Finché stanno in casa sono indispensabili e preziosi, ma quando ce ne dobbiamo liberare le cose si complicano. Parliamo di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, elettrodomestici in genere, ma anche televisori, monitor, stereo e computer. Tutta roba che diventa un problema quando viene il momento di liberarsene per far spazio a un nuovo aggeggio. Il problema è che spesso questi oggetti sono ingombranti, pesanti, ma soprattutto sono rifiuti speciali che contengono sostanze considerate tossiche per l'ambiente e, oltre ad essere ingombranti, molte delle loro componenti non sono biodegradabili. La soluzione per liberarsi dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) è in un decreto che ne regolamenta i meccanismi per la gestione e lo smaltimento. Dopo un'attesa durata un paio di anni, il decreto è entrato in vigore il 19 maggio; sui documenti ufficiali figura con il nome DM n. 65 dell'8 marzo 2010 (pdf), ma ha un nomignolo che è molto più facile da ricordare, “uno contro uno” e descrive bene il meccanismo che è alla base del regolamento: nel momento in cui compro un nuovo elettrodomestico, o un prodotto hi-tech, insomma un apparecchio AEE, il distributore del nuovo prodotto deve assicurare il ritiro gratuito dell'apparecchiatura che viene sostituita, e il cui smaltimento dovrà avvenire in appositi e adeguati impianti. La parola “gratuito” merita di essere sottolineata perché nel testo del regolamento è esplicitato molto bene che i distributori hanno l'obbligo di informare i clienti della gratuità del ritiro del vecchio prodotto, che verrà poi raccolto insieme ad altri simili da smaltire e trasportati in centri di raccolta previa una schedatura che consenta di avere a disposizione un censimento aggiornato agli ultimi due anni di queste specie di cimiteri per elettrodomestici. Il distributore, quindi, non potrebbe – a norma di legge – richiedere alcun contributo aggiuntivo per il ritiro, anche a casa, della vecchia AEE sostituita dalla nuova, anche perché quando si acquista un prodotto hi-tech (sia una lavatrice o un computer) il consumatore paga, incluso nel costo di acquisto del nuovo prodotto, un eco contributo Raee, relativo allo smaltimento finale dei vecchi rifiuti. Tutto questo funziona davvero? Una video inchiesta di Greenpeace propone una verifica di come gli operatori del settore adempiono al decreto “uno contro uno”. Una esponente dell'organizzazione ambientalista ha telefonato a nove rivenditori di AEE di tre città italiane (Roma, Milano e Napoli) con la scusa di dover acquistare un nuovo apparecchio e lo stesso hanno fatto con telecamera nascosta andando in tre negozi della capitale. I risultati: la maggior parte dei dodici rivenditori interpellati non adempiono correttamente alla legge. Per chi voglia saperne di più qui di seguito lasciamo la possibilità di guardare direttamente la video inchiesta di Greenpeace.
L'immagine in testa a questo post è tratta dall''album Flickr di Jizzon
C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.
“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.
Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.
Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.
“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.
Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1
Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:
Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003
"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.
Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".
Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".
Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.
Foto di Visionshare
La crisi si fa sentire, ma i consumatori cercano di conviverci e alle vacanze non vogliono rinunciare; magari si cerca di spendere meno, ma partire bisogna partire perché il viaggio è entrato a far parte di quel modello di vita a cui non vogliamo rinunciare. E allora è il trionfo del low cost o delle scelte last minute per raggiungere quei posti che solo qualche tempo fa, quando per lo più si viaggiava in treno, sembravano irraggiungibili e che oggi, grazie ai voli a basso costo, ci appaiono così accessibili.
Con Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi ed esperto di comunicazione pubblicitaria, scopriamo come e perché il viaggio può essere considerato una merce, proprio come qualsiasi altro bene di consumo e che posto ha guadagnato nelle abotudini di chi vuole uno stile di vita ispirato alla sostenibili.
«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.
«Più occhi – nota Maistrello – guardano gli stessi fatti e più differenze avremo nel suo racconto. Nulla è indispensabile, ma tutto è utile nel momento in cui l’accesso alla complessità del mondo diventa funzione di un percorso individuale. Internet è un ecosistema reticolare in cui ciascun individuo ha l’opportunità, ma non il dovere, di essere nodo attivo». Se le cose del mondo sono molte è meglio che le guardino e le raccontino più persone piuttosto che solo quelli che un tempo si sarebbero definiti i professionisti.
Rapidamente, si sta passando dai social network ai social media. Facebook e Twitter non sono più luoghi dove si stringono relazioni ma sono anche strumenti in mano a milioni di persone che fanno informazione e che leggono, ascoltano, guardano. Sono nuove redazioni e nuove edicole planetarie, in una sintesi impensabile fino a ieri. «Abilitano le persone a esserci, a essere in rete e a creare contenuti. A essere nodi attivi. Come altre tecnologie in precedenza, ma con la forza di piattaforme ormai mature e popolate da milioni di persone. Un nodo attivo è un potenziale testimone ovunque si trovi, un occhio che guarda per noi e che è in grado di raccontare ciò che vede in tempi eccezionalmente rapidi».
In questo momento, un problema serio, molto serio, per il mondo dell’editoria è quello di inventare un modello di business alternativo per l’informazione in rete. Come pagare contenuti di qualità in un panorama free come internet? Tra iPad, Kindle, micropagamenti ecc., sembra un puzzle al quale, finora, manca sempre una tessera. «Non credo funzioneranno i paywall, che chiudono i contenuti dentro un sito e li rendono avulsi da ogni processo virtuoso di rete. Per la pubblicità c'è speranza soltanto se torna a essere servizio per il lettore, perché la semplice esposizione di stampo televisivo è aliena al modo in cui funziona internet e non produce valore». Una speranza, secondo Maistrello, potrebbe venire dal finanziamento dal basso, collettivo, di progetti giornalistici. «Il crowdfunding journalism è la quintessenza del giornalismo inteso come servizio civico per la propria comunità. La comunità finanzia la ricerca della verità su se stessa. Tuttavia non avremo alcuna certezza su come finanziare il giornalismo in rete finché non faremo dell'ottimo giornalismo in rete. Solo sperimentando si può individuare un nuovo modo che crei utili in un modo trasformato».
Un mondo che cambia con una rapidità impressionante ma che in Italia sembra viaggi con il freno a mano tirato. I giornali si barcamenano nel gestire l’oggi, ma non riescono ancora a guardare avanti. Certo, ci sono episodi significativi di citizen journalism anche da noi come i twit partiti da L’Aquila e da tutto il centro Italia pochi attimi dopo la scossa di terremoto dell’aprile 2009 oppure il gran lavoro, raccontato anche da Maistrello nel suo libro, che un viareggino ha fatto la notte della tragedia ferroviaria nella stazione toscana.
Eppure, la sensazione è che si proceda a rilento. Come mai? «L'Italia sconta gli ultimi trent’anni di predominio televisivo, un predominio che non è solo mediatico e commerciale ma costitutivo del modo in cui il nostro Paese guarda e racconta se stesso. Il cambiamento nasce per lo più a livello del singolo nodo. Sarà profondo e inarrestabile, ma in Italia continuerà a essere rallentato da ostacoli strutturali profondi. È inevitabile che l'informazione spontanea faccia le spese di questo stato di cose: richiede una consapevolezza e una responsabilità che il cittadino digitale medio in Italia spesso non possiede oppure possiede soltanto a uno stadio televisivo, monodirezionale, emotivo, superficiale».
Foto di digitaljournal

Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
Grazie e buona partecipazione a tutti.
Si svolge al Maxxi di Roma il sesto appuntamento di Capitale Digitale, l’evento ideato da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma e il mensile Wired per approfondire quanto c’è di nuovo nel mondo della cultura digitale che nella sua rutilante evoluzione sforna idee e soluzioni a ritmo frenetico. Provare a immaginare oggi quello che accadrà nel futuro prossimo. Ecco la sfida.
Nei magnifici spazi disegnati dall’architetta iraniana Zaha Hadid, l’ospite principe della manifestazione è Jamais Cascio (qui una sua videointervista), responsabile del Long Term forecasting dell'Institute for the Future di Palo Alto, il celebre istituto di ricerca californiano che ogni anno produce una mappa dello scenario dei successivi dieci anni sulla base delle suggestioni che provengono da scenaristi, futurologi, scienziati e umanisti di tutto il mondo.
«Futuro è sostenibilità» è il titolo, esplicito e significativo, dell’intervento di Cascio. In quale modo la sostenibilità ci riguarda in quanto singoli ma anche nella nostra dimensione globale? Quali sono i risvolti economici ed ecologici che comporta l’opzione della sostenibilità? L’intervento del guru californiano si svolge attorno a queste domande fondamentali per il nostro futuro e per il futuro del nostro pianeta.
Dopo la lecture di Cascio, intervengono in una tavola rotonda moderata da Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, anche Gabriele Galateri di Genola, presidente di Telecom Italia, Umberto Croppi, assessore alle politiche culturali e comunicazione del Comune di Roma, Francesco Sacco, docente presso l'Università dell'Insubria, Chicco Testa, manager di Rothschild, e Giuliana Zoppis, architetto e giornalista.
Capitale digitale ha anche la sua finestra su Facebook, su Twitter e la diretta video sul web.

Energia pulita, fonti rinnovabili, efficienza energetica, abbattere le emissioni di CO2: andate a un convegno, alla presentazione di un libro, in qualsiasi occasione pubblica in cui si parli di energia e queste parole vi risuoneranno nelle orecchie più insistenti del coro di vuvuzelas negli stadi del mondiale sudafricano. Non solo il mercato delle rinnovabili vede crescere i propri fatturati mentre fioriscono e si specializzano aziende che prendono posto nella nuova filiera energetica (pannelli solari, pale eoliche, materiali per case efficienti capaci di aver bisogno di sempre meno energia da produrre), ma l'attenzione di occhi insospettabili si mette a fuoco sui nuovi modi di produrre energia.
Come, ad esempio, la Iea (International Energy Agency) che fu fondata nel 1974 in seguito allo shock petrolifero con il compito di coordinare le politiche energetiche dei paesi membri per assicurare l'approvvigionamento energetico. Nei rapporti annuali della Iea le rinnovabili hanno acquistato uno spazio sempre maggiore e in un recente documento, l'Agenzia punta il dito sugli aiuti di stato che finiscono per finanziare l'utilizzo di fonti fossili, tanto da sostenere che, se questi fondi (circa 550 miliardi di dollari l'anno) sparissero, i consumi energetici potrebbero diminuire e abbattere le emissioni di CO2 in maniera sostanziale, come se Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna smettessero all'unisono di immettere anidride carbonica nell'atmosfera.
La Iea è in buona e numerosa compagnia in questa accresciuta attenzione verso le rinnovabili, tanto che Ises Italia, sezione italiana dell'International Solar Energy Society, ha dedicato un convegno a questo tema intitolandolo “Gli insospettabili” per sottolineare come soggetti che finora si erano sempre mostrati tiepidi verso l'energia pulita attribuiscano oggi all'energia verde un ruolo determinante per il prossimo futuro. Questi attori rispondono a nomi altisonanti come Fondo Monetario Internazionale, Banca d'Italia, McKinsey, PriceWaterhouseCoopers. E allora? Sono diventati tutti ambientalisti?
Forse l'origine di questo interesse sta in una concomitanza di circostanze che portano le rinnovabili al cuore di una specie di circolo virtuoso. “Le rinnovabili costituiscono oggi una grande opportunità per l'economia, per l'occupazione, per un intero settore economico-finanziario, perché non esiste al mondo altro settore che abbia simili livelli di crescita” – ha spiegato Davide Tabarelli di Nomisma Energia parlando al convegno di Ises Italia.
Cresce la produzione, diminuiscono i costi: il circolo virtuoso sembra chiudersi perfettamente. Ma in realtà le difficoltà non mancano, soprattutto per il mercato italiano dove la produzione di energia rinnovabile è in crescita ma difficilmente si riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direttiva europea 20-20-20, che impone entro il 2020 di ridurre del 20% le emissioni europee di CO2, di aumentare l'efficienza energetica del 20% e di incrementare del 20% l'utilizzo di fonti rinnovabili. Come dire: qui in Italia di rinnovabili si parla tanto ma si ottiene poco.
“Spendiamo molto per questo settore – spiega Luciano Barra, del Ministero per lo Sviluppo Economico, al convegno ISES – ma la gran parte dei quello che si spende la utilizziamo per importazione tecnologica. Ci vuole innovazione nella continuità – continua Barra – un approccio cioè che sappia promuovere le fonti di energia rinnovabile in modo efficace ed efficiente, idoneo a raggiungere l'obiettivo ma con il minimo costo per chi opera nel settore”.
Insomma, tutti ne parlano, tutti le vogliono, ma il mercato italiano ancora non decolla e si cerca la via per far correre un settore che già vola in molte parti d'Europa.
Immagine dall'album Flickr di Jeremy Levine Design
Sono sicuro, ve lo ricordate tutti lo spot di un tour operator che metteva alla berlina i turisti che avevano pensato per conto proprio a organizzarsi le vacanze. Eppure il viaggio più ricco, più denso, più appassionato, è quello improvvisato, magari senza gps, parola di antropologo. “La qualità di un viaggio sta nello scambio, nelle relazioni che si riescono a instaurare con il territorio che si visita e con le culture che si raggiungono. Ma se ci chiudiamo in ghetti dorati controllati da vigilantes, impermeabili ai fermenti della quotidianità e delle culture, allora non facciamo che consumare la nostra vacanza come un prodotto qualsiasi”.
Duccio Canestrini è un antropologo che presta molta attenzione, tra le altre cose, a come cambia l'atteggiamento delle persone e il loro (nostro) rapporto con il viaggio. Dall'Università di Trento, dove insegna, Canestrini porta lo studio dell'antropologia in teatro, con i suoi monologhi multimediali, e in libreria, con titoli che sembrano giocarci un po' (come Andare a quel paese o Non sparate sul turista) ma invece analizzano e raccontano il turismo come un modo e un'attività per vivere relazioni con luoghi e persone, nel rispetto dell'ambiente e delle culture. Alcuni direbbero che esiste una formula per tradurre tutto questo in due parole semplici e che vanno di gran moda: turismo responsabile, o turismo sostenibile. Ma il professore ci invita a non fare confusione con le parole e, per utilizzare quelle che gli sembrano più adeguate, lui ha coniato la definizione di turismo permeabile. “Si tratta semplicemente di usare buon senso – spiega Canestrini – senza farsi prendere dalla fobia per l'ignoto e affidarsi a strutture ricettive a gestione familiare, magari improvvisare, aprirsi e non chiudersi, essere consapevoli che l'alta qualità del viaggio si ha nello scambio e nei rapporti umani”.
Eccola la permeabilità del turismo, quella che otteniamo quando, continua il Canestrini, “il turista si apre alla realtà che incontra senza stereotipi creando una normale relazione umana con la realtà che incontra. Se c'è questa permeabilità, viaggiatore e ospitante si arricchiscono reciprocamente; con i pacchetti preconfezionati non possiamo far altro che consumare la nostra vacanza”. Come accade in posti dove tutto è già predisposto, ogni cosa demandata a un'organizzazione e così, ovunque sei, è sempre lo stesso posto e magari, per arrivarci hai viaggiato chiuso nella tua auto, macinando strada tutta d'un fiato, rimbalzando lo sguardo tra l'asfalto e il gps, mentre una semplice domanda per un’informazione può essere fonte di contatto, spiega Canestrini.
A volte però il turismo si può anche trasformare in una moda, un'occasione per andare in vacanza dai propri modelli di consumo e far finta, magari per una settimana l'anno di essere ecologisti, di avere cura per l'ambiente e di colorare il viaggio con una spennellata di morale a buon prezzo. “Dobbiamo renderci conto – dice Canestrini – che il turismo è un'industria impattante, basta guardare l'Adriatico per capirlo. Quando si parla di turismo sostenibile si usa una definizione che riguarda l'analisi degli impatti ambientali e la pianificazione del turismo sul territorio”. Ecoturismo, o turismo ecologico è una cosa diversa e riguarda le scelte dei viaggiatori che decidono di viaggiare con modalità e comportamenti che siano rispettosi dell'ambiente. “Una volta mi è capitato in California di mangiare pomodori prodotti in maniera assolutamente biologica, erano buonissimi, ma poi ho scoperto che erano coltivati da braccianti messicani sotto pagati e desindacalizzati. In questi casi finisce l'ecologia e inizia un altro discorso. Se anche uno decide di mangiare biologico o di assumere comportamenti particolarmente attenti all'ambiente, anche se solo per due settimane l'anno, sempre meglio che prendere a randellate i delfini come fanno invece su una baia giapponese”.
“Esiste una sorta di coscienza, che magari a volte può essere vissuta con un pò di ipocrisia e non incide su tutti i nostri comportamenti e su tutti i nostri consumi – conclude Duccio Canestrini – ma è la consapevolezza che apparteniamo a una specie molto impattante sul pianeta terra, siamo tanti e stiamo conciando il pianeta molto male. Le scelte non possono essere mai coerenti da ogni punto di vista, ma da qualche parte bisogna partire. Farlo da questa coscienza è molto importante, poi ciascuno la declina nelle maniere che ritiene più opportune”.
L'immagine è tratta dal sito Viaggi e miraggi
Guarda la gallery. © John Durant Photography /Karlsberger Design Architect
E’ già insolito immaginare un ospedale talmente curato dal punto di vista architettonico da poter competere con i più recenti musei delle varie archistar. Figuriamoci poi sapere che è stato costruito usando solo materiali sostenibili e facendo sì che risparmi energia sufficiente per alimentare 1800 case. Eppure non si tratta di congetture o auguri per il futuro ma di una realtà targata Austin, Texas: il Dell Children’s Medical Centre. La straordinaria attenzione all’ambiente ha fatto sì che fosse il primo ospedale al mondo a ottenere la prestigiosa certificazione LEED platinum (Leadership in Energy & Environmental Design). Dietro a questo risultato c’è il lavoro dello studio Karlsberger e il contributo della Michael and Susan Dell Foundation, dal nome dell’omonimo magnate dei PC.
Questo ospedale pediatrico è frutto della riqualificazione dell’aeroporto Robert Mueller Municipal ed è costituito al 92% da materiali riciclati sul posto. Lo smantellamento dell’ex pista di atterraggio ad esempio ha fornito 47mila tonnellate di materiali e tutto ciò che è stato acquistato proviene dall’area circostante ad Austin, è insomma a km zero. L’edificio, abbellito da finestre coloratissime e una cascata su un muro di granito, è caratterizzato da un’alta torre che si staglia rispetto al resto del complesso.
I costi di costruzione non sono contenuti. La cifra si aggira intorno ai 137 milioni di dollari ma, se il risparmio energetico annunciato è reale, non ci vorrà molto per ammortizzare quanto investito rispetto all’edilizia tradizionale. La lista degli espedienti adottati per rispettare il pianeta è piuttosto lunga e va dalla turbina a gas naturali da 4.3 Megawatt alle tubature a flusso ridotto che diminuiscono il consumo di acqua.
Ma la cosa che è forse più importante sottolineare è l’intelligenza con la quale sono stati disposti e realizzati giardini e cortili. Questi da un lato consentono di far filtrare, attraverso le numerose vetrate, luce naturale sull’80% della superficie. Dall’altro contribuiscono a creare un clima favorevole alla ripresa dei bambini ricoverati e smorzano l’effetto “isola di calore”, raffreddando l’aria e attenuando quindi il bisogno dei condizionatori. Lo spreco della luce artificiale poi è stato ridotto ai minimi termini grazie all’impiego di sensori di movimento che fanno sì che l’illuminazione si attivi solo quando davvero necessaria. A km zero infine sono anche le piante che, essendo tipiche della vegetazione locale, richiedono minore irrigazione e che vengono innaffiate solo con acqua riciclata. Un esempio virtuoso di ecodesign che combina il rispetto per l’ambiente con un risultato davvero notevole dal punto di vista architettonico. La speranza, inutile dirlo, è di vederlo presto replicato anche sul nostro territorio.

La Champions League arriva in Italia. Ma se state pensando a Mourinho, Milito, Balotelli e l'Inter di Moratti state sbagliando. Qui non si parla di grandi goal, parate strepitose o fuorigioco. Qui parliamo piuttosto di energia verde, di rinnovabili, di eolico, solare e biomasse.
Non una multinazionale del pallone sotto i riflettori, quindi, ma un piccolo paese di circa 1.800 anime che, dalla Val Venosta, è salita in qualche modo in cima all'Europa.
Prato allo Stelvio, infatti, si è aggiudicato la RES-Champions League 2010 per la miglior politica locale nella promozione delle fonti rinnovabili, una competizione tra amministrazioni low carbon che è culminata nella Conferenza europea delle città sostenibili, che si è svolta a Dunkerque, in Francia.
La concorrenza era agguerrita, ma a fare la differenza a favore del comune alto-atesino è stato un mix di fonti rinnovabili diverse che garantisce a Prato allo Stelvio una potenza energetica istallata e una capacità di distribuzione davvero esemplari dal punto di vista della sostenibilità.
Qualche dettaglio? Due centrali alimentate da biomasse locali, per una potenza di 1,4MW sono il cuore di una rete di teleriscaldamento capace di fornire e distribuire acqua calda; un parco eolico da 1,2 MW; 4 impianti idroelettrici, per un totale di oltre 2mila kW; una sinergia tra pubblico e privato che ha portato alla realizzazione di centinaia di impianti solari sui tetti delle case per numeri che parlano di 1.100 mq di termico e 1,8 MW per il fotovoltaico.
Ma non è finita, c'è dell'altro perché non si vince senza un fuoriclasse, un qualcosa in più che le altre squadre non hanno e che fa la differenza. Per Prato allo Stelvio, la parte del fuoriclasse la gioca forse la rete elettrica locale gestita da una Cooperativa. Vi sembrerà banale, ma gli effetti di una simile gestione non lo sono affatto: che ne dite di un paesino di montagna che nel 2003, mentre tutta l'Italia era appiedata dal black-out, continuava la sua vita normale nemmeno sfiorata dalla paura di rimanere senza corrente elettrica? E, soprattutto, che ne dite di cittadini che spendono tra il 30 e il 40% in meno rispetto alla bolletta della luce elettrica di un italiano medio?
Numeri da campioni, non c'è che dire, la voce di Hubert Pinggera non è quella di chi ha in tasca un primato continentale: “Siamo contenti e orgogliosi di questo risultato”, dice il sindaco, ma non usa slanci di entusiasmo, come se tutto fosse normale e tutto ciò rientrasse ovviamente nella gestione ordinaria di un piccolo comune. “Di certo siamo favoriti da alcune condizioni del nostro territorio che ci aiutano a portare avanti certe iniziative”, continua Pinggera.
Insomma il gioco di squadra ha premiato, almeno nel caso delle rinnovabili, e la RES Champions League è lì a dimostrare che esistono modi di mettere in pratica sistemi efficienti per generare e distribuire energia prodotta da rinnovabili e contribuire così a rendere più pulito ed efficiente il sistema energetico. Alla competizione hanno partecipato comuni di Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Italia.
Prato allo Stelvio ha portato in Italia la coppa grazie a una prestazione davvero eccellente in cui sono stati dosati diversi ingredienti tutti indispensabili per una squadra imbattibile: la collaborazione tra pubblico e privato, la capacità di sfruttare il territorio, abilità nella pianificazione, una elevata capacità di gestione delle risorse pubbliche e di utilizzare innovazione.
Bene, ma gli altri amministratori? Le altre città italiane? Guardiamo a un paesino di 1.800 abitanti e ci troviamo di fronte agli occhi un esempio virtuoso, un'eccellenza europea. Non è che qualche assessore di qualche grande città italiana ha voglia di farsi una settimana di ferie tra le valli alto-atesine?
Immagine dalla pagina Flickr di Sebastiano Pitruzzello (aka gorillaradio)
Kerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».
Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».
Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».
Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».
È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».
Sono i giorni dell'iPad. “L'oggetto magico e meraviglioso” (parole di Steve Jobs) arriva in Italia e il biglietto da visita da protagonista sui mercati e di conseguenza sulle abitudini degli utenti. I numeri parlano chiaro: un milione di esemplari venduti nei primi 28 giorni di vita nei negozi americani (l'iPhone ci mise oltre 70 giorni per raggiungere lo stesso risultato), 100mila prenotazioni in Italia incassate prima di arrivare alla messa in commercio vera e propria, 10mila applicazioni già disponibili, ma il numero è destinato a crescere moltissimo in breve tempo. Tutto questo fa della “tavoletta magica” un kit capace di conquistarsi un ruolo in ogni aspetto della nostra vita: quando leggiamo il giornale o un libro, ascoltiamo musica, giochiamo, guardiamo foto o film, organizziamo il tempo libero o di lavoro, conversiamo o comunichiamo con i nostri amici. L'iPad è (e sarà sempre più) pronto a garantire accesso in mobilità al mondo delle informazioni, tanto che il progetto It Mobility del Parlamento Europeo prevede di darne uno in dotazione a ciascun parlamentare.
Ma pensereste mai che tutto questo abbia un forte impatto sull'ambiente e sull'inquinamento?
In genere si pensa il contrario: se una cosa ci risparmia spostamenti fisici e mette in un unico dispositivo numerose possibilità, è sinonimo di meno inquinamento (perché richiede meno utilizzo di veicoli e quindi di combustibili, di materiali, e via dicendo). Ma un rapporto di Greenpeace dal titolo Make IT Green: Cloud Computing and its Contribution to Climate Change avverte sulla possibilità che tutto ciò possa produrre “un grande salto nelle emissioni di gas serra”.
Oggetto del rapporto di Greenpeace non è tanto l'iPad in sé, quanto il cloud computing, ossia quella grande architettura di tecnologie informatiche che si possono utilizzare anche se sono fisicamente molto lontane e che rendono possibile il miracolo della mobilità grazie al quale sistemi com l'iPad rappresentano una comoda ed elegante porta d'accesso a sterminate quantità di dati raggiungibili agilmente (senza fili) e fruibili nelle forme più disparate.
Basandosi su ricerche che stimano i consumi energetici in ambito industriale, il rapporto di Greenpeace mostra che, seguendo gli attuali tassi di crescita, i grandi centri di elaborazione dati e i server delle compagnie di telecomunicazioni necessari a far funzionare social network e tutto ciò che va sotto il nome di cloud computing, consumeranno nel 2020 circa 1.963 miliardi di kilowatt l'ora, “più dell'attuale consumo di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”, sottolineano gli autori.
Il messaggio sembra chiaro: il cloud computing ci offre grandi possibilità e i dispositivi che ne utilizzano gli sviluppi, dall'iPad in poi, sono destinati a una grande diffusione; tutto ciò richiederà grandi server per l'elaborazione dati che impenneranno il consumo energetico del settore, e di conseguenza ingrandiranno l'impronta di carbonio prodotta dal cloud computing.
Ma, specifica Greenpeace, non si tratta di un attacco al marchio di Cupertino:
“Per essere chiari, non ce la stiamo prendendo con Apple”, si legge chiaramente nella presentazione del rapporto, il lavoro vuole essere solamente un avvertimento per quello che potrebbe essere se le cose dovessero continuare senza cambiamento, ma non necessariamente lo scenario proposto dovrà realizzarsi. Anzi, Greenpeace auspica proprio il contrario, suggerendo che “i grandi innovatori dell'era digitale possono e dovrebbero essere leaders nella promozione di una rivoluzione energetica”. Così da mettere insieme il miracolo della mobilità con le esigenze della sostenibilità.
Foto: dalla copertina del Rapporto di Greenpeace
Sembra una specie di ritorno al futuro, uno di quegli esempi in cui ingegneri e inventori colgono un'eredità dal passato e la arricchiscono delle innovazione tecnologiche più all'avanguardia; il risultato è un corto circuito della storia in cui la futura possibile soluzione a un problema presente, nasce da un invenzione vecchia più di un secolo e mezzo. Nel nostro caso parliamo di un dirigibile che, sfruttando anche energia solare, è capace di trasportare carichi pesanti per lunghe distanze, viaggiando ad oltre 10mila metri di altezza senza produrre emissioni nocive all'ambiente.
HSSA è l'acronimo del progetto High Speed Solar Airship (http://www.solarairship.net/), un grande dirigibile lungo un centinaio di metri e largo quasi 70, che si propone come una vera e propria rivoluzione per il trasporto merci, soprattutto per le lunghe distanze. Una delle caratteristiche più innovative è sicuramente costituita dai circa 7mila metri quadrati di pellicola che, distesa sul tetto del pallone, consente di alimentare il motore con energia solare. Il che vuol dire che il futuro del mondo dei trasporti, visto da un dirigibile, ci parla di merci pesanti (fino a sessanta tonnellate a pieno carico) che volano più in alto delle nuvole e da lì, ad una velocità che può raggiungere anche i 275 km orari, spingersi ovunque e, grazie al sistema di atterraggio verticale, arrivare in ogni destinazione, senza alcun bisogno di lunghe piste di atterraggio. Navigando tra i cieli a diecimila metri da terra, il dirigibile schiva le intemperie, si trova in una condizione ideale per il rendimento degli impianti per la produzione di energia rinnovabile (situazione atmosferica luminosa di freddo asciutto), riuscendo a sfruttare al meglio le correnti dei venti proprio là dove l'aria è più rarefatta e oppone minore resistenza.
Questo vuol dire che vedremo, un giorno, le strade liberate da colonne di autotreni e da tutto ciò che ne deriva in termini di inquinamento e consumo di carburanti derivanti dal petrolio? Il discorso tocca uno dei protagonisti principali delle emissioni di gas dannosi per l'ambiente e, di conseguenza, uno dei nodi cruciali per le strategie (tanto politiche quanto d'impresa) che avranno come obiettivo la riduzione di tali emissioni. Tanto per dare qualche numero: il settore dei trasporti è l'unico, nei 15 paesi membri dell'Unione Europea prima dell'allargamento del 2004, è l'unico che in cui le emissioni di gas serra sono aumentate fino a rappresentare il 21% delle emissioni totali calcolate nel 2006 (European Energy Agency n.5/2008 http://www.eea.europa.eu/publications/eea_report_2008_5 ). Delle emissioni prodotte dai trasporti, inoltre, il 93% proviene dal trasporto stradale di merci o persone, quello che si è soliti definire anche come trasporto “su gomma”.
In un simile scenario il dirigibile solare arriverebbe come una vera a propria rivoluzione del trasporto merci: nessun bisogno di carburante, emissioni zero e via le merci dalla strada. Certo il costo potrebbe far venire i brividi; le stime parlano di 5 milioni di dollari americani necessari a mettere in funzione un solo esemplare. Ma la cifra non fa paura agli inventori che ribattono con numeri ai numeri. Facendo ogni calcolo sulla capacità di trasporto, sui costi di manutenzione e il volume di affari che circola oggi sui truck delle strade americane, il risultato è ancora conveniente. Fatte tutte le somme e tutti i confronti, ogni singolo “tir dell'aria” in circolazione potrebbe fruttare fino a 9,4 milioni di dollari l'anno.
Intanto del dirigibile solare non esiste che il progetto e un prototipo realizzato su scala 1:20 e gli inventori si sono messi a caccia di fondi per realizzare il primo vero High Speed Solar Airship, il “tir dell'aria a energia solare”.
Siamo su un campo sportivo pubblico in un piccolo paese dell’Italia settentrionale, un campo non regolamentato dall’amministrazione comunale. Come in tutti questi campi, gestiti in modo informale, chi arriva prima ha diritto a giocare. Un giorno arrivano dei ragazzini bengalesi che iniziano a giocare a cricket. Dopo un po’ si presentano dei ragazzi italiani che vorrebbero a giocare a pallone. Qualcuno protesta, in fondo loro sono italiani. Ma il comune, sensibile ai temi interculturali, trova una soluzione: introduce un regolamento per l’uso del campetto, e invita i ragazzini bengalesi a costituirsi in associazione sportiva di cricket assegnando ufficialmente loro il campo per alcune ore a settimana. In più per un periodo dell’anno l’insegnamento del cricket viene inserito nell’orario scolastico delle scuole primarie del paese. Lo si insegna in inglese, così i genitori sono contenti e si mantiene la lingua ufficiale del cricket. Il progetto è ancora in corso, e pare siano tutti soddisfatti. Tanto che i ragazzini italiani, a fine anno scolastico, si iscrivono alla squadra fondati dai coetanei bengalesi.
Inizia con questo racconto il libro Il gioco duro dell’integrazione (Cortina editore, 191 pagg.) di Davide Zoletto, pedagogista e ricercatore presso l’Università di Udine. Un libro che è un viaggio attraverso l’Italia multiculturale, quella in cui bambini e ragazzi che vengono da diverse parti del mondo e parlano lingue diverse comunicano attraverso un linguaggio universale: il gioco.
Come nasce l’idea del gioco come strumento d’integrazione?
Il gioco è una cosa pratica, si fa con gli altri, è uno dei primi modi in cui il bambino si relaziona con chi gli sta attorno. Quello che mi sono chiesto è stato: con chi giocano i figli dei genitori migranti, ovvero la cosiddetta seconda generazione? Giocano solo tra loro o interagiscono anche con i ragazzi italiani? Siamo andati per piazze, campetti, cortili, giardini. Tutti luoghi pubblici. E le sorprese sono state tante.
Per esempio?
Per esempio la scoperta di tante realtà in cui il gioco del cricket, che è uno sport ancora poco conosciuto da noi, è diventato uno dei mezzi con cui scuole e istituzioni sono riusciti a creare dei canali di comunicazione tra le diverse etnie che vivono in un solo territorio. E’ un gioco di squadra, all’aperto, molto visibile. Può essere visto come un’invasione dai ragazzini italiani abituati a giocare a calcio. Ma, se il fenomeno è seguito da adulti consapevoli, diventa un efficacissimo strumento di integrazione. La federazione italiana l’ha capito subito, e per questo insiste molto sulla creazione di squadre miste.
In che lingua parlano i ragazzi tra loro quando giocano?
In italiano, spesso con divertenti inflessioni dialettali. Basta andare al campo dell’Esquilino, a Roma, o a Casteller Paese, in provincia di Treviso, per assistere a partite e allenamenti su cui poter scrivere interi capitoli sulle società multiculturali.
Oltre al cricket, ci sono altri sport che funzionano da collante per le giovani generazioni che vivono nel nostro paese?
Certo. Ci sono i giochi da tavolo di “importazione”, come l’Awele, che è un gioco tipicamente africano ma conosciuto da tutti perché è spesso presente tra i giochi dei telefonini. Ci si scambiano strategie e trucchi, è un gioco che si fa in famiglia ma che si insegna anche ai compagni di scuola. E poi lo skateboard, che ha una sua tipicità che va oltre le connotazioni geografiche: ha un mondo trasversale, tutto suo, con linguaggio e cultura propri. In Germania esistono ludobus che facilitano gli skaters e la loro aggregazione. Facendo sì che ragazzini di diversa etnia trovino negli spazi per lo skate un mondo tutto loro. Infine i videogiochi. Tutti pensano che chi gioca con i videogame si isoli dagli altri. Niente di più sbagliato: il videogioco accomuna, e molto, perché ragazzi che parlano lingue diverse conoscono perfettamente le caratteristiche dei giochi più famosi. E alla fine basta così poco per iniziare una conversazione.
Foto di Saad.Akhtar

Perché quello della Louisiana era un disastro annunciato. E perché gli uragani adesso fanno più paura.
Sembra che il tempo delle decisioni severe sia ormai giunto. Dovevamo capirlo già molto tempo fa, per la precisione 150 anni fa, quando il colonnello “Drake” perforò il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel 1859. Ma lo sapevamo da decine di milioni di anni fa, da quando la Terra ha cominciato a secernere idrocarburi dalle sue viscere, trasformando antiche paludi salmastre in un liquido scuro e vischioso che avrebbe cambiato per sempre il volto del pianeta con l’arrivo degli uomini.
Quanto accaduto nel Golfo del Messico obbliga ad agire, ma avremo potuto farlo anche prima, se solo avessimo tenuto conto dei segnali. Il più recente dei quali è stato quello dell’uragano Katrina, che nel 2005 ha sconvolto New Orleans: e ormai siamo sicuri che non si è trattato di un caso. Le dune costiere del delta del Mississippi, le più importanti paludi e la vegetazione rivierasca sono state cancellate in decenni di «infrastrutturazione» perlopiù petrolifera. Per questo l’entroterra è rimasto naturalmente indifeso: e nessuno se ne è preoccupato, pensando che il progresso non fosse conservare la ricchezza della vita, ma l’accumulo del profitto.
Al prossimo uragano – e lì ce ne sono parecchi ogni anno – il sistema costiero sarà ancora più vulnerabile, fiaccato dalla massa nera che vi si sta abbattendo.
Ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Come se non ci fossero stati decenni di incidenti (e proprio qui il più grave su piattaforma prima di questo, nel 1979), come se le petroliere non avessero già distrutto queste e altre linee di costa, come se i residui della combustione degli idrocarburi non avvelenino le nostre quotidiane esistenze e permeino l’ambiente di un sottile velo chimico invisibile ma mortifero. Anzi, il presidente Obama riapre alle trivellazioni in Alaska, dimenticando che risparmierebbe molto di più obbligando i costruttori statunitensi a fabbricare autovetture che consumano meno, azzerando, magari, accessori inutili.
Sono anni che ci si domanda quando finirà il petrolio e ci si interroga sul momento in cui si verificherà il picco al di là del quale il greggio costerà troppo e sarà più difficile da estrarre. Non abbiamo capito che la domanda giusta non è affatto quella, ma quanto ancora siamo disposti a sopportare le conseguenze della ricerca, estrazione e raffinazione del petrolio. Quelle esternalità, che, guarda caso, non si pagano alla pompa di benzina o con la bolletta elettrica, ma che comunque la collettività si accolla educatamente ogni volta che qualcuno muore di cancro ai polmoni, o che si perdono milioni di animali e ecosistemi vitali. Tutto questo fino adesso lo abbiamo pagato noi, mentre la BP, come le altre major petrolifere, fa finta di niente e addirittura si è ribattezzata Beyond Petroleum (oltre il petrolio).
Stavolta sembra però che l’ora sia suonata: Obama assicura che tutto il disastro sarà a carico della corporation britannica, che, però, se si sottomettesse al giusto principio che chi inquina paga, fallirebbe in poco tempo. Speriamo che non ci siano passi indietro: sarebbe la prima volta.
Foto di ZazzaNM
Il futuro della comunicazione (e non solo) viaggia su Internet, il più capillare e democratico strumento che sia mai esistito. Ma il web, insieme ad enormi potenzialità, nasconde anche insidie e pericoli, soprattutto per gli utenti meno esperti e più indifesi: i bambini.
Abbiamo quindi intervistato chi si occupa “per definizione” dello sviluppo e del monitoraggio dei sistemi di comunicazione: il Segretario Generale dell’International Telecommunication Union, dr. Hamadoun Tourè.
Il Segretario dell’agenzia ONU ci ha descritto quali saranno i prossimi passi nell’evoluzione di Internet (broadband e broadband mobile, per permettere a tutti di essere collegati alla massima velocità), e ha assicurato che, grazie alla collaborazione tra istituzioni, governi e aziende private, verranno sempre più rafforzati gli strumenti di tutela dei minori.
Solo grazie alla sinergia tra tutti questi attori si potrà garantire a tutti la possibilità di navigare, e di farlo nel modo più sicuro e libero possibile.

Venerdì scorso si è tenuto a Milano, presso il Campus Bovisa del Politecnico, il Techgarage Clean+Green 1.0, evento dedicato alle tecnologie ambientali dove 12 start-up attive nel settore delle Green & Clean Technologies hanno presentato i loro ambiziosi progetti di fronte a una platea ricca di venture capitalist, business angel e ad una giuria composta, tra gli altri, da alcuni prestigiosi esponenti del mondo della rete come Marco Zamperini e Gianluca Dettori.
L'incontro, moderato da Luca Tremolada, è iniziato con i saluti del Politecnico di Milano (che hanno introdotto il concetto dell'Acceleratore d'impresa) e con gli interventi di Roberto Costantini, direttore Responsabile del Fund Raising LUISS, e di Rolando Lorenzetti del Comune di Milano (che ha presentato brevemente il progetto Milano crea impresa - La Rete degli incubatori della città di Milano).
Prima degli elevator pitch delle startup è intervenuto Francesco Starace, Presidente di Enel Green Power, società del gruppo Enel totalmente dedicata allo sviluppo e alla gestione delle attività di generazione di energia da fonti rinnovabili a livello internazionale. Molto interessate la sua presentazione sullo stato dell'arte delle energie rinnovabili nel mondo, un quadro completo sulle attività e sul potenziale sviluppo delle energie rinnovabili, dall'idroelettrico all'eolico, dal solare al geotermico (che vede attualmente una leadership italiana nel mondo).
Incoraggiati in questo modo da uno dei membri più importanti della giuria di valutazione, i vari rappresentanti delle startup in gara hanno presentato i loro progetti:
Fuori dalla top 3, ma comunque molto interessanti, le presentazioni di:
A completare la giornata uno Start-up Camp, con vari espositori che hanno incontrato tutti i partecipanti della giornata:
Abbiamo incontrato Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, a Settimo Torinese: città dove sta nascendo il progetto Laguna Verde di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane
Il ruolo del politecnico sul territorio, secondo il rettore, è il trasferimento di conoscenza e formazione collegata alla ricerca applicata.
Profumo ci ha descritto le attività collegate all'energia e all'ambiente del politecnico di Torino: tra queste la creazione di un centro di ricerca sulla clean energy in Cina, che ha come scopo principale l'integrazione di attività di ricerca tra il mondo orientale e l'Europa, creando un ponte tra le due realtà su temi così sentiti in ambito internazionale.
Sempre con il rettore torinese abbiamo approfondito il tema della ricerca scientifica in Italia, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo delle nuove tecnologie della sostenibilità: secondo Profumo la diminuzione dei fondi nazionali ha progressivamente portato l'attenzione degli atenei nostrani a rivolgersi verso i fondi europei. L'apporto del mondo accademico nelle pratiche eco-sostenibili esiste e deve crescere. Inoltre dovrebbe essere legato a due ruoli: la formazione delle nuove generazioni allo sviluppo sostenibile; e la ricerca, sia sulle singole tecnologie che sul quadro generale di un settore così complesso e formato da molte componenti diverse da far interagire.