Compleanno con regalo. Eh sì, perché giusto due anni fa nasceva Avoicomunicare, uno spazio per discutere e dialogare, per confrontarsi su temi decisivi per il nostro presente e il nostro futuro. L’ambiente e l’integrazione tra i popoli, l’energia e l’incontro con le culture diverse dalla nostra, di questo abbiamo parlato, di questi e di altri argomenti avete scritto nei ventiquattro mesi che scadono ora, convinti che il dialogo sia fondamentale per comprendere i grandi cambiamenti che attraversano il nostro pianeta. Su questo e su altro ci confrontiamo, tutti insieme, e vogliamo continuare a farlo sempre meglio.
Il regalo? Eccolo! Per festeggiare abbiamo deciso di investire ancora di più su di voi varando oggi la nuova nave più ricca di contenuti e di possibilità di interazione per tutti i nostri lettori.
Welcome, prego entrate. Accomodatevi perché qui potete dire ciò che avete a cuore. Fateci conoscere ogni giorno le vostre idee e le vostre opinioni, mandateci testimonianze video per denunciare quello che non vi sta bene o anche per far sapere a tutti qualcosa che vi è piaciuto. Ci piace immaginare queste pagine come un blog aperto nel quale tutti possono postare quello che pensano sia importante, abbia un valore per la nostra comunità e per la comunità Italia.
E oggi partiamo subito con un messaggio in bottiglia che arriva attraverso l’Atlantico. Un nostro lettore, Nicolò Wojewoda, ce lo ha inviato per raccontarci cosa fanno una ventina di giovani (tra cui lui stesso) che animano la parte green del Palazzo di vetro dell’Onu. A noi è piaciuto, e ci è piaciuta la disinvoltura con cui Nicolò ci ha scritto. Fatelo anche voi.
E poi c’è il network di Avoicomunicare, ovvero tutti voi. In questi due anni la rete è cambiata molto, siamo entrati da qualche tempo a pieno titolo nell’epoca dei social network. Youtube, Twitter e, soprattutto, Facebook sono esplosi definitivamente creando un continente nuovo dove esprimersi liberamente, senza mediazione, dove tessere relazioni, incontri, mettendo in comunicazione centinaia di milioni di persone.
Ora, come sanno tutti coloro che ci seguono, la nostra comunità è parte integrante del progetto di Avoicomunicare e per questo abbiamo deciso di valorizzare ancora di più i vostri contributi e le discussioni che quotidianamente animano le nostre pagine. Nella colonna destra della home page abbiamo inserito tutto quello che esce nella nostra rete, tutto quello che ognuno di voi ogni giorno decide di condividere con noi.
In basso, sotto i nuovi cinque box dedicate ad articoli e video, abbiamo ritagliato uno spazio di servizio nel quale trovate e troverete, sondaggi e iniziative speciali che lanceremo in questi mesi. Come quella ancora “top secret” in rampa di lancio in questi giorni.
Insomma, il nuovo Avoicomunicare è pronto, sta scaldando i motori per partire di nuovo. Per partecipare al nuovo viaggio è facile. Basta salire a bordo.
“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo.
Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile.
I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”.
A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli.
Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare.
Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società” Foto di Giorgia Serughetti
L'autore di questo post è Nicolò Wojewoda, un giovane imprenditore sociale e attivista giovanile. Ha studiato e lavorato in Svezia, Olanda, Cina e Stati Uniti. Ha fondato e coordina Yparticipate, una organizzazione globale che si occupa di partecipazione giovanile, e il coordinatore del Social Media working group all’UN CSD Youth Caucus.
Contando le braccia alzate era evidente che fossero la stragrande maggioranza. Pochi attimi prima, Tara, la giovane delegata Franco-Cinese, aveva chiesto all’assemblea dei paesi membri delle Nazioni Unite: “Chi di voi è venuto a questa riunione in aereo?” Una pausa ad effetto seguiva le sue parole, mentre volgeva lo sguardo nella sala riunioni n. 1 del North Lawn Building, l’edificio permanentemente temporaneo che affianca il celebre palazzo di vetro dell’ONU a Manhattan, New York City.
La logica che accompagnava la sua domanda era stata resa esplicita nel suo intervento, un paio di minuti prima: lo sviluppo più sostenibile del nostro pianeta, per quando possa e debba essere un’impresa collettiva, è prima di tutto un atto di responsabilità personale. E chi più dei delegati della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dovrebbe dare il buon esempio? Ma facciamo un passo indietro per capire chi è Tara, chi sono i giovani delegati che rappresenta e di cosa si occupa questa Commissione.
La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile
Dal 3 al 14 maggio 2010 ha avuto luogo la 18esima sessione dei lavori della Commissione (CSD, secondo l’acronimo anglofono), il più alto organismo governativo internazionale che si occupa della salvaguardia del nostro pianeta. Quando le Nazioni Unite organizzarono la loro prima conferenza sull’ambiente nel 1972, i problemi erano gli stessi, ma in misura minore. Si pensi che il buco nell’ozono non era ancora stato scoperto e che la Comunità Europea di quegli anni non aveva ancora un programma ambientale degno di quel nome.
La morale di quell’incontro, e delle conferenze successive (ad intervalli di 10 anni l’una dall’altra) era però chiara: una cooperazione internazionale è necessaria per migliorare le sorti del nostro pianeta. Nel celebre Earth Summit del 1992, a Rio de Janeiro, fu istituita la Commissione così come è ora. In cicli di due anni, una serie di temi relativi allo sviluppo sostenibile vengono affrontati dai delegati dei paesi membri e da rappresentanti della società civile. I risultati delle loro discussioni guidano politiche nazionali e regionali, e informano la comunità internazionale sulla direzione da seguire.
Il ruolo della società civile: i giovani
La CSD è tra gli esempi eccellenti, all’interno del sistema ONU, in cui la società civile è coinvolta fino ai massimi livelli. Nella conferenza del 1992, infatti, erano stati identificati 9 Major Group, raggruppando le parti della società civile che, sia per capacità di influenzare i temi in discussione, che per quella di esserne influenzati, sono più interessate ad avere voce in capitolo nelle decisioni prese. Tra loro, i giovani, nel cosiddetto UN CSD Youth Caucus, una squadra di una ventina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo (come Tara e l’autore di questo articolo) che, motivati da interessi comuni, lavorano virtualmente durante il corso dell’anno, per poi vedersi annualmente a maggio per la sessione di turno dei lavori della Commissione.
Più coinvolgimento = più cambiamento
La famosa conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo, ha però contribuito come poche altre alla creazione e allo sviluppo di un movimento ambientalista mondiale, fatto soprattutto di giovani, di grandi ONG e di nascenti imprese innovative che riescono a coniugare i tre pilastri del “people, planet and profit”. La società civile coinvolta nella CSD cercherà in questi due anni che ci separano dalla prossima conferenza (chiamata Rio+20, visto che sarà un Earth Summit a 20 anni di distanza da quello del 1992) di sfruttare questo movimento per creare più pressione politica e più azioni concrete.
E l’Italia? Articoli come questo sono solo il primo passo nel formare e valorizzare un movimento giovanile attivo su questi temi nel nostro Paese. La nostra società civile ha l’occasione di affiancare il lavoro di governi di tutto il mondo e dare la propria voce sui temi di interesse comune. C’è bisogno di capire, di contribuire, e di appoggiare quelli che lo fanno. E forse, l’anno prossimo, i giovani delegati dall’Italia alla 19esima sessione della CSD potranno essere due, invece che uno solo.
Teodoro, Steve,Martin e Justin: quattro giovani studenti africani, pantaloni a zampa e capelli vaporosi, arrivano nella Roma degli anni '70, in piena epoca di contestazioni e battaglie politiche. Vivono, combattono, si divertono come i coetanei italiani. E decidono di restare. Ma l'Italia che hanno conosciuto cambia sotto i loro occhi, diventando ogni giorno più chiusa e intollerante. Abbiamo intervistato il regista Marco Simon Puccioni, autore de Il Colore delle Parole, un documentario che raccoglie ricordi e testimonianze di questi ex studenti che oggi hanno i capelli grigi, vivono in Italia e ne sono osservatori privilegiati
La sostenibilità tiene insieme un groviglio di argomenti e discipline. L'alimentazione è tra queste e i discorsi che importanti studiosi fanno partire dalle pagine di riviste specializzate e dai podi dei convegni, volano direttamente sulle nostre tavole, a diretto contatto con il cibo che siamo abituati a mangiare.
Sapevamo bene che esiste una correlazione molto stretta tra abitudini alimentari e salute, una correlazione che nel 1992 prese per la prima volta la forma della Piramide Alimentare, un grafico con cui l’US Department of Agriculture diffuse una spiegazione sintetica ed efficace su come adottare un tipo di alimentazione equilibrato. Alla base della piramide sono raffigurati gli alimenti che si possono consumare in quantità maggiori, man mano che si sale le posizioni sono occupate da alimenti che sarebbe meglio consumare in maniera molto controllata.
Ma come associare alla relazione tra cibo e salute l'altra, la cui importanza cresce sempre più nella consapevolezza del mondo occidentale, tra abitudini alimentari e impatto sull'ambiente? Una possibile risposta è stata elaborata dal Barilla Center for Food & Nutrition che propone la sua “Doppia Piramide” Alimentare-Ambientale.
Esiste una fortissima correlazione tra l'alimentazione di un popolo e l'impatto che questo produce sull'ambiente, ha spiegato alla presentazione del progetto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network ed inventore del concetto di impronta ecologica. “La popolazione globale è in crescita – ha sottolineato Wackernagel – e con essa crescono i consumi globali, tanto che oggi il genere umano utilizza risorse globali ad una velocità che è del 40% superiore alla capacità del pianeta di rigenerare quelle stesse risorse”. In altre parole, il pianeta impiega un anno e cinque mesi per rimettere a posto quello che mangiamo in un solo anno. È un problema che riguarda principalmente la parte più opulenta del mondo, come ha sottolineato Gianfranco Bologna, Direttore scientifico di WWF Italia, chiedendosi fino a che punto la Terra potrà sopportare stili di vita così incauti come quelli di persone utilizzano ogni anno 800 kg pro capite di produzioni cerealicole (è la media di consumo di un cittadino medio statunitense).
Per contribuire a comunicare questi temi e le possibili risposte, la “Doppia Piramide” del Barilla Center for Food & Nutrition affianca alla tradizionale piramide alimentare una piramide rovesciata costruita attraverso una stima degli impatti ambientali di singoli alimenti effettuata con l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo di valutazione oggettivo dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo. Il risultato è una piramide in cui gli alimenti a maggior impatto ambientale sono in alto e quelli a impatto ridotto in basso. È utile notare come i risultati prodotti dalle due piramidi portino a una coincidenza tra gli alimenti che fanno bene alla nostra salute e che producono meno impatto sul pianeta, il cui consumi è quindi più sostenibile. Se alla base della piramide alimentare ci sono, infatti, ortaggi e frutta, lo stesso accade, a posizione invertite, nella piramide rovesciata dove questi stessi generi alimentari sono quelli maggiormente consigliati, mentre carne rossa e formaggi risultano quelli maggiormente impattanti per l'ambiente e meno consigliati. In altre parole, come si legge nel documento che illustra la “Doppia Piramide”, emerge la coincidenza, in un unico modello, di due obiettivi diversi ma altrettanto rilevanti: salute e tutela ambientale.
L'immagine è tratta dal documento “Doppia Piramide: alimentazione sana per le persone, sostenibile per il pianeta”, scaricabile dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition dove sono disponibili anche i video degli interventi di presentazione.
È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro
“A volte il pregiudizio è lo scudo attraverso il quale si tenta disperatamente di proteggersi da se stessi e dagli altri. L’omofobia esiste, e la si può combattere solo dotando ciascuno degli strumenti culturali necessari”. Maura Chiulli crede molto nella scommessa sulle giovani generazioni, che sono anche quelle più a rischio di atteggiamenti intolleranti verso le minoranze e il diverso. Non a casa l’Arcigay le ha affidato la delega alla scuola e alle politiche giovanili e lei, abituata a lottare da sempre, non si scoraggia e porta avanti una battaglia difficile. Autrice di Maledetti froci, maledette lesbiche (Aliberti editore), un libro bianco sulle aggressioni omofobe che in Italia negli ultimi due anni si sono tristemente moltiplicate, Maura è stata vittima negli ultimi mesi di minacce di ogni genere. “Devi morire, sei malata” era una delle tante frasi scritte sulla bacheca della pagina Facebook dedicata al libro e alla sua autrice. A dimostrazione non solo della crescente intolleranza verso gli omosessuali e di chi ne parla, ma della facilità con cui odio e violenza trovino nella rete un facile strumento di attacco.
"Ci si nasconde dietro a un nick e si dà libero sfogo alla propria violenza verbale. Io ho sempre risposto pacatamente e con serietà a questi attacchi, e inoltre penso che se ricevo questo tipo di minacce è anche perché il mio è un libro scomodo, e racconta una verità forse troppo cruda per alcuni". La prima parte del libro, Maledetti report, è dedicata alla rassegna degli episodi di violenza che hanno avuto come vittime designate gli omosessuali. E non si tratta soltanto di quelli che fanno discutere la politica e sollevano dibattiti. Bensì di una crescente miopia frutto del machismo mai accantonato nel nostro paese, lo stesso che ci fa guardare a tutto ciò che è ambiguo come una minaccia alla nostra stessa identità. Lo stesso che sta alla base dei pregiudizi da cui si generano i quotidiani ostacoli a una vita almeno dignitosa: "Io e la mia compagna abbiamo incontrato delle difficoltà perfino per trovare la nostra casa: i rifiuti, gli sguardi denigranti, umiliazioni che ti impediscono di vivere normalmente. Come l'opinione che che gay significhi sempre festino e trasgressione. Nonostante gli unici festini di cui si sappia, in Italia, sono quelli con protagonisti importanti politici".
Perfino i recenti gay pride festeggiati nelle città italiane sono stati l'ennesima occasione per dimostrare quanto ci sia ancora da fare perché l'universo gay abbia la possibilità di dialogare con la società. Se a Milano e Napoli è andato tutto bene, infatti, a Roma l'accoglienza è stata tutt'altro che festosa: "I petardi al gay Village, gli striscioni di insulti, ci aiutano a delineare il quadro di una situazione di tensione crescente. Dovremmo interrogarci tutte e tutti su questa insopportabile deriva violenta. E non mi riferisco solo alle aggressioni fisiche all'ordine del giorno. Anche le parole hanno un valore, sono importanti e possono posizionarsi nel petto come pugnali affilatissimi. L'Italia è il secondo paese in Europa in fatto di aggressioni a danno di persone transessuali, eppure nulla si fa per loro, se non continuare a disegnarli come prostitute drogate al servizio degli uomini facoltosi del nostro Paese".
In altri paesi è possibile sposarsi, o almeno unirsi civilmente. In Italia questa realtà sembra davvero lontana. "Quando ho letto della premier islandese e del suo matrimonio, ma anche che il parlamento aveva votato all'unanimità per permettere agli omosessuali di sposarsi, mi sono sentita allo stesso tempo soddisfatta e invidiosa. Sogno di potere un giorno anche io sposare la mia compagna. E, in ogni caso, le unioni civili sono un segno di civiltà e buon senso irrinunciabile. E chissà che un giorno una legge aperta, meno intollerante, non possa riguardare anche l'Italia. Io non sono pessimista: la gente spesso è molto meno chiusa di quanto non lo siano le istituzioni. Nel frattempo è importante proseguire sulla strada della visibilità, dell'orgoglio e del sentimento".
Foto di Atomische
C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.
“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.
Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.
Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.
“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.
Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1
Viviamo in un paese in cui ci si può permettere di dimenticare la Terra, ma non le prime parole della Commedia di Dante. Il problema, almeno per quello che riguarda la natura, in fondo è tutto qui: la memoria dell’uomo confrontata con quella della Terra è talmente corta da non poter neppure ricordare come dovesse essere la penisola milioni di anni fa. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia. Ma c’è qualcosa di più: l’ambiente naturale – che ci siano uomini oppure no — è il presupposto di ogni paesaggio, deve essere tutelato per primo e meglio. Solo adesso si comincia a capire che i diritti ambientali debbono essere riconosciuti nel loro valore intrinseco a prescindere dall’uomo, resi oggettivi – se mi si passa il termine-- nel tempo in una visione in cui finalmente i popoli prendono atto del degrado e tendono a porvi rimedio. La necessità di una nuova etica globale, di una nuova civiltà ecologica planetaria non è più procrastinabile. Se questa è la situazione, ci piacerebbe comporre una mappa ragionata del disagio ambientale in Italia. Chiamiamo a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro ambientale del nostro paese e che sono consapevoli che solo attraverso la conoscenza e la diffusione dell'informazione si possa disegnare uno scenario migliore per il nostro territorio. Chiediamo contributi video, fotografici, di immagini comunque reperite e disegni personali, testi scritti o parlati. Chiediamo anche una particolare attenzione alla documentazione del passato: antiche fotografie e testi, prime immagini filmate, disegni e stampe o quadri del territorio italiano nel passato recente e lontano. Da tutta Italia e da ciascuno chiediamo uno sforzo di documentazione per studiare il cambiamento del territorio e i suoi mali e disegnare una possibile via d'uscita. Vogliamo porre l'accento sulle seguenti tematiche:
Insomma, vorremmo documentare quanto le attività industriali, agricole e edilizie hanno trasformato il paese. Ma vogliamo farlo in maniera seria e moderna, applicando il metodo scientifico della prova provata e inserendo anche esempi positivi di riconversione ecologica. Un futuro diverso è possibile solo quando si conoscono gli errori del passato e se ne fa patrimonio comune. E una immagine significativa parla più di mille libri. Grazie per l’aiuto! Condividete le vostre segnalazioni sulla nostra pagina di Facebook. http://www.facebook.com/avoicomunicare Segnalateci contenuti video o foto utilizzando il tag #avoicomunicare su YouTube e Frlick. http://www.youtube.com/user/avoicomunicare http://www.flickr.com/photos/avc_avoicomunicare/ Scriveteci a avoicomunicare@telecomitalia.it Foto di yuan2003
Si piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.
Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.
“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.
Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".
Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.
Foto di IFRC
Ancora una volta in finale. Come l'anno scorso. I ragazzi della nazionale italiana under 17 di cricket si confermano vincenti, e dopo aver portato a casa, lo scorso anno, il trofeo europeo, quest'anno sono arrivati di nuovo in finale. La squadra è quasi interamente composta da giovani immigrati del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Bangladesh, India e Pakistan). L'anno scorso il presidente della Federazione Italiana Cricket, Simone Gambino, dedicò la vittoria a Bossi. Siamo andati a intervistare lui e i suoi ragazzi a per sentire come ci si sente a essere campioni europei di una nazione in cui molti di loro non sono ancora riconosciuti nemmeno come cittadini.

Perché la proposta di mettere in vendita i pezzi pregiati del paesaggio italiano è un errore gravissimo. Lo spiega Mario Tozzi.
Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi? In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia.
Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva. Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio. Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni. La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente. La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.
Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.
Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come “petrolio d’Italia” (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore.
Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale.
Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all'aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per “vedere che aria tira”? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.
Foto di Efilpera
E capita a un tratto che il vaso di Pandora, messo per un po’ in un angolo a prendere polvere e invecchiare per noia, venga scoperchiato di nuovo. E che la questione femminile (si potrà dire ancora così? Perché l’impressione è che anche solo l’uso di una certa terminologia possa farti fare un veloce salto da una parte all’altra di una barricata che nemmeno immaginavi ci fosse ancora) diventi tema di cronaca, poi di approfondimento, infine di scontro. Tra donne, ovviamente. Quelle che indossano con disinvoltura i panni di femmina arrivata e dunque doverosamente scettica nei confronti di recriminazioni considerate fuori tempo. E le altre, quelle che pur senza avere nulla da invidiare alle prime in termini di carriera e successo lavorativo, non si nascondono dietro al proprio successo individuale facendo finta che tutto questo non abbia un prezzo, e che quello pagato nel nostro Belpaese sia particolarmente alto. Perché quest’ultime sanno bene che ciò che vale per alcuni, non può diventare dogma per tutti. E che in risposta a un articolo ben documentato e aperto ai due punti di vista come quello di The Atlantic di qualche settimana fa avrebbero ben altre statistiche da sciorinare al di qua dell’Atlantico.
E però ci sono anche le altre. Quelle ben lontane dal voler discutere se sia o meno necessario tirare in ballo vecchi slogan (come se l’età di una pretesa ne determinasse automaticamente l’acquisizione. Come se non vivessimo in Italia), quelle che gli slogan nemmeno li conoscono. Ma tutto è legato, questo lo sappiamo già. E allora sarebbe davvero ipocrita nasconderci che la cronaca triste di questi giorni, la somma di trafiletti e articoli più dettagliati, non può più essere semplicemente catalogata come delitto passionale. Che ha tutta l’aria di una giustificazione, un’attenuante come lo era l’omicidio per adulterio di quel capolavoro sull’arretratezza legislativa degli anni ’60 che fu Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Perché la violenza quotidiana, costante, ormai quasi abitudinaria che ogni giorno travolge le donne non può essere più soltanto un fatto di cronaca che scade insieme al quotidiano che la racconta.
“Il problema della violenza sulle donne sembra inestricabile e purtroppo è anche in aumento”, afferma Anais Ginori, giornalista di Repubblica e autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango), interessante raccolta di testimonianze al femminile. “23,8% nel 2008, quasi dieci punti percentuali in più rispetto al 1995.In definitiva, credo che il problema sia culturale e che abbia molto a che vedere con il rispetto. Negli ultimi anni, il rispetto per le donne (e per il loro corpo) si è molto abbassato. C'è stata una banalizzazione della violenza simbolica e, alla fine, non si può non vedere che c'è stato un effetto anche sulla violenza reale”.
C’è chi afferma, e noi siamo d’accordo, che questi episodi non possono essere staccati da un contesto sociale in cui la figura del maschio viene ridiscussa, indebolita, rielaborata in nome di un’emancipazione femminile sempre più visibile e piena. La paura di perdere ciò che sembrava scontato, una superiorità avallata da anni di docile acquiescenza in ambito domestico e non solo, ha trasformato l’uomo in persecutore che sfrutta la superiorità rimastagli, quella fisica, per tormentare, per vendicarsi, per cancellare. L’identikit degli uomini che ogni giorno calpestano, infastidiscono, massacrano le donne, non è quello di alienati mentali, pazzi maniaci che hanno perso la lucidità da tempo. Non solo. C’è tutto un mondo di maschi di buon livello culturale e buona posizione sociale che ricorre, nonostante ciò, alla violenza.
E la prevenzione, quella con cui una legge sullo stalking che ha ormai un anno si prefiggeva di diminuire il fenomeno, semplicemente non funziona. Spiega Ginori: “Le leggi servono, ma poi bisogna anche finanziarle. Per esempio, la normativa sullo stalking sta diventando inapplicabile perché mancano le risorse per la polizia e i Prefetti. I tempi d'attesa per una donna che denuncia e vuole essere protetta da uno stalker possono raggiungere anche 3 - 4 mesi”. Sempre che ci sia una denuncia. Perché, a oggi, il 93% delle donne non sporge denuncia, e in alcuni casi non sa nemmeno che violenza fisica e psicologica siano reato. Dopotutto, il rispetto per se stesse non è una facile conquista. Soprattutto in una società in cui si continua a ironizzare sul corpo delle donne come avviene qui. Di fronte a tutto questo, bisognerebbe soffermarsi a riflettere su cosa significhi davvero emancipazione.
Foto di John Mueller
La crisi si fa sentire, ma i consumatori cercano di conviverci e alle vacanze non vogliono rinunciare; magari si cerca di spendere meno, ma partire bisogna partire perché il viaggio è entrato a far parte di quel modello di vita a cui non vogliamo rinunciare. E allora è il trionfo del low cost o delle scelte last minute per raggiungere quei posti che solo qualche tempo fa, quando per lo più si viaggiava in treno, sembravano irraggiungibili e che oggi, grazie ai voli a basso costo, ci appaiono così accessibili.
Con Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi ed esperto di comunicazione pubblicitaria, scopriamo come e perché il viaggio può essere considerato una merce, proprio come qualsiasi altro bene di consumo e che posto ha guadagnato nelle abotudini di chi vuole uno stile di vita ispirato alla sostenibili.
Due delle discussioni più accalorate degli ultimi mesi sulla nostra pagina di Facebook sono state intorno al velo islamico e all’opportunità o meno del suo divieto nei paesi occidentali (qui un esempio). È un dato curioso che un po’ ci ha sorpreso. In fondo, sono proprio poche le donne che in Italia indossano il velo integrale, quello che copre anche il volto; è raro, rarissimo, vedere in giro per Roma o Milano una signora che indossa il burqa, il velo celeste tipico dell’Afghanistan e che abbiamo imparato a conoscere da qualche anno.
Sull’onda di una multa comminata a una signora velata a Novara oppure dell’approvazione in Belgio e Francia di una legge restrittiva, si riaccende la discussione. Come se fosse un nervo che tutti sentiamo scoperto e come se fosse un tema sul quali ci sentiamo tutti di avere una posizione, un’opinione da difendere. Che può avere le sue ragioni nel senso di giustizia nei confronti di una donna che si giudica oppressa oppure per la paura che può incuterci una persona della quale non si vede il volto o ancora per l’idea che sotto un burqa possa nascondersi un terrorista.
E allora ci si divide. Favorevoli o contrari al divieto che due civilissimi paesi europei hanno imposto di indossare il velo nei luoghi pubblici? A Parigi si approvano multe, addirittura corsi di qualche mese per rivelare alle velate il vero senso del velo che indossano e indurle a toglierselo.
Quel che forse non ricordano – o non ricordano abbastanza – coloro che gridano allo scandalo per i “sarcofagi” oppure per le “prigioni ambulanti” è che non esiste il Velo con la “v” maiuscola. Non solo perché di veli ne esistono di molti tipi, ma anche perché lo stesso pezzo di stoffa può voler dire molte cose diverse per altrettante donne.
La pratica di indossare il velo si estende per migliaia e migliaia di chilometri da ovest a est, tutti quelli nei quali la religione islamica ha rilevanza. E ciò significa dal Marocco sulla via della modernizzazione all’Indonesia tigre asiatica, dalla Turchia laica di Ataturk alle sconfinate pianure della Cina passando per la più grande democrazia al mondo, l’India, nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani.
Di veli ce ne sono molti a seconda delle latitudini (niqab, burqa, hijab, chador ecc.) e molte sono le ragioni per le quali le donne li indossano. È semplicistico e sciocco affermare che sia solo simbolo della sottomissione femminile oppure esclusivamente simbolo religioso. È in alcuni casi certamente questo, altre volte altro, e dipende dai singoli individui, da ragioni a volte anche imperscrutabili, fatte di vincoli culturali, psicologici o chissà cos'altro. Capita che anche nello stesso paese il velo significa per alcune donne una moda e per altre un'abitudine, per altre ancora sottomissione oppure affermazione di un'identità contro l’invasione culturale dell'Occidente. Ripetiamolo, pensare che esista un solo velo e un solo modo di indossarlo è una semplificazione che non aiuta a comprendere quel che capita.
Uno degli argomenti utilizzati a favore del divieto è quello di aiutare l’emancipazione delle donne musulmane dal dominio dei maschi. Uno Stato laico, si sente dire spesso, deve tutelare la donna da una forma di oppressione simbolica e fisica. Ma veramente questa è la strada per raggiungere l’obiettivo? Malgrado ognuno di noi possa esprimere riprovazione per quella pratica, chiediamoci: lo Stato può operare una discriminazione tra i suoi cittadini, per esempio, a partire da uno standard dell’abbigliamento? Al di là delle buone intenzioni, nella motivazione libertaria sembra risuonare la tragica formula “esportare la democrazia” con tutti i danni che ha prodotto. Le scelte autonome di qualcuno sono come la maturità di un ragazzino, non possono essere imposte, sono un percorso che può essere aiutato e incoraggiato e per il quale bisogna sapere attendere.
Foto di See Wah
In genere viene considerata come un orizzonte da raggiungere, un futuro lontano su cui sperare. Ma è molto di più: innanzitutto è una realtà concreta che prende piede anche in Italia (nonostante tutto) e affonda le sue radici nella Terra, in processi produttivi concreti. Esattamente l'opposto di quello che accade con le speculazioni finanziarie.
“La Green Economy è esattamente l'antibolla”, spiega Antonio Cianciullo, esperto di questioni ambientali, inviato di Repubblica (per il quale tiene anche il blog Eco-logica) e autore di molti libri, l'ultimo dei quali” è scritto a quattro mani con Gianni Silvestrini e si intitola La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente).
“Le bolle nascono quando il virtuale domina sul reale. La green economy è esattamente il contrario, è un processo di ritorno alla terra e alle grandezze fondamentali che dovrebbero da sempre riguardare l'economia; è la risposta alle contraddizioni di un sistema energetico e produttivo che finora ha puntato molto su risorse limitate e in progressivo esaurimento; la green economy, infatti, guarda a risorse illimitate e contribuisce a riallineare l'economia con le radici degli ecosistemi”.
C'è qualcosa che suona utopico in queste parole, qualcosa che fa pensare a un mondo bello e impossibile, lontano. Ma, dati alla mano, la verità sembra diversa e l'economia verde, come sottolinea Cianciullo “è una caratteristica comune alle economie che si sono mosse meglio negli ultimi anni, tanto che i risultati migliori sul mercato coincidono con i paesi che hanno investito di più nel campo della green economy”.
La prova sfogliando il libro, dove un grafico ci parla dei pacchetti di stimolo alle rinnovabili in sistemi economici di diversi paesi: in Cina il 37,8% delle risorse è destinato a far crescere la green economy, in Corea del Sud l'80,5%, Usa 11,5%, Giappone 9,6%, Germania 13,2, fino all'Italia che fa registrare un deludente 1,3%.
Da noi si investe poco in innovazione e ricerca mentre l'appoggio pubblico allo sviluppo verde si fa sentire in maniera troppo intermittente: “Siamo un paese che con una mano dà incentivi, a volte molto alti, alle rinnovabili ma con l'altra mano lascia continuamente pendere la mannaia del possibile stacco della spina pubblica”, dice Cianciullo e continua spiegando che, nonostante il ritardo dei pochi investimenti pubblici e nonostante il settore italiano delle rinnovabili importi molta tecnologia, nel nostro paese si sono sviluppate delle imprese che dimostrano un grande potenziale di crescita e la quota di produzione interna sta lentamente crescendo.
Ma l'incertezza non aiuta, nonostante il momento storico sembra favorevole a spingere sull'acceleratore dell'energia pulita: le tre crisi (economica, petrolifera e climatica), scrivono Cianciullo e Silvestrini nel loro libro, creano domande le cui risposte stanno in sistemi economici fondati sull'energia pulita. Nei mercati dove la green economy può godere di alcune certezze, come ad esempio in Germania, il settore delle rinnovabili è cresciuto fino a valere, oggi, 300mila posti di lavoro e si calcola che da qui a dieci anni superi il fatturato del settore dell'auto, ricorda Cianciullo prima di concludere: “Laddove c'è visione e capacità di progettare il futuro, la green economy si presenta come una possibilità di crescita per l'occupazione e per il paese intero, una crescita che non riguarda solo il calcolo della produttività dei settori economici ma che ha anche il pregio di non pesare dal punto di vista ambientale”.
L'immagine di questo articolo è tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente)
L’Europa unita, quella delle direttive comunitarie, alla fine è una questione di mozzarella di bufala e di etichette sui barattoli di Nutella. Per tutto il resto, e soprattutto quando si parla di diritti, niente è più eterogeneo degli stati del vecchio continente, una moneta unica e un approccio sociale e normativo non sempre univoco. Specie quando si tratta di omosessuali e della possibilità, per loro, di unirsi in matrimonio o adottare dei figli. E non è mai solo una questione di Nord e Sud o di cultura cattolica. Basta scorrere l’elenco dei paesi in cui oggi, in Europa, i gay possono sposarsi ufficialmente: perché se ci sono le scontatissime Norvegia, Svezia e Olanda, ad approvare normative a favore del matrimonio omosessuale ci sono anche Portogallo e Spagna. Passando per il Belgio e, ultima arrivata, l’Islanda.
Dove l’amatissimo premier Johanna Sigurdardottir ha sposato la sua compagna, Jonina Leosdottir, nel giorno stesso in cui nel paese è entrata in vigore la legge che lo consente. Pillole di civiltà, in un continente che nella sua carta costituzionale enfatizza la lotta alla discriminazione. In un clima che, invece, parla spesso le lingue dell’odio e dell’intolleranza, e non solo lì dove è la chiesa a dettare norme morali che si traducono in leggi (non) scritte. Come succede in Danimarca, ad esempio. Dove le unioni civili tra i gay (una specie di tanto paventati e da noi mai attuati Di.Co.) sono legge, ma per le strade i pestaggi e le persecuzioni declinano un’omofobia crescente.
“Negli ultimi 5 anni abbiamo assistito, in Danimarca, a un crescendo spaventoso di episodi del genere. L’odio nei confronti del diverso, gay o immigrato o mussulmano poco importa, è violento, folle. Quasi incontrollabile” conferma Nicolò Donato regista italo-danese del film Brotherhood, da poco uscito nelle sale. Il film di Donato racconta una storia d’amore “impossibile” tra due membri di un gruppo nazista. I due, Lars e Jimmy, uniti dalla passione e dallo studio del Mein Kampf. In un crescendo drammatico che li porterà a dover scegliere tra gli ideali nazisti e l’amore. “Perché in fondo, proprio perché nata in un’atmosfera di incredibile odio, quella che racconto è una grande storia d’amore.
Che nasce in un ambiente dove di amore ce n’è davvero ben poco”, spiega Donato. Che prima di girare il film ha avuto lunghi colloqui con un ex membro di un gruppo nazista, finito in prigione e abbandonato dai compagni di pestaggi. Perfino i luoghi in cui sono state girate alcune scene sono “reali”: “Abbiamo deciso di dare uno sfondo molto veritiero al film e, pur rischiando, abbiamo girato la scena iniziale in un luogo in cui veri gruppi nazisti si riuniscono di notte per pianificare contro chi scaricare la loro violenza”. Quindi conta poco il fatto che vi siano o meno leggi di riconoscimento dei diritti degli omosessuali? “Non è tanto una questione di normative”, afferma il regista, che con il suo film ha vinto il Marco Aurelio per il miglior film allo scorso Festival del Cinema di Roma. “Quanto la cultura in cui vieni tirato su, le cose che ti vengono dette, la paura che ti viene instillata fin da quando sei solo un ragazzino. La paura del diverso in tutte le sue forme. In Islanda la legge per i matrimoni gay è stata votata all’unanimità. Il che significa che c’è un consenso generale e senza condizioni rispetto a un diritto individuale. Ma non è così ovunque. Chissà se lo sarà mai”.
Foto di Sambrook

Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
Grazie e buona partecipazione a tutti.
I cori sugli spalti, ma anche gli insulti in campo, una scrollata di spalle da parte dell’allenatore che fa finta di niente, la diffidenza del compagno di spogliatoio meno incline a condividere i momenti di gioia o di delusione con un giocatore che ha la sua stessa maglia ma non lo stesso colore della pelle. Le forme di razzismo che ogni giorno si consumano in Italia tra i campi di calcio e su altri terreni sportivi sono molteplici. A dispetto di tutto ciò che viene detto ogni giorno sullo sport che gioca contro le differenze e che premia la meritocrazia. E allora succede che un giovane campione come Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi , si sia trovato, nella scorsa stagione del campionato di Serie A, al centro di una campagna razzista tanto più enfatizzata dal suo carattere impulsivo e dal non avere mai accettato una situazione per lui insostenibile. Situazione perfettamente disegnata anche nella prima biografia non autorizzata che Giancarlo Dotto e Raffaele Panizza hanno dedicato al calciatore interista e che è da qualche giorno in libreria con un titolo inequivolcabile: Negrazzurro (Aliberti)
“Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre nella Nazionale italiana”. Su questo Super Mario non ha mai avuto dubbi. Eppure non la pensano così gli spicchi bianconeri, giallorossi o viola, poco importa di che fede calcistica, che dalle curve lo insultano ogni volta che scende in campo. O, peggio ancora, quelli che hanno fortemente sostenuto che uno come Balotelli in Nazionale non c’entrava proprio niente. Il colore della pelle, ancora una volta, diventa uno dei modi peggiori per misurare quanto sia indietro l’Italia in tema di cultura sportiva e non solo. “Purtroppo in Italia c’è una storia che nessuno vuole raccontare: la storia dei neri italiani”, spiega Mauro Valeri, sociologo e autore di Che razza di tifo (Donzelli, 208 pp., 17 €). “E’ una storia che andrebbe riesumata, e i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbero un’ottima occasione. Ci sono italiani neri che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, restando anche uccisi dai nazifascisti, come Giorgio Marincola o Alessandro Sinigaglia. C’è stato un pugile campione europeo dei pesi medi, titolo vinto nel 1928 da Leone Jacovacci”.
Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare che a Pechino c’erano ben 8 “neri italiani”, tutti impegnati nell’atletica. E che di calciatori, e sportivi in genere, con un colore della pelle più scuro ma con cittadinanza italiana come Balotelli, presto ce ne saranno molti altri. Continua Valeri: “I tifosi se la prendono con Balotelli non soltanto perché è forte, ma anche perché è un italiano nero, accusato dai razzisti anche del fatto che non ha “sangue italiano”, cioè ha entrambi i genitori stranieri, elemento questo che per molti è una sorta di condanna a vita. Quando esordirà in Nazionale sarà il primo figlio di migranti a farlo. E il fatto che questo avvenga dopo centodieci anni dalla fondazione della Figc la dice lunga di quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi, ma anche di quanto lo sia il mondo del calcio”. L’elemento diverso, in questa situazione, è che al contrario di molti suoi colleghi che in un passato recente o ancora oggi evitano di ribellarsi contro il razzismo degli spalti e da spogliatoio, Balotelli si volta verso la curva e fa una linguaccia, ma soprattutto non tace: “La sua generazione è fatta di atleti che non ci stanno a rimanere sempre sulla soglia della porta soltanto perché, pur essendo nati e cresciuti in Italia, per una astorica legge sulla cittadinanza, almeno fino a 18 anni sono considerati a tutti gli effetti stranieri. E’ come se il loro amore non venisse corrisposto”.
Il problema è tutto italiano, in quanto da noi c’è una legge sulla cittadinanza molto restrittiva, e la nostra Federazione non è ancora molto attenta o sensibile a questi temi. Basti pensare alla Germania, grande protagonista dei Mondiali sudafricani con la sua nazionale che ha convocato ben 11 di quelli che da noi sarebbero stranieri, e invece sono considerati cittadini a tutti gli effetti. “La Germania ai Mondiali ha dimostrato tutto il suo valore “multietnico”, e questo è il risultato anche di una radicale modificazione della legge sulla cittadinanza che da qualche anno non si basa più sul “sangue” (come in Italia), ma sul suolo (è cittadino chi nasce in quel paese). In Italia invece il figlio di un migrante tendenzialmente non fa sport perché sa che non può rappresentare un futuro “lavorativo”, in Germania invece lo è. E, nel caso italiano, stiamo parlando di oltre 800 mila minori!”.
Le politiche di repressione contro il razzismo negli stadi, rinforzate negli ultimi anni, non hanno ottenuto granché. Il fenomeno è tanto più presente quanto subdolamente innescabile nell’inconscio di tutti coloro che ancora si identificano in un colore piuttosto che una nazione. Come al solito, un ruolo importante potrebbe essere assegnato alle scuole. Conclude Valeri: “Nelle scuole calcio, ad esempio, si dovrebbe insegnare non solo il dribbling ma anche il codice sportivo, che ribadisce che chi vuole giocare a calcio, o fare l’allenatore non può essere razzista. Le società dovrebbero anche avere più coraggio a rompere definitivamente i legami di ricatto che debbono subire da parte di alcune frange di tifosi che hanno fatto delle curve veri e propri business. Che molti di questi ricattatori siano anche razzisti è un elemento che dovrebbe far riflettere. In dieci anni le Leghe calcistiche hanno ricevuto ben 3 milioni di euro dalle multe ai club per episodi di razzismo. Se fossero stati investiti in programmi antirazzisti molto probabilmente avrebbero prodotto qualche buon risultato”.
Foto di Cesc89
Se la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”.
E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”.
Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone.
Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia.
Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.
Foto ufficiali della White House