
I minori stranieri possiedono una doppia configurazione politica e sociale: sono minori e sono stranieri. Lo statuto giuridico “minore” limita lo statuto giuridico “straniero”, in quanto nei confronti dei minori non può avvenire l’espulsione, per cui non potranno mai essere considerati clandestini. La loro presenza è tutelata e protetta dallo Stato italiano.
In Italia vivono minori stranieri “accompagnati” (che seguono la condizione dei genitori, fino al compimento del loro quattordicesimo anno di età; poi possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari), “affidati” e “non accompagnati”, quando vivono in stato di abbandono (come nel caso in cui i genitori siano rimasti nel Paese d’origine).
Il minore che arriva in Italia con età inferiore ai quindici anni, se partecipa a un programma sociale per due anni consecutivi, può ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio o di lavoro. In seguito egli avrà diritto al permesso di soggiorno convertibile alla maggiore età (ovvero al compimento del suo diciottesimo anno), in base ai parametri previsti dalla Legge n. 94 del 15/07/2009.
A partire dal 1994 sono stati creati in Italia i Comitati per i minori stranieri e il Servizio Sociale Internazionale (S.S.I.) che hanno lo scopo di rimpatriare i minori “non accompagnati”, seguendo una cosiddetta “politica di rimpatri assistiti”. Lo stesso permesso di soggiorno che viene rilasciato loro da questi due enti per la loro minore età, è stato concepito come provvisorio, perché vale a regolare la vita del minore, finché lo stesso non viene rimpatriato.
Esistono inoltre figure di giudici minorili o giudici tutelari, che possono designare un tutore (con poteri genitoriali) a cui affidare il minore straniero.
Gli articoli 31-32 del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero sono quelli che concretamente tendono a regolamentare e tutelare la condizione del minore straniero in Italia.
Pensi servano altre strategie da adottare per favorire e promuovere l'inserimento e l'integrazione di minori stranieri in Italia?

Il termine straniero non è sinonimo di immigrato. L’inclusione sociale è l’espressione politicamente più corretta, perché presuppone semanticamente che qualcuno sia incluso in uno spazio. Nella società liberale in cui viviamo, il vero termometro dell’inclusione sociale è la mobilità sociale.
Per garantire la giusta integrazione a tutti i cittadini (italiani e non), è necessario che lo Stato individui strumenti che permettano e facilitino questo tipo di processo sotto due aspetti:
L’anagrafe permette di conoscere e censire la composizione della popolazione comunale.
Ha quindi una funzione di inclusione sociale. All’anagrafe può iscriversi anche il cittadino immigrato:
Comunque sia l’amministrazione non ha responsabilità istituzionali per la concessione di alloggi a coloro che risiedono nel territorio comunale. Con la L.125/2008 (pacchetto sicurezza) vengono estesi i poteri (ma non i doveri) ai Sindaci. Il dovere dei Sindaci è garantire l’incolumità e la sicurezza ai propri cittadini, oltre ad assicurare il decoro urbano.
L’iscrizione anagrafica (sia per i cittadini italiani che per i cittadini immigrati) non deve essere collegata alle condizioni dell’abitare.
Il diritto anagrafico è il diritto di esistere, in quanto dall’iscrizione anagrafica derivano vari diritti sociali.
E tu, sei a favore di un’integrazione che parta dal singolo diritto anagrafico? O ritieni che solo i cittadini italiani possano usufruire di tale diritto?
Quali sono secondo te altri strumenti di inclusione sociale dei cittadini immigrati che si possono adottare nelle singole realtà locali?

Il principio di reciprocità introdotto nel 1942 - contenuto nell’art. 16 del Codice civile - è un vero e proprio strumento giuridico di integrazione. Secondo questo principio lo straniero è titolare in Italia di diritti civili, a condizione che il cittadino italiano sia ammesso agli stessi diritti nel Paese straniero di riferimento.
Questo principio serve a difendere i propri cittadini all’estero con strumenti di rappresaglia giuridica, ma è valido ed efficace solo se lo stato controparte rispetta le stesse logiche.
Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si stabilisce che tutti gli stranieri regolari in Italia sono esentati da tale principio.
A seguito della globalizzazione dell’intera economia mondiale, sono sorte numerose problematiche relative all’immigrazione, quali ad esempio:
La gestione dell'immigrazione non è un tema facile, ma di certo non lo si può considerare un tema politico.
La geopolitica dell'immigrazione è sociologicamente variegata. Non appartiene né alla destra, né alla sinistra: è ontologicamente trasversale.
Sei a favore del voto del cittadino straniero - titolare di permesso di soggiorno regolare - per l'amministrazione in cui è residente?
Pensi che sia un diritto da riconoscere anche ai cittadini stranieri? O pensi invece che il diritto di voto nel nostro Paese vada esclusivamente riconosciuto ai soli cittadini italiani?

Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.
Che significato attribuisci ai diritti umani?
Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di stranieri non è né semplice né scontata, ma si tratta di un tema cruciale e strategico.
I figli che nascono nel nostro Paese da genitori stranieri non acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana: è necessario che sussista il requisito della permanenza stabile dei genitori, maturata nel corso dei cinque anni precedenti alla nascita.
Le naturalizzazioni sono provvedimenti concessori, tramite i quali viene fornita la cittadinanza agli stranieri: diventare cittadini tramite matrimoni, implica la residenza legale di dieci anni (valida solo con il requisito della continuità anagrafica dal primo anno di residenza) di entrambi i futuri coniugi. Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si ottenne una modifica importante a questo proposito: viene eliminato il parametro del reddito minimo, ma vengono stabilite le soglie minime rispetto alla domanda di naturalizzazione.
Esiste un altro modo di conquistare la cittadinanza italiana, dopo soli cinque anni di permanenza regolare nel nostro territorio: essere apolidi. Ma, considerando che l’assimilazione culturale non è strettamente collegata alla concessione della cittadinanza, ripudiare la propria nazionalità in favore di un’illusoria acquisizione di armonizzazione col Paese che la cede è un rischio che pochi sono disposti a correre.
Attualmente nel nostro Paese sono stati presentati nuovi disegni di legge, riguardanti la concessione della cittadinanza italiana. E’ stato proposto un esame, che prevede il superamento di due test: una prova di conoscenza linguistica e culturale della società italiana e un’altra relativa alla conoscenza della Costituzione Italiana. L’opinione pubblica si sta interrogando sull’utilità dell’esame di cittadinanza, perché si tratta in realtà di una richiesta di adesione a principi culturali che non condividono o non conoscono molti degli stessi cittadini italiani.
Il criterio della lingua potrebbe forse rimanere l’unico valido ai fini dell’eventuale prova di esame. La conoscenza linguistica è un imprescindibile elemento di sopravvivenza e diviene così un importante strumento di integrazione per superare i problemi di comunicazione.
Cosa ne pensi dell’esame di cittadinanza italiana?
Se sei a favore, quali pensi siano i criteri e i parametri su cui si dovrebbero basare le relative prove d’esame?

Pubblichiamo con grande piacere queste riflessioni sull'integrazione in Italia, scritte dallo scrittore Senegalese Cheikh Tidiane Gaye
Quando prendo la mia penna e mi metto a riflettere sull’integrazione e sull’immigrazione, mi trovo di fronte a grosse difficoltà e nell’imbarazzo. Non so davvero dove iniziare e come spendere il mio inchiostro. Quando penso a cittadini malviventi che sfondano le serrature delle case per derubare i risparmi delle famiglie, mi rammarico e mi viene l’idea di tornare nella mia terra nativa. Mi addoloro di più di fronte a tante donne vittime di stupri, violentate: piaghe ormai incurabili e vite sepolte per sempre, le cui notizie sempre stampate in grassetto in prima pagina dei giornali non fanno che riempire di rabbia la popolazione e sfavorire l’integrazione.
Allo stesso modo, mi rattristo quando la soluzione tarda ad arrivare. I cittadini sono più che mai disperati quando la politica usa il populismo, facendo credere di risolvere così tutti i mali dell’immigrazione, mentre il processo dell’integrazione va a passo d’uomo.
Fermare l’immigrazione clandestina è una condizione sin qua non, ma penso che sia doveroso cominciare ad agire, a proteggere e difendere i cittadini che vivono nel nostro Paese regolarmente. Donne e uomini non italiani, che si alzano presto la mattina, che percorrono le nostre strade in macchina o prendono i nostri autobus, la metropolitana per recarsi al lavoro, che versano i loro contributi all’Inps, che pagano l’Irpef e le tasse; dei cittadini di religioni e di provenienze diverse, ben integrati nel tessuto socio-economico e culturale che si sentono, purtroppo, cittadini di serie B. Credo che se affondasse la “barca”, la nostra cara Italia, nessun cittadino si salverebbe.
Possiamo smettere di guardare nel retrovisore ideologico? Possiamo condividere il libro fondamentale del nostro Stato, che unisce il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest del Paese?
I tempi sono più che maturi per creare il vero melting pot, non sul modello inglese o francese, dove è stato costruito in tanti anni d’assimilazione ma l’integrazione ha fallito; e nemmeno su quello americano, poiché la nostra terra non fu la macchina di commercio della schiavitù. Bisognerebbe abbattere i muri dei pregiudizi e considerare la diversità come ricchezza; costruire un Paese con il contributo di ogni impronta dei suoi cittadini. Tal politica non vuol dire spalancare le porte del Paese agli ignoti o negare la nostra civiltà, ma offrire ai propri cittadini l’opportunità di poter rimboccarsi le maniche per affrontare le sfide del mercato moderno e divenire consapevoli di essere i veri protagonisti del futuro.
Stampo le mie parole nel condizionale poiché il quadro non è ancora idoneo per una società equa, un Paese che utilizza ancora anatemi per chiamare lo straniero. Vorrei una società più accogliente, uno Stato più sociale, un governo più pragmatico nel legiferare, un Paese che si rispecchiasse nei valori e nelle leggi della sua Costituzione, un popolo con medesimo denominatore comune: amare, accogliere e rispettare diritti e doveri. Non voglio delle gabbie nelle scuole, luogo per eccellenza della conoscenza e del sapere, non vorrei che lo straniero si sentisse emarginato ed escluso; non vorrei che la badante fosse sfruttata e considerata come schiava; non vorrei che lo straniero diventasse solo un marciapiede per la forza lavoro. In una società civile le minoranze devono essere protette e non umiliate. Non vorrei però che il cittadino cancellasse i simboli o negasse la cultura del Paese che lo ospita.
Diritti e doveri sono due binomi, pilastri non solo della nostra Costituzione, ma la luce per uscire da qualsiasi emergenza.
Per arrivare a questo risultato occorre umanizzare l’immigrazione, rivedere il piano internazionale, le politiche economiche che hanno messo in ginocchio i Paesi del Terzo Mondo e che continuano a impoverire la pianeta: l’Africa in prima fila con le sue malattie, la fame che continua a far registrare una percentuale elevatissima di mortalità infantile. La conseguenza non può essere che l’immigrazione, popoli che sfuggono come uccelli alla ricerca di un tetto per salvarsi dalla povertà, dalle guerre e dalla disperazione. Umanizziamo l’immigrazione, per controllare meglio i flussi migratori, cancellare le distorsioni economiche e sociali nel mondo, favorire l’integrazione facendo rispettare le leggi del nostro Paese e dare a ogni cittadino la possibilità di costruirsi e di costruire il suo cammino per il bene della collettività.

Mancano pochi giorni all'inizio di COP15, la conferenza mondiale sul clima, chiamata a rinnovare e far rispettare gli impegni presi col Protocollo di Kyoto.
L'elenco dei partecipanti si arricchisce di due personalità di primaria importanza: il premier cinese Jiabao Wen parteciperà al summit di Copenhagen mentre il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama sarà presente il 9 Dicembre.
L'appello di Gordon Brown sembra quindi essere stato ascoltato: il Primo Ministro britannico aveva invitato tutti i leader mondiali a partecipare al Cop15 in programma a Dicembre.
Obama e Wen presenteranno un programma ambientale che esplicita gli obiettivi previsti riguardo alla riduzione d'inquinamento da parte di due delle più importanti nazioni mondiali.
Obama parlerà dell'impegno preso riguardo alle emissioni nocive: per il 2020 gli Stati Uniti d'America puntano a ridurle del 17% rispetto al 2005, e per il 2050 la diminuzione dovrà essere dell'85%, sempre rispetto al 2005. La sua partecipazione è una notizia fondamentale: l'America costituisce uno dei Paesi con il più alto tasso di produzione d'inquinamento e diminuirlo gioverà sicuramente alle condizioni climatiche mondiali.
Obama si è dichiarato entusiasta di partecipare a Cop15 e ritiene che le questioni ambientali debbano essere assolutamente affrontate.
Ancora più importante, se possibile, sarà il contributo cinese: Jiabao Wen annuncerà che la Cina, il primo produttore di gas causa dell'effetto serra, contribuirà al risanamento del pianeta abbassando le emissioni del 40-45 % rispetto al 2005, sempre entro il 2020. La Cina è un Paese in fortissimo sviluppo e dovrà quindi far coesistere la propria crescita alle esigenze evidenti del Pianeta.
Cop15 sta crescendo di giorno in giorno: le iniziative aumentano così come i partecipanti illustri.
Si delinea una conferenza che potrà davvero cambiare le condizioni delle Terra nell'immediato futuro.

L’Italia si è sempre caratterizzata per il tasso di emigrazione molto intenso, che ha portato allo spostamento di grandi flussi di cittadini italiani sia all’estero (soprattutto all’inizio del secolo scorso), che all’interno – principalmente dal sud al nord.
La magistratura italiana iniziò tuttavia a occuparsi di diritto dell’immigrazione solo a partire dal dicembre 1986, anche se il battesimo ufficiale avvenne nel 1998, anno in cui gli osservatori economici individuarono il superamento dell’economia degli immigrati rispetto a quella degli emigrati.
Nel 1986 venne emanata la legge n. 943, ovvero la prima legge parzialmente regolatrice del diritto dell’immigrazione, che entrò in vigore nell’anno successivo, producendo una sanatoria: questa legge regolarizzò il lavoro straniero, ma non disciplinò affatto i relativi flussi.
Durante la 1° conferenza sull’immigrazione (la 2° si è svolta a Milano il 24/09/2009) organizzata a Roma il 01/06/1990, venne reso noto il numero degli stranieri all’epoca presenti in Italia: erano pari a ca. 700.000 / 750.000 unità.
Con la legge n.39 del 28 febbbraio 1990 – più conosciuta come “legge Martelli” (chiamata così dall’allora Ministro della Giustizia che la promosse) - si cercò di adottare misure più incisive alle norme sull’immigrazione.
Questa legge conteneva due novità assolute, due colonne portanti ancora presenti nell’attuale diritto dell’immigrazione. Vennero introdotti infatti:
Sull’onda delle numerose politiche europee di stop all’immigrazione adottate da Paesi quali la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio e la Germania, anche l’Italia con questa legge cercò di uniformarsi nella regolamentazione dell’immigrazione.
Nel 2007 venne poi emanato il decreto flussi, secondo il quale il numero degli ingressi doveva corrispondere alle domande di manodopera richieste dalle varie regioni, a loro volta ripartite tra le varie province, tenendo in considerazione eventuali accordi bilaterali stipulati tra l’Italia e altri Paesi stranieri (ad es. l’Albania): i datori di lavoro italiani ebbero così grosse agevolazioni nell’assunzione di dipendenti di quei particolari Paesi.
L’economia dell'immigrazione è particolare: risulta essere utile anche - e soprattutto - nei periodi di crollo economico, in quanto si tratta di un'economia di crisi, ad alta possibilità di sfruttamento.
Inoltre il mercato italiano ha una struttura demografica particolare, dove la popolazione non produttiva è maggiore di quella produttiva.
Per questi due motivi le nostre frontiere non sono mai state chiuse del tutto.
In un periodo di crisi – come quella che stiamo attraversando in Italia - pensi si dovrebbero chiudere le porte agli immigrati? O pensi al contrario che l’assunzione di manodopera straniera possa comportare la tenuta dell’intera economia nazionale?

Klarita è di origine albanese, ma ha doppia cittadinanza (albanese/italiana). Lavora come mediatrice culturale a diversi progetti per la provincia di Pesaro-Urbino. Ci racconta, in base alla sua esperienza concreta e quotidiana, quali sono le difficoltà che rallentano e ostacolano il percorso d’integrazione degli immigrati nella nostra società.
1) Ci può descrivere qual è la situazione della nostra società? È inesatto definirla la “società dell'immigrazione”?
In Italia ho riscontrato un livello di accoglienza molto alto, ma allo stesso tempo anche una certa diffidenza. La diffidenza sta nel pensiero (errato, come dimostrano numerose statistiche pubblicate nei media) che il livello culturale medio degli immigrati sia basso. Chi non ha avuto strumenti viene disprezzato.
La nostra non è una società dell’immigrazione. Le cifre sono ancora troppo basse (solo 4.333.000 immigrati residenti, secondo il dossier statistico 2009, presentato il 28 ottobre 2009 - che corrispondono ca. al 7% della popolazione) per poterla definire così; l’immigrazione è nuova, giovane in questo Paese: i primi veri e consistenti flussi si sono avuti solo a partire dagli anni ‘90.
In quest’ultimo decennio la società italiana ha iniziato a fare le prime “prove di convivenza” con le altre culture, anche se purtroppo a causa del terrorismo si sta registrando una graduale chiusura verso “la cultura straniera”.
2) Gli immigrati sono – dal punto di vista dei diritti - considerati cittadini di classe B? Quali sono i servizi su cui secondo Lei si dovrebbe puntare per migliorare il loro inserimento nella società italiana?
Sì, in Italia i cittadini stranieri sono di fatto svantaggiati e quindi possono essere considerati di classe B. Basti pensare al reddito medio di un lavoratore straniero, che risulta inferiore al 40% del reddito percepito da un lavoratore italiano impiegato nello stesso settore.
Lo stato italiano ha approvato una legislazione sull’immigrazione, ma molti diritti sanciti a favore dello straniero rimangono per ora solo delle utopie.
I documenti di cittadinanza non bastano; occorre rispettare e velocizzare i tempi legislativi di tali leggi, perché altrimenti vengono a crearsi condizioni di clandestinità.
E’ di vitale importanza garantire una maggiore tutela dei diritti degli immigrati, evitando di trasmettere messaggi mediatici sempre negativi, che contribuiscono solo alla creazione di una maggiore diffidenza nei loro confronti.
Secondo me un valido strumento d’inserimento dello straniero nella società italiana è garantito dalla figura svolta dai mediatori culturali. Per questo sto collaborando con la provincia di Pesaro-Urbino al progetto “Immigrati e cittadini invisibili” (ICI), che ha lo scopo di creare un réseau per l’albo provinciale dei mediatori culturali.
L’obiettivo futuro sarà quello di riconoscere l’albo dei mediatori culturali a livello nazionale: a questo proposito l’On. Di Biagio il 12/03/2009 ha presentato la proposta di legge n.2138/2009.
3) E’ possibile sviluppare un dialogo interculturale tra popolazioni che possiedono storia e valori profondamente differenti?
Certo, è possibile – anzi è auspicabile - però è necessario ricordarsi che il valore del dialogo deve essere reciproco.
Lo scopo non deve essere l’acquisizione di cittadini cosiddetti “integrati” nella cultura italiana, ma di “nuovi cittadini” che promuovano la creazione di una società multiculturale.
E’ fondamentale interagire con gli immigrati che hanno strumenti di avvicinamento alla cultura italiana e che possano mediare con gli stranieri che non li hanno avuti.
L’obiettivo è creare maggiori punti di riferimento nel territorio per avere un doppio scambio di conoscenza interculturale.
4) E’ possibile educare e formare una cittadinanza attiva nella costruzione di una realtà sociale unita, indipendentemente dalle diversità culturali?
Per raggiungere tale obiettivo è importante ascoltare anche la voce degli immigrati: non tutti sono terroristi, delinquenti o ladri. Molti giovani immigrati che lavorano contribuiscono a mantenere in piedi il pensionamento per la fascia anziana della società italiana (la provincia di Pesaro-Urbino è una tra le più longeve di Italia!).
Troppo spesso le comunità di stranieri si raccolgono in gruppi etnici ristretti per combattere la solitudine e l’incomprensione culturale e linguistica che vivono quotidianamente.
Occorre eliminare la ghettizzazione degli stranieri, per evitare la formazione di atteggiamenti di difesa, messi in atto a seguito della diffidenza nutrita nei loro confronti.
E’ basilare spezzare questo processo che porta solo alla creazione di conflitti culturali.
La figura del mediatore culturale diventa indispensabile: è il messaggero di pace ed aiuta i cittadini stranieri a renderli protagonisti della politica sindacale e dei tanti altri aspetti della vita sociale comunitaria. Questo ruolo aiuta a trasmettere (ed evidenziare) alla popolazione italiana i valori positivi legati a culture “altre”, cancellando il giudizio fatto di luoghi comuni.
5) Quali sono i suoi suggerimenti concreti per promuovere la comunicazione interculturale?
Spesso siamo abituati ad associare la cultura di un popolo alla conoscenza di qualche suo piatto (cucina etnica). Ma la cultura non si esaurisce solo nel cibo, è un insieme di aspetti, valori, storia e tradizioni.
Per questo è importante promuovere le varie culture tramite corsi e questo lo si può fare collegando reti di associazioni culturali nel territorio.
Inoltre è fondamentale lavorare sui progetti scolastici, che coinvolgano le famiglie: in questo modo si può diffondere informazioni sulla storia, sulla geografia e sulle tradizioni delle altre culture.
Certamente occorre smorzare nei cittadini italiani il sentimento anti-immigrati; da una ricerca pubblicata a Washington il 4/11/2009, risulta che l’Italia detiene un triste primato: è il Paese più diffidente nei confronti degli immigrati.
Forse se si informasse l’opinione pubblica che nell’anno 2007 i lavoratori stranieri hanno versato 7 miliardi di euro di contributi previdenziali (pari al 4% del totale) e 3 miliardi di euro di Irpef, Iva, imposte sul lavoro autonomo e sui fabbricati, e che nell’anno 2006 il loro apporto lavorativo è stato di ca. 122 miliardi di euro (pari al 9,2% del PIL nazionale), la loro presenza verrebbe riconsiderata come nuova ed effettiva forza economica del nostro Paese.
Rita El Khayat, una delle più importanti intellettuali del Marocco, si batte da sempre per i diritti e le libertà delle donne contro l’estremismo.
La candidata al Nobel per la pace 2008 ci racconta come è venuta a conoscenza di Science for Peace e i motivi che l’hanno spinta a farne parte.
Nell’intervista la psicologa maghrebina ci spiega le sue opinioni sulla relazione tra scienza e pace e sui modi per superare le differenze culturali esistenti tra l’Occidente e il resto del mondo.
Condividete con noi le vostre opinioni sul suo pensiero: credete come lei che “solo l’intelligenza e la sensibilità salveranno il mondo”?

Qualche mese fa ero in metropolitana, qui a Milano: accompagnavo un mio amico, un giovane designer israeliano, al Salone del Mobile, insieme a una sua collaboratrice giapponese. Per rispetto della collega giapponese, parlavamo in inglese anziché in ebraico. Ad alta voce.
Il mio amico si lamentava, non avrebbe voluto prendere il metrò e proprio non gli andava giù di non avere trovato un taxi che di portasse dal centro città fino alla Fiera: è mai possibile che non ci sia un taxi libero per un evento così importante? Io gli rispondevo che bisogna avere pazienza, che l'organizzazione non è propriamente il punto forte di noi italiani, che a Milano ci sono pochi taxi e che al Salone del Mobile è venuta molta più gente del previsto.
A questo punto un signore un po' attempato e ben vestito, dall'aria apparentemente innocua, si fa avanti... e comincia a urlarmi addosso. Sbraita che aveva riconosciuto l'accento fortemente israeliano del mio interlocutore, e che non avevo il diritto di parlare male della mia città davanti a un israeliano: “L'Italia è amica di Israele, ed è tutto quello che c'è da capire”. Segue una tirata sul terrorismo palestinese, sul disfattismo dei giovani d'oggi, la politica estera dell'Unione europea, e le mezze stagioni che non esistono più... il tutto, urlando.
Il mio amico scoppia a ridere: “Mi sembra quasi di essere su un autobus di Tel Aviv!”, dice (stavolta in ebraico, per non farsi capire dal tizio surriscaldato). “Non solo voi italiani siete disorganizzati come noi israeliani, ma avete anche lo stesso vizio di litigare sempre per qualsiasi cosa. La gente fa una questione politica di tutto!”.
E infatti, non so a voi, ma a me il nesso tra il funzionamento dei taxi di Milano e la politica in Medio Oriente sfuggiva completamente. Continua a sfuggirmi ancora adesso.
Anzi, ogni tanto penso che davvero sia questo il problema: ormai molte persone hanno preso la brutta abitudine di fare di tutto una questione politica. Nel senso negativo del termine.
Chissà perché, poi, quando si parla di Israele, anche la più piccola cosa diventa il pretesto per uno scontro ideologico. Molti amano definirsi, per partito preso, pro o contro Israele e bollare tutti gli altri di conseguenza, spesso in modo del tutto arbitrario.
Il brutto è che ormai a ben pochi interessa conoscere gli israeliani come persone, al di là della bandiera che rappresentano e delle ideologie che sono associate ad essa.
Mi è capitato tante volte di trovarmi imbarcata in vere e proprie conversazioni dell'assurdo, con sconosciuti o semi-sconosciuti, per il solo fatto di essere in compagnia di un israeliano o di essere presentata come qualcuno che ha vissuto in Israele.
Tornando all'aneddoto raccontato sopra, credo che il mio adirato compagno di vagone volesse andare a parare più o meno così: “Ti lamenti dell'efficienza dei trasporti pubblici? Allora sei anti-israeliano”. (Peccato che in Israele lo sport nazionale sia proprio lamentarsi degli autobus che non arrivano mai...). Altre volte mi è capitato di scatenare discussioni politiche di ore e ore, che non portavano mai a niente, per un commento innocuo come: “Buono questo tè. Starebbe proprio bene preparato alla maniera israeliana, con le foglie di menta” (in genere seguono domande a raffica di cosa ne penso di questa o quella guerra, “non ti vergogni di avere a che fare con Israele”?).
Da un lato sono lusingata dall'interesse del pubblico italiano sulle vicende israeliane. Ma non sopporto come spesso questo interesse venga utilizzato come un pretesto per litigare a qualsiasi costo. Credo sia un gran bel peccato, perché adesso più che mai ci sarebbe bisogno di un dialogo vero, aperto e senza preconcetti.
“Stanno cancellando la nostra religione e la nostra memoria”: questa è l’accusa dei Palestinesi al “Museo della Tolleranza”, che gli Israeliani progettano di costruire a Gerusalemme, sulle tombe dell’antico cimitero musulmano di Mamilla.
Il progetto, “dedicato a ebrei, musulmani e cristiani senza distinzioni”, fa discutere tutti; non solo i Palestinesi, ma anche gli Ebrei ultraortodossi.
Tu cosa ne pensi? Il “Museo della Tolleranza”, concepito per unire le religioni, potrebbe essere il simbolo di un mondo unico? Oppure è solo il simbolo del confronto impossibile tra la cultura ebraica e quella islamica?
E’ realizzabile “una società pluralista e interculturale” a Gerusalemme?
Vent'anni fa, con il muro di Berlino crollava il vecchio ordine mondiale basato sulla contrapposizione delle ideologie.
Da quel momento, il mondo non è stato più lo stesso.
Sono cambiati i paradigmi come i modi di comunicare e gli equilibri mondiali.
E noi ci siamo risvegliati in piena globalizzazione.
Per alcuni è l'inizio di una nuova era, più liquida e liberale, per altri è la fine di ogni equilibrio e la causa di tante paure.
Ma per voi cosa rappresenta?
Ai tempi di Gandhi, la lingua della diplomazia era il francese, come l’inglese quella del commercio internazionale.
Poi l’inglese ha preso il sopravvento e oggi grazie ad internet è la lingua globale.
Per alcuni, ciò costituisce il segno dell’egemonia anglosassone nel mondo postmoderno, per altri questa omologazione linguistica è una straordinaria opportunità per condividere pensieri ed emozioni e per costruire un mondo unico.
Voi che ne pensate?
Gandhi parlava di una superiorità del messaggio d’amore orientale sull’approccio occidentale che ha portato alla “polvere da sparo, alla bomba atomica”.
Ma l’Occidente ha “inventato” anche i diritti umani e la democrazia, per non parlare della solidarietà praticata ogni giorno da volontari e missionari senza frontiere.
Viceversa in Oriente si è ancora in presenza di dittature che puntano allo sviluppo economico, senza migliorare le condizioni di diritto e le libertà dei loro popoli.
Tutte e due le culture hanno generato i loro eroi e tutte e due hanno le loro contraddizioni.
Per Gandhi il messaggio della verità viene da Oriente. E’ un messaggio d’amore “che non deve essere appreso attraverso la lente occidentale”.
Gandhi sprona i popoli oppressi a “conquistare l’occidente” per diffondervi il messaggio di amore dei suoi maestri. La verità e la non-violenza diventano così le armi di una conquista pacifica e metaforica per creare un “mondo unico”.
Un “mondo unico”: è questa la risposta agli inquietanti interrogativi sollevati dalle recenti notizie internazionali? O la risposta si trova invece nel dialogo tra “mondi diversi”?
E’ possibile, infine, dialogare senza una chiara visione della propria, irrinunciabile, identità?
Sono questi alcuni degli interrogativi sollevati dal discorso il Gandhi, che abbiamo deciso di pubblicare.
Oggi più che mai il mondo ha bisogno di comunicare.