Cinque nomi per cinque personaggi di seconda generazione che sono famosi in tutto il mondo. Dallo spettacolo alla politica scopriamo le storie di coloro per cui l'essere figli di più culture si è rivelata una marcia in più.
Si parla molto di "seconde generazioni", cioè di tutti quei bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che convivono con la ricchezza e le difficoltà di una doppia identità culturale: quella delle proprie origini e quella del paese in cui vivono. L'Italia è però un paese in cui la storia delle immigrazioni è ancora giovane e tutta da scrivere, al contrario di quei luoghi che sin dall'inizio del '900 accolgono popolazioni ed etnie straniere, come ad esempio gli Stati Uniti. Vediamo, proprio dagli States (e non solo!), cinque personaggi, conosciuti in tutto il mondo, che possono essere considerati a tutti gli effetti di "seconda generazione"!
5 - John Belushi. Genio, comicità e sregolatezza, Belushi è stato uno degli attori comici più conosciuti e amati dal pubblico in patria e nel mondo. Nato e cresciuto a Chicago, Belushi è figlio di Agnes e Adam Belushi, immigrati provenienti da Qyteze, in Albania. John e i suoi fratelli James, Marian e Billy crescono in seno alla comunità del luogo, legata alla Chiesa Ortodossa Albanese di Wheaton. Belushi raggiunge la fama grazie alla partecipazione prima al National Lampoon Inc e poi al Saturday Night Live, ruoli televisivi e radiofonici che lo portano a recitare nel cinema negli indimenticabili Animal House e The Blues Brothers. John Belushi lascia sin troppo presto il palcoscenico della vita, e il 5 marzo del 1982 viene trovato morto a seguito di un overdose nel cottage dove risiedeva in California. Ancora oggi, a 30 anni dalla sua morte, il ragazzo di Chicago, proveniente dall'Albania, viene considerato uno degli attori più capaci e geniali che la storia della comicità abbia conosciuto.

4 - Steve Jobs. Stephen Paul Jobs non è un personaggio che abbia bisogno di presentazioni. Conosciuto in tutto il mondo come uno dei più grandi innovatori del modo di vivere e intendere l'elettronica, il fondatore di Apple può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più brillanti esponenti delle "seconde generazioni" nel mondo. Nonostante abbia vissuto da sempre con i genitori adottivi Paul Reinholdt Jobs e Clara Jobs, Steve è infatti figlio di una cittadina americana e un immigrato siriano, Joanne Schliebe e Abdulfattah John Jandali. A far sì che il giovane venisse dato in adozione furono i genitori della madre che non vedevano di buon occhio la nascita al di fuori del matrimonio di Steve. Jobs non interruppe però i contatti con i due e chissà forse una parte del genio che ha contraddistinto il fondatore di Apple nasce proprio da una così ricca e variegata eredità culturale.

3 - Freddie Mercury. Non sempre è facile accettare le proprie origini, così diverse da quelle degli altri. E' proprio il caso di una delle icone del rock mondiale: Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury, frontman dei Queen. Freddie nasce a Stone Town, la parte vecchia della capitale del protettorato britannico di Zanzibar, in Tanzania, il 5 settembre 1946. E' figlio di Bomi e Jer Bulsara, entrambi di etnia Parsi e provenienti dal Gujarat, stato dell’India occidentale. Farrokh trascorre la sua adolescenza in India, con la nonna e la zia, e poi di nuovo a Zanzibar. Il 1964 è l'anno della fuga dal paese natìo a causa delle rivolte incombenti e dell'arrivo in Inghilterra. Per tutta la sua carriera Freddie Mercury cercherà di tenere lontana la stampa dalla "scoperta" delle proprie origini, sostenendo che fossero "poco compatibili" con la sua immagine. Ciò non toglie che Farrokh Bulsara è stato uno dei più grandi interpreti della storia della musica mondiale.

2 - Madonna. Ammettiamo di avere un po' imbrogliato, qui, perchè nel caso di Madonna Louise Veronica Ciccone parliamo di una sorta di "terza generazione". Madonna è figlia di Silvio Ciccone, a sua volta figlio di emigrati italiani, provenienti dal paese abruzzese di Pacentro, in provincia de L'Aquila. Per la sua carriera come cantante e protagonista a tutto tondo del mondo dello spettacolo non c'è bisogno di dire nulla, mentre vale la pena ricordare le origini italiane di Madonna, così come quelle di tantissimi personaggi dello spettacolo e della vita mondana di tutto il mondo: noi italiani siamo, da sempre un mondo di migranti e di "seconde generazioni". La storia del paese è infatti costellata da ingressi, influenze di altre culture e viaggi intrapresi dagli italiani per scoprire nuovi mondi e poter vivere in maniera dignitosa. Insomma, se siamo un popolo così ricco almeno un po' forse lo dobbiamo alla voglia e alla necessità di allontanarci da nostro paese e portarci dietro la nostra cultura, esattamente come ogni giorno fanno migliaia di persone che dal mondo vengono in Italia!

1 - Barack Obama. Come chiudere questo nostro piccolo excursus se non con uno degli uomini più potenti del mondo? Barack Obama, 44° Presidente Eletto degli Stati Uniti d'America è a tutti gli effetti un rappresentante delle seconde generazioni. Barack nasce a Honolulu, Hawaii, da madre del Kansas e padre keniota di etnia Luo. Dal padre, che vedrà una sola volta dopo il divorzio dei genitori, Obama riceve un patrimonio culturale e identitario non semplice da gestire e far proprio, che lo porterà negli anni dell'adolescenza a doversi porre difficili domande sul proprio senso di appartenenza e le proprie origini, questioni fondamentali della vita umana che lo spingeranno con il passare del tempo verso la politica e l'attivismo, prima nel campo delle questioni razziali e poi, in un percorso ancora non concluso, alla politica a 360°. Il viaggio e l'esempio di Barack Obama è fondamentale anche perchè rispecchia, in molti modi, quello percorso da tanti giovani di seconda generazione in tutto il mondo, compresa l'Italia. La politica, l'associazionismo, la voglia di mettersi in discussione, di lavorare concretamente per il paese e per chi si trova nelle proprie stesse condizioni di vita in due "mondi" diversi è infatti un tratto comune per tanti ragazzi di "seconda generazione" su tutto il territorio italiano.
E allora la domanda che nasce spontanea è proprio questa: negli Stati Uniti l'attuale presidente è figlio di un cittadino non statunitense; quanto tempo ci vorrà prima che lo stesso succeda anche da noi?

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Un concerto per combattere la fame nel corno d'Africa. Un percorso che coinvolga milioni di utenti in tutto il mondo tramite il web per gridare che insieme è possibile sconfiggere una delle più grandi piaghe del nostro pianeta. Una Voce per L'Africa è l'ambizioso progetto del Comitato Italiano per il World Food Programme, che prende il via oggi e culminerà il 16 dicembre con un concerto in diretta web della cantante NOA, Good Will Ambassador della FAO.
Partecipazione, condivisione, lavoro di squadra: parole che negli ultimi tempi sono salite alla ribalta nel linguaggio dei media, in gran parte per merito del Web, che si è imposto sempre di più come strumento per eccellenza di fruizione democratica, dove milioni di utenti ogni giorno discutono, si confrontano e si fanno portavoce di iniziative e proposte.
A partire dal 6 dicembre sul Web nasce il sito dell'iniziativa "Una voce per l'Africa", l'idea studiata dal World Food Programme e da Telecom Italia per spalancare le porte del tradizionale concerto di Natale della FAO agli spettatori di tutto il mondo. L’obiettivo è portare nelle case degli utenti i problemi e le possibili soluzioni legate all'emergenza del Corno d'Africa, dove la peggiore siccità degli ultimi sessant'anni ha deteriorato in maniera drastica le condizioni di vita delle popolazioni di Etiopia, Kenia, Eritrea, Gibuti e Somalia. Tanto che oggi sono a rischio le vite di 13 milioni di persone.
La possibilità di fare la differenza viene messa in mano ai tanti che ogni giorno utilizzano internet per documentarsi e che vogliono capire e affrontare i problemi del mondo, attraverso notizie, approfondimenti e opinioni che per dieci giorni renderanno il sito Web dell'iniziativa una piazza virtuale e un luogo dove raccogliere aiuti che rendano possibile nei prossimi giorni, mesi, anni, creare iniziative e lavorare per dare la possibilità di vivere a bambini, donne e uomini del Corno d'Africa.
Tra le tante voci che già parlano dell'iniziativa c'è quella della cantante di origine israeliana Noa, da tanto Ambasciatrice della FAO, che sarà protagonista di alcuni degli appuntamenti più importanti di questo percorso di scoperta. Al pubblico dell'iniziativa l'artista regalerà il 16 dicembre tutta l'emozione del tradizionale concerto di Natale della FAO, che quest'anno per la prima volta potrà essere seguito interamente in diretta streaming dal sito web di "Una voce per l'Africa". Non solo, perché nei dieci giorni precedenti l’evento, Noa sarà protagonista di due chat aperte, da seguire e a cui partecipare in diretta attraverso il Web.
Sulla scia degli importanti eventi di cui Internet si è fatta portavoce negli ultimi anni, World Food Programme invita tutti gli utenti a cambiare il mondo in meglio. A voi la scelta di partecipare e fare la differenza.
Partecipa e segui gli appuntamenti sul sito di Una Voce per l'Africa!
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Due settimane di rodaggio con tanta musica e poi, finalmente, in onda. La web radio della comunità ebraica milanese (28 anni è l’età media dei conduttori) si chiama JewBox, e già nel suo nome si leggono la lungimiranza e l’ironia dei suoi fondatori. Che si alternano, divertendosi molto, ai vari programmi, che hanno nomi come Jewleschine (diario di viaggio pieno di idee e appunti), Armaghetton (rubrica sportiva semiseria sulla squadra di calcio ebraica di Milano, la Ghetton), Zooish (che riprende il format dello Zoo di 105, radio che li ha aiutati, all’inizio, per le trasmissioni). Ma, soprattutto, lo spirito colto, cosmopolita e scanzonato di una gioventù cresciuta in famiglie in cui spesso madre e padre sono di diversa nazionalità, giovani che hanno studiato nei college stranieri e sono abituati a viaggiare e a parlare lingue differenti. E quindi abituati al dialogo.
Ecco perché nel loro manifesto, in home page, c’è descritto un universo che, alla Jovanotti dell’ombelico del mondo, dichiara che JewBox parla a tutti, ma proprio tutti: “ashkenaziti, sefarditi, religiosi, religiosi moderni, quelli di piazza e a quelli che preferiscono la pizza, quelli che fuori mangiano il sushi, quelli di destra e di sinistra, quelli che vedi solo a Kippur, laici, sionisti o tradizionalisti”. L’entusiasmo è in fondo il modo migliore per iniziare, e a due mesi dalla messa in onda pare che ripaghi. La musica, ovviamente, non è l’unico interesse di questi ragazzi, che ci tengono moltissimo a fare informazione, e che la loro informazione sia laica.
“Siamo i primi a volere che ci sia un dialogo, una conoscenza dell’altro, dopotutto siamo stati abituati a crescere in mezzo a culture diverse, a frequentare direttamente il mondo là fuori”. Il mondo là fuori è fatto delle diverse comunità culturali presenti in una città come Milano, in cui proprio in questi giorni si discute, a un passo dalle elezioni per il nuovo sindaco della città, di come questo rapporto con altre etnie e altre religioni vada vissuto e sviluppato. E proprio su questo i ragazzi di JewBox sono compatti: “Certo che vogliamo una moschea a Milano, è assurdo che non ci sia. Il dialogo con le minoranze è fondamentale, e Milano non può far finta che luoghi come via Padova e via Paolo Sarpi non esistano”.
“Tutti possiamo fare spettacolo, e lo faremo”, afferma Simone Mortara, uno dei consiglieri della radio. “Per noi stessi, per scoprirci, per migliorarci e quindi essere pronti a raccontare al mondo chi siamo”. Un po' come un vecchio proverbio sulle montagne e Maometto, farsi conoscere è forse la strada più giusta per poter parlare davvero di dialogo. Dopotutto, da una parte o dall'altra la conversazione dovra pur cominciare, no?
Foto di Meir Jacob
Quanti cliché in Occidente sulle donne arabe. "Perché non capite che non siamo tutte uguali?". Parla la scrittrice e giornalista libanese che da qualche anno pubblica una rivista sul corpo e l'eros e deve sopportare attacchi e critiche violente.

È una storia che parte da lontano, lontanissimo anzi. Cinquemila chilometri, anzi 4950 per esser precisi, la maggior parte dei quali percorsi a piedi. Un viaggio che ogni giorno migliaia di bambini e ragazzi afghani percorrono, tra mille difficoltà, nella speranza di raggiungere condizioni di vita migliori. Non a tutti va bene, il viaggio è duro e lungo, circa sei mesi. Ma ad alcuni succede di arrivare in un posto quasi magico, incredibile, in cui è possibile vedere centurioni per le strade come nei cartoni animati, una città bella e grandissima, che viene soprannominata subito (proprio per via dei centurioni) la città di Asterix. Nome immaginifico, che rivela tutta l’innocenza del sogno di quattro ragazzini arrivati a Roma nel 2008. È uno dei giorni in cui il Tevere esonda, piove a dirotto, e i quattro prendono un autobus che li porta a Piramide. Proprio su quell’autobus, stanchi eppure ancora curiosi, incontrano una giornalista, Carlotta Mismetti Capua. Iniziano a chiacchierare, in inglese, e da quel giorno parte un percorso che passa attraverso tutte le vie burocratiche per avere casa, un documento, un’istruzione.
Non facile. Soprattutto perché Carlotta dà appuntamento ai quattro ragazzi per il giorno dopo, e la mattina ne trova soltanto uno, Akmed, che si fida di lei e la cui storia nuova, quella italiana, inizia da lì. Parallelamente nasce qualcos’altro, insieme all’interesse di Carlotta per quello che ne sarà dei ragazzi afghani, per il loro destino. Qualcosa che all’inizio è solo un gruppo su Facebook, persone che raccontano le loro personali esperienze, che cercano di rendere più semplice il percorso dei quattro ragazzi, o che vogliono semplicemente passare a lasciare un messaggio di solidarietà. Ma che successivamente diventa una esperienza di storytelling sul social network, un gruppo di narrazione fatto di parole e di affetto che si stringono attorno alla storia iniziata sull’autobus che andava a Piramide in una sera di pioggia.
Perché Carlotta decide di continuare a scrivere questa storia finché l’esperienza non avrà portato a un lieto fine. E, chissà, magari sarà una storia che non finirà mai, non finché ci saranno ragazzi che viaggiano a piedi da un paese così lontano solo per avere una speranza in più e, una volta arrivati, troveranno difficoltà e ostacoli invece che accoglienza. Diventato prima un ebook e poi ispirazione per un cortometraggio che ha vinto al Roma Fiction Fest, adesso la città di Asterix è diventata un libro, edito da Piemme. Il titolo è Come due stelle nel mare (15 euro, 196 pagine), il racconto è quello universale di un’emergenza che non può essere più soltanto tale quando è quotidiana e coinvolge dei bambini.
Nel frattempo Wali, Madhamat e Abdul, gli altri tre del bus, sono tornati. E poi ripartiti. Un loro amico, Moh, un piccoletto con la faccia da bimbo, ha proseguito il suo viaggio verso Londra. Ma tutti loro, e tutti quelli che verranno dopo, potranno trovare nella città di Asterix la città ideale, quella dove non importa avere documenti per poter entrare e ricevere un sorriso. Una città in cui tutti sono uguali.
Per lo streaming video della presentazione clicca qui.
“Ma mica sono arrivati adesso, è da gennaio che sbarcano. Solo che adesso non si poteva più tacere, l’emergenza è tale che il governo non ha più potuto far finta di niente.” Giacomo Sferlazzo è cresciuto a Lampedusa, vive lì da trent’anni e non è certo uno che si impressiona per qualche sbarco. Pittore e musicista, si occupa da sempre di sociale, grazie alla sua associazione Askavusa, che in dialetto siciliano vuol dire “a piedi nudi”.
Quando due anni fa ci fu la rivolta degli immigrati che vivevano in quello che allora era ancora chiamato CPT (centro di permanenza temporanea) e a cui oggi ci si riferisce come CIE (centro identificazione ed espulsione), scrisse una canzone, Lampedusa 24/01/2009, per sottolineare come la rivolta che tutti i media descrivevano come spaventosa e tragica, si trasformò in un esempio di solidarietà e accoglienza da parte di tutti i lampedusani.
“Parliamoci chiaro, la situazione che c’è adesso è drammatica, non si può negare”, spiega Giacomo, che con la sua associazione ha contribuito a fornire un primo soccorso agli immigrati arrivati dalla Tunisia. “Quando hanno cominciato ad arrivare i primi immigrati, dormivano sul molo, per le strade. Poi alcune associazioni come la nostra, ma anche Legambiente e Amnesty International, hanno denunciato la cosa, e solo dopo 4 giorni si sono decisi ad aprire il CIE, che è comunque non idoneo a sistemare tutti con le adeguate condizioni sanitarie.”
È certo che chi si trova a Lampedusa in questo momento, si rende conto che quello che sta succedendo non è normale, ma poteva almeno essere prevedibile. Gli eventi delle scorse settimane in Nordafrica lasciavano sicuramente presagire l’arrivo di un’ondata numerosissima, e adesso l’isola che più di tutte le altre zone d’Italia è costretta a fare i conti con continui sbarchi, è praticamente in una condizione di stallo. “Una condizione che potrebbe però peggiorare da un momento all’altro”, avverte Giacomo. “E non che Lampedusa non abbia già affrontato altre situazioni simili, ma quello che sta succedendo adesso è diverso per dimensioni. Il CIE può accogliere al massimo, in situazioni di emergenza, 1000, 1300 persone. Ma si tratta di offrire dimora temporanea, non può che essere una soluzione in attesa di qualcosa di più stabile. Il resto degli sbarcati, quelli che non hanno trovato posto al centro, sono in giro per le strade, senza appoggio, senza un preciso piano che dia tranquillità a loro e ai lampedusani.”
Gli abitanti di Lampedusa sono divisi, ed è normale che la situazione li spaventi. L’isola è grande soltanto 22 km quadrati, troppo piccola perché a un certo punto la convivenza non diventi insostenibile. E se ora si chiede aiuto all’Unione Europea, ci si chiede quanto si pensasse che avremmo dovuto attendere prima che l’esodo delle rivoluzioni africane arrivasse sulle nostre coste. “Non ho visto bambini e donne, forse alcuni di loro sono nel CIE”, racconta ancora Giacomo. “In giro ci sono solo uomini giovani, tra i 18 e i 20 anni, alcuni poco più che trentenni. Se ne vanno in giro per l’isola, ma il pericolo vero è che una qualsiasi provocazione, un qualsiasi scontento, possa far degenerare la situazione”.
Nella notte un barcone di egiziani è sbarcato sulle coste ragusane, e altri sono stati trasferiti a Crotone, in attesa che si decisa cosa farne. Molti, la maggior parte, hanno fatto richiesta di asilo politico. Nel frattempo Mineo, paese in provincia di Catania, si prepara ad accogliere alcuni dei tunisini di Lampedusa, in un residence con 404 unità abitative. Un villaggio della solidarietà per far fronte all’emergenza. “C’è però bisogno di un piano più serio, più lungimirante”, conclude Giacomo. “Non si può, non si deve affrontare tutto sempre nel nome dell’emergenza.
Qualunque sia la loro sorte futura, queste persone sono arrivate qui, e hanno diritto a un’assistenza che rispetti le minime condizioni sanitarie. Cosa che adesso non è possibile, visti i numeri e l’inadeguatezza delle strutture. Dopodiché bisognerà trovare loro una collocazione che non faccia pesare tutto su un unico territorio. Perché la solidarietà, in certi casi, non basta.”
Foto di Noborder
And the Globes go to Glee. Durante la notte dei Golden Globe, a Los Angeles, due premi importanti sono andati ai protagonisti, ma la serie tv che assomiglia a un musical si aggiudica soprattutto il premio per la miglior comedy dell’anno.
Con una prima stagione da pochissimo in onda in chiaro, su Italia Uno, e una seconda partita benissimo su Fox, che piaccia o meno Glee è il fenomeno televisivo di cui più s’è parlato negli ultimi mesi, quello che sicuramente ha più fatto costume. La sopresa? Il fatto che i protagonisti siano tutt’altro che teenager ricchi e ben vestiti come in Gossip Girl o Beverly Hills 90210, e nemmeno poveri ma di belle speranze come quelli di Dawson’s Creek. No, i protagonisti di Glee non sono né più né meno che degli sfigati. Letteralmente. Che poi l'essere sfigati (e l'affrancarsene, se è previsto) cambi a seconda della latitudine, questo è un altro discorso.
Certo è che in un liceo dell'Ohio la parola Loser identifica delle categorie specifiche, che anni e anni di telefilm ci hanno insegnato a riconoscere. Dinamiche comportamentali comprese. Da una parte il giocatore di football e la cheerleader, dall'altra tutta una serie di loro coetanei che poco ne sanno di come si sta al mondo. Stereotipi? Andate a raccontarlo a quelli che nella provincia americana ci vivono e che quelle scuole le frequentano. Andate a dirlo all'afroamericana sovrappeso, all'asiatico che passa inosservato, al nerd in carrozzella, alla checca che non riuscirebbe a mimetizzarsi neppur volendolo, alla secchiona con sogni di gloria. Perché questi personaggi, in Glee, ci sono proprio tutti. Vivono dietro ai loro armadietti, cercano di non farsi prendere troppo in giro o di non invidiare troppo la biondina con il naso all'insù dalla cui strada la genetica, per prima, li ha separati. Ma dentro rosicano, eccome.
La loro fortuna, però, è quella di vivere nel ventunesimo secolo. Quello che, per dircela tutta, è iniziato sotto il segno dei reality. Avete presente quei programmi televisivi in cui la persona più insospettabile tira fuori risorse che non avreste mai detto e diventa tutto a un tratto celebrità? Avete presente Susan Boyle, per intenderci? Il palcoscenico, le luci della ribalta, quelle sì che sono la vera conquista. Glee è questo: è il sogno di un gruppo di perdenti che si riunisce (quando può) in un angolo della palestra a cantare, per immaginarsi di vivere una parentesi diversa da quella degli sgambetti in corridoio e delle risatine nei bagni.
Glee è l'insieme di queste persone destinate a non emergere mai e che invece provano a fare qualcosa insieme e rompono le scatole a cheerleaders sbrillucicanti e giocatori di football virili e senza paura. Quelli che all'inizio pensi di poter schiacciare come se fossero moscerini fastidiosi e invece ti rendi conto che possono essere testardi e tenaci. Perchè è gente che una volta salita sul palcoscenico, una volta provato cosa vuol dire vincere, non scende più. Semplicemente perchè sogna da troppo tempo. Ecco perché a Los Angeles, stanotte, quelli di Glee erano tutti insieme, tutti sul palco, a ritirare il premio. Alcuni di loro sanno cosa vuol dire nascondersi dietro a un armadietto e non vogliono perdersi nemmeno una parte del sogno.
Foto di I heart him

Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
Grazie e buona partecipazione a tutti.
Un uomo attraversa con il suo camion l’autostrada che porta a Phoenix, capitale federale dell’Arizona. Due agenti lo fermano e gli chiedono i documenti. Abdon, questo il nome del camionista, mostra la patente e il numero di sicurezza sociale. Ma a quanto pare non basta. I due agenti vogliono vedere il certificato di nascita che dimostri che Abdon è nato negli Stati Uniti. Peccato che siano poche le persone a portarsi dietro un documento del genere, e Abdon non fa eccezione. Il risultato? L’uomo viene fatto scendere dal suo camion e portato immediatamente negli uffici dell'Immigration and Customs Enforcement di Phoenix per accertamenti. Sia lui che sua moglie sono nati in terra americana, ma la pelle scura è bastata come presupposto per essere trattenuto e trattato come un criminale. Un tipico caso di racial profiling, che da circa una settimana è una procedura standard nello stato del senatore McCain. La legge federale SB 1070 approvata a Phoenix dalla governatrice Jan Brewer sta facendo discutere l’America e non solo. Si tratta di un provvedimento fortemente voluto dall’estrema destra repubblicana, la stessa che sta sfruttando la presunta minaccia di invasione da parte di immigrati ispanici e la profonda crisi economica. Negli Stati Uniti di Barack Obama, il presidente che ha promesso al suo insediamento che una delle sue priorità sarebbe stato il problema dell’immigrazione clandestina, la prima risposta concreta arriva da uno stato del sud non certamente noto per la sua apertura ai valori democratici. La legge prevede, tra l’altro, che verrà considerato illegale per un immigrato regolare lavorare o cercare un lavoro in Arizona. Oltre a poter procedere all’arresto immediato di chi non possa provare di essere cittadino americano com’è successo al malcapitato Abdon, le autorità di polizia potranno fare lo stesso con chi dia modo di “dubitare ragionevolmente” riguardo al proprio status. In poche parole perquisizioni e arresti per tutti coloro che abbiano un aspetto straniero. Le organizzazioni latine presenti sul territorio americano, tra cui il National Council of La Raza, hanno già espresso il loro forte dissenso nei confronti dell’introduzione del reato di clandestinità. Gli attivisti per i diritti civili si sono rivolti anche alla Major League di Baseball, chiedendo di boicottare la All Star Game che nel 2011 si dovrebbe giocare proprio a Phoenix. Anche perché il 27,7% dei giocatori della Major League sono nati fuori dai confini degli Stati Uniti. Nemmeno il basket è rimasto a guardare. E già da stasera gli Arizona Suns, la squadra di Phoenix, in campo contro i San Antonio Spurs indosseranno una divisa con su scritto Los Suns. Per decisione della stessa società sportiva. Anche le celebrità hanno fatto sentire la loro voce di dissenso. Shakira, la pluripremiata cantante di origine colombiana, ha lanciato una campagna mediatica contro la legge, affermando: “Se adesso mi trovassi a Phoenix potrei essere arrestata semplicemente per via del colore della mia pelle e perché non ho con me i documenti, nemmeno la patente. E’ assurdo”. E Hillary Clinton ha detto durante un’intervista a NBC che una legge su un argomento così delicato dovrebbe essere opera del governo federale e non dei singoli stati. In attesa che sia proprio lo stesso governo federale a decidere di sospendere la legge dell’Arizona e varare un testo legislativo sull’immigrazione che valga per tutti gli Stati Uniti. Ma se il mondo intero discute e si indigna su questo provvedimento, come mai in Italia la cosa ci sembra alquanto familiare? Forse è perché una legge così nel nostro paese esiste già. Infatti il reato di clandestinità in Italia è stato introdotto con il decreto legge sulla sicurezza approvato dal Governo nel maggio scorso e in vigore dall’8 agosto. Tra le norme, appunto, quella in cui si prevede che chi entra o soggiorna in maniera illegale in Italia commette il reato di immigrazione clandestina e rischia un’ammenda da 5 mila a 10 mila euro. Poche le proteste seguite alla norma. Forse perché da noi è scontato che il cittadino di colore diverso non è sicuramente “dei nostri”. Concetto superato in una società multietnica come quella statunitense. Di sicuro c’è che potremo almeno affermare che, per una volta, abbiamo anticipato gli americani.
Foto di Irenegodinez

Il soggiorno a Copenaghen sta finendo e proprio con la città di Copenaghen, intesa come pubblica amministrazione, concludiamo le nostre interviste.
Copenaghen è la città più verde d’Europa: il primato è stato stabilito dallo European Green City Index, lo studio Siemens sulla sostenibilità ambientale presentato nei primi giorni di COP15. I dati che vengono valutati per la stesura della classifica tengono conto di varie categorie: livello emissioni CO2, energia, edifici, trasporti, acqua, rifiuti e uso del terreno, qualità dell'aria e governance ambientale.
I funzionari responsabili di politiche ambientali e del programma sulle biciclette tengono fede alla fama e ci raccontano i progetti su cui stanno lavorando e ai processi virtuosi che stanno cercando di innescare. Particolare importanza viene data alla partecipazione dei cittadini: il loro feedback è considerato fondamentale, specialmente quando si progettano soluzioni specifiche per strade e quartieri, cosa che Copenaghen sta facendo in molti modi.
Nel frattempo, al Bella Center, sembra che le trattative non stiano facendo i progressi sperati. Ci saranno ancora manifestazioni, speriamo non scontri, ci saranno ancora palchi e persone che applaudono ma nessuno tra i danesi con cui ho parlato in questi giorni è ottimista circa il raggiungimento di un risultato concreto e adeguato all’emergenza. E, soprattutto, resta la convinzione abbastanza generalizzata che debba essere la politica a fare passi coraggiosi, a dare una visione del mondo come dovrebbe essere.
A noi resta la fortuna di aver visto un pezzo di città di cui i media non parlano o parlano poco: cosa pensano le persone, gli attivisti, chi lavora nelle istituzioni per costruire una città migliore.
Klaus Bondam, assessore all’Ambiente e alla Mobilità della città, ha recentemente detto: “Qui a Copenaghen cerchiamo soluzioni che possano salvare il mondo. Vogliamo essere di ispirazione ad altre città”. Gli obiettivi ambiziosi e l’impegno nel raggiungerli da parte sembrano dimostrarlo
Abbiamo appena finito le intervista di oggi quando iniziano i primi fiocchi di neve. È tempo di ripartire, vedremo da casa i risultati finali di COP15, magari con un orizzonte un pò più ampio di cinque giorni fa.
E grazie a tutti!
La cantante Noa interviene su avoicomunicare per parlare di musica, scienza e del loro rapporto con la pace.
Noa sostiene che musica e scienza, e tutte le altre arti, siano in continua evoluzione, grazie all'apertura mentale che le contraddistingue. E proprio quest'apertura mentale può portare al raggiungimento di un grande obiettivo: un mondo all'insegna della pace.
Cosa ne pensate delle parole di Noa? Credete che sia possibile costruire un mondo veramente pacifico, dove l'importante siano i punti in comune delle diverse culture e non le loro differenze?
Massimo Parisi ci parla del rapporto tra musica e tecnologia.
Dj e radiocronista, ci racconta come alla fine degli anni '90 si sia verificata una vera rivoluzione nel campo della musica e della radio.
Dal vinile si passò al cd, ma è solo con l'introduzione della compressione mpeg e del formato mp3, nato dal contributo dell’ingegnere italiano Leonardo Chiariglione, che si è arrivati a ottenere degli elementi ormai imprescindibili per la musica: la purezza del suono, la semplificazione della portabilità e la grande disponibilità alla portata di tutti.