila (quanti la sola Sicilia). Così il nostro paese si dota di una teorica Strategia Nazionale sulla Biodiversità, mentre continua a tagliare risorse e finanziamenti nella pratica. Proteggere la natura restituendole spazio è l’unica strada, il resto è chiacchiera ipocrita che siamo francamente stanchi di sentire.

Mario Tozzi

Foto dall'album Flickr di Keinz1

Ambiente, l’Italia tenga gli occhi aperti

"Inutile gridare al lupo per lo stato di salute della biodiversità in Italia" spiega l’etologo e accademico dei lincei Enrico Alleva. Però il pericolo di un cambiamento c'è e tutti devono vigilare. Il caso dell’invasione dei Cip e Ciop americani e dei pappagalli nei parchi di Roma.

La biodiversità è il nostro futuro

La biodiversità è il nostro futuro , parla Niles EldredgeNiles Eldredge è uno dei più importanti biologi e paleontologi al mondo. Negli anni Settanta insieme a Stephen Jay Gould ha elaborato la "teoria degli equilibri punteggiati", una delle due più celebri teorie neodarwiniane (l'altra è quella del gene egoista di Richard Dawkins). In vista della giornata mondiale dedicata alla biodiversità, Avoicomunicare ha chiesto a Eldredge di rispondere alla domanda: perché la biodiversità è un elemento fondamentale per la sopravvivenza del nostro pianeta? Ecco cosa ci ha risposto.

Con il termine “biodiversità” s'intende l’insieme di tutte le specie viventi in tutti gli ecosistemi sulla Terra. Nè più, nè meno. La biodiversità è creata dall'evoluzione e l'ecologia, ovvero lo studio di come gli animali e le piante vivono in associazioni complesse e ambienti differenti, spiega come la natura si organizza, sopravvive e si estingue ed è nella stessa misura importante per comprendere la stessa varietà dei viventi.

Proprio la riduzione della biodiversità è un tema fondamentale che incombe in questo momento su di noi. Siamo nella sesta estinzione di massa della storia del nostro pianeta. L'unica spiegazione possibile è l'effetto degli esseri umani sul pianeta.
Perché la biodiversità è importante, anzi, vitale per il nostro pianeta? Direi che questa varietà è cruciale per tre ragioni: primo, i servizi “prestati” dell'ecosistema, come l'acqua e l'aria pulite, per esempio, che dipendono dall'esistenza di ecosistemi estesi (nel caso dell'aria e dell'acqua, dalla vita delle piante).

Non solo i grandi ambienti sono importanti, ma anche quelli piccoli o parziali. Mi ricordo quando ho visitato il giardino botanico di Napoli, a due passi da strade trafficate, di auto e di Vespe. Il direttore mi disse che l’aria che stavamo respirando all’interno era più pulita rispetto a quella presente trenta metri più in là, per la strada.
Si tratta di un piccolo esempio per capire quanto la biodiversità sia importante. Siamo creature viventi, anche se le nostre vite appaiano lontane dal mondo naturale, siamo completamente dipendenti dalla biodiversità, appunto dalla estrema varietà delle specie in natura.

C’è un secondo aspetto da considerare. Gli esseri umani “utilizzano” ancora circa 40mila specie di piante, di animali e di microbi. Ci servono da decine di migliaia di anni per fare molte cose: costruire ripari, case, mezzi di trasporto, li usiamo come cibo, come medicine ecc. Non dobbiamo dimenticare che impoverire la biodiversità significa anche impoverire la ricchezza enorme che finora abbiamo avuto a disposizione. I nostri mari si stanno svuotando!
Il terzo aspetto per cui importa preservare la varietà delle specie viventi è la bellezza. C’è un grande accordo sull’innato senso estetico degli esseri umani, un apprezzamento dell’armonia della vita in tutte le sue sfaccettature, al di là dei confini stretti dell’esistenza umana. E credo che anche questa sia una buona ragione per battersi per la difesa dell’ambiente che ci circonda.

Foto di Powi

I popoli della Terra raccontano la Biodiversità

Festival Audiovisivo della Biodiversità Video e testimonianze da tutto il mondo per parlare di biodiversità e raccontare con le immagini un senso comune che tiene insieme esperienze che avvengono in luoghi molto lontani tra loro tra loro: la cura della terra e la salvaguardia della biodiversità come patrimonio culturale comune ai popoli. Questo è il Festival Audiovisivo della Biodiversità (Roma, Auditorium Parco della Musica 20-23 maggio 2010).

Giunto alla settima edizione, il festival era nato nel 2004, spiega Stefano De Angelis, coordinatore della ONG Crocevia che è tra gli ideatori del festival, con l'idea di “mettere in evidenza il legame tra biodiversità, tema dell'alimentazione e soprattutto la partecipazione della società civile ai temi della crisi alimentare.
Infatti, nelle passate edizioni il festival si è sempre svolto in occasione della giornata mondiale dell'alimentazione (16 ottobre). “Notavamo – spiega De Angelis – che quella giornata era un momento di commemorazione riservato ad una élite; allora abbiamo deciso di rompere questo schema con una serie di iniziative tese a coinvolgere la società civile, le associazioni e il mondo contadino. Inoltre avevamo a disposizione la Mediateca delle Terre che raccoglie esperienze e testimonianze di contadini che, da tutto il mondo, ritrovano un terreno comune nella tutela della biodiversità”.

Nata su un doppio binario, l'edizione 2010 si arricchisce di un omaggio all'anno internazionale della Biodiversità, spostando la data al mese di maggio, in collaborazione con Biodiversity International.

“L'idea originale del festival – racconta ancora De Angelis – nasceva dal desiderio di dare voce due aspetti distinti del rapporto tra biodiversità e crisi alimentare: da una parte raccontare le lotte contadine contro le arroganze dell'Agribusiness e delle industrie ogm; dall'altra, testimoniare come tutelando la biodiversità e recuperando risorse locali, gli agricoltori riuscivano a raccontare esperienze di tutela della biodiversità al servizio del cibo”. Un aspetto questo che ha dimensioni culturali che rendono il tema davvero universale. “Da queste testimonianze di vede come esistano punti di contatto tra popoli di parti diverse dal pianeta; dal Vietnam al Chile passando per il mondo occidentale, coloro che hanno un atteggiamento molto attento verso la salvaguardia della biodiversità nel rapporto con la terra, lo fanno tutti seguendo un comune sentimento che riguarda la conservazione della propria cultura e della voglia di continuare a trasmettere valori di sostenibili”, dice De Angelis.

Anticipare a maggio l'edizione di quest'anno ha richiesto un'accelerazione nel lavoro dei volontari (“dalla logistica alla comunicazione e alla promozione, il festival si tiene in piedi grazie al lavoro di volontari” ci tiene a sottolineare il coordinatore di Crocevia). Si temeva che non si sarebbe riusciti a raccogliere abbastanza video e invece: le 18 opere in concorso sono state selezionate tra le oltre 150 arrivate.

“I film in concosrso sono straordinari – ha detto Andrea D'Ambrosio, presidente della giuria – da tutti loro viene fuori una sorta di mosaico su quello che l'uomo ha combinato in questi decenni, ma anche formule e proposte per porre rimedio a questi disastri; penso ad esempio a film come Green, la storia di un orangotango che muore a causa della deforestazione; oppure One Water, film che parla dell'importanza dell'acqua in questo pianeta ed è un 'no' molto forte alla privatizzazione dell'acqua. Film che tutti secondo me dovrebbero vedere su temi che tutti dovrebbero conoscere”.

Gio, 20/05/2010 - 10:35 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Il dirigibile a emissioni zero

solarairship.jpgSembra una specie di ritorno al futuro, uno di quegli esempi in cui ingegneri e inventori colgono un'eredità dal passato e la arricchiscono delle innovazione tecnologiche più all'avanguardia; il risultato è un corto circuito della storia in cui la futura possibile soluzione a un problema presente, nasce da un invenzione vecchia più di un secolo e mezzo. Nel nostro caso parliamo di un dirigibile che, sfruttando anche energia solare, è capace di trasportare carichi pesanti per lunghe distanze, viaggiando ad oltre 10mila metri di altezza senza produrre emissioni nocive all'ambiente.

HSSA è l'acronimo del progetto High Speed Solar Airship (http://www.solarairship.net/), un grande dirigibile lungo un centinaio di metri e largo quasi 70, che si propone come una vera e propria rivoluzione per il trasporto merci, soprattutto per le lunghe distanze. Una delle caratteristiche più innovative è sicuramente costituita dai circa 7mila metri quadrati di pellicola che, distesa sul tetto del pallone, consente di alimentare il motore con energia solare. Il che vuol dire che il futuro del mondo dei trasporti, visto da un dirigibile, ci parla di merci pesanti (fino a sessanta tonnellate a pieno carico) che volano più in alto delle nuvole e da lì, ad una velocità che può raggiungere anche i 275 km orari, spingersi ovunque e, grazie al sistema di atterraggio verticale, arrivare in ogni destinazione, senza alcun bisogno di lunghe piste di atterraggio. Navigando tra i cieli a diecimila metri da terra, il dirigibile schiva le intemperie, si trova in una condizione ideale per il rendimento degli impianti per la produzione di energia rinnovabile (situazione atmosferica luminosa di freddo asciutto), riuscendo a sfruttare al meglio le correnti dei venti proprio là dove l'aria è più rarefatta e oppone minore resistenza.

Questo vuol dire che vedremo, un giorno, le strade liberate da colonne di autotreni e da tutto ciò che ne deriva in termini di inquinamento e consumo di carburanti derivanti dal petrolio? Il discorso tocca uno dei protagonisti principali delle emissioni di gas dannosi per l'ambiente e, di conseguenza, uno dei nodi cruciali per le strategie (tanto politiche quanto d'impresa) che avranno come obiettivo la riduzione di tali emissioni. Tanto per dare qualche numero: il settore dei trasporti è l'unico, nei 15 paesi membri dell'Unione Europea prima dell'allargamento del 2004, è l'unico che in cui le emissioni di gas serra sono aumentate fino a rappresentare il 21% delle emissioni totali calcolate nel 2006 (European Energy Agency n.5/2008 http://www.eea.europa.eu/publications/eea_report_2008_5 ). Delle emissioni prodotte dai trasporti, inoltre, il 93% proviene dal trasporto stradale di merci o persone, quello che si è soliti definire anche come trasporto “su gomma”.

In un simile scenario il dirigibile solare arriverebbe come una vera a propria rivoluzione del trasporto merci: nessun bisogno di carburante, emissioni zero e via le merci dalla strada. Certo il costo potrebbe far venire i brividi; le stime parlano di 5 milioni di dollari americani necessari a mettere in funzione un solo esemplare. Ma la cifra non fa paura agli inventori che ribattono con numeri ai numeri. Facendo ogni calcolo sulla capacità di trasporto, sui costi di manutenzione e il volume di affari che circola oggi sui truck delle strade americane, il risultato è ancora conveniente. Fatte tutte le somme e tutti i confronti, ogni singolo “tir dell'aria” in circolazione potrebbe fruttare fino a 9,4 milioni di dollari l'anno.
Intanto del dirigibile solare non esiste che il progetto e un prototipo realizzato su scala 1:20 e gli inventori si sono messi a caccia di fondi per realizzare il primo vero High Speed Solar Airship, il “tir dell'aria a energia solare”.

Quello che la biodiversità insegnò a Darwin

Foto dall'album Flickr di Colin PurringtonTra pochi giorni si aprirà la settimana della biodiversità. Sara Capogrossi Colognesi (autrice di Evoluzione) spiega le ragioni per cui se Charles Darwin non avesse ragionato sulla biodiversità non avrebbe compreso il funzionamento dell’evoluzione.

Si può dire che è grazie alla biodiversità se oggi sappiamo come funziona l’evoluzione. Charles Darwin, infatti, formulò una teoria convincente sull’origine e il cambiamento delle specie viventi proprio osservando l’incredibile varietà di forme che incontrò nel corso del suo straordinario viaggio intorno al mondo.
Imbarcatosi come naturalista di bordo sul brigantino Beagle, il giovane studioso visitò in lungo e in largo le coste del Sud America, dove poté osservare piante e animali mai visti prima. Dall’analisi e dal confronto di questa biodiversità straordinaria nasce l’idea che esista un collegamento tra le varie specie.
Già i fossili possono raccontarci molto a questo proposito. Darwin raccoglie reperti di animali ormai estinti: come per esempio quei grandi esseri ricoperti da armature simili a enormi armadilli. Procedendo verso sud lungo le coste del Brasile e dell’Argentina, questo genere di osservazioni indica al naturalista inglese che animali molto simili, eppure diversi, sembrano essersi sostituiti l’un l’altro nello spazio e nel tempo.
Ma è alle isole Galapagos che la natura si offre nella sua più rigogliosa e multiforme presentazione. In quell’arcipelago formato da una miriade di piccole isole, a migliaia di chilometri dalla terraferma, Darwin annota sui suoi taccuini le osservazioni su testuggini, fringuelli, lucertole. Colleziona esemplari che si differenziano per la forma del guscio, o la lunghezza del becco. Impara a riconoscere l’isola di provenienza di ogni testuggine dalla semplice osservazione dell’animale. Anche per i fringuelli vale la stessa regola: in ogni isola è individuabile una caratteristica distintiva della specie.
Tornato in patria medita a lungo sulle osservazioni compiute e sull’opportunità di divulgare le proprie ipotesi. Nel frattempo anche altri studiosi stanno viaggiando alla scoperta e alla raccolta di nuove specie. Tra questi, Alfred Wallace, che prima in Brasile e poi nell’arcipelago Malese ha l’occasione di compiere osservazioni simili a quelle di Darwin e a giungere a simili conclusioni.
L’idea che le specie possano cambiare nel tempo non è del tutto nuova. Immergersi in una natura pressoché incontaminata, avere la possibilità di confrontare un’enorme varietà di forme viventi ha però permesso di intuire il meccanismo della selezione naturale, motore fondamentale dell’evoluzione. E’ grazie alla robustezza di una simile teoria che nella seconda metà dell’Ottocento il mondo (e non solo quello scientifico) comincia ad aprirsi all’idea che la biodiversità presente sul nostro pianeta non sia il prodotto stabile e perfetto di un disegno divino, ma invece quello di un processo evolutivo in continuo divenire, di cui ogni essere vivente fa parte (uomo compreso).

Mar, 11/05/2010 - 14:03 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags: