“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo.
Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile.
I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”.
A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli.
Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare.
Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società” Foto di Giorgia Serughetti
Teodoro, Steve,Martin e Justin: quattro giovani studenti africani, pantaloni a zampa e capelli vaporosi, arrivano nella Roma degli anni '70, in piena epoca di contestazioni e battaglie politiche. Vivono, combattono, si divertono come i coetanei italiani. E decidono di restare. Ma l'Italia che hanno conosciuto cambia sotto i loro occhi, diventando ogni giorno più chiusa e intollerante. Abbiamo intervistato il regista Marco Simon Puccioni, autore de Il Colore delle Parole, un documentario che raccoglie ricordi e testimonianze di questi ex studenti che oggi hanno i capelli grigi, vivono in Italia e ne sono osservatori privilegiati
È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro
Si piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.
Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.
“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.
Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".
Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.
Foto di IFRC
Ancora una volta in finale. Come l'anno scorso. I ragazzi della nazionale italiana under 17 di cricket si confermano vincenti, e dopo aver portato a casa, lo scorso anno, il trofeo europeo, quest'anno sono arrivati di nuovo in finale. La squadra è quasi interamente composta da giovani immigrati del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Bangladesh, India e Pakistan). L'anno scorso il presidente della Federazione Italiana Cricket, Simone Gambino, dedicò la vittoria a Bossi. Siamo andati a intervistare lui e i suoi ragazzi a per sentire come ci si sente a essere campioni europei di una nazione in cui molti di loro non sono ancora riconosciuti nemmeno come cittadini.
Due delle discussioni più accalorate degli ultimi mesi sulla nostra pagina di Facebook sono state intorno al velo islamico e all’opportunità o meno del suo divieto nei paesi occidentali (qui un esempio). È un dato curioso che un po’ ci ha sorpreso. In fondo, sono proprio poche le donne che in Italia indossano il velo integrale, quello che copre anche il volto; è raro, rarissimo, vedere in giro per Roma o Milano una signora che indossa il burqa, il velo celeste tipico dell’Afghanistan e che abbiamo imparato a conoscere da qualche anno.
Sull’onda di una multa comminata a una signora velata a Novara oppure dell’approvazione in Belgio e Francia di una legge restrittiva, si riaccende la discussione. Come se fosse un nervo che tutti sentiamo scoperto e come se fosse un tema sul quali ci sentiamo tutti di avere una posizione, un’opinione da difendere. Che può avere le sue ragioni nel senso di giustizia nei confronti di una donna che si giudica oppressa oppure per la paura che può incuterci una persona della quale non si vede il volto o ancora per l’idea che sotto un burqa possa nascondersi un terrorista.
E allora ci si divide. Favorevoli o contrari al divieto che due civilissimi paesi europei hanno imposto di indossare il velo nei luoghi pubblici? A Parigi si approvano multe, addirittura corsi di qualche mese per rivelare alle velate il vero senso del velo che indossano e indurle a toglierselo.
Quel che forse non ricordano – o non ricordano abbastanza – coloro che gridano allo scandalo per i “sarcofagi” oppure per le “prigioni ambulanti” è che non esiste il Velo con la “v” maiuscola. Non solo perché di veli ne esistono di molti tipi, ma anche perché lo stesso pezzo di stoffa può voler dire molte cose diverse per altrettante donne.
La pratica di indossare il velo si estende per migliaia e migliaia di chilometri da ovest a est, tutti quelli nei quali la religione islamica ha rilevanza. E ciò significa dal Marocco sulla via della modernizzazione all’Indonesia tigre asiatica, dalla Turchia laica di Ataturk alle sconfinate pianure della Cina passando per la più grande democrazia al mondo, l’India, nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani.
Di veli ce ne sono molti a seconda delle latitudini (niqab, burqa, hijab, chador ecc.) e molte sono le ragioni per le quali le donne li indossano. È semplicistico e sciocco affermare che sia solo simbolo della sottomissione femminile oppure esclusivamente simbolo religioso. È in alcuni casi certamente questo, altre volte altro, e dipende dai singoli individui, da ragioni a volte anche imperscrutabili, fatte di vincoli culturali, psicologici o chissà cos'altro. Capita che anche nello stesso paese il velo significa per alcune donne una moda e per altre un'abitudine, per altre ancora sottomissione oppure affermazione di un'identità contro l’invasione culturale dell'Occidente. Ripetiamolo, pensare che esista un solo velo e un solo modo di indossarlo è una semplificazione che non aiuta a comprendere quel che capita.
Uno degli argomenti utilizzati a favore del divieto è quello di aiutare l’emancipazione delle donne musulmane dal dominio dei maschi. Uno Stato laico, si sente dire spesso, deve tutelare la donna da una forma di oppressione simbolica e fisica. Ma veramente questa è la strada per raggiungere l’obiettivo? Malgrado ognuno di noi possa esprimere riprovazione per quella pratica, chiediamoci: lo Stato può operare una discriminazione tra i suoi cittadini, per esempio, a partire da uno standard dell’abbigliamento? Al di là delle buone intenzioni, nella motivazione libertaria sembra risuonare la tragica formula “esportare la democrazia” con tutti i danni che ha prodotto. Le scelte autonome di qualcuno sono come la maturità di un ragazzino, non possono essere imposte, sono un percorso che può essere aiutato e incoraggiato e per il quale bisogna sapere attendere.
Foto di See Wah
I cori sugli spalti, ma anche gli insulti in campo, una scrollata di spalle da parte dell’allenatore che fa finta di niente, la diffidenza del compagno di spogliatoio meno incline a condividere i momenti di gioia o di delusione con un giocatore che ha la sua stessa maglia ma non lo stesso colore della pelle. Le forme di razzismo che ogni giorno si consumano in Italia tra i campi di calcio e su altri terreni sportivi sono molteplici. A dispetto di tutto ciò che viene detto ogni giorno sullo sport che gioca contro le differenze e che premia la meritocrazia. E allora succede che un giovane campione come Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi , si sia trovato, nella scorsa stagione del campionato di Serie A, al centro di una campagna razzista tanto più enfatizzata dal suo carattere impulsivo e dal non avere mai accettato una situazione per lui insostenibile. Situazione perfettamente disegnata anche nella prima biografia non autorizzata che Giancarlo Dotto e Raffaele Panizza hanno dedicato al calciatore interista e che è da qualche giorno in libreria con un titolo inequivolcabile: Negrazzurro (Aliberti)
“Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre nella Nazionale italiana”. Su questo Super Mario non ha mai avuto dubbi. Eppure non la pensano così gli spicchi bianconeri, giallorossi o viola, poco importa di che fede calcistica, che dalle curve lo insultano ogni volta che scende in campo. O, peggio ancora, quelli che hanno fortemente sostenuto che uno come Balotelli in Nazionale non c’entrava proprio niente. Il colore della pelle, ancora una volta, diventa uno dei modi peggiori per misurare quanto sia indietro l’Italia in tema di cultura sportiva e non solo. “Purtroppo in Italia c’è una storia che nessuno vuole raccontare: la storia dei neri italiani”, spiega Mauro Valeri, sociologo e autore di Che razza di tifo (Donzelli, 208 pp., 17 €). “E’ una storia che andrebbe riesumata, e i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbero un’ottima occasione. Ci sono italiani neri che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, restando anche uccisi dai nazifascisti, come Giorgio Marincola o Alessandro Sinigaglia. C’è stato un pugile campione europeo dei pesi medi, titolo vinto nel 1928 da Leone Jacovacci”.
Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare che a Pechino c’erano ben 8 “neri italiani”, tutti impegnati nell’atletica. E che di calciatori, e sportivi in genere, con un colore della pelle più scuro ma con cittadinanza italiana come Balotelli, presto ce ne saranno molti altri. Continua Valeri: “I tifosi se la prendono con Balotelli non soltanto perché è forte, ma anche perché è un italiano nero, accusato dai razzisti anche del fatto che non ha “sangue italiano”, cioè ha entrambi i genitori stranieri, elemento questo che per molti è una sorta di condanna a vita. Quando esordirà in Nazionale sarà il primo figlio di migranti a farlo. E il fatto che questo avvenga dopo centodieci anni dalla fondazione della Figc la dice lunga di quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi, ma anche di quanto lo sia il mondo del calcio”. L’elemento diverso, in questa situazione, è che al contrario di molti suoi colleghi che in un passato recente o ancora oggi evitano di ribellarsi contro il razzismo degli spalti e da spogliatoio, Balotelli si volta verso la curva e fa una linguaccia, ma soprattutto non tace: “La sua generazione è fatta di atleti che non ci stanno a rimanere sempre sulla soglia della porta soltanto perché, pur essendo nati e cresciuti in Italia, per una astorica legge sulla cittadinanza, almeno fino a 18 anni sono considerati a tutti gli effetti stranieri. E’ come se il loro amore non venisse corrisposto”.
Il problema è tutto italiano, in quanto da noi c’è una legge sulla cittadinanza molto restrittiva, e la nostra Federazione non è ancora molto attenta o sensibile a questi temi. Basti pensare alla Germania, grande protagonista dei Mondiali sudafricani con la sua nazionale che ha convocato ben 11 di quelli che da noi sarebbero stranieri, e invece sono considerati cittadini a tutti gli effetti. “La Germania ai Mondiali ha dimostrato tutto il suo valore “multietnico”, e questo è il risultato anche di una radicale modificazione della legge sulla cittadinanza che da qualche anno non si basa più sul “sangue” (come in Italia), ma sul suolo (è cittadino chi nasce in quel paese). In Italia invece il figlio di un migrante tendenzialmente non fa sport perché sa che non può rappresentare un futuro “lavorativo”, in Germania invece lo è. E, nel caso italiano, stiamo parlando di oltre 800 mila minori!”.
Le politiche di repressione contro il razzismo negli stadi, rinforzate negli ultimi anni, non hanno ottenuto granché. Il fenomeno è tanto più presente quanto subdolamente innescabile nell’inconscio di tutti coloro che ancora si identificano in un colore piuttosto che una nazione. Come al solito, un ruolo importante potrebbe essere assegnato alle scuole. Conclude Valeri: “Nelle scuole calcio, ad esempio, si dovrebbe insegnare non solo il dribbling ma anche il codice sportivo, che ribadisce che chi vuole giocare a calcio, o fare l’allenatore non può essere razzista. Le società dovrebbero anche avere più coraggio a rompere definitivamente i legami di ricatto che debbono subire da parte di alcune frange di tifosi che hanno fatto delle curve veri e propri business. Che molti di questi ricattatori siano anche razzisti è un elemento che dovrebbe far riflettere. In dieci anni le Leghe calcistiche hanno ricevuto ben 3 milioni di euro dalle multe ai club per episodi di razzismo. Se fossero stati investiti in programmi antirazzisti molto probabilmente avrebbero prodotto qualche buon risultato”.
Foto di Cesc89
Se la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”.
E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”.
Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone.
Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia.
Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.
Foto ufficiali della White House
È arrivato in Italia scappando dal suo paese, l’Etiopia, e qui ha trovato una nuova vita. Dagmawi Yimer, come tanti, è sbarcato a Lampedusa dopo un viaggio d’inferno attraverso il Sahara e il Mediterraneo. «Era il 30 luglio 2006», ripete Dag (così lo chiamano tutti) come se fosse la data di nascita.
Dopo qualche mese in Sicilia, ha ottenuto lo status di rifugiato politico ed è riuscito a costruirsi un presente e un futuro a Roma dove realizza da qualche anno documentari (come Come un uomo sulla terra e il recente C.A.R.A. Italia sui centri di accoglienza per i richiedenti asilo) e film per mostrare non solo a noi il drammatico viaggio che migliaia di persone fanno per arrivare in Europa ma anche per raccontare una storia fortunata come la sua. Da qualche mese abita alla Garbatella, quartiere popolare di Roma.
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“Ci rubano il lavoro, rendono le nostre strade insicure, mettono in discussione certezze e tradizioni religiose a cui non vogliamo assolutamente rinunciare”. Ma anche: “Non hanno voglia di lavorare, le donne si vestono in maniera strana, è impossibile comunicare con loro”. Questi e altri luoghi comuni circondano l’idea di immigrato in Italia, e affermazioni del genere sono pane quotidiano sia nelle conversazioni al supermercato che in Parlamento. Quando invece l’unica parola che dovremmo dire, se consapevoli dei dati reali sull’immigrazione, è Grazie. Che non a caso è il titolo dell’interessante inchiesta di Riccardo Staglianò, pubblicata da Chiarelettere. Sottotitolo: Ecco perché senza immigrati saremmo perduti. Un lungo viaggio in Italia, dalla Sicilia al Trentino, per dimostrare quanto gli stereotipi a cui spesso agganciamo le nostre opinioni siano fragili e pericolosi.
Perché dovremmo dire Grazie agli immigrati?
Perché in una quantità di settori essenziali della nostra economia e della nostra società, sono ormai maggioranza. Senza di loro, letteralmente, si fermerebbero pezzi indispensabili del Paese. Dalle badanti alla babysitter, dagli addetti alle pulizie a quelli delle fonderie.
A chi fa comodo ignorare questo loro ruolo fondamentale?
Viviamo in un Paese dove va in scena la sistematica scomparsa dei fatti. La Lega ha fatto della paura dell'altro il suo mantra elettorale. Gli imprenditori leghisti conoscono alla perfezione la realtà, e sono grati ai loro dipendenti stranieri, ma i politici raccontano la storia che fa più presa sull’oncia dell'elettorato spaventato, ovvero dell'invasione degli immigrati. Peccato che, in realtà, abbiamo una delle quote più basse d'Europa di immigrati.
Dati quotidiani (gli ultimi, del Censis, affermano che il 77% degli immigrati ha un lavoro regolare, e quasi il 50% di loro è a tempo indeterminato) contraddicono l’idea di uno straniero che contribuisce notevolmente al reddito del paese. Perché non viene detto più spesso?
La cosa sorprendente in questi ultimi dati è che ci sorprendano. Nel libro cito il rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia in cui si dice chiaramente che non c'è alcuna sovrapposizione tra i lavori che fanno loro e quelli che facciamo noi. Eppure, a forza di sostenere il contrario, la gente ci crede. Tantopiù in periodi di crisi come quello odierno.
Alle scorse elezioni si è parlato di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti. Quali saranno gli ostacoli più duri da affrontare per giungere a questa conquista? Lei come pensa che potrebbero cambiare le cose concedendo loro il voto?
Con il tempo che fa - penso all'abominevole reato di clandestinità, che ha come unico effetto quello di consegnare gli irregolari alla criminalità organizzata, e ai respingimenti - credo che non sia affatto un traguardo vicino. Ma dal momento che pagano le tasse perché non dovrebbero votare, almeno amministrativamente?
Un articolo recente di The Atlantic affermava provocatoriamente che dobbiamo accogliere gli immigrati quantomeno per debito karmico: tutti i paesi, dopotutto, hanno avuto i loro immigrati. Che ne pensa?
Dico che in America, dove ho vissuto, indiani e cinesi diventano ministri e capi di importanti società. Questo è assolutamente impensabile in Italia. Quanto al debito karmico, mi sembra che la nostra amnesia rispetto al nostro passato recente sia sorprendente. Da come ci comportiamo sembra che la più grande migrazione del XX secolo, quella che ha riguardato 30 milioni di persone in giro per il mondo con valigie di cartone, abbia riguardato qualcun altro. E invece...
Durante il suo viaggio ha parlato con molti immigrati. Cosa le hanno raccontato?
È gente poco sentimentale, quindi grata all'Italia che, pur impegnandosi a metter loro i bastoni tra le ruote, garantisce stipendi migliori che in patria. La lamentela più frequente è quella del permesso di soggiorno, questa spada di Damocle sotto la quale vivono costantemente. E i cui tempi sono diventati così lunghi da diventare ormai arbitrio.
E’ ottimista rispetto al fatto che un giorno riconosceremo a queste persone ciò che gli spetta?
Non particolarmente. La nostra è una società spaventata e quindi egoista. Bisogna fare un'opera illuministica seria. Contro lo spavento ribadire che si tratta di numeri ben diversi da quelli messi in giro dalla propaganda governativa. Contro l'egoismo dare i numeri veri che dicono che gli immigrati producono il 10% del Pil e ci pagano le pensioni. È quello che ho provato a fare con questo libro.
Foto di Cendino Temè
La grande paura dell’invasione degli immigrati. E invece? Spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, i rifugiati in Italia sono 55mila, meno di un decimo rispetto a quelli in Germania. In occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) AVoiComunicare le ha chiesto di fare chiarezza per conoscere chi sono le persone che arrivano per mare, mettendo a rischio la loro vita, in viaggi che durano anche anni. Sono esseri umani che scappano da guerre e persecuzioni politiche. «Respingerli a largo delle nostre terre – prosegue la Boldrini – ha il solo effetto di rigettarli in situazioni tragiche dalle quali faticosamente cercano di fuggire».
Ma non sarà che chiedere asilo è solo un trucco per arrivare qui e poterci rimanere? «Macché – risponde la rappresentante delle Nazioni Unite – questa è un’informazione falsa che va combattuta in tutti i modi».
"Ero a Dehli quando Rajiv Gandhi fu assassinato. Mi commosse l’immagine di Sonia, così sola e disperata, con la sua vita che andava in fumo insieme alle ceneri del marito”. Un’immagine, quella di una donna circondata da una folla enorme eppure totalmente isolata, che tormenterà per anni lo scrittore spagnolo Javier Moro. L’idea di seguire le tracce di una delle donne più potenti al mondo lo porta a scrivere Il Sari Rosso (Il Saggiatore, 585 pagg.), una biografia molto documentata che è anche la storia di una saga familiare, quella dei Nehru-Gandhi, la più potente famiglia indiana negli ultimi 100 anni. “E naturalmente non potevo dimenticare che la storia di Sonia parte dall’Italia, il paese in cui è nata e in cui ha vissuto per i suoi primi 18 anni” racconta Moro, che ha viaggiato attraverso tutti i luoghi in cui Sonia ha vissuto. Perché se è vero che il mondo intero conosce la vedova di Rajiv Gandhi, la nuora più amata di Indira, la fiera Sonia che oggi è a capo del Partito del Congresso Indiano (Inc), in pochissimi sanno che la stessa donna è nata a Lusiana, in provincia di Vicenza, si chiamava Sonia Maino e ha vissuto fino all’età di 18 anni a Orbassolo (To) con i genitori.
Un viaggio studio a Cambridge, nel 1965, e l’incontro con l’affascinante Rajiv, figlio della carismatica Indira, le cambierà la vità per sempre. E dal suo matrimonio con l’erede della dinastia indiana (“matrimonio ostacolato dalla famiglia di Sonia che non capiva, non si capacitava di una scelta che l’avrebbe allontanata per sempre dal suo paese”) Sonia Maino non esisterà più. Al suo posto nasce Sonia Gandhi, moglie devota prima e politica dal forte appeal in seguito. “Nel 2004 questa donna nata in Europa, una figura timida e sempre vissuta all’ombra prima della suocera e poi del marito, vince le elezioni e si converte da casalinga a terza donna più potente al mondo, la più importante figura femminile dell’Asia intera”. Sonia a un certo punta inizia a vestirsi solo in saree, l’abito tradizionale delle donne indiane, per evidenziare a un popolo sempre pronto ad attaccarla per le sue origini straniere che lei, con l’Italia, non ha più legami.
“E’ arrivata perfino a negare di ricordare ancora qualche parola di italiano” dice Moro. “Cosa che è praticamente impossibile, visto che fino a 18 anni ha vissuto in Italia. Per non parlare di voci non ufficiali ma molto accreditate che le attribuiscono viaggi periodici nel suo paese d’origine per visite alla famiglia”. Certo, va capito che per Sonia non dev’essere stato facile: cosa fare quando, dopo la morte del marito, è straniera nello stesso paese in cui ha scelto di vivere per amore? Decisa a portare avanti la dinastia (oggi, dopo le elezioni del 2009, al potere c’è il figlio Rahul), adorata come una dea dal popolo indiano, Sonia cerca di far dimenticare in ogni modo qualsiasi dettaglio che possa mettere in discussione la sua dedizione alla nazione. Ed è questo il motivo per cui le autorità indiane e l’entourage di legali che circondano Sonia stanno facendo di tutto per ostacolare una pubblicazione del libro in India: “Si tratta di un paese molto suggestionabile, e l’idea che la loro dea non sia completamente indiana non è contemplata. I legali vogliono che io dichiari che il libro è un’opera di fantasia: ma come si fa a dire che ho inventato la storia di personaggi pubblici così importanti?”.
I passaggi non ben visti dal partito del congresso sono sicuramente quelli che riguardano le origini umili di Sonia (suo padre era allevatore di mucche, una professione che in India è svolta dalle caste più basse). Ma anche e soprattutto le ricostruzioni di Moro del periodo in cui Sonia avrebbe fatto pressioni sul proprio marito Rajiv perché lasciassero l'India e andassero a vivere in Italia dopo la sonora sconfitta elettorale rimediata da Indira Gandhi nel 1977. Una debolezza che, se rivelata, minerebbe moltissimo la credibilità di questa donna di potere. E che diminuirebbe le chance che, un giorno, suo figlio Rahul diventi primo ministro, la quarta generazione di Nehru-Gandhi al potere.
Foto di Pressbrief.in
Un’italiana vince per la prima volta un torneo di tennis straordinario come il Roland Garros a Parigi e molti commenti, in rete ma non solo, sono sull’estetica della campionessa Francesca Schiavone. Sarebbe capitato lo stesso se avesse vinto un atleta maschio?
Lorella Zanardo è l’autrice del documentario Il corpo delle donne, un caso per il web in Italia, nel quale in qualche decina di minuti offre uno spaccato inquietante dell’uso del corpo di donne e ragazzine in televisione. Al documentario è seguito il libro, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 208 pagg.), in cui si passa dalla denuncia alle proposte di strumenti per essere consapevoli di ciò che guardiamo in tv.
Per Avoicomunicare le abbiamo chiesto di commentare la trasformazione che anche lo sport sta vivendo: la tv vuole certo grandi atlete ma che siano anche belle, prorompenti, sexy. Non solo atlete ma donne-immagine.
Ora è in Sud Africa, gioca con la maglia azzurra della Nazionale, ma tifa per la Nuova Zelanda almeno un po'. Kaine Robertson gioca per l'Italia di rugby in tourné in questi giorni tra Città del Capo e Johannesburg. In questa intervista, si dichiara immigrato contento nella Pianura padana anche se gli manca il mare. Non sopporta il razzismo e i calciatori che si buttano (e gli elettricisti che arrivano in ritardo). Alla vigilia del match tra Italia e All Whites, un tifoso particolare col cuore diviso in due.
Lo volevano morto per le sue inchieste, ma Tarun Tejpal ha resistito e ha vinto la sua battaglia per la trasparenza e per il giornalismo libero. Editore della rivista Tehelka e scrittore è uno dei cinquanta uomini che cambieranno il futuro dell'Asia secondo Business Weekly.
Intervista in inglese
Sumaya Abdel Qader racconta il suo e il nostro paese che si preoccupa del burqa e non riesce a integrare gli immigrati.
È appena tornata da un breve viaggio, Igiaba Scego, un viaggio a Palermo “dove sono andata per lavoro, ma che mi ha fatto scoprire una città splendida, piena di storia”. Giornalista (collabora con L’Unità, Il Manifesto, Carta, Internazionale), autrice di successo (il suo ultimo libro, Oltre Babilonia, ne ha mostrato l’abilità nel raccontare, attraverso il linguaggio, la ricchezza culturale di chi pur nato in Italia ha origini in paesi lontani), definisce in maniera molto efficace se stessa come “somala di origine, italiana per vocazione”. Perché Igiaba è nata a Roma da genitori somali espatriati nel 1969 dopo il golpe di Siad Barre. Italiana di seconda generazione, da sempre si occupa del delicato equilibrio tra le sue due realtà culturali di appartenenza, senza che mai l’una prevalga sull’altra. Parlare con lei, anche quando è stanca per un lungo viaggio, vuol dire venire travolti dal suo entusiasmo. E dall’ottimismo per niente melenso con cui ragiona sulla situazione di quelli che, come lei, sono nati in Italia e amano questo paese, con tutte le contraddizioni che questo amore comporta. Con un forte accento romano e le parole che scorrono veloci, Igiaba ci spiega innanzitutto cosa vuol dire secondo lei essere italiani oggi.
Significa, nella mia rappresentazione ideale, avere la libertà di essere come si vuole, nel senso positivo del termine. Se venisse finalmente accettata, metabolizzata l’idea che è possibile essere italiani eppure avere un colore diverso dal bianco, una religione diversa dal cattolicesimo, parlare bene l’italiano ma avere anche un’altra madrelingua, sarebbe bellissimo.
E invece?
E invece succede che ancora siamo fermi a un’idea stereotipata di cosa voglia dire essere italiani. Io sono un’ “italiana differente”. Cosa c’è di strano? Sono nata qui, questo è il mio paese. Si può essere italiani di colori diversi. La cosa molto triste è che oggi la parola “italiano” viene usata per dividere, per mettere paletti, accentuare divisioni. Acquista un’accezione d’odio. Ecco, io inizierei con il ridare significato di gioia e condivisione alla parola Italiano. Soprattutto se penso che l’Italia è un paese così bello proprio perché dal Nord al Sud si passa attraverso mille differenze. Da Pordenone a Palermo non ci sono solo molti km, ma culture e punti di riferimento diversi. Eppure è sempre Italia, no?
Quali sono le cause di questa divisione?
Sicuramente un opportunismo politico che non riflette la vera natura del paese in cui viviamo. Le divisioni, purtroppo, fanno guadagnare voti. Ma se poi pensi alla realtà italiana, capisci che la gente non è così drasticamente favorevole ai respingimenti, alla chiusura. Anche perché in questo modo è l’Italia a perderci, a impoverirsi. E proprio in quanto paese che ha conosciuto l’immigrazione, potremmo fare la differenza, in Europa.
Quanto conta il coinvolgimento politico degli italiani che, come lei, appartengono alla cosiddetta seconda generazione?
Moltissimo, ovviamente. Prima delle ultime elezioni alcuni rappresentanti di partito hanno riparlato della concessione del voto agli immigrati, almeno alle amministrative. Un tema che prima o poi, bisogna capirlo, dovrà entrare in agenda. Non si può continuare a non considerare una grossa fetta di popolazione che è sul territorio da molto tempo ed è attiva sia socialmente che economicamente.
Ma di fronte allo strapotere di un’informazione molto omologata e anche piuttosto silenziosa rispetto a certi temi, che strumenti ci rimangono?
Quello dell’informazione è un ruolo fondamentale, importantissimo. E se è vero che molta gente guarda la tv e che la tv parla sempre delle stesse cose, questo non vuol dire che bisogna cedere o rassegnarsi. Anzi. Quello che succede è che dell’Italia, quella vera, oggi si parla poco e male. Sembra che la narrazione sia ferma agli anni ’50, e non in senso positivo. Allora almeno c’era il boom economico, la voglia di crescere. Attraverso lo schermo passa invece un’Italia becera, meschina, e soprattutto ferma. Quello che dobbiamo fare, in quanto italiani orgogliosi di essere tali, è sbloccare questa situazione. Raccontare la verità. Che non è quella delle fiction in cui si parla di famiglie felici, ma di un paese in cui invece gli aiuti alle famiglie non sono sufficienti.
E lei, personalmente, cosa spera?
Spero in un’Italia che, un giorno, ritroverà nell’incontro tra le lingue diverse nel suo territorio la ricchezza della contaminazione. Un’Italia riscritta, raccontata daccapo. La stessa per cui molti hanno dato la vita.
Foto di Marco Cinque
Khalid Chaouki, l’autore di questo articolo, è nato a Casablanca (Marocco) nel 1983. È stato presidente dei giovani musulmani in Italia ed è, ora, cittadino del nostro paese. Ha fondato il sito di informazione minareti.it.
È una realtà che non si può negare. I nuovi italiani, figli di immigrati e componenti della cosiddetta seconda generazione hanno un senso di appartenenza e di legame con il loro nuovo Paese, l’Italia che talvolta supera quello degli autoctoni. Ragazzi e ragazze che amano l’Italia, la sentono propria e faticano persino a criticarla per una legge ingiusta che impone alla maggioranza di loro uno status di immigrato e non ancora di cittadino a tutti gli effetti.
La generazione dei nuovi cittadini di fatto oggi è un grandissimo elemento di novità in una società che si guarda allo specchio sempre più invecchiata, priva di forti stimoli ideali e soprattutto con poco slancio verso il futuro.
In questo contesto che purtroppo caratterizza il nostro Paese, la presenza di una generazione di ragazzi figli di un’immigrazione povera e precaria e che hanno una gran voglia di sfidare il destino a loro prescritto può determinare un fattore di dinamicità straordinario sia tra la generazione dei coetanei che a livello sociale più ampio.
Ma per far sì che questa grande risorsa per l’Italia, la seconda generazione di figli di immigrati, rappresenti davvero una marcia in più occorre in primis darle riconoscimento, cittadinanza. Una cittadinanza che migliaia di giovani già vivono nei fatti e nella loro quotidianità. Vivono quando si commuovono per i gol della nazionale, ascoltando l’inno d’Italia o guardando i volti dei famigliari dei militari uccisi in Afghanistan. Una cittadinanza loro negata quotidianamente sui media italiani, dove il bell’esempio non fa notizia e l’immigrato è sempre e solo il delinquente di turno. Ma nonostante questo, è sorprendente come questi ragazzi con i loro gesti, le loro storie personali e la silenziosa ricerca di una loro identità plurale ed equilibrata rispondano a questa difficile realtà urlando la loro italianità.
Un’italianità nuova, che può solo far bene ad un’Italia che si è dimenticata di essere patria di grandi migrazioni e contaminazioni e che, grazie a questa nuova presenza, finalmente ha una nuova occasione per rilanciarsi e divenire così terreno fertile per un’inedita via italiana alla convivenza.
I nuovi italiani sognano un giorno di sentirsi chiedere il loro nome prima della provenienza e la loro professione prima della religione. Non sarà un percorso rapido e facile, ma salvo incidenti di percorso eccezionali, la storia sarà questa. E i bambini già ce lo dimostrano pensandosi ormai figli di un’unica nazione.
La novità più importante che porteranno i nuovi cittadini sarà la grande voglia di partecipazione. La ricerca di una propria realizzazione e di uno spazio di riconoscimento e riscatto nel servizio degli altri. L’impegno nelle associazioni di volontariato, nel sindacato dei lavoratori, nei partiti politici. Questa sarà la vera svolta nel futuro più imminente del belpaese. Emergeranno leaders donne e uomini capaci di iniettare segnali di speranza e progetti di unità. Ma soprattutto emergerà una nuova generazione che è figlia della Costituzione e dell’Italia unita. Due valori che i nuovi cittadini sentono fortemente, quasi ad esserne davvero gelosi. Gelosi di una cittadinanza difficilmente guadagnata, di cui conoscono il valore e che nessuna propaganda politica può ormai intaccare. Questi sono i figli della nuova Italia. Nuovi cittadini per una nuova Italia.
Foto di erling
Conosciamo il loro nome di battesimo (quello vero? Chissà). Il numero di telefono presso cui rintracciarle, per chiedere loro di passare anche in farmacia o a fare la spesa, o di fermarsi qualche ora in più. Del resto non conosciamo niente, a malapena sappiamo da dove realmente arrivino (Ucraina? Romania? Dopotutto non è più o meno la stessa cosa?). E mentre il nostro è diventato nemmeno troppo lentamente un paese di vecchi, le badanti che si prendono cura di loro sono aumentate. Definite assistenti familiari (e d’altronde sono delle vere risorse in famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano e non hanno tempo e possibilità di occuparsi dei genitori), in Italia la loro presenza è ormai oltre il milione. Dati relativi, se pensiamo che molte di loro lavorano in nero, senza un contratto che ne regolarizzi la presenza e i diritti.
Affidiamo loro le chiavi di casa, ma cosa sappiamo della loro vita, di quello che cercano, di come sono arrivate qui e soprattutto di cosa hanno lasciato?
“Si tratta di donne che nei loro paesi hanno aspettative di stipendio molto basse, pur essendo nella maggior parte dei casi laureate”, spiega Francesco Vietti, dottorando in Migrazioni e processi interculturali presso l’Università di Torino e autore de Il Paese della badanti (Meltemi editore). Una ricerca che lo ha portato fino a Pirlita, piccolo villaggio natale di Nadia, insegnante con una laurea alle spalle e il sogno sfumato di una carriera universitaria. “Nadia ha lasciato casa sua, i figli, il marito. Per lavorare in Italia. Quello che ho potuto osservare da vicino è cosa succede in un paese in cui le donne partono per lavoro. Nascono nuove necessità, dei veri e proprio processi di ristrutturazione sociale proprio in funzione di queste partenze”.
Le donne partono, mandando a casa molti soldi in rimesse e bilanciando con questo denaro una situazione che non sempre è facile gestire. “Pensiamo ai figli di queste madri transnazionali. Hanno i giocattoli più belli, diventano dei leader perché riescono a ottenere prodotti che gli altri bambini sognano. Ma al tempo stesso vivono con le madri un rapporto fatto di email e telefonate, in cui il più delle volte si accantonano le questioni sentimentali e vengono fatte delle precise richieste economiche”. Facendo sentire queste donne dei bancomat, e aumentando il doppio senso di alienazione che provano: lontane e non comprese nel contesto da cui provengono ma anche in quello in cui lavorano. “Le famiglie diventano allargate, nei paesi si cerca di venirsi incontro perché l’assenza delle donne non destabilizzi del tutto gli equilibri. E non sempre le donne che hanno scelto di emigrare vengono capite e appoggiate socialmente”. Le suocere e le madri, appartenenti a un’altra generazione, biasimano la loro scelta, giudicandola come una fuga.
“Ogni migrante in partenza o appena arrivata in Italia dichiara di volerci restare poco per guadagnare e poter migliorare le condizioni della sua famiglia. Poi però le esigenze mutano, crescono i bisogni di figli e mariti lasciati a casa. E molte di loro, più che pensare al ricongiungimento familiare, si legano a nuovi affetti”. Forse anche per non soffrire di solitudine. O per non ammalarsi della cosiddetta Sindrome Italiana. “Una forma di depressione di cui si parla molto nei media dell’est europeo. Uno stato d’animo che viene enfatizzato dalla clausura nelle case in cui si lavora, dalla difficoltà a creare dei rapporti con la gente del posto, dall’autoghettizzazione”.
Dequalificate professionalmente, non messe nella condizione di integrarsi perfettamente, sognano una vita migliore e qualcuno a cui raccontarlo. Si ritrovano nelle piazze e sulle panchine, unici posti in cui incontrarsi con le connazionali per chiacchierare e far passare il tempo. Le cosiddette piazze delle badanti, individuabili ormai in ogni città italiana. E uniche occasioni in cui queste donne, invisibili per la stessa natura della loro condizione e del loro lavoro, si diventano persone.
Foto di Polafol