Un film-istantanea per raccontare le due settimane che hanno aperto per l'Egitto la possibilità di cambiamento, fatto con i dialoghi, i volti e le azioni dei ragazzi che si sono esposti in prima persona per riconquistare la propria libertà: Parliamo con Stefano Savona, regista di Tahrir Liberation Square.
Il 25 gennaio del 2011 in piazza Tahrir iniziano le proteste, condotte da migliaia di persone provenienti da tutto il paese e dalle situazioni sociali più disparate. In oltre due settimane di lotta i manifestanti riescono a portare alle dimissioni il presidente Hosni Mubarak, al potere da 30 anni. Il regista Stefano Savona ha vissuto in prima persona gli scontri, le discussioni, le paure e le vittorie della piazza, documentando e registrando. I suoi sforzi hanno portato alla creazione di Tahrir Liberation Square.
Stefano, sin dall'inizio della tua carriera cinematografica il mondo arabo è sempre stato al centro dei tuoi interessi, così come la voglia di lottare che nasce dal basso.
Sì, quello che c'è in Tahrir corrisponde alla fusione dei miei due grandi interessi. Quando ho saputo delle manifestazioni del 25 gennaio ho pensato che dovevo esserci, non per riprendere, o per girare un documentario, ma perchè in quel momento si faceva la storia. La mia storia con il mondo arabo è di lunga data ed è proprio mentre mi trovavo in Tunisia per gli studi che ho iniziato a interessarmi prima di fotografia, poi di regia. In Egitto avevo conoscenti e contatti dal momento che comunque era un posto dove andavo circa una volta l'anno, e così non ho avuto dubbi: dovevo essere lì. Sono riuscito a partire in fretta e furia e arrivare al Cairo il 29, poco prima della chiusura delle frontiere. Poco dopo l'arrivo il progetto ha riscosso l'interesse e l'appoggio di Rai Tre, dove è andato in onda in forma ridotta. Quel che ne è venuto fuori è stato poi un film unico nel suo genere, perchè è il primo film che documenta le rivolte in tempo reale.
Sulla cosiddetta "Primavera araba" è stato detto molto, cosa pensi sia successo l'anno scorso in Egitto e nel mondo arabo, e cosa pensi succederà ancora?
Per quanto riguarda il mondo arabo la questione è molto complessa: non posso dire io quali sviluppi avrà o quali implicazioni ha avuto, perchè si tratta di questioni profondamente legate alla storia e alla politica mondiali. Non credo neanche che un film sia il mezzo adatto per parlarne. Il mio obiettivo era differente, era quello di catturare un momento storico, un'atmosfera, di mostrare anche la riappropriazione della libertà da parte di persone che non ne avevano più avuta da 30 anni. In questo momento, dopo la caduta di Mubarak, la situazione in Egitto è ancora critica, e ancora le persone scendono in piazza, perchè il paese è in mano ai militari. Quello che è cambiato rispetto a prima è che ora si inizia a delineare la possibilità di elezioni e di un dibattito aperto, ma nessuno ancora sa "come andrà a finire", forse tra sei mesi riusciremo ad averne un'idea migliore, ma ora è ancora tutto in discussione.
La libertà, il confronto, le discussioni sono uno dei temi portanti sia di Tahrir, sia del resto dei tuoi film. Perchè?
Per quanto riguarda Tahrir i momenti di confronto e di discussione sono forse la parte più importante di tutto il film. La piazza non andava mai a dormire e la sera, al termine degli scontri ovunque ti girassi c'erano dibattiti continui. Ognuno parlava di cosa si doveva fare per il paese, ognuno si confrontava sui grandi temi dell'Egitto, e questa è la cosa fondamentale. Ogni notte vedevi cittadini egiziani che per decenni non avevano potuto esprimersi per la paura di essere puniti, e che finalmente si riappropriavano di uno dei diritti fondamentali dell'uomo, è stato come vederli respirare di nuovo.
Hai portato Tahrir nei cinema di tutto il mondo, dall'Italia al Canada passando anche dagli Stati Uniti: quali sono state le reazioni del pubblico?
Finora Tahrir è stato presentato in circa 60 sale in tutto il mondo, in Italia è andato in onda su Rai Tre e il 25 gennaio esce nelle sale cinematografiche francesi. Di solito la reazione che vedo nel pubblico è quella di una forte compartecipazione alla situazione dei protagonisti. In genere alla fine della proiezione qualcuno viene da me e dice "se ci sono riusciti loro in quelle condizioni, perchè non dovremmo farlo noi?" C'è una sorta di presa di coscienza e il desiderio di cambiare le cose, e la sensazione che cambiare le cose è sempre possibile, e questo è importante, perchè chi ha lottato in Egitto erano persone normali.
Quali erano le aspettative per il futuro dei manifestanti e quali sono adesso?
Come ho già detto è difficile capire cosa succederà. Per chi era in piazza allora non c'era un'idea precisa di cosa fare "dopo" perchè non esisteva un "dopo", esisteva la necessità di liberarsi. Ho sentito alcuni amici, che il 25 gennaio saranno sicuramente di nuovo in piazza per l'anniversario dei primi scontri. In più tra qualche giorno ci saranno le prime elezioni dopo moltissimo tempo, e probabilmente vincerà il partito dei Fratelli Musulmani (così è stato NdR). Molti dei miei amici lì in realtà alle notizie di quanto questo partito stesse guadagnando terreno non erano entusiasti, ma a dispetto di quanto viene percepito qui, una vittoria del genere non è necessariamente da considerarsi un trionfo del fondamentalismo. Il paragone più simile che mi viene in mente è quello con la vecchia Democrazia Cristiana in Italia: si tratta di un partito a base e ispirazione religiosa, ma all'interno convivono decine di correnti e atteggiamenti differenti. Il futuro però è ancora molto difficile da interpretare: lo scopriremo solo nei prossimi mesi.
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Dove andare per richiedere o rinnovare il permesso di soggiorno in Italia? Quali documenti servono e quali tasse c'è bisogno di pagare? Oggi vogliamo spiegarvi in poche parole i passi fondamentali per ottenere in maniera semplice e rapida il documento.
La necessità della richiesta o del rinnovo del permesso di soggiorno è una questione che interessa tutti gli stranieri residenti in Italia o che, per motivi di lavoro o altro, decidono di venire nel paese. Ecco passo dopo passo una breve guida capace di aiutare chiunque si trovi a doverlo ottenere.
Per quali motivi si può richiedere il permesso di soggiorno?
Un cittadino straniero in Italia può richiedere il permesso di soggiorno nel paese per i seguenti motivi:
Per qualunque motivazione non elencata tra queste c'è bisogno di una richiesta diretta presso la Questura.
Dove ritirare i moduli?
Per ritirare tutto il necessario per la richiesta del permesso di soggiorno per i motivi sopra elencati basta recarsi presso un qualunque ufficio postale che aderisca al progetto Sportello Amico. Lì è necessario farsi consegnare il kit apposito, che contiene tutte le istruzioni e i moduli da compilare. Ogni motivazione prevede la compilazione di specifici moduli e la presentazione di specifici documenti, sempre elencati e descritti nel kit stesso.
Per avere aiuto nella compilazione e presentazione dei moduli è possibile richiedere assistenza presso un patronato o presso il Comune laddove sia in atto il programma di sperimentazione apposito.
Al momento dell'invio l'Ufficio Postale provvederà a rilasciare una ricevuta che varrà come permesso di soggiorno provvisorio. Questa ricevuta è assolutamente necessaria e non va smarrita in alcun modo.
Al momento dell'appuntamento in Questura verrà comunicata la data di rilascio del permesso di soggiorno direttamente all'interessato.
Quanto costa il permesso di soggiorno? Quali tasse da pagare?
E' inoltre possibile seguire l'avanzamento della pratica di rilascio di permesso di soggiorno, utilizzando ID e password rilasciati dalle Poste.
800.309.309 (gratuito) Anci
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Sabato 14 la comunità cinese di Roma entra nell'anno del drago. A partire dalle ore 14 si festeggerà l'occasione a piazza del Popolo con acrobazie, musica, sfilate e tanto altro.
Si chiama Chun Jie, cioè festa di primavera, corrisponde al primo novilunio dell'anno secondo il calendario lunare ed è una delle feste più sentite e importanti della cultura cinese. Quest'anno però il capodanno arriva un po' prima, almeno a Roma. La data stabilita per i festeggiamenti sarebbe infatti il 23 gennaio, ma la comunità cinese della capitale ha voluto anticipare la fine di un anno poco fortunato, anche e soprattutto per il brutale omicidio che ha sconvolto la città solo poco tempo fa.
Così sabato 14 gennaio piazza del Popolo, una delle più centrali e importanti di Roma si tingerà di rosso, il colore fortunato per eccellenza. Il luogo dell'evento è importante: si tratta infatti della prima volta che uno spazio così centrale e di storica importanza viene utilizzato per far incontrare la città e una delle sue comunità storiche. Per chi si trova a Roma è anche un'imperdibile occasione per scoprire tradizioni, suoni, colori e sapori di un mondo vicino e lontano.
Ai festeggiamenti in piazza non mancheranno i nomi importanti: quelli dell'Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia Ding Wei, del Ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi e del Sindaco di Roma Gianni Alemanno, che apriranno la festa dipingendo di rosso gli occhi del drago, come raccomandato dalla tradizione. L'occasione chiude anche un periodo veramente importante: un anno della cultura cinese in Italia che ha portato i paesi a stringere ulteriormente rapporti già saldi.
I festeggiamenti dureranno fino alle 18:30, quando uno spettacolo di fuochi d'artificio saluterà il nuovo anno, quello del drago, il segno dello zodiaco considerato più di buon auspicio, in grado di portare prosperità e cacciare via influenze negative e spiriti maligni.
Il programma:
ore 14.00: grande corteo folkloristico. La sfilata inizia in via del Corso, all’altezza di Via Tomacelli, e si dirige verso Piazza del Popolo.
ore 14.25: arrivo del corteo in Piazza del Popolo Sul palco comincia lo spettacolo con le musiche dell’Orchestra della Polizia municipale di Roma.
ore 14.30: sulla piazza l’Ambasciatore Ding Wei insieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, al ministro della cooperazione e dell’integrazione Andrea Riccardi e alle altre autorità italiane presenti eseguono il rituale di apertura dipingendo di rosso gli occhi del drago.
Dalle ore 14.30 in poi: il direttore cinese dell’Istituto Confucio di Roma Federico Wen presenta le varie esibizioni degli artisti cinesi e italiani. Spettacolari numeri scelti fra i generi artistici più famosi si alternano fino alle 18:00.
Alle 18.15 dalla terrazza del Pincio uno straordinario spettacolo pirotecnico, degno della migliore tradizione cinese, chiude l’appuntamento con le celebrazioni del Capodanno cinese.
Alice Zeniter, Cristina Ali Farah, Shadi Hamadi e Tahar Lamri: l'8 dicembre alla fiera della piccola e media editoria di Roma hanno parlato le voci delle seconde generazioni di scrittori, per raccontarsi e raccontare al pubblico un mondo in cui vita e letteratura si incrociano.
Una sala grande, forse troppo, ma in grado di accogliere il pubblico giusto, quello che per un attimo fugge dal turbinio di stand, proposte e acquisti per fermarsi ad ascoltare le voci che di solito sono solo inchiostro su carta. Il titolo dell'incontro, promosso da Biblioteche di Roma e Roma Multietnica, è "Figli di tante Patrie": parlano gli scrittori "di seconda generazione", e raccontano le proprie storie, quelle dei loro romanzi e di come non esistano, davvero, seconde generazioni.
Identità e fantasia
Per prima prende la parola Alice Zeniter, autrice del romanzo "Indovina con chi mi sposo". In un miscuglio di realtà e finzione letteraria il libro racconta la storia di Alice, francese figlia di algerini, e Mad, il suo migliore amico, proveniente dal Mali e a rischio di rimpatrio per colpa di una folle e perversa burocrazia. La soluzione? Un matrimonio bianco per far sì che Mad acquisti la cittadinanza. L'identità torna sempre come uno dei temi portanti del romanzo, in questo caso sotto le spoglie della "algerizzazione" di Alice (anche se il termine in lingua originale è algèritude), che non ha mai vissuto o visto il paese dei propri genitori, ma che lo sente come parte della propria identità.
"Non è che io abbia scoperto la mia algeritudine in un preciso momento - dice Alice Zeniter - è un concetto inventato, l'idea fantastica di un luogo delle origini che non conosco. Esiste nell'eco delle parole di una nonna, è un ricamo di fantasia su una parentela indiretta che ho sempre desiderato che mi appartenesse. Per questo Alice, la mia protagonista, cerca segni che possano affermare il suo essere algerina nei tratti somatici, nei modi. Cerca un'identità che sia soltanto sua.
Mondi che si incontrano
Forse ancora più complessa è stata la mediazione tra mondi che ha dovuto creare Cristina Ali Farrah, poeta, scrittrice e giornalista di madre italiana e padre somalo. Cristina nasce a Verona, ma si trasferisce a Mogadiscio a soli tre anni, per poi fuggirne nel 1991, a 17 anni, dopo un'adolescenza ben diversa da quella di tanti coetanei.
"A 17 anni dovevo andarmene dalla Somalia, - racconta Cristina - non c'erano le condizioni per avere una serenità, una vita normale, c'era la guerra. Ho preso mio figlio che era nato da poco e ce ne siamo andati. Con me ho portato tutte quelle piccole cose a cui tenevo, oltre allo stretto indispensabile ho deciso di portare un velo, un cuscino, che era quello che usavo per il bambino, e infine il diario su cui scrivevo, a cui tenevo moltissimo. Il mio primo impatto con la diaspora somala all'estero è stato particolare: ero arrivata a Zeist, in Olanda, dove mi aspettavano alcuni parenti e amici. Io sono miope e in quel momento mi trovavo senza una lente, perciò da un occhio vedevo bene, dall'altro vedevo sfocato e mi sembra un'ottima metafora della diaspora, la vita in un altro paese ma nella propria comunità. Mentre ero in macchina fuori vedevo i campi di tulipani, le città olandesi, e dentro la macchina c'era odore di incenso e musica somala. E' una visione doppia, alcune cose sono chiarissime, altre sfocate. Poi sono arrivata a casa di mia cugina e avevo un po' paura. Perché con lei, che mi aveva fatto da damigella al matrimonio, l'ultima volta avevamo litigato: il matrimonio non era stato proprio uno di quelli tradizionali somali pieni di sfarzo. Quando ci siamo viste, però, dopo essere state tenute lontane dalla guerra e dalla paura, era come se non fosse successo nulla e la prima cosa che le chiesi fu di insegnarmi a cucinare la sambussa".
L'Europa vista da lontano
Anche Shadi Hamadi, scrittore e giornalista siriano, ha vissuto con un'identità divisa: nato e cresciuto in Italia da padre siriano e madre italiana è stato straniero qui per la sua nascita e straniero a Damasco per la sua cultura. Il padre di Shadi scappa dal paese come rifugiato politico, dopo aver subito torture e rappresaglie. Esiliato, poté fare ritorno nel paese con la sua famiglia solo nel 1997, dopo l'amnistia di Assad.
"Appena sono potuto tornare in Syria, dopo l'esilio, ero felicissimo e sentivo di dover dire la mia opinione, fare la mia parte, dare idee. Così ora mi trovo quasi nelle stesse condizioni di prima. Sul rapporto che l'occidente ha con l'oriente posso dire che mi sembra sempre piuttosto univoco, senza scambi veri: l'idea dell'Europa nei confronti degli stati orientali è sempre quella di doverli aiutare, ma così si crea una dipendenza, non c'è ascolto. Il biculturalismo delle seconde generazioni dovrebbe essere una marcia in più, la possibilità di guardare le cose da più punti di vista. In Italia credo sia possibile, qui possiamo salvarci, in Francia invece ho visto una realtà molto triste, in cui magari figli di immigrati mettono il velo o studiano il Corano senza averlo scelto, senza sapere di cosa si tratta veramente. Usano simboli senza cultura, solo per costruirsi un qualche genere di identità, e questo è da evitare.
Seconde generazioni? No, grazie!
La fiducia nel paese viene condivisa da Tahar Lamri, scrittore, giornalista e poeta egiziano in Italia da 20 anni:
"Parlare di integrazione è sempre un azzardo, perché non è una parola ben definita: non è mai possibile sapere fino a che punto, fino a dove ci si debba integrare. C'è un limite oltre il quale devi rimanere straniero. Ma è assurdo parlare di seconde generazioni, l'immigrazione non è mica una malattia ereditaria, chi nasce o vive in un paese diverso è una vera e propria prima generazione. Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio alle seconde generazioni concludeva dicendo: 'Cari ragazzi, Promessi Sposi d'Italia: l'augurio più affettuoso di coronare felicemente e presto un'aspirazione che facciamo pienamente e civicamente nostra'" Tra dieci anni ci sarà una diversa legge sulla cittadinanza, magari basata sullo ius soli, e i progressi già si vedono. "
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La tragedia è avvenuta sabato 27 novembre nel mare a nord di Brindisi, quando è stata ritrovata un'imbarcazione rivoltata che trasportava oltre 70 persone provenienti da Bangladesh, Afghanistan, Iran e Iraq. Circa quaranta i feriti, tre i morti accertati, alcuni dispersi: questo il bilancio dell'ennesimo sacrificio al sogno di una vita migliore. POST CORRELATI:
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Scoprire cosa significa censura nell'epoca del web in Cina. Non è facile capire cosa voglia dire "censura" se non ci si è passati veramente. Non è facile raccontare cosa voglia dire avere un'idea, un pensiero, il desiderio di conoscere qualcosa, e non poterlo fare su quello che è il mezzo più veloce e diretto che oggi esiste, il web, se per noi gli unici limiti nell'utilizzo di internet sono quelli tecnologici o della nostra personale esperienza con lo strumento.
Fino a quando non capita di incontrare qualcuno che, con molta semplicità e quasi con stupore sarcastico ("cosa pensavi, che quando si parlava di censura in Cina fosse una roba teorica, come il buco dell'ozono?") non ti dice: "No, io non posso parlare con voi delle applicazioni di Facebook, perché noi lì in Cina Facebook non possiamo usarlo".
E tac, il resto del gruppo, italiani, svedesi, francesi, tedeschi e brasiliani, rimangono senza commenti o like da aggiungere. Perché la censura, per chi non ci è nato o non l'ha vissuta, è così, una freddura che ti lascia un po' interdetto, senza che ci sia niente di intelligente da dire. A chi scrive questa cosa è successa veramente la scorsa estate, a Londra, e visto che qui ci siamo occupati spesso di web e cyberdiritti, ma anche delle contraddizioni che spesso vi sono in paesi emergenti (o ormai già completamente emersi) come la Cina e libertà, ci sembra giusto tornarci su.
Nei giorni in cui avveniva questa conversazione, a Londra, alla Tate Modern si inaugurava una mostra, quella di un artista, Ai Weiwei, la cui sparizione (poi ufficialmente dichiarata detenzione da parte del governo cinese) aveva mosso gli internauti di tutto il mondo, in un tam tam di solidarietà mai visto prima. Tutti chiedevano alla Cina di dare risposte, di dire cosa fosse successo a Weiwei, le cui colpe erano quelle di aver criticato apertamente il suo governo. La liberazione, dopo due mesi di prigionia e una multa salatissima per "reati fiscali" che probabilmente impedirà a Weiwei di vivere se non con l'aiuto di sovvenzioni dall'estero, è stata accolta con gioia, ma ha nuovamente aperto gli occhi a quelli che non si rendono ancora conto di cosa voglia dire, per un paese così fondamentale negli equilibri geopolitici mondiali, tenere parte della popolazione sotto una campana di vetro in cui circola solo l'aria viziata della propaganda.
Il web è uno dei nemici che la grande Cina teme più di ogni altra cosa. Perché la grande barriera che la nazione ha innalzato tra sé e l'occidente è stata violata più volte dalle informazioni che arrivano attraverso la rete. Ben 450 milioni di cittadini hanno un accesso continuativo a internet, ma non è l'internet che conosciamo noi. Già nel 1998 veniva ideata la cosiddetta Grande muraglia di Fuoco, un filtro online che blocca parole chiave di scelta governativa, evitando che l'eccessiva curiosità degli internauti li possa far pensare troppo. L'idea principale è quella di evitare che ci sia un confronto, tra i cinesi e gli altri. Ma i proxy non bastano più, e i dissidenti aumentano. Liu Xiabo, uno dei più famosi per le sue critiche al potere, Nobel per la pace 2010, non ha potuto ritirare il suo premio, e in Cina è stato fatto di tutto perché la gente non venisse a conoscenza di questa onorificenza. Nascono software che violano la censura, luoghi segreti da dove navigare liberamente. Allo stesso tempo un numero crescente di volontari, guardie giurate del web, pattuglia i siti senza sosta, alla ricerca incessante di posti virtuali in cui i dissidenti viaggiano in libertà.
Dallo scorso luglio, poi, anche i locali devono chiedere le generalità a chi si connette alla rete wi-fi, e nuove restrizioni sono state recentemente annunciate dal segretario di partito Liu Qi, che vuole che i blog limitino considerevolmente la loro capacità di espressione.
Quello che la Cina non vuol vedere, quello che i governi che si succedono, tutti uguali, non vogliono prevedere, è che il futuro è nelle nuove generazioni, generazioni che in questo momento vengono lasciate indietro rispetto a quelle delle altre nazioni. L'accesso alle informazioni, le ricerche, gli stimoli che le discussioni in rete possono creare, non vanno sottovalutati. Se la Cina lascerà i suoi giovani crescere con questo grosso limite rispetto ai loro coetanei d'occidente, non basterà essere uno dei colossi economici mondiali per tenere il passo. Ragazzi che, coinvolti in un argomento a cui non hanno avuto accesso per colpa della censura, resteranno esclusi dal resto della conversazione, in un mondo in cui le conversazioni, quelle che navigano sul web, sono lunghe, vivaci, multiculturali, e danno vita a quella cosa che si chiama progresso. E non è detto che la Cina, con tutte le sue opzioni sul grande mercato globale, possa sostenere il prezzo, altissimo, di una generazione disconnessa.
Foto di Vipez
"So che l'espressione "buttare acqua nel deserto" non è bella, ma se in Africa si continuerà a ragionare in termini di carità è difficile che la situazione cambi e che si faccia meglio che offrire un po' di sollievo temporaneo. Intervenire è necessario, ma un intervento giusto deve saper andare oltre l'emergenza".
Con queste parole Enrico Cisnetto, organizzatore della giornata che il prossimo 17 ottobre lancerà da Roma un ponte di solidarietà per le popolazioni del Corno d'Africa colpite dalla siccità, esprime l'ambizioso obiettivo che mira a realizzare qualcosa di programmatico e concreto per le popolazioni che soffrono la fame.
Soprattutto per quelle che versano in condizioni ormai gravissime perché vivono in Etiopia, Gibuti, Kenya e Somali, visto che l'80% della popolazione dell'area vive di agricoltura e pastorizia, e che senz'acqua si ritrova letteralmente senza sussistenza minima. Considerando che si tratta di 15 milioni di persone, si comprende bene di che proporzioni sia l'emergenza. L'idea è quella di far partire da questo primo appuntamento di RomaIncontra, presso l'Ara Pacis di Augusto, un messaggio e una riflessione che portino se non altro a evidenziare che, se anche del problema non se ne parla ogni giorno, esiste e non può essere ignorato.
"Ci sembrava giusto dunque ritrovarsi per un evento di portata internazionale a Roma, una città che è già sede di agenzie dell'Onu che si occupano di questo problema (FAO, IFAD e WFP), cercando di raccogliere più fondi possibili che poi verranno gestiti dalle Nazioni Unite e dal Ministero degli Esteri, che si occuperanno concretamente degli interventi, coordinati a livello internazionale", continua Cisnetto, che crede molto nel messaggio di una solidarietà a lungo termine. "Perché un intervento congiunturale, non strutturale, c'è già stato molte, troppe volte. E i risultati si perdono nel tempo". Ecco perché dall'incontro di lunedì ci si aspetta molto di più. All'evento parteciperanno, tra gli altri Jacques Diouf, direttore generale FAO, Kanayo F. Nwanze, presidente dell'IFAD, Josette Sheeran, direttore esecutivo World Food Programme e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.
Dalla notte del 17 prenderà il via una nuova raccolta fondi attraverso l'invio di SMS al numero 45503, a cui si potranno mandare le proprie donazioni fino al 23 ottobre. Il nome della campagna è già esplicativo degli obiettivi: Crescita. Dall'emergenza alla sostenibilità. "Pensiamo ad esempio alla costruzione di acquedotti, a dighe, a uno sviluppo delle tecnologie che possano aumentare la produttività di queste popolazioni, in modo che il vantaggio sia collettivo, e rimanga patrimonio del Paese".
In questi giorni anche la first lady Michelle Obama ha detto la sua sul tema. Nota per la sua campagna per l'orto domestico, ha dichiarato anche lei che proprio gli USA, che da sempre hanno influenzato i modelli di consumo mondiali, devono iniziare a sostenere l'agricoltura locale, ecosostenibile. Evidenziando poi un altro problema: l'eccesso dei paesi occidentali, in cui i problemi sono lo spreco, i troppi rifiuti e l'obesità. Un divario che non è più tollerabile. Tema che sarà discusso anche a Roma, in cui una delle conferenze sarà dedicata alla cosiddetta sfida del Terzo Millennio, che è quella di vincere la fame nei paesi poveri e combattere gli eccessi nei paesi ricchi.
"E' non è meno importante ricordare una cosa. Se l'economia di questi paesi migliora, saremo tutti quanti a giovarne. Pensiamo agli investimenti che molte nazioni ricche stanno facendo proprio in Africa. E come, anche per colpa della crisi, quello del cibo e dell'accaparramento delle terre siano diventati temi caldi anche per le nostre economie. D'altronde il cibo sarà il tema principale dell'Expo del 2015, non è un caso se iniziamo adesso ad occuparcene. Forse sembrerà meno buonista da dire, ma aiutare l'Africa è davvero nell'interesse di tutti".
Foto di Elrentaplats
Una scuola, ma anche molto di più. Perché tra le aule della Asnada di Milano Bovisa non si imparano a memoria solo le coniugazioni dei verbi irregolari, ma anche una materia che, forse, andrebbe inserita nel piano di studi di molti altri istituti: l’integrazione.
Tutto comincia circa due anni e mezzo fa, quando l'associazione Asinitas decide di mettere insieme le forze di insegnanti volenterosi e di un gruppo di animatori legati alla rivista Lo Straniero di Goffredo Fofi per dare vita a una scuola che apre le porte a tutti, senza discriminazione. Il 9 febbraio 2010, in un giorno freddo e nevoso, nasce Asnada, una scuola sperimentale di italiano per uomini e donne che vengono da ogni parte del mondo.
"Lo status non conta, quello che importa è la voglia di imparare", dichiara la coordinatrice Sara Honegger. Una libertà che nasce dal fatto di non reggersi su finanziamenti pubblici o privati, presupposto di indipendenza. Lo scopo? Quello di creare un luogo in cui profughi e richiedenti asilo possono davvero ricominciare a vivere. Si tratta degli stranieri a cui lo stato italiano offre un programma di protezione, lo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ma Honegger spiega che l'apertura è rivolta a tutti, non è necessario che si tratti di profughi o meno. "Cerchiamo di dare a tutti un sostegno per ricostruirsi una vita in Italia, innanzitutto una lingua, ma poi anche la capacità di cercare un lavoro e di pensare a come uscire dai percorsi della marginalità".
Ospitata dalla biblioteca rionale Dergano Bovisa, la scuola riesce a ospitare ogni anno circa 200 stranieri, e ha già accumulato una discreta esperienza coi profughi somali ed eritrei. Con l'inizio del nuovo anno ci si aspetta che ne arriveranno molti di quelli sbarcati sulle coste italiane durante l'estate, molti di quelli passati per Lampedusa. Il flusso di arrivi è continuo, ininterrotto, perché la scuola offre un'assistenza che va a colmare il vuoto che spesso si crea quando termina il periodo di accoglienza subito dopo lo sbarco, quando ancora non si hanno punti di riferimento stabili.
Alcuni si abbandonano con fiducia quasi disarmante alla nuova esperienza scolastica, altri sono invece più guardinghi, più diffidenti. Ma l'apprendimento è per tutti efficace, e grazie al metodo montessoriano la lingua diventa presto uno strumento che agevola la vita in Italia e la conseguente integrazione. Le feste, la condivisione, l'amicizia che nasce tra i volenterosi "scolari" fanno il resto. Non solo, dunque, una scuola di italiano, ma una scuola di speranza, che aiuta a rimettersi in sesto e, dopo guerre e dolori, pensare finalmente a un futuro.
Foto di Pracucci
Un anno fa il senato francese dichiarava fuorilegge il velo islamico, annunciando il divieto di esibizione in luogo pubblico di un simbolo religioso che, spesso, impediva anche il solo riconoscimento della persona attraverso i tratti del viso. Oggi che anche nel nostro paese si discute dell'opportunità o meno di approvare una normativa anti-burqa (se ne parlerà in Parlamento il prossimo ottobre), la Francia annuncia che d'ora in poi sarà vietato pregare per strada.
E che i trasgressori potranno essere puniti severamente, anche ricorrendo all'uso della forza. La decisione, che andrà ovviamente a colpire le migliaia di cittadini musulmani che, soprattutto il venerdì (giorno di preghiera comune), si riuniscono in strada visto che le moschee parigine non bastano per tutti, è stata presa dal Ministro dell'Interno Claude Guéant, dopo mesi di aspre polemiche dovute alla proteste degli altri cittadini e alle istanze per il diritto di culto portate avanti dalla comunità islamica.
Il ministro ci ha tenuto a sottolineare che quella che è in vigore dallo scorso venerdì non sarà un'imposizione, bensì una convenzione, una decisione presa in comune con le associazioni, e che un'ex caserma dei pompieri verrà da subito messa a disposizione di chi vuole pregare. Per ora il divieto vale solo per la capitale, Parigi, dove maggiori sono stati i problemi di ordine pubblico, ma presto potrebbe essere esteso ad altre città come Nizza e Marsiglia. Intanto l’Alto consiglio per l’integrazione francese (Hci) fa sapere che i dirigenti d’azienda devono, se lo vogliono, poter dire no al velo e ai segni religiosi esibiti al lavoro. Devono inoltre poter rifiutare le richieste di modificare l’orario di lavoro durante il Ramadan.
Una scelta che senza dubbio ha un sapore molto politico, visto che dopo le primarie per la scelta dei prossimi candidati presidenziali si passerà alla gara elettorale vera e propria. Che vede un 56% della popolazione francese ancora schierata con la sinistra, ma che lascia tutti i fronti ancora aperti. E questa, da parte della destra di Sarkozy, potrebbe essere un'ottima mossa, anche viste le priorità della popolazione che, dopo disoccupazione e deficit, ha la sicurezza come priorità.
Guéant ha ricordato che in Francia ci sono già duemila moschee, raddoppiate negli ultimi dieci anni, e altre duecento allo studio o in costruzione.
Il quotidiano Libération ha fatto i conti: i musulmani, che dovrebbero essere circa 6 milioni (con precisione non si sa, visto che in Francia, sempre causa laicità dello Stato, è vietato censire la popolazione sulla base della religione), dispongono di circa 300 mila metri quadrati di luoghi di culto, il che significa che ogni fedele si può rivolgere alla Mecca in 0,05 metri quadrati. In effetti davvero troppo pochi.
Certo che fa abbastanza sorridere che nel nostro paese, invece, non si voglia prendere ancora atto di una situazione simile, e che nella città di Milano il dibattito sulle moschee è sempre più aspro. E dopo l'attribuzione al sindaco Pisapia della volontà di costruire 12 moschee nel capoluogo lombardo (affermazione poi smentita a causa di un fraintendimento), le comunità islamiche cittadine chiedono a gran voce che una decisione, una volta per tutte venga presa.
Non solo perché è davvero ormai necessario l'adeguamento degli spazi esistenti, ma anche perché non si può rimandare ulteriormente la ricerca di nuove soluzioni per affrontare le emergenze. I musulmani milanesi pensano anche di chiedere una pausa più lunga il venerdì per consentire ai fedeli di pregare in moschea, o permessi per le due grandi festività islamiche e di trasformare Milano in un laboratorio della libertà di culto. Diciamo che, viste le premesse, sono ancora soltanto belle speranze. Ma da qualcosa si dovrà pur cominciare.
Foto di ninjawil
Oggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.
Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.
L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.
Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno.
Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.
Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!
Foto di Oxfam Italia
Un minifilm al tempo stesso emozionante, divertente, commovente. Ma soprattutto un modo diverso per ricordare, nel decimo anniversario dall'attentato che sconvolse l'America e il mondo, il significato simbolico che avevano le Torri Gemelle di New York. Il videomaker artista Dan Meth ha dedicato un cortometraggio di circa tre minuti al ruolo che i due grattacieli del World Trade Center hanno avuto nella storia del cinema. Impossibile non avere visto almeno uno dei film citati: da Serpico a King Kong, da Taxi Driver a The Saturday Night Fever, passando per Superman, Manhattan, Kramer contro Kramer.
Twin Tower Cameos from Dan Meth on Vimeo.
Sequenze in cui a volte le due torri fanno solo da sfondo, altre in cui sono protagoniste della scena, in ogni caso sempre presenti quando si trattava, prima dell'11 settembre 2001, di girare un film nella città che non dorme mai. Da guardare per ricordare quello che le Twin Towers erano prima di diventare, loro malgrado, simbolo di uno dei più grandi scontri di civiltà della storia. Un luogo in cui si sono incrociate le strade di yuppies e ragazze in carriera, storie d'amore e ambizioni, criminali, giustizieri, minacce dallo spazio. E per un elenco completo di tutte le volte che il WTC è apparso, anche solo di sfuggita, in un film, basta cliccare qui. Dopotutto, il bello della storia d'America è che può essere studiata anche attraverso il cinema.
Marìka Surace
“Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Nonostante gli ostacoli, nonostante le difficoltà burocratiche, nonostante il razzismo e i pregiudizi, anche se molti di loro vivono qui ormai da vent’anni e l’Italia la conoscono meglio di chi ci è nato. Nonostante tutto, i nuovi italiani che nel 2010 hanno ottenuto la cittadinanza e pronunciato finalmente questa formula sono più di 40.000, un popolo multicolore ma con una sola lingua in comune, l’unica in cui si riconoscano: la nostra. E una consapevolezza: ogni volta che si presenterà l’occasione, verrà loro chiesto il permesso di soggiorno. Nonostante l’accento regionale marcato e le rassicurazioni. E quanto sarà bello, a quel punto, mostrare la carta d’identità che orgogliosamente fa capolino dal portafogli? Un pezzo di carta importante, anzi fondamentale. Perché i dati diffusi in questi giorni dal Ministero e relativi ai 40.223 procedimenti di concessione della cittadinanza andati a buon fine nello scorso anno disegnano anche un quadro su come questi nuovi cittadini godano di diritti civili.
E sulle differenze tra le modalità con cui la cittadinanza stessa si acquista. Da quella attraverso il matrimonio (la più “gettonata” tra le donne, che spesso arrivano nel nostro paese proprio per sposarsi e ottenere il prezioso certificato), che per alcuni è facile e comoda, ma che comporta, in realtà, un sacco di passaggi che vanno a scavare tra i dettagli della propria vita intima. E che, com’è sempre stato, porta a frequenti abusi, che sfruttano la posizione più debole di chi questa cittadinanza la vuole proprio molto, tanto da prestarsi a ricatti e pagamenti di somme di denaro. Poi ci sono gli extracomunitari che sono residenti qui da almeno dieci anni (e che hanno un reddito di almeno 8300 euro l'anno, 11300 se con coniuge a carico), e i cittadini comunitari che invece sono in Italia solo da cinque. Bisogna infine tener presente che queste statistiche non danno il conto completo dei nuovi cittadini. Mancano infatti le acquisizioni di cittadinanza delle seconde generazioni, ovvero dei figli di immigrati, nati e cresciuti qui, che scelgono di diventare italiani una volta diventati maggiorenni. Salvo imprevisti che, ça va sans dire, sono all'ordine del giorno. Non a caso i dati evidenziano un'informazione importante. Perché se è vero che i procedimenti con happy end sono molti, è vero anche che il trend non è sicuramente in positivo, e che nel 2010 sono state tantissime anche le cittadinanze negate. Addirittura quasi raddoppiate rispetto al 2009. Passando da 859 a 1364. Pare che quest'aumento sia dovuto al cosiddetto pacchetto sicurezza, che ha dichiarato guerra ai matrimoni combinati, e ha dunque reso i controlli più severi.
Molto interessante anche il dato delle domande ancora in attesa di risposta, che a dicembre dello scorso anno erano circa centocinquantamila. La classifica dei Paese di provenienza è guidata dal Marocco (6.952 concessioni), seguono Albania (5.628) e Romania (2.929). Rispetto al 2009, le concessioni di cittadinanza sono aumentate solo dello 0,34%. Quasi duemila quelli in possesso di una laurea, ma la maggior parte ha comunque terminato le scuole superiori. Nella maggior parte dei casi sono operai, ma i più giovani sono studenti, e non mancano le casalinghe. Vivono nelle province di Milano, di Roma e Torino, ma soprattutto nel Nordest, tra Brescia, Vicenza, Treviso, Verona e Padova. E proprio nel Nordest c'è il più alto tasso di lavoratori con contratti a tempo indeterminato, spesso nelle aziende manifatturiere. Per non parlare poi di sportivi, sacerdoti e registi. Con figli che si sentono italiani al 100% e che spesso non parlano più la lingua di provenienza, sono tifosissimi della squadra del cuore e della nazionale e, spesso, hanno mentalità più aperte degli autoctoni.
Ma serviranno questi dati a far capire all'Italia quale sia il vero valore di questi nuovi cittadini, di un patrimonio di cui dovremmo forse essere più consapevoli (e nei cui confronti certa classe politica dovrebbe essere meno ostile)? Non si può far finta che non abbiamo bisogno di loro, perché ce l'abbiamo. E fa sorridere (anche se non troppo) che proprio i luoghi in cui l'intolleranza si manifesta più rigogliosa, sono gli stessi in cui i nuovi italiani lavorano di di più, riescono ad acquistare casa e a ricongiungersi alla famiglia. Eppure, nonostante le lamentele e le cassandre che paventano invasioni, rispetto al resto d'Europa siamo ancora indietro. Solo la Gran Bratagna, nel 2006, ha concesso 156mila cittadinanze, la Francia 148mila, la Spagna 64mila, la germania 124mila. Mentre noi frapponiamo ostacoli (basti pensare che dalla richiesta all'ottenimento reale della cittadinanza passano dai tre ai quattro anni), facciamo far loro l'esame di lingua e cultura, non prendiamo nemmeno in considerazione l'ipotesi di un procedimento breve per la concessione e figurarsi, poi, se si parla di diritto di voto. Loro una scelta l'hanno fatta, e hanno giurato, mentre si impegnano ogni giorno per un'integrazione che diventa interazione. Perché adesso non la facciamo anche noi?
Foto di Turi Scandurra
EDIT: Finalmente, domenica sera, un post sul blog A gay girl in Damascus, svela la verità. Con molte scuse (e molta faccia tosta, anche), il blogger Tom MacCaster, residente a Istanbul, in Turchia, svela di essere colui che sta dietro alla fantomatica Amina. Afferma di essere al contempo stupito e commosso dall'attenzione mediatica e dall'interesse della rete nei confronti della sorte di Amina, e che comunque tutto ciò che ha scritto, in questi anni, corrisponde al vero, nel senso che descrive la vita reale nei paesi arabi. Sarà. Vero è che questa è una brutta botta per chi confida in Internet come mezzo espressivo, e che la beffa (anche se a fin di bene) di Tom rischia di far nascere mille dubbi su altri blogger e comunicatori che vivono in paesi in cui vengono violate le libertà fondamentali. Tom (che possiamo anche vedere in foto sul pezzo che gli dedica stamattiona il Guardian) arriva perfino ad affermare che quest'esperienza è la conferma di quanto poco la gente si voglia occupare di paesi arabi e di Medio oriente, se ci è voluto un rapimento di una persona "finta" per attirare così tanta attenzione. Che abbia ragione lui? Chissà. Certo è che è una bella lezione di verifica dei fatti per i giornalisti di tutto il mondo, tranne Andy Carvin, l'unico che non si è mai fidato. L'unico che ha fatto il giornalista veramente.
Mentre i blogger siriani continuano a chiederne la liberazione, Amina Arraf, la blogger di Damasco sparita quattro giorni fa e forse rapita dalla polizia di regime, è al centro di un altro mistero. Stavolta sulla sua identità. Perché se la notizia della scomparsa della ragazza che, dal suo sito, prendeva bellamente in giro Assad e i suoi seguaci, è stata prontamente data dai giornali, anche italiani, dopo che un post dell'amica di Amina, Rania, ne aveva annunciato l'arresto, ancora più rapidamente sono arrivati i primi dubbi sulla situazione. In breve, i fatti. Amina (sempre che questo sia il suo vero nome) da tempo ha un blog, A gay girl in Damascus, in cui racconta, tra realtà e finzione, quella che è la vita di una giovane donna lesbica, femminista, attivista anti-Assad.
Ironica, irriverente e, anche grazie alle sue origini per metà americane (è nata in Virginia, da padre siriano e madre statunitense), abituata a usare un linguaggio molto diretto e con un punto di vista occidentale, già da tempo la 35enne era nel mirino di un regime che, come è già successo ad altri durante la cosiddetta primavera araba, ha molto da temere dal popolo della rete e dai tam tam di twitter e blog.
Il sei giugno, quattro giorni fa, un post sul blog, scritto da Rania, sedicente cugina della ragazza, descrive la cronaca di un arresto/sequestro avvenuto alle sei del pomeriggio: la vittima è Amina, prelevata da tre uomini armati. Da allora non si sa più niente, e ovviamente già a pochi minuti dal post di Rania internet si mobilita. E oltre ai soliti Twitter #Amina e alle pagine Facebook che ne chiedono la liberazione, le redazioni online dei quotidiani, dal New York Times a Repubblica, dall'Huffington Post al Corriere, hanno piazzato in home la storia e la foto della ragazza. Una foto qualsiasi, di quelle disponibili in rete, come si fa in questi casi. Peccato che proprio da quella foto sia nato il caso mediatico che ne è seguito. E che, in realtà, è vecchio di un anno.
Perché quella foto, forse, non è di Amina. Bensì di una donna di origini croate che vive a Londra ormai da molto tempo. Jelena Ledic, nel video qui sotto intervistata dalla BBC, già l'anno scorso era stata contattata da alcuni amici che le chiedevano se avesse una doppia identità su Facebook, visto che c'era una persona, con un altro nome, che aveva una foto di profilo identica alla sua. Amina, appunto.
Il fatto è che sull'esistenza o meno di Amina, a prescidere dall'intervista rilasciata dalla Ledic (di cui però non siamo riusciti a rintracciare il suddetto profilo su Facebook), si erano già manifestati dei dubbi per via del fatto che nessuno pare averci mai parlato di persona. In queste ore si era diffusa sul Twitter di Andy Carvin, cronista della radio pubblica americana che più di ogni altro sta seguendo la vicenda e che è stato il primo a far nascere la questione, la notizia che qualcuno, alla BBC, avesse parlato al telefono, in passato, con Amina. Notizia poi smentita. La sua intervista alla CNN dello scorso mese sui diritti dei gay nei paesi arabi è stata fatta, come tutte le altre, via mail. Alcuni hanno accusato Carvin di sciacallaggio, e di giocare con la vita della ragazza. Ma il giornalista sta solo facendo il suo mestiere, che è quello di andare a fondo di una questione, soprattutto quando vi sono delle incongrienze strane. Perché, in effetti è vero, è un po' stranuccio che non esista nessuno, nel mondo dei media, che oggi possa dire di aver mai visto o sentito Amina. E se è vero che che sicuramente la ragazza, per non essere identificata dai servizi segreti siriani, avrà usato un nome e un'immagine che non corrispondono a realtà, è anche vero che, a quattro giorni dalla sua sparizione e con l'intera rete che, dopo il Free Amina, si chiede invece Who's Amina?, qualche testimone diretto della sua esistenza dovrebbe saltar fuori.
A seguire la faccenda ci sono gli aggiornamenti del New York Times e del Wall Street Journal, che raccontano anche come, negli ultimi tempi, i post della ragazza fossero diventati più tesi, e come lei fosse preoccupata della situazione. L'ultimo suo post, quasi profeticamente, è una canzone, in cui si afferma che, se hai le ali, come un uccello, non c'è confine che possa fermarti. La cosa peggiore? Che dalla Siria arrivino continuamente notizie di arresti e omicidi, ma che la rete di blogger e attivisti del paese sia in realtà col fiato sospeso, in attesa che la vicenda si chiarisca. Carvin dichiara: "E' importantissimo identificarla. Chiunque lei sia, qualunque siano i suoi scopi, se è davvero imprigionata faremo di tutto per far sì che la liberino. Ma tutti questi dubbi devono per forza essere chiariti. E' corretto anche nei confronti di chi, in questo momento, è detenuto in Siria per colpa delle sue idee. Si cerca, nel frattempo, di contattare la cugina, Rania, che però non risponde alle email, e sul profilo Facebook si dichiara una madre a tempo pieno. I giornali americani, tra cui il Washington Post, cercano invano di contattare Sandra Bagaria, che si dichiara amica di Amina e che per prima ha parlato dell'arresto, pur dicendo, successivamente, di aver comunicato con lei solo via email. Solo che, se si chiama il suo numero di telefono, a rispondere è una farmacia. Le ipotesi più azzardate dicono che Amina, Sandra, Jelena e Rania sono in realtà la stessa persona. E che dietro ci sia qualcuno con uno scopo più o meno chiaro. E che, addirittura, sia una specie di grossa beffa architettata ad arte. Noi seguiremo, come gli altri, la vicenda. Tenendovi aggiornati attraverso la nostra pagina Facebook e il nostro account Twitter. Se poi tutto questo fosse servito ad aprire gli occhi e a destare maggiormente l'attenzione su quello che sta accadendo in Siria, allora ben vengano le Amina di tutto il mondo. Non è forse di simboli che si nutrono le rivoluzioni?
Foto di Unmundosinmordaza
Ouejdane Mejri è una giovane docente tunisina che insegna Informatica al Politecnico di Milano, e che da 12 anni vive in Italia. E' dalle televisioni che ha osservato il regime tunisino cadere, è dall'Italia che gioisce per la speranza di democrazia che si apre nei paesi arabi. Ha sposato un italiano e ha un figlio, ma non vuole che la cittadinanza le arrivi per queste ragioni, bensì per il ruolo attivo che ha avuto in Italia dal suo arrivo a oggi. A noi ha raccontato le difficoltà e le delusioni dall'altra parte del Mediterraneo, i cambiamenti in atto, e come noi italiani possiamo avere un ruolo attivo in questo processo storico.
Intervista di Marìka Surace
Per lui si erano mobilitati tutti: artisti, gallerie, blogger, politici. E oggi, finalmente, dopo il pagamento di una cauzione, Wei Wei è tornato libero. Prima scomparso dalla circolazione senza lasciare traccia quasi tre mesi fa, si era poi saputo che l'artista cinese, ritenuto da Pechino un pericoloso dissidente, era stato imprigionato per evasione fiscale. Un pretesto utilizzato spessissimo per colpire intellettuali e artisti che "sfidano" la repressione cinese per esprimere in libertà quello che succede nel loro paese. Finora è stata solo la sorella Gao a dare conferma della liberazione avvenuta, secondo le autorità, in pieno rispetto della legge, visto che secondo loro il pittore avrebbe confessato tutti i reati che gli sono stati ascritti. Non si sa ancora in che condizioni sia, né se e quando potrà raccontare quello che è veramente successo. Di sicuro, è una buona notizia. Non solo per quanto riguarda questa storia, ma molto più probabilmente sul successo che certe campagne di mobilitazione internazionale, come quella avvenuta per Wei Wei, possono avere anche nei confronti di un governo forte e autoritario come quello cinese. Qui sotto la storia dell'arresto di Wei Wei e del suo ruolo nella Cina contemporanea.
«Cosa possono fare più di mettermi al bando, rapirmi o imprigionarmi? Potrebbero forse costruire la mia sparizione nell'aria, ma non hanno creatività o immaginazione». Sono queste le parole che Ai Wei Wei, artista cinese, scrive sul suo blog nel 2009, poco prima che il governo di una Cina sempre più repressiva lo censuri. Il suo arresto, avvenuto lo scorso 3 aprile, è stato più un misterioso prelievo che un atto ufficiale delle forze di polizia. Wei Wei era all’aeroporto di Pechino, dove stava per imbarcarsi per Hong Kong, ma viene fermato e portato via. Dove, non si sa bene. Il governo cinese risponde che l’artista e architetto, noto per il suo atteggiamento poco tollerante verso il regime e tra i più accesi oppositori alla corruzione e alla censura del suo paese, è in carcere per crimini fiscali. O, meglio, crimini economici. Che, come spiega un altro artista, lo scrittore Yu Hua, è in realtà un crimine molto frequente nel loro ambiente, visto che molti sono costretti a vendere le loro opere d’arte al mercato nero, visto che il commercio di beni provenienti da gente non gradita al governo è impedito. Dunque, nient’altro che un pretesto.
Perché il motivo per cui Wei Wei è detenuto in uno dei molti carceri cinesi è sicuramente un altro. Ultimamente, infatti, si stava occupando, insieme all’ambientalista Tang Zuoren, del crollo delle scuole durante il terremoto del Sichua, crollo che ha causato più di 5000 morti e che è sicuramente dovuto a tecniche edilizie sicuramente non regolamentari. Tra i firmatari della famosa Charta 08, redatta dall’amico Liu Xiao Bo, al cui posto aveva cercato di ritirare il Nobel per la pace (la polizia gli impedì di partire anche allora), la sua attività di denuncia è nota da tempo, e non è la prima volta che il governo cerca di bloccarla.
Oggi la Mit Press ha deciso di riunire in un libro, Ai Weiwei's blog, gli scritti prodotti dall'artista tra il 2006 e il 2009. Proprio attraverso quei post si può ricostruire la sua battaglia, si possono ripercorrere la sua rabbia e le sue speranze. Basti pensare che oggi il suo nome, su Internet, è vietato. Un’altra delle tante, incomprensibili e anacronistiche censure di un paese dall’enorme potere e con enormi ritardi sul processo di democratizzazione. «Non venite a cercarmi ancora. Non voglio collaborare. Se lo farete portate con voi i vostri strumenti di tortura». Lo scrive il 28 maggio 2009, e quelli a cui si rivolge sono i poliziotti che, poche settimane prima, gli avevano procurato un trauma cranico con le botte.
Un articolo del Guardian scrive che pochi giorni prima dell’arresto Wei Wei aveva già espresso la sua preoccupazione, dichiarando a un giornale tedesco “"Al mio cancello ci sono due telecamere di sorveglianza, il mio telefono è sorvegliato, ogni messaggio che spedisco attraverso il mio microblog è censurato da loro. Ovviamente sono libero". Da quando è detenuto e di lui non si hanno notizie, la rete si è mobilitata per avere chiarimenti dal governo cinese. Il gruppo Where’s Wei Wei? ha raccolto più di 3200 adesioni, e a Londra, alla Lisson Gallery, è stata inaugurata una mostra con le sue opere. Dopotutto l’arresto di Wei Wei è solo l’ultimo degli attacchi alla rete e alla libertà d’espressione.
Negli ultimi mesi l'apparato poliziesco cinese ha represso duramente ogni tentativo di libera manifestazione del pensiero sia nel cyberspazio che nelle strade, soprattutto dopo le insurrezioni africane guidate dal web e di cui temono un remake a casa propria. Si tratta del considdetto Peking Consensus, una dottrina che ha irrigito tantissimo le misure di controllo del cyberspazio, che va dalla repressione tradizionale ai filtri tecnologici che riducono al silenzio ogni dissenso. Internet è pericolosa, e va fatta tacere. Le cybercritiche sono quelle più temute da Pechino. Anche se stavolta la Cina potrebbe perdere: Ai Weiwei è famoso e amato in tutto il mondo, e il passaparola in rete potrebbe essere molto più dannoso per la Cina che una liberazione dell’artista. Insomma, questa detenzione potrebbe essere un’arma a doppio taglio per chi vuole la censura. Almeno lo speriamo.
Marìka Surace
Foto di Scott Hess
Il sondaggio di AVC: Quali pregiudizi contengono secondo te un fondo di verità?
Le possibilità che si realizzino le tre condizioni espresse nel titolo sono molto poche, ma se per caso dovesse succedere, non dite che non vi avevamo avvertito. Cosa significa questa frase? Beh, provate a immaginare alcuni dei pregiudizi più comuni sulle abilità di stare alla guida di un auto collegate al sesso, all’età o all’etnia della persona, e capirete bene di cosa parliamo. Certo, certo, noi siamo tutti personcine per bene, non ci lasciamo guidare dai pregiudizi e mai, quando facciamo una telefonata in un ufficio da Roma in giù senza ottenere risposta, ci verrebbe da esclamare: “Incredibile la poca voglia di lavorare dei meridionali!”. No, ovviamente.
La nostra è una società che predica la tolleranza e l’apertura mentale, e noi siamo cittadini che non si fanno infinocchiare da idee stereotipate e fatte apposta per mettere d’accordo le masse non pensanti. No, per carità. Infatti è molto poco probabile che, quando sentiamo al telegiornale di una rapina messa in atto da un giovane tunisino, seguita dalla notizia dell’ennesimo sbarco di clandestini sulle nostre spiagge, a noi venga in mente che “beh, in fondo tutti ‘sti clandestini finiscono tutti per essere delinquenti”. E sedute a un tavolo con le amiche, a fare l’aperitivo, quante volte abbiamo esclamato, senza pensare che quello fosse un pregiudizio, che “gli uomini pensano tutti solo al sesso”? Qualche esempio, è vero, ma quando si tratta di pensare in coro gli esempi sui luoghi comuni si sprecano. Dai pregiudizi, diciamo la verità, non si salva nessuno. Né in entrata né in uscita. Alcuni sono innocui, servono a far conversazione quando quest’ultima langue, ma certo non arricchiscono il pensiero e i ragionamenti di chi ne è, suo malgrado, cultore.
Sulla nostra pagina Facebook abbiamo dedicato proprio ai pregiudizi un sondaggio, e i risultati sono interessanti. Perché se è vero che la cosiddetta rabbia stradale se la prende con tutte le categorie di cui sopra, il posto d’onore, in classifica, tocca alla percezione della politica. Corrotti tutti, senza differenze. E non è bello che, in periodo elettorale, la gente vada a votare con quest’idea. Ovviamente sappiamo bene, e non è difficile crederlo, che la maggior parte dei pregiudizi sono e saranno basati sempre su ciò che è diverso. Razza (“i neri hanno senso del ritmo”, religione (“gli ebrei non sono di manica larga”), sesso. Ma, battute e innocenti percezioni a parte, non bisogna mai dimenticare che di pregiudizi si nutrono l’odio e l’intolleranza. Proprio sugli stranieri, poi, ci dovremmo soffermare. Noi italiani più degli altri. Ricordandoci quello che veniva scritto, cento anni fa, sugli zii d’America i cui nipoti, oggi, avranno sicuramente fatto successo, ma che quando sbarcavano negli Stati Uniti venivano descritti, in una lettera dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso, nell’ottobre 1912, in questo modo:
"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. (…) si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro".
Per colpa di queste descrizioni e dei pregudizi che ne conseguirono, le difficoltà affrontate dagli immigrati italiani che cercavano fortuna in America furono doppie, triple, rispetto agli altri. E, forse, qualche pregiudizio così resiste ancora. Sicuramente hanno resistito a lungo se nel 1973 Richard Nixon affermava questa cosa qui: “Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”.
Foto di Giorgio 1972
Quanti cliché in Occidente sulle donne arabe. "Perché non capite che non siamo tutte uguali?". Parla la scrittrice e giornalista libanese che da qualche anno pubblica una rivista sul corpo e l'eros e deve sopportare attacchi e critiche violente.
"Io lo shampoo me lo porto da casa, perchè non si sa mai. Però una piega così economica non s'era mai vista. Se mi capiscono non lo so, ma la prima volta gli ho mostrato una foto di come porto i capelli solitamente, e ormai mi conoscono e vanno sul sicuro!". La signora Ambra è molto soddisfatta della sua messa in piega low cost che le permette di essere sempre in ordine nonostante la pensione non sia di quelle più alte. Per fortuna, proprio vicino a casa sua, in via Vallazze, quartiere di Città Studi a Milano, ha aperto questo coloratissimo e un po' strambo salone di parrucchiere. All'interno, a manovrare phon e forbici, solo ragazzi cinesi.
Mentre fino a qualche anno fa le attività chinese style, a Milano, erano limitate ai confini della zona di via Paolo Sarpi, ormai sono in ogni angolo della città. Tanto da aver fatto gridare alla solita Lega Nord che sarebbe tanto meglio istituire un Modello Harlem anche da noi, in modo da limitare l'apertura di esercizi commerciali "etnici" (quindi anche take away sempre cinesi, kebabbari e quant'altro) ad alcune zone, evitando soprattutto le aree storiche e centrali delle città. Ma c'è davvero chi pensa di potercela fare contro la millenaria determinazione cinese? A Bologna ci hanno provato, e i parrucchieri del capoluogo emiliano hanno raccolto le firme per chiedere la chiusura di tutti questi saloni che spuntano come funghi da un giorno all'altro. Il motivo ufficiale? Scarse condizioni igieniche, sostanze chimiche dannose e importate in Italia illegalmente, prodotti non testati. Ma, come dice la signora Ambra, basta portarsi lo shampoo da casa e il resto è fatto.
I cinesi, dalla loro, hanno numerosi vantaggi: sono aperti anche il lunedì, a volte la sera chiudono alle nove, sono velocissimi. E se paghi sei euro per la messa in piega, otto per il taglio e al massimo trenta (i più coraggiosi, ovviamente) per il colore, non ci pensi su troppo e provi. E ti sorprendi subito perchè, solitamente, i parrucchieri aggiungono al lavaggio anche un bel massaggio di schiena e spalle. Compreso nel prezzo. Non c'è gara, insomma. Tanto che perfino a Como, la leghista Como, le signore della città vanno dal parrucchiere cinese di Via Milano. Se non è integrazione questa!
A Quarto Oggiaro, quartiere di Milano ad altissima densità cinese, due di questi saloni sono stati chiusi dai Nas per aver utilizzato le tempere per le tinte. E anche a Prato, Roma e Torino fioccano spesso le multe, anche se la maggior parte delle volte sono per irregolarità nella licenza e nell'importazione dei prodotti.
Nel prezzo basso rientra anche il fatto che spesso, i cinesi, non rilasciano ricevuta fiscale, e che nei loro saloni lavora tutta la famiglia, dalla zia al cugino, e tutti senza contratto. Ma è un fatto che sono davvero più veloci, e che riescono, nello stesso tempo, a lavare, tagliare, colorare capelli in metà del tempo dei colleghi italiani.Il business cresce, e non è l'unico. Perchè gli orientali sembrano aver adocchiato un altro tipo di attività in cui buttarsi: la gestione dei bar. A Milano è vero boom, e un barista su cinque ha gli occhi a mandorla. I locali gestiti da cinesi sono il 19,5% del totale presente nel capoluogo lombardo. Con un aumento vertiginoso dei baristi di origine cinese negli ultimi due anni, circa il 52%. Dopotutto a Milano la comunità orientale è terza per numero di abitanti regolari, e per carattere non sta a guardare se fiuta un affare. Dai magazzini all'ingrosso e i ravioli take away al passaggio dietro il bancone ci sono stati anni di sapiente osservazione del mercato cittadino, studio e investimenti. Dopotutto non è un caso se hanno conquistato anche i mercati globali.
Foto di Mamocalillo
Passata lo scorso 11 ottobre, la legge che da oggi in Francia vieterà di indossare nei luoghi pubblici qualsiasi velo che impedisca di riconoscere la persona che lo sta portando, è una legge precissima, che non lascia spazio ai malintesi. Un vademecum, in alcuni punti contestatissimo, su tutte le varianti con cui è (e non è) possibile abbigliarsi quando si è tra la gente, e che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto fortemente. Tanto da dichiare, all'indomani dell'approvazione "Il burqa non è un simbolo religioso ma è un simbolo di oppressione. Non è benvenuto in Francia".
Vietata, dunque, qualsiasi tenuta che nasconda il volto e renda difficile l'identificazione, e la legge, dettagliata come solo la burocratica Francia sa essere, esplicitamente dichiara che nell'elenco di tenute che cadono sotto il divieto non ci sono maschere da saldatore o da schermitori, bendaggi o caschi integrali. E vabbè.
La legge, inoltre, prevede in caso di infrazione il pagamento di un'ammenda di 150 Euro e, in aggiunta o in sostituzione, la frequenza obbligatoria di un corso di educazione civica, una specie di stage di cittadinanza che rieduchi ai sani principi repubblicani. Istituendo, tra l'altro un nuovo reato, che consiste nell'imporre ad una donna di portare il velo integrale attraverso "la minaccia, la violenza, la costrizione, l'abuso di autorita' o l'abuso di potere". La tolleranza verso fratelli, mariti e padri è zero, e le pene previste comprendono periodi di reclusione fino a 12 mesi e multe fino a 30mila Euro o reclusione fino a 24 mesi e 60mila Euro di multa se si tratta di minorenni.
Viste le polemiche e le proteste da parte delle comunità islamiche che hanno manifestato contro la legge, il provvedimento prevede in maniera molto pignola anche l'applicazione del divieto. E chiarisce che i poliziotti non potranno mai, in nessun caso, togliere il velo con la forza, bensì tentare fino in fondo un'opera di persuasione. Per convincere la donna velata a rinunciare al velo, le si potranno prospettare i rischi che corre, e magari portare le più ostinate in caserma. Ma il fermo non potrà durare più di quattro ore.
Cosa sarà vietato, dunque? Sicuramente il Niqab, che indossato con il Khimar (il velo che copre capelli, collo e spalle) lascia scoperti solo gli occhi. E ovviamente il Burqa, un mantello che copre completamente viso e corpo, e che ha, come unica apertura, una retina davanti agli occhi per vedere. Dovrebbero essere invece permessi il Chador (il velo che copre il corpo ma non il viso indossato dalle donne iraniane), lo Shayla (sciarpa rettangolare che copre il capo e viene fissata con una spilla), l'Hijab (un foulard corto, uno dei più comuni, che copre testa e spalle) e l'Al Amira (velo in due pezzi: sopra una specie di berretto in tessuto che trattiene i capelli, sotto un foulard che copre il collo). Il divieto si estende a strade, spiagge, parchi, negozi e altri luoghi pubblici, mentre è possibile indossarlo in albergo (ma solo nella propria camera) e sul luogo di lavoro (ma solo se non si è a contatto con il pubblico).
Un appello è stato firmato invece dai capi religiosi di Francia, dai cattolici ai protestanti, dagli ebrei agli ortodossi e ai buddisti, in cui si chiede al governo di non buttare così facilmente al vento una lunga storia di laicità. Abbastanza paradossale, in effetti: da quando, in Francia e nel mondo, le religioni si ergono a paladine dell'agnosticismo?
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La nostra Costituzione ci impone di accogliere cittadini di altri Stati privati dei loro diritti fondamentali in patria. Soprattutto ci impone di accogliere persone che scappano anche da guerre in cui è coinvolta l'Italia. Intervista con l'ex magistrato Gherardo Colombo.