
“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?” chiede la Natura all’Islandese. “Quando io vi offendo in qualunque modo [...] io non me n'avveggo, [...]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E [...] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
Questo passo della più celebre delle Operette morali di Giacomo Leopardi ben si addice all’incredibile e catastrofico inizio di 2010. Dopo il terremoto che messo in ginocchio Haiti, negli ultimi giorni la furia della natura ha sconvolto l’Europa Occidentale (la “tempesta perfetta” Xynthia) e il Cile, dove scosse di terremoto violentissime (fino a 8,8 gradi della scala Richter) hanno causato centinaia di morti.
Sarebbe ingenuo e fatalista, nonché privo di ogni fondamento scientifico, dire che quanto avvenuto nelle scorse settimane è la risposta della Terra ai maltrattamenti dell’uomo; ma se per terremoti, tsunami e uragani non ci si può che appellare alla clemenza di Madre Natura, per molte altre catastrofi dobbiamo criticare solo noi stessi.
Pensiamo alle vittime dei crolli di edifici costruiti senza seguire i dovuti criteri anti-sismici; o alle decine di paesi e villaggi sommersi da frane e smottamenti, causati dal disboscamento e dalla conseguente mancanza di “argini naturali”. Per non parlare di veri e propri atti criminali come il rovesciamento di tonnellate di idrocarburi nelle acque dei fiumi, causa dell’inquinamento di falde acquifere, acquedotti ed interi ecosistemi protetti.
Il delicato rapporto tra uomo e Terra appare quindi sempre più in bilico, ma noi stiamo facendo il possibile per “meritarci” il nostro spazio?
A poco più di un mese dall’immane tragedia che ha colpito l’isola di Haiti, come procedono i soccorsi? Molte sono le organizzazioni impegnate, come ad esempio quelle del network AGIRE, in prima linea da subito e ora impegnate non solo nella raccolta fondi, ma anche nel realizzare progetti per il medio e lungo termine.
Save the Children è impegnata con più di 200 persone ad Haiti, e il direttore generale Valerio Neri ci racconta cosa stanno facendo nello specifico: ci sono centinaia di bambini haitiani, orfani o abbandonati, che necessitano di cure e di protezione dal rischio di adozioni illegali.

L’Irlanda del Nord è uno stato complesso, nel quale convivono due comunità differenti. Da un lato gli unionisti, principalmente protestanti, dall’altro i nazionalisti, a maggioranza cattolica.
Due comunità protagoniste di una difficile convivenza fin dal 1920, anno in cui, con il Government of Ireland Act, l’isola fu divisa in due parti.
Dal 1998, anno del Good Friday, che segnò una tregua agli scontri tra il governo britannico e la popolazione di origine irlandese, la situazione è nettamente migliorata e gli scontri violenti sono diminuiti. Ma i passi verso una migliore convivenza continuano e, ad aprile, un nuovo accordo tra il governo britannico ed il Sinn Fein, partito irlandese che si impegna per l’indipendenza dal Regno Unito segnerà una nuova tappa verso un clima più disteso.
Ma l’Irlanda del Nord non è il solo Paese in cui convivono popolazioni con tradizioni, religioni e culture diverse.
Il caso più noto è Gerusalemme, città nella quale ogni giorno il contatto tra palestinesi ed israeliani è sempre più difficile.
Current ha realizzato un reportage che mostra scene relative agli ultimi scontri avvenuti nella città, all’interno dello speciale sui diritti umani che va in onda ogni martedì. Roberta Zunini è andata, infatti, a Gerusalemme est per sperimentare sul campo le difficoltà della vita quotidiana nella città contesa tra le due etnie.

Prosegue fino al 28 febbraio 2010 la raccolta di fondi per sostenere le popolazioni colpite dal gravissimo terremoto ad Haiti. Contribuisci inviando un SMS o con una telefonata al 48541.
I risultati sin qui ottenuti sono estremamente positivi, a testimonianza del grande impegno profuso da tutti: alle ore 10 dell’1 febbraio, dopo circa due settimane, erano stati raccolti oltre 10.600.000 euro attraverso il numero solidale. Mentre ad Haiti sono in pieno svolgimento gli interventi di emergenza, serve ancora tutto il sostegno possibile. Dopo scrupolose analisi dei bisogni e riunioni di coordinamento con le Nazioni Unite e le altre organizzazioni presenti sul terreno, le ONG di AGIRE cominciano inoltre a pianificare gli interventi di medio e lungo periodo e a pensare ai programmi di ricostruzione.
Per consentire ai propri clienti di continuare ad aderire all’appello lanciato da AGIRE con il Ministero degli Esteri per l'emergenza Haiti, Telecom Italia terrà quindi aperto il numero sulle proprie reti fino a fine mese.
Sono circa 450 gli operatori umanitari delle 9 organizzazioni di AGIRE (Actionaid, CESVI, CISP, COOPI, GVC, Intersos, Save the Children, Terre des Hommes e VIS), operative nelle zone colpite dal terremoto. 30 di loro sono italiani. I programmi di prima emergenza sono dislocati in 11 differenti zone di Haiti e, oltre all’allestimento di punti di soccorso medico e rifugi per gli sfollati - bambini innanzitutto -, vengono quotidianamente distribuiti beni di prima necessità, cibo, acqua.
Dal 13 gennaio al 28 febbraio 2010 sostieni anche tu con Telecom Italia “AGIRE”. Per farlo puoi:
Al termine dell'iniziativa Telecom Italia verserà ad AGIRE l’intero ammontare di tutti gli importi effettivamente donati.

Come avevamo già annunciato alcuni mesi fa il 2010 è stato dichiarato l’Anno Internazionale della Biodiversità ed esattamente l’11 gennaio è avvenuta l’apertura ufficiale a Berlino.
Una serie di iniziative di sensibilizzazione si rincorreranno nel corso dei giorni a seguire e nel corso di tutto l’anno, con l’obiettivo di ricordare come la biodiversità svolga un ruolo importantissimo per la vita sulla Terra.
Bioversity International è la più grande organizzazione al mondo che si occupa di ricerca sull’uso e la conversazione della biodiversità e in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Diversity for Life”: in collaborazione con partner internazionali, questa campagna ha lo scopo di avvicinare il grande pubblico ad un tema importante per il presente e soprattutto per il futuro.
La tutela della biodiversità non deve limitarsi esclusivamente a salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio, ma significa anche celebrare la vita stessa: così recita il sito ufficiale dell’International Year of Biodiversity.
Nel 2002 i governi del mondo hanno sottoscritto la Convenzione per la diversità biologica e hanno decretato il 2010 come anno della biodiversità, per difendere la natura dalle azioni dell’uomo, per salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Conservazione della specie quindi, ma anche promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Il 20 gennaio si è tenuto il congresso “Nature” del comitato francese IUCN; poi il 21 e il 22 a Parigi si è svolta l’esibizione sulla biodiversità patrocinata dall’Unesco, durante la quale sono state mostrate alcune soluzioni naturali sulla relazione tra aree protette e cambiamenti climatici.
In Italia l’evento centrale sarà rappresentato dalla “Settimana della Biodiversità”, dal 19 al 23 Maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Sulla rete si può appoggiare la causa attraverso i vari social network come Facebook, Twitter o Flickr e inoltre vi segnaliamo un photo contest indetto da Diversity for Life dove fotoamatori e professionisti potranno partecipare inserendo foto che rappresentino la biodiversità e la natura.
Cosa farai nel tuo piccolo per partecipare all’Anno Internazionale della Biodiversità?

Oggi si celebra la Giornata della Memoria. In Italia come in altre nazioni europee (nonché all’ONU), è stato deciso di istituire per legge un giorno dedicato al ricordo del genocidio nazista e degli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
La data scelta, il 27 gennaio, è simbolica: in questo giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa varcarono i cancelli di Auschwitz, liberando i pochi prigionieri ancora sopravvissuti e rivelando al mondo le nefandezze compiute nel lager.
In questi ultimi giorni si sono susseguiti incontri, dibattiti e pubblicazioni su una delle pagine più nere della Storia dell’umanità. Particolarmente significativa la cerimonia tenutasi ieri in Stazione Centrale a Milano per la posa della prima pietra del Memoriale della Shoah. Sarà collocato al binario 21, dal quale tra il 1943 e il 1945 partirono 15 treni piombati carichi di deportati ebrei.
Dimenticare una tragedia simile è impossibile, ma trovare un momento per celebrare ogni anno il sacrificio di milioni di vittime innocenti è sacrosanto, anche alla luce delle inquietanti teorie negazioniste che di recente hanno animato le cronache e scatenato la giusta indignazione dell’opinione pubblica.
Ma pur tra mille difficoltà, il cammino della riconciliazione (politica e religiosa) sembra aver intrapreso una buona strada: la visita di Papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma dei giorni scorsi è stata un passo importante, soprattutto perché arrivata dopo un lungo confronto tra i principali esponenti delle comunità cattolica ed ebraica.
Solo attraverso il dialogo e il superamento delle divergenze – storiche e culturali – si può pensare di evitare il ripetersi di tragedie come la Shoah.
Ecco quindi che, pur dovendosi confrontare ancora su scottanti questioni – i leveferiani, il silenzio di Pio XII, Israele - cattolici ed ebrei si trovano uniti in occasioni particolari come la Giornata della Memoria, affinchè il percorso di dialogo che lentamente ha preso vita si rafforzi e porti ad una definitiva riconciliazione.
I fondi raccolti da Agire verranno suddivisi tra le 11 autorevoli organizzazioni non governative italiane ActionAid, AMREF, CESVI, CISP, COOPI, COSV, GVC, Intersos, Save the Children, Terre des Hommes e VIS) che hanno unito le proprie forze per rispondere alle grandi emergenze umanitarie in modo tempestivo ed efficace.
Il 93% dei fondi sarà destinato agli interventi sul campo, mentre un massimo del 5% sarà destinato a copertura delle spese legate ai costi di funzionamento della struttura. Il restante 2% verrà riservato ad attività di valutazione e monitoraggio dei progetti per garantirne qualità ed efficacia. Considerate le dimensioni della raccolta, AGIRE potrà decidere di ridurre ulteriormente la percentuale destinata a coprire le spese di funzionamento, a vantaggio ovviamente della quota dedicata ai progetti delle organizzazioni associate.
Per assicurare la massima trasparenza, tutti i documenti relativi ai programmi sono disponibili sul sito Internet di AGIRE, incluso le proposte di programma, gli accordi e i budget. In questo tutti possono acquisire le informazioni necessarie a garantire una verifica totale dell'utilizzo delle proprie donazioni.
Attualmente ad Haiti nella città di Port-au-Prince sono operative: VIS, Terre Des Hommes, Action Aid, CESVI, CISP, COOPI, GVC, Save The Children; e si stanno dedicando alle attività di distribuzione dei medicinali, kit igienico sanitari, generi alimentari, ripari temporanei, supporto psicosociale, assistenza alle categorie vulnerabili, purificazione e distribuzione dell'acqua potabile ed educazione.
Tuttavia anche su tutto il resto del territorio Haitiano si contano numerosi presidi, come si può evidenziare dalla mappa sottostante:

Vi ricordiamo ancora come potete contribuire:
Marco Bertotto, direttore del coordinamento Agire che raccoglie 11 ong italiane (ActionAid, AMREF, CESVI, CISP, COOPI, COSV, GVC, Intersos, Save the Children, Terre des Hommes e VIS) ci descrive in questa video intervista la situazione ad Haiti, otto giorni dopo il sisma.
Bertotto ci ha spiegato come sta funzionando l'organizzazione degli aiuti umanitari, e ci ha fornito più informazioni sul network Agire e sul suo funzionamento in casi di emergenza umanitaria come questo.
Avoicomunicare e Telecom Italia vi invitano a supportare Agire, dal 15 al 31 gennaio 2010; sostieni anche tu con noi le organizzazioni di AGIRE (Agenzia Italiana Risposta alle Emergenze).
Per farlo puoi:
Drew Barrymore, Ambasciatrice contro la fame per il World Food Programme sta chiedendo anche il tuo sostegno e contributo per aiutare Haiti.
Aiuta Haiti: il World Food Programme delle Nazioni Unite ha messo a disposizione un form per donare tramite carta di credito.

Quando si parla di ambiente non dovremmo mai dimenticare i rischi naturali, non solo perché ne fanno parte in modo spesso determinante, ma anche perché questo sarà un chiaro discrimine per il futuro prossimo: alluvioni, frane, terremoti e eruzioni vulcaniche non colpiscono già più tutti indiscriminatamente, ma soprattutto chi è meno in grado di difendersi. Il terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti conferma clamorosamente questa tesi.
E’ stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante.
Molto lo si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Inoltre la vicinanza della città rispetto all’epicentro ha ovviamente peggiorato le cose e, in qualche misura, anche il tipo di meccanismo geologico ha reso più grave la situazione. Lo scontro fra la placca nordamericana e quella caraibica comporta, lungo il sistema di spaccature (le faglie) di Haiti, anche uno scorrimento laterale, oltre a una sovrapposizione di lembi crostali, cosa che ha aggravato gli effetti. Questo il quadro geologico, contro il quale non si può, per definizione, fare granché.
Ma i principali responsabili del gran numero di vittime restano sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). “Effetto pancake” lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimagnono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade tanto strette da restare completamente ingombrate e intralciando i soccorsi.
Come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.
Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.

Il terribile terremoto che il 13 gennaio scorso ha sconvolto Haiti radendo al suolo la capitale Port-au-Prince e uccidendo decine di migliaia di persone, ha gettato nel caos la piccola nazione caraibica. I sopravvissuti, gli sfollati necessitano di aiuti immediati e numerose organizzazioni umanitarie – oltre ovviamente ai governi di tutto il mondo – si stanno adoperando per portare cibo, acqua e generi di prima necessità alla popolazione locale.
Avoicomunicare e Telecom Italia si sono prontamente attivate per sostenere lo sforzo di chi lavora in condizioni difficilissime al recupero e al soccorso dei superstiti.
Eccoci quindi schierati anche a fianco del World Food Programme delle Nazioni Unite: sul sito (raggiungibile al link https://it.wfp.org/donate/haiti-telecom) è possibile effettuare una donazione tramite carta di credito all’organizzazione internazionale che sin dalle prime ore dopo la terribile scossa si è attivata a pieno regime.
Anche in questo modo possiamo dare un aiuto concreto alle popolazioni terremotate.

La potenza distruttiva della natura non ha limiti: il terremoto che tre giorni fa ha devastato Haiti e la sua capitale, Port-au-Prince, potrebbe aver ucciso più di centomila persone.
É ancora difficile avere dei dati o delle stime ufficiali, ma la situazione documentata dai media, da Flickr e da twitter è drammatica: per leggere un punto di vista diretto è possibile seguire i tweet aggiornati da Carel Pedre, dj molto popolare nell’isola caraibica.
Il disastro assume i connotati della tragedia se si considera il fatto che Haiti è il paese più povero delle Americhe: secondo il World Factbook della Cia, la Repubblica di Haiti ha 9.035.536 abitanti, dei quali solo il 3,4% ha speranza di superare i 64 anni di età.
L'isola, già colpita nell'estate 2004 dall'uragano Jeanne vive in questo momento uno stato di emergenza umanitaria: anche se i dati sulle vittime non sono precisi, sicuramente il fatto che siano rimaste almeno trecentomila persone senza tetto richiede una mobilitazione immediata da parte della comunità internazionale.
Attualmente è infatti in corso una missione internazionale di aiuto sotto l'egida dell'ONU, che vede la presenza di un contingente guidato dal Brasile e dagli Stati Uniti.
Anche la rete si sta mobilitando per aiutare le popolazioni colpite: moltissime le persone che stanno donando fondi online tramite una pagina iTunes da cui è possibile inviare donazioni alla Croce Rossa Americana.
Anche avoicomunicare e Telecom Italia si sono prontamente attivate: dal 15 al 31 gennaio 2010; sostieni anche tu con noi le organizzazioni di AGIRE (Agenzia Italiana Risposta alle Emergenze). Per farlo puoi:
Al termine dell'iniziativa Telecom Italia verserà ad AGIRE l'intero ammontare di tutti gli importi effettivamente donati. I fondi raccolti verranno destinati ai bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, medicinali, ripari temporanei.

Lo sport, oltre che essere un momento in cui gli atleti possono sfidarsi, è spesso associato a valori più nobili come la pace e la promozione della pacifica convivenza tra i popoli.
Purtroppo in questi giorni abbiamo assistito ai tragici eventi che hanno coinvolto la nazionale di calcio del Togo, che avrebbe dovuto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane, comunemente nota come Coppa d’Africa, che si svolge quest’anno in Angola. Venerdì scorso il pullman degli atleti appena arrivato in Angola è stato attaccato da terroristi; i giocatori hanno vissuto momenti di terrore e due membri del team sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
Invece di sospendere temporaneamente le partite e aspettare maggiori notizie sul fatto le partite della Coppa sono regolarmente continuate: il governo del Togo ha deciso di ritirare la nazionale dalla competizione, la quale però se non si presenterà in campo verrà squalificata. Una vera e propria beffa.
Sebbene alle partite dei giorni successivi siano stati osservati alcuni minuti di silenzio pare che ci sia una sorta di disinteresse dell’organizzazione per ciò che è accaduto: la Coppa d’Africa non si può fermare nemmeno di fronte a un evento che coinvolge i suoi partecipanti?
Non è stato nemmeno lanciato un messaggio a favore della pace, un valore fondamentale che troppo spesso viene messo in secondo piano rispetto ad altri interessi, economici soprattutto.
Le notizie sono confuse ma pare che gli attentatori fossero dell’Angola che, ironia della sorte, è una delle squadre nello stesso girone del Togo.
L’anno del mondiale 2010, che si terrà in Sudafrica, non inizia certo sotto i migliori auspici.
Secondo voi, era giusto fermare la competizione, o “the show must go on”, per non scontentare le migliaia di persone pronte ad accorrere negli stadi angolani?

L’identità individuale si costruisce nei soggetti dopo la nascita. Essa può definirsi persistente e invariabile nel tempo; si tratta di un’entità stabile, nonostante le trasformazioni e le evoluzioni che subisce.
L’identità collettiva o sociale - che mette in moto il sentimento dell’appartenenza - è invece considerata come parte costitutiva di un gruppo, che nasce e si sviluppa intorno ad uno stesso interesse o valore.
Sono le situazioni a creare le condizioni di appartenenza.
Secondo gli studi della psicobiologia, negli animali il fattore consanguineo è la garanzia della riproduttività per tutelare e conservare il proprio gruppo; in questo modo vengono marcati i confini di appartenenza: chi è “oltre” tali confini, viene percepito come nemico.
Come ci insegna la psicologia sociale, il gruppo di appartenenza viene chiamato ingroup, mentre il gruppo esterno ad esso è chiamato outgroup.
Il sentimento di appartenenza al gruppo viene enfatizzato, quando in esso si riconoscono e si riescono a valorizzare i singoli componenti.
Nella storia abbiamo assistito purtroppo a vari processi di ipervalutazione della razza o del proprio gruppo di appartenenza, che ha generato razzismo e processi di deumanizzazione.
La cultura andrebbe sempre intesa come una negoziazione di significato.
Sul piano culturale umano, l’elemento corrispondente al fattore della consanguineità del mondo animale è il pregiudizio.
Nell’economia della nostra mente, gli stereotipi svolgono una funzione (economica) esemplificativa. Secondo lo psicologo e pedagogista americano George Kelly, ognuno di noi si crea un costrutto che ci permette di vivere più facilmente.
Ogni azione è preceduta da rappresentazioni mentali, che guidano la nostra vita. Tendiamo a tipizzare caratteri che consolidano la differenza, che nelle forme estreme generano il razzismo.
La nuova realtà interculturale in cui viviamo attualmente richiede quindi una risocializzazione.
In che modo pensi si possa realizzare questo processo?
Come ti definisci dal punto di vista della tua identità collettiva? Provi un sentimento di appartenenza molto forte nei confronti del tuo ingroup?
Come pensi si possano attenuare i pregiudizi verso i componenti dell’outgroup?

Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.
Che significato attribuisci ai diritti umani?
Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

Il design al tempo della crisi non rinuncia a creare ma diventa sostenibile,valorizzando materiali di riciclo, in modo che ogni pezzo diventi unico e nasca dall’assemblaggio di vecchie componenti ormai destinati a diventare rifiuti. Questo nuovo modo di operare nasce dalla voglia di creare nuovi prodotti salvando vecchi oggetti destinati allo smaltimento.
E’ così che questa nuova pratica si propone come forma di prevenzione dei rifiuti, mitigando l’impatto del design classico e sviluppando un “design intelligente” che sia rispettoso dell’ambiente e quanto mai attuale.
Un esempio pratico è EcoLectric Design che con l’impiego dei sottoprodotti di un’azienda che progetta e installa impianti elettrici e di pubblica illuminazione sviluppa oggetti i design moderno. Nello specifico i materiali impiegati vanno dagli isolatori in vetro e ceramica, ai cavi elettrici, alle plafoniere in pvc, per arrivare alle apparecchiature elettriche ed elettroniche in genere.
In modo particolare i rifiuti vengono selezionati in base ai sottoprodotti, poi si passa alla ricerca dei soggetti autorizzati al trasporto e allo smaltimento e/o recupero per terminare con una valutazione degli scarti di produzione. Successivamente si avrà la realizzazione dell’eco design attraverso l’assemblaggio e il riuso dei vecchi componenti.
Il nuovo sviluppo del design diviene così in grado di innescare meccanismi di crescita culturale e d’immagine dell’azienda impegnata nella valorizzazione dei processi e dei prodotti, riducendo l’impatto ambientale e diffondendo la cultura dell’uso dei rifiuti come risorsa.
Gli scarti di produzione di un’attività industriale diventato oggetti preziosi, vengono valorizzati e entrano a far parte del campo dell’arte e del design. Non a caso diversi artisti vengono coinvolti per interpretare i sottoprodotti da esporre poi in mostre di arte del riciclo.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di stranieri non è né semplice né scontata, ma si tratta di un tema cruciale e strategico.
I figli che nascono nel nostro Paese da genitori stranieri non acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana: è necessario che sussista il requisito della permanenza stabile dei genitori, maturata nel corso dei cinque anni precedenti alla nascita.
Le naturalizzazioni sono provvedimenti concessori, tramite i quali viene fornita la cittadinanza agli stranieri: diventare cittadini tramite matrimoni, implica la residenza legale di dieci anni (valida solo con il requisito della continuità anagrafica dal primo anno di residenza) di entrambi i futuri coniugi. Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si ottenne una modifica importante a questo proposito: viene eliminato il parametro del reddito minimo, ma vengono stabilite le soglie minime rispetto alla domanda di naturalizzazione.
Esiste un altro modo di conquistare la cittadinanza italiana, dopo soli cinque anni di permanenza regolare nel nostro territorio: essere apolidi. Ma, considerando che l’assimilazione culturale non è strettamente collegata alla concessione della cittadinanza, ripudiare la propria nazionalità in favore di un’illusoria acquisizione di armonizzazione col Paese che la cede è un rischio che pochi sono disposti a correre.
Attualmente nel nostro Paese sono stati presentati nuovi disegni di legge, riguardanti la concessione della cittadinanza italiana. E’ stato proposto un esame, che prevede il superamento di due test: una prova di conoscenza linguistica e culturale della società italiana e un’altra relativa alla conoscenza della Costituzione Italiana. L’opinione pubblica si sta interrogando sull’utilità dell’esame di cittadinanza, perché si tratta in realtà di una richiesta di adesione a principi culturali che non condividono o non conoscono molti degli stessi cittadini italiani.
Il criterio della lingua potrebbe forse rimanere l’unico valido ai fini dell’eventuale prova di esame. La conoscenza linguistica è un imprescindibile elemento di sopravvivenza e diviene così un importante strumento di integrazione per superare i problemi di comunicazione.
Cosa ne pensi dell’esame di cittadinanza italiana?
Se sei a favore, quali pensi siano i criteri e i parametri su cui si dovrebbero basare le relative prove d’esame?

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:
Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.
Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.
Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.
La blogger Antonella Napolitano ha trascorso per noi alcuni giorni a Copenhagen, raccontandoci la Conferenza ONU sul clima giorno per giorno, partecipando alle manifestazioni e agli eventi collaterali e raccogliendo le opinioni della gente presente nella capitale danese. Ora, terminata COP15 e tornata a casa, Antonella ci descrive la sua esperienza e perché questo grande summit ha in larga parte fallito.
La speranza non è cieca, e a Copenaghen in questi giorni non lo è mai stata: certo, potrebbe essere stata una serie di coincidenze, ma parlando con le persone, per strada o nei luoghi di incontro, col passare dei giorni ho notato pareri progressivamente meno fiduciosi, più pessimisti.
All’inizio di COP15 i punti chiave su cui lavorare erano abbastanza delineati, già a una lettura leggermente più attenta dei quotidiani: l’individuazione delle quote di riduzione delle emissioni e la definizione di validi meccanismi di controllo e governante; le forze in gioco, l’importanza del coinvolgimento consapevole dei Paesi emergenti (primi tra tutti India e Cina) e il loro contributo cruciale in termini di peso e di prospettiva.
Un accordo ambizioso e all’altezza delle necessità è mancato, ma, soprattutto, il grosso fallimento sembra stare nell’assenza di un trattato vincolante: era una delle richieste fatte a gran voce dalle ONG, ma, nonostante le rassicurazioni di Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, trovare un modo per renderlo tale non sembra semplice. Inoltre, nei giorni successivi al summit c’è stato un susseguirsi di accuse tra Paesi e anche nell’opinione pubblica nazionale degli stati più importanti, dagli Stati Uniti (dove molto controverso è stato l’apporto del presidente Obama) a Francia e Germania, fino alla stessa Danimarca che ha ospitato COP15, forse il Paese davvero più avanzato in questo campo.
Ma forse il punto è proprio questo, sostengono alcuni: non si può più pensare di risolvere problemi globali come questi senza coinvolgere soggetti altri dai governi e dalle organizzazioni sovranazionali: l’importanza dei cittadini, delle ONG, delle aziende, dei governi locali va enfatizzata, e il loro contributo integrato nel processo decisionale. “Tra qualche anno i libri di storia ci mostreranno che Copenhagen è fallita perché è stato l’ultimo tentativo di risolvere le sfide del ventunesimo secolo con gli strumenti del ventesimo secolo” conclude Simon Zadek, docente universitario che si occupa di governance e sostenibilità attraverso l’associazione Accountability21.
Anche questo cambiamento di paradigma decisionale, però, è responsabilità di chi governa.
Il cambiamento di prospettiva l'ho visto già all'inizio, la prima sera, quando Trine mi diceva che il cambiamento, la direzione devono arrivare dall'alto, dalla politica. In quel momento, arrivata a Copenaghen da poche ore, mi è sembrato curioso sentir dire a una volontaria che il cambiamento deve arrivare dall’alto. Ne sono rimasta stupita: in fin dei conti c’era stato un gran parlare della presenza di voci indipendenti, di iniziative di gruppi di persone, di approfondimenti a tutto tondo. E il mio viaggio non mi ha certo deluso: dagli attivisti ai cittadini danesi, dalla gente arrivata da tutto il mondo ai dipendenti del Comune di Copenaghen, tutti mi hanno dato voci alternative o prospettive di contributi “in piccolo”, ma rilevanti, spesso esemplari, ricchi di innovazione.
Ma quanto di tutto questo è arrivato al Bella Center? Quanti di questi apporti sono stati davvero presi in considerazione nella miriade di incontri, in un così ampio e complicato contesto?
In un contesto in cui proprio le iniziative indipendenti e le voci non ufficiali sono state parte integrante (e, probabilmente, la più interessante), in una società in cui i cittadini sempre più spesso sentono di avere voce in capitolo e possono rendere conto di determinate esigenze, è necessario un cambio di marcia: forse è questa la principale lezione della conferenza di Copenaghen.
Condurre questi incontri “con le migliori intenzioni dei Paesi partecipanti” (questo sembrava il leitmotiv all’inizio del summit) non basta più, se si vogliono raggiungere soluzioni condivise e strategiche.
Non basterà più, se davvero si tiene alla salvaguardia e allo sviluppo futuro del nostro pianeta.

Bonsai TV con e per Emergency firma la nuova campagna Natale 2009 “Emergency: la mia idea di pace”, dedicata a promuovere una cultura di solidarietà, di pace e di rispetto dei diritti umani.
Nel mondo infatti sono in corso 25 guerre (fonte: Peacereporter, 2009) e le vittime sono per il 90% civili, soprattutto donne e bambini.
Da oltre 15 anni Emergency garantisce assistenza sanitaria gratuita e di elevata qualità alle vittime della guerra e della povertà.
Quest’anno Bonsai Tv, canale da sempre attento ai temi della pace nel mondo e della solidarietà, dedica il suo Natale a Emergency con l’ideazione, la produzione e la messa in onda della campagna sulle proprie piattaforme (canale 10 di Alice Home TV e www.yalp.it, a partire dal 12 dicembre). Trenta secondi focalizzati su un messaggio semplice e diretto: “Emergency è la mia idea di pace. Un'idea che ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone. A Natale, regala anche tu questa idea”.
Paul Baccaglini, Alessio Bertallot, Lella Costa, Serena Dandini, Elio e Rocco Tanica, Fabio Fazio, Frankie Hi Energy, Jovanotti, Ligabue, Fiorella Mannoia, Carlo Pastore, Alessandro Sampaoli, Marco Santin, Paola Turci e Dario Vergassola sono i testimonial che hanno aderito al progetto facendo propria l’idea di pace dello spot.
Un’iniziativa importante che, dopo la campagna con Greenpeace dello scorso anno, vede ancora una volta Bonsai TV firmare un gesto concreto di solidarietà che aiuta a riflettere, anche solo per pochi secondi, sui tanti e atroci conflitti sparsi per il mondo, dimenticati dai media internazionali e dei quali spesso Emergency è l’unico testimone.
La campagna “Emergency: la mia idea di pace” sarà trasmessa anche sul mega schermo di Piazza Duomo a Milano grazie alla collaborazione di URBAN SCREEN LAB.
Ti piace lo spot?
Conosci altre iniziative di questo tipo diffuse in Rete e che vorresti segnalarci?