L'autore di questo post è Nicolò Wojewoda, un giovane imprenditore sociale e attivista giovanile. Ha studiato e lavorato in Svezia, Olanda, Cina e Stati Uniti. Ha fondato e coordina Yparticipate, una organizzazione globale che si occupa di partecipazione giovanile, e il coordinatore del Social Media working group all’UN CSD Youth Caucus.
Contando le braccia alzate era evidente che fossero la stragrande maggioranza. Pochi attimi prima, Tara, la giovane delegata Franco-Cinese, aveva chiesto all’assemblea dei paesi membri delle Nazioni Unite: “Chi di voi è venuto a questa riunione in aereo?” Una pausa ad effetto seguiva le sue parole, mentre volgeva lo sguardo nella sala riunioni n. 1 del North Lawn Building, l’edificio permanentemente temporaneo che affianca il celebre palazzo di vetro dell’ONU a Manhattan, New York City.
La logica che accompagnava la sua domanda era stata resa esplicita nel suo intervento, un paio di minuti prima: lo sviluppo più sostenibile del nostro pianeta, per quando possa e debba essere un’impresa collettiva, è prima di tutto un atto di responsabilità personale. E chi più dei delegati della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dovrebbe dare il buon esempio? Ma facciamo un passo indietro per capire chi è Tara, chi sono i giovani delegati che rappresenta e di cosa si occupa questa Commissione.
La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile
Dal 3 al 14 maggio 2010 ha avuto luogo la 18esima sessione dei lavori della Commissione (CSD, secondo l’acronimo anglofono), il più alto organismo governativo internazionale che si occupa della salvaguardia del nostro pianeta. Quando le Nazioni Unite organizzarono la loro prima conferenza sull’ambiente nel 1972, i problemi erano gli stessi, ma in misura minore. Si pensi che il buco nell’ozono non era ancora stato scoperto e che la Comunità Europea di quegli anni non aveva ancora un programma ambientale degno di quel nome.
La morale di quell’incontro, e delle conferenze successive (ad intervalli di 10 anni l’una dall’altra) era però chiara: una cooperazione internazionale è necessaria per migliorare le sorti del nostro pianeta. Nel celebre Earth Summit del 1992, a Rio de Janeiro, fu istituita la Commissione così come è ora. In cicli di due anni, una serie di temi relativi allo sviluppo sostenibile vengono affrontati dai delegati dei paesi membri e da rappresentanti della società civile. I risultati delle loro discussioni guidano politiche nazionali e regionali, e informano la comunità internazionale sulla direzione da seguire.
Il ruolo della società civile: i giovani
La CSD è tra gli esempi eccellenti, all’interno del sistema ONU, in cui la società civile è coinvolta fino ai massimi livelli. Nella conferenza del 1992, infatti, erano stati identificati 9 Major Group, raggruppando le parti della società civile che, sia per capacità di influenzare i temi in discussione, che per quella di esserne influenzati, sono più interessate ad avere voce in capitolo nelle decisioni prese. Tra loro, i giovani, nel cosiddetto UN CSD Youth Caucus, una squadra di una ventina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo (come Tara e l’autore di questo articolo) che, motivati da interessi comuni, lavorano virtualmente durante il corso dell’anno, per poi vedersi annualmente a maggio per la sessione di turno dei lavori della Commissione.
Più coinvolgimento = più cambiamento
La famosa conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo, ha però contribuito come poche altre alla creazione e allo sviluppo di un movimento ambientalista mondiale, fatto soprattutto di giovani, di grandi ONG e di nascenti imprese innovative che riescono a coniugare i tre pilastri del “people, planet and profit”. La società civile coinvolta nella CSD cercherà in questi due anni che ci separano dalla prossima conferenza (chiamata Rio+20, visto che sarà un Earth Summit a 20 anni di distanza da quello del 1992) di sfruttare questo movimento per creare più pressione politica e più azioni concrete.
E l’Italia? Articoli come questo sono solo il primo passo nel formare e valorizzare un movimento giovanile attivo su questi temi nel nostro Paese. La nostra società civile ha l’occasione di affiancare il lavoro di governi di tutto il mondo e dare la propria voce sui temi di interesse comune. C’è bisogno di capire, di contribuire, e di appoggiare quelli che lo fanno. E forse, l’anno prossimo, i giovani delegati dall’Italia alla 19esima sessione della CSD potranno essere due, invece che uno solo.
Finché stanno in casa sono indispensabili e preziosi, ma quando ce ne dobbiamo liberare le cose si complicano. Parliamo di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, elettrodomestici in genere, ma anche televisori, monitor, stereo e computer. Tutta roba che diventa un problema quando viene il momento di liberarsene per far spazio a un nuovo aggeggio. Il problema è che spesso questi oggetti sono ingombranti, pesanti, ma soprattutto sono rifiuti speciali che contengono sostanze considerate tossiche per l'ambiente e, oltre ad essere ingombranti, molte delle loro componenti non sono biodegradabili. La soluzione per liberarsi dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) è in un decreto che ne regolamenta i meccanismi per la gestione e lo smaltimento. Dopo un'attesa durata un paio di anni, il decreto è entrato in vigore il 19 maggio; sui documenti ufficiali figura con il nome DM n. 65 dell'8 marzo 2010 (pdf), ma ha un nomignolo che è molto più facile da ricordare, “uno contro uno” e descrive bene il meccanismo che è alla base del regolamento: nel momento in cui compro un nuovo elettrodomestico, o un prodotto hi-tech, insomma un apparecchio AEE, il distributore del nuovo prodotto deve assicurare il ritiro gratuito dell'apparecchiatura che viene sostituita, e il cui smaltimento dovrà avvenire in appositi e adeguati impianti. La parola “gratuito” merita di essere sottolineata perché nel testo del regolamento è esplicitato molto bene che i distributori hanno l'obbligo di informare i clienti della gratuità del ritiro del vecchio prodotto, che verrà poi raccolto insieme ad altri simili da smaltire e trasportati in centri di raccolta previa una schedatura che consenta di avere a disposizione un censimento aggiornato agli ultimi due anni di queste specie di cimiteri per elettrodomestici. Il distributore, quindi, non potrebbe – a norma di legge – richiedere alcun contributo aggiuntivo per il ritiro, anche a casa, della vecchia AEE sostituita dalla nuova, anche perché quando si acquista un prodotto hi-tech (sia una lavatrice o un computer) il consumatore paga, incluso nel costo di acquisto del nuovo prodotto, un eco contributo Raee, relativo allo smaltimento finale dei vecchi rifiuti. Tutto questo funziona davvero? Una video inchiesta di Greenpeace propone una verifica di come gli operatori del settore adempiono al decreto “uno contro uno”. Una esponente dell'organizzazione ambientalista ha telefonato a nove rivenditori di AEE di tre città italiane (Roma, Milano e Napoli) con la scusa di dover acquistare un nuovo apparecchio e lo stesso hanno fatto con telecamera nascosta andando in tre negozi della capitale. I risultati: la maggior parte dei dodici rivenditori interpellati non adempiono correttamente alla legge. Per chi voglia saperne di più qui di seguito lasciamo la possibilità di guardare direttamente la video inchiesta di Greenpeace.
L'immagine in testa a questo post è tratta dall''album Flickr di Jizzon
Teodoro, Steve,Martin e Justin: quattro giovani studenti africani, pantaloni a zampa e capelli vaporosi, arrivano nella Roma degli anni '70, in piena epoca di contestazioni e battaglie politiche. Vivono, combattono, si divertono come i coetanei italiani. E decidono di restare. Ma l'Italia che hanno conosciuto cambia sotto i loro occhi, diventando ogni giorno più chiusa e intollerante. Abbiamo intervistato il regista Marco Simon Puccioni, autore de Il Colore delle Parole, un documentario che raccoglie ricordi e testimonianze di questi ex studenti che oggi hanno i capelli grigi, vivono in Italia e ne sono osservatori privilegiati
Dal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.
Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.
Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.
Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.
Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.
Foto di robpatrick
È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro
“A volte il pregiudizio è lo scudo attraverso il quale si tenta disperatamente di proteggersi da se stessi e dagli altri. L’omofobia esiste, e la si può combattere solo dotando ciascuno degli strumenti culturali necessari”. Maura Chiulli crede molto nella scommessa sulle giovani generazioni, che sono anche quelle più a rischio di atteggiamenti intolleranti verso le minoranze e il diverso. Non a casa l’Arcigay le ha affidato la delega alla scuola e alle politiche giovanili e lei, abituata a lottare da sempre, non si scoraggia e porta avanti una battaglia difficile. Autrice di Maledetti froci, maledette lesbiche (Aliberti editore), un libro bianco sulle aggressioni omofobe che in Italia negli ultimi due anni si sono tristemente moltiplicate, Maura è stata vittima negli ultimi mesi di minacce di ogni genere. “Devi morire, sei malata” era una delle tante frasi scritte sulla bacheca della pagina Facebook dedicata al libro e alla sua autrice. A dimostrazione non solo della crescente intolleranza verso gli omosessuali e di chi ne parla, ma della facilità con cui odio e violenza trovino nella rete un facile strumento di attacco.
"Ci si nasconde dietro a un nick e si dà libero sfogo alla propria violenza verbale. Io ho sempre risposto pacatamente e con serietà a questi attacchi, e inoltre penso che se ricevo questo tipo di minacce è anche perché il mio è un libro scomodo, e racconta una verità forse troppo cruda per alcuni". La prima parte del libro, Maledetti report, è dedicata alla rassegna degli episodi di violenza che hanno avuto come vittime designate gli omosessuali. E non si tratta soltanto di quelli che fanno discutere la politica e sollevano dibattiti. Bensì di una crescente miopia frutto del machismo mai accantonato nel nostro paese, lo stesso che ci fa guardare a tutto ciò che è ambiguo come una minaccia alla nostra stessa identità. Lo stesso che sta alla base dei pregiudizi da cui si generano i quotidiani ostacoli a una vita almeno dignitosa: "Io e la mia compagna abbiamo incontrato delle difficoltà perfino per trovare la nostra casa: i rifiuti, gli sguardi denigranti, umiliazioni che ti impediscono di vivere normalmente. Come l'opinione che che gay significhi sempre festino e trasgressione. Nonostante gli unici festini di cui si sappia, in Italia, sono quelli con protagonisti importanti politici".
Perfino i recenti gay pride festeggiati nelle città italiane sono stati l'ennesima occasione per dimostrare quanto ci sia ancora da fare perché l'universo gay abbia la possibilità di dialogare con la società. Se a Milano e Napoli è andato tutto bene, infatti, a Roma l'accoglienza è stata tutt'altro che festosa: "I petardi al gay Village, gli striscioni di insulti, ci aiutano a delineare il quadro di una situazione di tensione crescente. Dovremmo interrogarci tutte e tutti su questa insopportabile deriva violenta. E non mi riferisco solo alle aggressioni fisiche all'ordine del giorno. Anche le parole hanno un valore, sono importanti e possono posizionarsi nel petto come pugnali affilatissimi. L'Italia è il secondo paese in Europa in fatto di aggressioni a danno di persone transessuali, eppure nulla si fa per loro, se non continuare a disegnarli come prostitute drogate al servizio degli uomini facoltosi del nostro Paese".
In altri paesi è possibile sposarsi, o almeno unirsi civilmente. In Italia questa realtà sembra davvero lontana. "Quando ho letto della premier islandese e del suo matrimonio, ma anche che il parlamento aveva votato all'unanimità per permettere agli omosessuali di sposarsi, mi sono sentita allo stesso tempo soddisfatta e invidiosa. Sogno di potere un giorno anche io sposare la mia compagna. E, in ogni caso, le unioni civili sono un segno di civiltà e buon senso irrinunciabile. E chissà che un giorno una legge aperta, meno intollerante, non possa riguardare anche l'Italia. Io non sono pessimista: la gente spesso è molto meno chiusa di quanto non lo siano le istituzioni. Nel frattempo è importante proseguire sulla strada della visibilità, dell'orgoglio e del sentimento".
Foto di Atomische
Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:
Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003
"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.
Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".
Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".
Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.
Foto di Visionshare
Si piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.
Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.
“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.
Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".
Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.
Foto di IFRC
E capita a un tratto che il vaso di Pandora, messo per un po’ in un angolo a prendere polvere e invecchiare per noia, venga scoperchiato di nuovo. E che la questione femminile (si potrà dire ancora così? Perché l’impressione è che anche solo l’uso di una certa terminologia possa farti fare un veloce salto da una parte all’altra di una barricata che nemmeno immaginavi ci fosse ancora) diventi tema di cronaca, poi di approfondimento, infine di scontro. Tra donne, ovviamente. Quelle che indossano con disinvoltura i panni di femmina arrivata e dunque doverosamente scettica nei confronti di recriminazioni considerate fuori tempo. E le altre, quelle che pur senza avere nulla da invidiare alle prime in termini di carriera e successo lavorativo, non si nascondono dietro al proprio successo individuale facendo finta che tutto questo non abbia un prezzo, e che quello pagato nel nostro Belpaese sia particolarmente alto. Perché quest’ultime sanno bene che ciò che vale per alcuni, non può diventare dogma per tutti. E che in risposta a un articolo ben documentato e aperto ai due punti di vista come quello di The Atlantic di qualche settimana fa avrebbero ben altre statistiche da sciorinare al di qua dell’Atlantico.
E però ci sono anche le altre. Quelle ben lontane dal voler discutere se sia o meno necessario tirare in ballo vecchi slogan (come se l’età di una pretesa ne determinasse automaticamente l’acquisizione. Come se non vivessimo in Italia), quelle che gli slogan nemmeno li conoscono. Ma tutto è legato, questo lo sappiamo già. E allora sarebbe davvero ipocrita nasconderci che la cronaca triste di questi giorni, la somma di trafiletti e articoli più dettagliati, non può più essere semplicemente catalogata come delitto passionale. Che ha tutta l’aria di una giustificazione, un’attenuante come lo era l’omicidio per adulterio di quel capolavoro sull’arretratezza legislativa degli anni ’60 che fu Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Perché la violenza quotidiana, costante, ormai quasi abitudinaria che ogni giorno travolge le donne non può essere più soltanto un fatto di cronaca che scade insieme al quotidiano che la racconta.
“Il problema della violenza sulle donne sembra inestricabile e purtroppo è anche in aumento”, afferma Anais Ginori, giornalista di Repubblica e autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango), interessante raccolta di testimonianze al femminile. “23,8% nel 2008, quasi dieci punti percentuali in più rispetto al 1995.In definitiva, credo che il problema sia culturale e che abbia molto a che vedere con il rispetto. Negli ultimi anni, il rispetto per le donne (e per il loro corpo) si è molto abbassato. C'è stata una banalizzazione della violenza simbolica e, alla fine, non si può non vedere che c'è stato un effetto anche sulla violenza reale”.
C’è chi afferma, e noi siamo d’accordo, che questi episodi non possono essere staccati da un contesto sociale in cui la figura del maschio viene ridiscussa, indebolita, rielaborata in nome di un’emancipazione femminile sempre più visibile e piena. La paura di perdere ciò che sembrava scontato, una superiorità avallata da anni di docile acquiescenza in ambito domestico e non solo, ha trasformato l’uomo in persecutore che sfrutta la superiorità rimastagli, quella fisica, per tormentare, per vendicarsi, per cancellare. L’identikit degli uomini che ogni giorno calpestano, infastidiscono, massacrano le donne, non è quello di alienati mentali, pazzi maniaci che hanno perso la lucidità da tempo. Non solo. C’è tutto un mondo di maschi di buon livello culturale e buona posizione sociale che ricorre, nonostante ciò, alla violenza.
E la prevenzione, quella con cui una legge sullo stalking che ha ormai un anno si prefiggeva di diminuire il fenomeno, semplicemente non funziona. Spiega Ginori: “Le leggi servono, ma poi bisogna anche finanziarle. Per esempio, la normativa sullo stalking sta diventando inapplicabile perché mancano le risorse per la polizia e i Prefetti. I tempi d'attesa per una donna che denuncia e vuole essere protetta da uno stalker possono raggiungere anche 3 - 4 mesi”. Sempre che ci sia una denuncia. Perché, a oggi, il 93% delle donne non sporge denuncia, e in alcuni casi non sa nemmeno che violenza fisica e psicologica siano reato. Dopotutto, il rispetto per se stesse non è una facile conquista. Soprattutto in una società in cui si continua a ironizzare sul corpo delle donne come avviene qui. Di fronte a tutto questo, bisognerebbe soffermarsi a riflettere su cosa significhi davvero emancipazione.
Foto di John Mueller

Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
Grazie e buona partecipazione a tutti.
I cori sugli spalti, ma anche gli insulti in campo, una scrollata di spalle da parte dell’allenatore che fa finta di niente, la diffidenza del compagno di spogliatoio meno incline a condividere i momenti di gioia o di delusione con un giocatore che ha la sua stessa maglia ma non lo stesso colore della pelle. Le forme di razzismo che ogni giorno si consumano in Italia tra i campi di calcio e su altri terreni sportivi sono molteplici. A dispetto di tutto ciò che viene detto ogni giorno sullo sport che gioca contro le differenze e che premia la meritocrazia. E allora succede che un giovane campione come Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi , si sia trovato, nella scorsa stagione del campionato di Serie A, al centro di una campagna razzista tanto più enfatizzata dal suo carattere impulsivo e dal non avere mai accettato una situazione per lui insostenibile. Situazione perfettamente disegnata anche nella prima biografia non autorizzata che Giancarlo Dotto e Raffaele Panizza hanno dedicato al calciatore interista e che è da qualche giorno in libreria con un titolo inequivolcabile: Negrazzurro (Aliberti)
“Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre nella Nazionale italiana”. Su questo Super Mario non ha mai avuto dubbi. Eppure non la pensano così gli spicchi bianconeri, giallorossi o viola, poco importa di che fede calcistica, che dalle curve lo insultano ogni volta che scende in campo. O, peggio ancora, quelli che hanno fortemente sostenuto che uno come Balotelli in Nazionale non c’entrava proprio niente. Il colore della pelle, ancora una volta, diventa uno dei modi peggiori per misurare quanto sia indietro l’Italia in tema di cultura sportiva e non solo. “Purtroppo in Italia c’è una storia che nessuno vuole raccontare: la storia dei neri italiani”, spiega Mauro Valeri, sociologo e autore di Che razza di tifo (Donzelli, 208 pp., 17 €). “E’ una storia che andrebbe riesumata, e i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbero un’ottima occasione. Ci sono italiani neri che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, restando anche uccisi dai nazifascisti, come Giorgio Marincola o Alessandro Sinigaglia. C’è stato un pugile campione europeo dei pesi medi, titolo vinto nel 1928 da Leone Jacovacci”.
Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare che a Pechino c’erano ben 8 “neri italiani”, tutti impegnati nell’atletica. E che di calciatori, e sportivi in genere, con un colore della pelle più scuro ma con cittadinanza italiana come Balotelli, presto ce ne saranno molti altri. Continua Valeri: “I tifosi se la prendono con Balotelli non soltanto perché è forte, ma anche perché è un italiano nero, accusato dai razzisti anche del fatto che non ha “sangue italiano”, cioè ha entrambi i genitori stranieri, elemento questo che per molti è una sorta di condanna a vita. Quando esordirà in Nazionale sarà il primo figlio di migranti a farlo. E il fatto che questo avvenga dopo centodieci anni dalla fondazione della Figc la dice lunga di quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi, ma anche di quanto lo sia il mondo del calcio”. L’elemento diverso, in questa situazione, è che al contrario di molti suoi colleghi che in un passato recente o ancora oggi evitano di ribellarsi contro il razzismo degli spalti e da spogliatoio, Balotelli si volta verso la curva e fa una linguaccia, ma soprattutto non tace: “La sua generazione è fatta di atleti che non ci stanno a rimanere sempre sulla soglia della porta soltanto perché, pur essendo nati e cresciuti in Italia, per una astorica legge sulla cittadinanza, almeno fino a 18 anni sono considerati a tutti gli effetti stranieri. E’ come se il loro amore non venisse corrisposto”.
Il problema è tutto italiano, in quanto da noi c’è una legge sulla cittadinanza molto restrittiva, e la nostra Federazione non è ancora molto attenta o sensibile a questi temi. Basti pensare alla Germania, grande protagonista dei Mondiali sudafricani con la sua nazionale che ha convocato ben 11 di quelli che da noi sarebbero stranieri, e invece sono considerati cittadini a tutti gli effetti. “La Germania ai Mondiali ha dimostrato tutto il suo valore “multietnico”, e questo è il risultato anche di una radicale modificazione della legge sulla cittadinanza che da qualche anno non si basa più sul “sangue” (come in Italia), ma sul suolo (è cittadino chi nasce in quel paese). In Italia invece il figlio di un migrante tendenzialmente non fa sport perché sa che non può rappresentare un futuro “lavorativo”, in Germania invece lo è. E, nel caso italiano, stiamo parlando di oltre 800 mila minori!”.
Le politiche di repressione contro il razzismo negli stadi, rinforzate negli ultimi anni, non hanno ottenuto granché. Il fenomeno è tanto più presente quanto subdolamente innescabile nell’inconscio di tutti coloro che ancora si identificano in un colore piuttosto che una nazione. Come al solito, un ruolo importante potrebbe essere assegnato alle scuole. Conclude Valeri: “Nelle scuole calcio, ad esempio, si dovrebbe insegnare non solo il dribbling ma anche il codice sportivo, che ribadisce che chi vuole giocare a calcio, o fare l’allenatore non può essere razzista. Le società dovrebbero anche avere più coraggio a rompere definitivamente i legami di ricatto che debbono subire da parte di alcune frange di tifosi che hanno fatto delle curve veri e propri business. Che molti di questi ricattatori siano anche razzisti è un elemento che dovrebbe far riflettere. In dieci anni le Leghe calcistiche hanno ricevuto ben 3 milioni di euro dalle multe ai club per episodi di razzismo. Se fossero stati investiti in programmi antirazzisti molto probabilmente avrebbero prodotto qualche buon risultato”.
Foto di Cesc89
Si svolge al Maxxi di Roma il sesto appuntamento di Capitale Digitale, l’evento ideato da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il mensile Wired per approfondire quanto c’è di nuovo nel mondo della cultura digitale che nella sua rutilante evoluzione sforna idee e soluzioni a ritmo frenetico. Provare a immaginare oggi quello che accadrà nel futuro prossimo. Ecco la sfida.
Nei magnifici spazi disegnati dall’architetta iraniana Zaha Hadid, l’ospite principe della manifestazione è Jamais Cascio (qui una sua videointervista), responsabile del Long Term forecasting dell'Institute for the Future di Palo Alto, il celebre istituto di ricerca californiano che ogni anno produce una mappa dello scenario dei successivi dieci anni sulla base delle suggestioni che provengono da scenaristi, futurologi, scienziati e umanisti di tutto il mondo.
«Futuro è sostenibilità» è il titolo, esplicito e significativo, dell’intervento di Cascio. In quale modo la sostenibilità ci riguarda in quanto singoli ma anche nella nostra dimensione globale? Quali sono i risvolti economici ed ecologici che comporta l’opzione della sostenibilità? L’intervento del guru californiano si svolge attorno a queste domande fondamentali per il nostro futuro e per il futuro del nostro pianeta.
Dopo la lecture di Cascio, intervengono in una tavola rotonda moderata da Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, anche Gabriele Galateri di Genola, presidente di Telecom Italia, Umberto Croppi, assessore alle politiche culturali e comunicazione del Comune di Roma, Francesco Sacco, docente presso l'Università dell'Insubria, Chicco Testa, manager di Rothschild, e Giuliana Zoppis, architetto e giornalista.
Capitale digitale ha anche la sua finestra su Facebook, su Twitter e la diretta video sul web.
Se la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”.
E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”.
Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone.
Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia.
Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.
Foto ufficiali della White House
È arrivato in Italia scappando dal suo paese, l’Etiopia, e qui ha trovato una nuova vita. Dagmawi Yimer, come tanti, è sbarcato a Lampedusa dopo un viaggio d’inferno attraverso il Sahara e il Mediterraneo. «Era il 30 luglio 2006», ripete Dag (così lo chiamano tutti) come se fosse la data di nascita.
Dopo qualche mese in Sicilia, ha ottenuto lo status di rifugiato politico ed è riuscito a costruirsi un presente e un futuro a Roma dove realizza da qualche anno documentari (come Come un uomo sulla terra e il recente C.A.R.A. Italia sui centri di accoglienza per i richiedenti asilo) e film per mostrare non solo a noi il drammatico viaggio che migliaia di persone fanno per arrivare in Europa ma anche per raccontare una storia fortunata come la sua. Da qualche mese abita alla Garbatella, quartiere popolare di Roma.
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“Ci rubano il lavoro, rendono le nostre strade insicure, mettono in discussione certezze e tradizioni religiose a cui non vogliamo assolutamente rinunciare”. Ma anche: “Non hanno voglia di lavorare, le donne si vestono in maniera strana, è impossibile comunicare con loro”. Questi e altri luoghi comuni circondano l’idea di immigrato in Italia, e affermazioni del genere sono pane quotidiano sia nelle conversazioni al supermercato che in Parlamento. Quando invece l’unica parola che dovremmo dire, se consapevoli dei dati reali sull’immigrazione, è Grazie. Che non a caso è il titolo dell’interessante inchiesta di Riccardo Staglianò, pubblicata da Chiarelettere. Sottotitolo: Ecco perché senza immigrati saremmo perduti. Un lungo viaggio in Italia, dalla Sicilia al Trentino, per dimostrare quanto gli stereotipi a cui spesso agganciamo le nostre opinioni siano fragili e pericolosi.
Perché dovremmo dire Grazie agli immigrati?
Perché in una quantità di settori essenziali della nostra economia e della nostra società, sono ormai maggioranza. Senza di loro, letteralmente, si fermerebbero pezzi indispensabili del Paese. Dalle badanti alla babysitter, dagli addetti alle pulizie a quelli delle fonderie.
A chi fa comodo ignorare questo loro ruolo fondamentale?
Viviamo in un Paese dove va in scena la sistematica scomparsa dei fatti. La Lega ha fatto della paura dell'altro il suo mantra elettorale. Gli imprenditori leghisti conoscono alla perfezione la realtà, e sono grati ai loro dipendenti stranieri, ma i politici raccontano la storia che fa più presa sull’oncia dell'elettorato spaventato, ovvero dell'invasione degli immigrati. Peccato che, in realtà, abbiamo una delle quote più basse d'Europa di immigrati.
Dati quotidiani (gli ultimi, del Censis, affermano che il 77% degli immigrati ha un lavoro regolare, e quasi il 50% di loro è a tempo indeterminato) contraddicono l’idea di uno straniero che contribuisce notevolmente al reddito del paese. Perché non viene detto più spesso?
La cosa sorprendente in questi ultimi dati è che ci sorprendano. Nel libro cito il rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia in cui si dice chiaramente che non c'è alcuna sovrapposizione tra i lavori che fanno loro e quelli che facciamo noi. Eppure, a forza di sostenere il contrario, la gente ci crede. Tantopiù in periodi di crisi come quello odierno.
Alle scorse elezioni si è parlato di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti. Quali saranno gli ostacoli più duri da affrontare per giungere a questa conquista? Lei come pensa che potrebbero cambiare le cose concedendo loro il voto?
Con il tempo che fa - penso all'abominevole reato di clandestinità, che ha come unico effetto quello di consegnare gli irregolari alla criminalità organizzata, e ai respingimenti - credo che non sia affatto un traguardo vicino. Ma dal momento che pagano le tasse perché non dovrebbero votare, almeno amministrativamente?
Un articolo recente di The Atlantic affermava provocatoriamente che dobbiamo accogliere gli immigrati quantomeno per debito karmico: tutti i paesi, dopotutto, hanno avuto i loro immigrati. Che ne pensa?
Dico che in America, dove ho vissuto, indiani e cinesi diventano ministri e capi di importanti società. Questo è assolutamente impensabile in Italia. Quanto al debito karmico, mi sembra che la nostra amnesia rispetto al nostro passato recente sia sorprendente. Da come ci comportiamo sembra che la più grande migrazione del XX secolo, quella che ha riguardato 30 milioni di persone in giro per il mondo con valigie di cartone, abbia riguardato qualcun altro. E invece...
Durante il suo viaggio ha parlato con molti immigrati. Cosa le hanno raccontato?
È gente poco sentimentale, quindi grata all'Italia che, pur impegnandosi a metter loro i bastoni tra le ruote, garantisce stipendi migliori che in patria. La lamentela più frequente è quella del permesso di soggiorno, questa spada di Damocle sotto la quale vivono costantemente. E i cui tempi sono diventati così lunghi da diventare ormai arbitrio.
E’ ottimista rispetto al fatto che un giorno riconosceremo a queste persone ciò che gli spetta?
Non particolarmente. La nostra è una società spaventata e quindi egoista. Bisogna fare un'opera illuministica seria. Contro lo spavento ribadire che si tratta di numeri ben diversi da quelli messi in giro dalla propaganda governativa. Contro l'egoismo dare i numeri veri che dicono che gli immigrati producono il 10% del Pil e ci pagano le pensioni. È quello che ho provato a fare con questo libro.
Foto di Cendino Temè
"Ero a Dehli quando Rajiv Gandhi fu assassinato. Mi commosse l’immagine di Sonia, così sola e disperata, con la sua vita che andava in fumo insieme alle ceneri del marito”. Un’immagine, quella di una donna circondata da una folla enorme eppure totalmente isolata, che tormenterà per anni lo scrittore spagnolo Javier Moro. L’idea di seguire le tracce di una delle donne più potenti al mondo lo porta a scrivere Il Sari Rosso (Il Saggiatore, 585 pagg.), una biografia molto documentata che è anche la storia di una saga familiare, quella dei Nehru-Gandhi, la più potente famiglia indiana negli ultimi 100 anni. “E naturalmente non potevo dimenticare che la storia di Sonia parte dall’Italia, il paese in cui è nata e in cui ha vissuto per i suoi primi 18 anni” racconta Moro, che ha viaggiato attraverso tutti i luoghi in cui Sonia ha vissuto. Perché se è vero che il mondo intero conosce la vedova di Rajiv Gandhi, la nuora più amata di Indira, la fiera Sonia che oggi è a capo del Partito del Congresso Indiano (Inc), in pochissimi sanno che la stessa donna è nata a Lusiana, in provincia di Vicenza, si chiamava Sonia Maino e ha vissuto fino all’età di 18 anni a Orbassolo (To) con i genitori.
Un viaggio studio a Cambridge, nel 1965, e l’incontro con l’affascinante Rajiv, figlio della carismatica Indira, le cambierà la vità per sempre. E dal suo matrimonio con l’erede della dinastia indiana (“matrimonio ostacolato dalla famiglia di Sonia che non capiva, non si capacitava di una scelta che l’avrebbe allontanata per sempre dal suo paese”) Sonia Maino non esisterà più. Al suo posto nasce Sonia Gandhi, moglie devota prima e politica dal forte appeal in seguito. “Nel 2004 questa donna nata in Europa, una figura timida e sempre vissuta all’ombra prima della suocera e poi del marito, vince le elezioni e si converte da casalinga a terza donna più potente al mondo, la più importante figura femminile dell’Asia intera”. Sonia a un certo punta inizia a vestirsi solo in saree, l’abito tradizionale delle donne indiane, per evidenziare a un popolo sempre pronto ad attaccarla per le sue origini straniere che lei, con l’Italia, non ha più legami.
“E’ arrivata perfino a negare di ricordare ancora qualche parola di italiano” dice Moro. “Cosa che è praticamente impossibile, visto che fino a 18 anni ha vissuto in Italia. Per non parlare di voci non ufficiali ma molto accreditate che le attribuiscono viaggi periodici nel suo paese d’origine per visite alla famiglia”. Certo, va capito che per Sonia non dev’essere stato facile: cosa fare quando, dopo la morte del marito, è straniera nello stesso paese in cui ha scelto di vivere per amore? Decisa a portare avanti la dinastia (oggi, dopo le elezioni del 2009, al potere c’è il figlio Rahul), adorata come una dea dal popolo indiano, Sonia cerca di far dimenticare in ogni modo qualsiasi dettaglio che possa mettere in discussione la sua dedizione alla nazione. Ed è questo il motivo per cui le autorità indiane e l’entourage di legali che circondano Sonia stanno facendo di tutto per ostacolare una pubblicazione del libro in India: “Si tratta di un paese molto suggestionabile, e l’idea che la loro dea non sia completamente indiana non è contemplata. I legali vogliono che io dichiari che il libro è un’opera di fantasia: ma come si fa a dire che ho inventato la storia di personaggi pubblici così importanti?”.
I passaggi non ben visti dal partito del congresso sono sicuramente quelli che riguardano le origini umili di Sonia (suo padre era allevatore di mucche, una professione che in India è svolta dalle caste più basse). Ma anche e soprattutto le ricostruzioni di Moro del periodo in cui Sonia avrebbe fatto pressioni sul proprio marito Rajiv perché lasciassero l'India e andassero a vivere in Italia dopo la sonora sconfitta elettorale rimediata da Indira Gandhi nel 1977. Una debolezza che, se rivelata, minerebbe moltissimo la credibilità di questa donna di potere. E che diminuirebbe le chance che, un giorno, suo figlio Rahul diventi primo ministro, la quarta generazione di Nehru-Gandhi al potere.
Foto di Pressbrief.in
Un’italiana vince per la prima volta un torneo di tennis straordinario come il Roland Garros a Parigi e molti commenti, in rete ma non solo, sono sull’estetica della campionessa Francesca Schiavone. Sarebbe capitato lo stesso se avesse vinto un atleta maschio?
Lorella Zanardo è l’autrice del documentario Il corpo delle donne, un caso per il web in Italia, nel quale in qualche decina di minuti offre uno spaccato inquietante dell’uso del corpo di donne e ragazzine in televisione. Al documentario è seguito il libro, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 208 pagg.), in cui si passa dalla denuncia alle proposte di strumenti per essere consapevoli di ciò che guardiamo in tv.
Per Avoicomunicare le abbiamo chiesto di commentare la trasformazione che anche lo sport sta vivendo: la tv vuole certo grandi atlete ma che siano anche belle, prorompenti, sexy. Non solo atlete ma donne-immagine.
Ora è in Sud Africa, gioca con la maglia azzurra della Nazionale, ma tifa per la Nuova Zelanda almeno un po'. Kaine Robertson gioca per l'Italia di rugby in tourné in questi giorni tra Città del Capo e Johannesburg. In questa intervista, si dichiara immigrato contento nella Pianura padana anche se gli manca il mare. Non sopporta il razzismo e i calciatori che si buttano (e gli elettricisti che arrivano in ritardo). Alla vigilia del match tra Italia e All Whites, un tifoso particolare col cuore diviso in due.