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World Cancer Day per la lotta e la ricerca contro il cancro

Arancia della saluteMangiare in modo corretto e sano, non fumare e non abusare di alcool, svolgere attività fisica, fare controlli periodici, quali altre sono le buone pratiche per prevenire il cancro?

Il 4 febbraio si celebra il World Cancer Day, e il 4 e 11 febbraio, nelle principali piazze italiane AIRC venderà Le arance della Salute, arance rosse simbolo della prevenzione e della ricerca contro il cancro, ma anche di un primo passo per migliorare la propria alimentazione e stile di vita.

Pensate che un terzo dei tumori e delle malattie cardiovascolari e dell'apparato digerente non esisterebbe, al giorno d'oggi, se semplicemente mangiassimo meglio: non esistono alimenti completamente sbagliati né alimenti che ci curano da soli, ma esistono alimenti da scegliere con moderazione. Inoltre è importante fare scelte equilibrate di vita sana, evitare il fumo e gli ambienti troppo inquinati, svolgere attività fisica e limitare i vizi. 

Ecco quindi la nostra piccola guida per la prevenzione del cancro:
Fare attività fisica: un impegno fisico quotidiano pari a una camminata veloce di mezz'ora ha numerosi vantaggi, in quanto mantiene in salute l'apparato circolatorio (arterie più elastiche e cuore più forte), brucia calorie (l'obesità è la terza causa di cancro, dopo fumo e alcool, in Italia) e favorisce gli spostamenti non inquinanti. Sostituire l'auto o la moto con la bicicletta o una camminata riduce l'inquinamento delle strade e migliora anche la qualità urbana.

Seguire un'alimentazione sana: limitare il consumo carni rosse, di alimenti calorici e industriali e prediligere frutta e verdura di stagione, cereali e legumi, e soprattutto variare la dieta sono buone regole per prenire non solo i tumori all'apparato digerente ma anche tutti i disturbi e le intolleranze generati da un'alimentazione costantemente scorretta. La dieta mediterranea è ciò che più somiglia a questo genere di alimentazione, ed è stata valutata dal Ministero della Salute "non solo come un modello alimentare di qualità, ma anche una risorsa culturale per lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo, una parte integrante del patrimonio sociale, storico, economico, artistico e paesaggistico dei popoli della regione. Rappresenta uno stile di vita, importante tanto come patrimonio transnazionale comune a tutta l’area, tanto come espressione di ciascuna delle singole comunità che la compongono".

Controllare il peso forma: limitare le bevande zuccherate, gli alimenti ricchi di sale e conservanti, e consumare molta acqua, spremute e frullati di frutta fresca, cibi prodotti in casa o comunque non industriali. Il sale è molto presente sulle nostre tavole, ed è responsabile di ritenzione idrica, ipertensione e affaticamento cardiaco e il suo abuso sembra favorire i tumori allo stomaco e al pancreas.

Limitare il consumo di alcool e il fumo: secondo l'AIRC "Il fumo di sigaretta è oggi ritenuto il fattore causale più importante del tumore polmonare. È stato dimostrato che un uomo dell'età di 35 anni, che fuma 25 o più sigarette al giorno, ha un rischio di morire di cancro del polmone prima dei 75 anni pari al 13 per cento".
Inutile ribadire quanto il fumo, sia attivo che passivo, sia dannoso per la salute. Smettere di fumare o ridurre drasticamente il numero di sigarette aiuta a ridurre il rischio di cancro.
Per quanto non ancora accertato, l'abuso di alcolici inoltre può contribuire al rischio di ammalarsi di tumori della cavità orale, della faringe, della laringe, dell'esofago e del fegato. Se un bicchiere di vino rosso al giorno aiuta a prevenire numerose malattie, l'abuso di alcool, invece, può causare danni molto gravi.

Fare controlli periodici: gli screening di prevenzione seguono le diverse fasce d'età e servono a individuare i tumori a uno stadio precoce, prima che diventino invasivi. Nelle donne dai 45 ai 70, per esempio, la mammografia deve essere fatta annualmente, mentre il pap test e l'Hiv devono iniziare intorno ai 30 anni. Conoscere la storia clinica della propria famiglia aiuta inoltre a individuare eventuali possibilità di incorrere in malanni ereditari.

Quali sono le vostre buone pratiche di prevenzione?

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La Giornata della Memoria è simbolo di sofferenza e di liberazione

ShoahIn tutta Italia e nel mondo si è celebrato il 27 gennaio il Giorno della Memoria, data della liberazione dei sopravvissuti del campo di Auschwitz. Questo è un evento molto sentito nella vostra città?

Con la posa della prima targa commemorativa nel Memoriale della Shoah, in Stazione Centrale, si sono aperte a Milano il 26 gennaio 2012 le celebrazioni per la Giornata della Memoria (27 gennaio).
Lo stesso luogo ospiterà, lunedì 30 gennaio alle 18, l'incontro "Coloro che non hanno memoria del passato sono condannati a ripeterlo" organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica con Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione che al Binario 21 era iniziata, il 30 gennaio 1944.  

La Giornata della Memoria, è invece una ricorrenza istituita dal Parlamento italiano con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che dichiara:
«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio 1945, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»

"La scelta della data ricorda il giorno in cui le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Auschwitz, scoprendo il suo campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidionazista."
Giorno della Memoria - Wikipedia 

"La memoria deve tampinarci, picchiarci sulla testa, urlarci nelle orecchie le vergogne di cui è capace l'umanità, e allo stesso tempo deve darci speranza. La Stazione Centrale diventa simbolo della sofferenza, della partecipazione al dolore che tutti gli ebrei hanno provato." Queste le parole di Roberto Vecchioni durante la visita al Memoriale per la posa della targa, dove il clangore dei treni, il buio e il freddo, possono far sentire una lontana percezione di come poteva essere stata l'esperienza delle 600 persone deportate quella mattina del 30 gennaio 1944 su un treno che dal Binario 21 portava ad Auschwitz.
ll Memoriale sorge sul luogo che conserva ancora molti aspetti del 1944 e non soltanto i vagoni. Questo luogo è rimasto sconosciuto alla città per tanti anni nel dopoguerra, fino all'attuale recupero di questo importante luogo della memoria cittadina.
 

Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano
“La Giornata della Memoria è un momento importante per la nostra Comunità. Un momento in cui tutti i milanesi, di ogni convinzione politica, provenienza e credo religioso si riuniscono idealmente in nome dei valori universali di pace e tolleranza. [...] È un'occasione per ricordare gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e tutti coloro che si sono opposti al progetto di sterminio e che, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Milano non vuole dimenticare quegli orrori. [...]
L'impegno di Milano, di questa Amministrazione, di tutte le istituzioni, per preservare e diffondere il ricordo e la consapevolezza di quei crimini è assoluto. [...] È un impegno che realizzeremo coltivando la grande memoria storica della città, ma anche raccogliendo le testimonianze personali dei tanti, dei troppi che furono coinvolti a Milano nella tragedia della Shoah, della guerra, della violenza. Tutta Milano in questi giorni si è mobilitata. Oggi rinnoviamo una memoria solida e condivisa che è premessa di pace, di libertà, di democrazia, di sviluppo per Milano e per tutto il Paese.”

Anche in altre città d'Italia come Roma, Ancona, Biella, Bologna, Brescia e Cremona, Genova, Livorno, Modena, Napoli, Parma, Torino, Trieste, Venezia si celebra la Giornata Internazionale della Memoria con una serie di mostre, presentazioni e incontri, attività didattiche e proiezioni.

Il giorno dopo la festa della memoria
The day after Shoah 
Il 27 gennaio è il giorno della memoria. A Milano, è luogo simbolo il binario 21 della stazione centrale, da cui partirono i treni per i campi di concentramento. Oggi è il 28 gennaio: cosa rimane del giorno della memoria, il giorno dopo?
Ci aggiriamo per la stazione. Al binario 21 ci sono dei cartelloni e delle scritte, ma sono di protesta, non di commemorazione. Avevamo delle informazioni vaghe che anche oggi ci sarebbero state delle celebrazioni, ma non si sono rivelate veritiere. Il treno del binario 21 è diretto a La Spezia. Il tutto è pieno di una straordinaria assenza.
Chiediamo a un addetto delle FS, un ragazzo, se sa se quel giorno o il giorno precedente ci sono state delle manifestazioni. Storce la bocca, che è un modo economico di alzare le spalle. Non lo sa, e ci manda all'assistenza clienti. “Loro sono qui sempre.” Poi si occupa di una signora diretta a La Spezia. All'assistenza clienti c'è davanti a noi una signora che chiede in inglese dove comprare il biglietto; viene spedita due piani sotto (follie della Stazione Centrale).
La festa della memoria? Sì, ieri dovrebbe esserci stato qualcosa, dovete scendere, sulla sinistra, verso dove sono i pullman per Malpensa, e poi continuare ad andare dritto, fino ad una bandiera dell'Italia.
Prima di uscire torniamo caparbi ad aggirarci per il binario 21, forse attratti da tanta assenza. Claudia fotografa l'apertura da cui uscirono i binari carichi di “ebrei”, come emergendo dal ventre della stazione. Claudia era a conoscenza di una targa commemorativa, dopo essere passati avanti e indietro un paio di volte forse la troviamo. Si conclude con la frase di Primo Levi: "Poiché l'angoscia di ciascuno è la nostra".
Targa primo LeviUsciamo. Il cielo è appropriato. Grigio, poco luminoso, con una pioggerellina leggera e fastidiosa. Spero che abbia fatto lo stesso tempo anche il giorno della memoria, sarebbe stata una cornice adeguata.

Chiediamo a un autista del pullman per Malpensa se sa se ci sarà o se c'è stata una qualche manifestazione sulla Shoah. No, oggi no. Ieri hanno fatto qualcosa lì, dove c'è la bandiera dell'Italia. La shoah sono gli ebrei, no? Sì.
Sotto la bandiera, c'è l'incompleto Memoriale della Shoah, binario 21. Dentro ci sono, essenzialmente, delle pareti vuote. Ci dividono una gabbia e un'enorme porta a vetri, ma il vetro scorre e si apre quando ci passi davanti, si sono dimenticati di chiuderlo. Dico a Claudia di fare delle foto. Lei mi risponde che non c'è molto da fotografare. Claudia fotografa il non molto. 

Ritorniamo verso la stazione, e fermiamo delle persone a caso. Sapete se ci sono delle manifestazioni sulla festa della memoria, o se ci sono state? Le stiamo cercando anche noi, ci risponde una coppia, ma mi sa che ci sono state ieri. Chiediamo: ma voi siete usciti apposta per cercare qualcosa sulla Shoah? Mah, ci rispondono, abitiamo in zona. Li indirizziamo verso la bandiera dell'Italia. Decidiamo di interrompere le ricerche, io e Claudia, di riprendere la 90 che ci porterà a casa, ma rimaniamo ancora un po' lì, sotto la pioggia fastidiosa. Che cosa rimane il giorno dopo il giorno della memoria? Il cielo è sempre adeguato.

Racconto di Stefano Pellegrini, autore di TUTTO quello che mi serve VERAMENTE sapere l'ho imparato in BOVISA

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Console italiano e fascio-rocker: Vattani in attesa di giudizio

vattaniQuanto è importante il ruolo di un diplomatico? E quanto è delicata la posizione di rappresentante dell'Italia all'estero? Sono domande importanti, sollevate recentemente dal caso di Mario Vattani, console italiano a Osaka e cantante in uno storico gruppo musicale "identitaria" della scena romana.

Di giorno rappresentante dell'Italia a Osaka, di sera front man misterioso dei "Sotto fascia Semplice", gruppo rock di ispirazione fascista conosciuto e apprezzato dai frequentatori di Casa Pound e altre realtà legate alla destra estrema: sembra fantascienza, e invece è la vera storia di Mario Andrea Vattani, diplomatico "smascherato" lo scorso 29 dicembre da un servizio del quotidiano L'Unità a seguito della pubblicazione su Youtube del video di un concerto presso la sede di Casa Pound a Roma.

Mentre portava avanti la carriera diplomatica, infatti, il 45enne figlio di Umberto Vattani, uno dei più famosi e potenti diplomatici italiani, pubblicava dischi e frequentava negli ambienti dell'ultradestra sotto il nome di Katanga. Intorno alla metà di dicembre scorso, nel corso di un concerto eccezionale, una delle poche esibizioni del suo gruppo, in un tripudio di saluti romani e inni al ventennio, il console dalla doppia identità viene ripreso da qualcuno che in seguito pubblica online il filmato. L'episodio è grave e attira le attenzioni del mondo politico e sociale italiano, considerata la difficile convivenza dello status di rappresentante della Repubblica Italiana e gli inni a un'altra Repubblica, quella Sociale di mussoliniana memoria. 

Il 22 gennaio Vattani è stato richiamato a Roma, dove è arrivato il 25, per rispondere al richiamo della commissione disciplinare, in vista di una probabile sospensione dal servizio in quanto incompatibile tanto con la palese apologia di fascismo, quanto la suddetta dichiarazione di fedeltà a una Repubblica Sociale Italiana che non è quella stabilita dall'Articolo 1 della nostra Costituzione. In tutto il polverone sollevato dalla vicenda c'è anche chi pone questioni che forse meriterebbero una risposta, in particolare considerando il cursus del diplomatico, che, oggi quarantacinquenne, porta avanti dal 1991 e dall'età di ventisette anni.

Possibile che nessuno abbia avuto sentore, in ventuno anni di onorato servizio, della "doppia vita" di Mario Vattani (nonostante nel blog FascInAzione si parli, già ad agosto 2011 di "Katanga" come di un "funzionario di altissimo livello"? E possibile che nessuno si sia mai  posto la questione della compatibilità delle idee politiche di questi con ruoli che lo hanno portato a lavorare in ambito di cooperazione dentro e fuori dall'Italia?

Tra i numerosi ruoli ricoperti dal console, infatti, figurano molte posizioni che non possono far riflettere: diplomatico in Egitto, ma anche e soprattutto Consigliere Diplomatico del sindaco di Roma Gianni Alemanno, con cui ha gestito l'organizzazione del vertice FAO a Roma, il lavoro su educazione e sensibilizzazione sui diritti umani sul territorio e i rapporti con la comunità di immigrati che vivono nella capitale, gestendo problematiche e incontri diplomatici con delegazioni, tra le altre, di Romania, Albania, e Bulgaria.

Sul ruolo di Mario Vattani delibererà nei prossimi giorni la commissione disciplinare, anticipata dal duro giudizio del Ministro degli Esteri Giulio Terzi, che sulla questione è stato categorico: "L' apologia del fascismo non è compatibile con il ruolo di servizio allo Stato" ha detto, né con "la tradizione della diplomazia italiana".  Voi cosa ne pensate?

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Come risparmiare l'acqua domestica

AcquaIspirati dall'esempio che Ipercoop Estense ha voluto dare ai suoi soci e ai cittadini delle provincie di Modena e Ferrara con la campagna sull'acqua, abbiamo pensato a come possiamo risparmiare l'acqua domestica e quella usata nei processi di produzione dei nostri beni di consumo.

Ecco quindi un piccolo prontuario per ridurre gli sprechi d'acqua, a partire dai piccoli gesti quotidiani, per passare ad azioni che contemplano la salvaguardia del pianeta.

Chiudere il rubinetto
Quando si lava qualunque cosa c'è una fase di insaponamento e una di risciacquo. Che siano i denti, i piatti, i capelli sotto la doccia, l'auto, è inutile lasciare aperto il rubinetto quando si insapona, si spazzola, si gratta: si risparmiano decine e decine di litri d'acqua e la coscienza ne esce perfino più pulita. Chiudere il rubinetto è anche un gesto, seppur a distanza, di rispetto per chi non ha diritto all'acqua potabile e in abbondanza.

Riciclare l'acqua
L'acqua di cottura della pasta e del riso è ricca di amido, ed è un potente sgrassatore per i piatti. L'acqua di lavaggio e cottura delle verdure può essere usata per innaffiare le piante. L'acqua di risciacquo dei piatti può essere usata per lo scarico del WC.

Ridurre i consumi
In genere i rubinetti moderni sono dotati dei rompigetto, dispositivi che aumentano la pressione dell'acqua aggiungendo aria al getto, facendo in modo di erogare meno acqua senza perdere potenza. Le cassette di scarico a doppio comando e i regolatori del flusso d'acqua possono portare un gran risparmio.

Mangiare vegetariano o ridurre il consumo di carne
Un kg di carne corrisponde al consumo da 15mila a 50mila litri d'acqua, e all’immissione in atmosfera di circa 20kg di CO2, calcolati in base agli apporti di tutta la filiera produttiva dell’industria: dalla produzione, al trasporto, alla somministrazione del cibo agli animali, dall’energia necessaria per il funzionamento degli allevamenti e dei mattatoi, dalla refrigerazione al trasporto delle carni e gli apporti di gas serra prodotti dall’apparato digerente degli animali.
Dunque con la scelta di mangiare carne riversa in atmosfera più di 2000kg di CO2 in un anno, pari al25% delle emissioni procapite (rapporto ENEA).

Lavatrice e lavastoviglie
A pieno carico e a basse temperature. Possibilmente scegliete elettrodomestici a basso consumo di acqua ed energia. Limitare l'uso dei detersivi richiede meno acqua per rimuoverli e riduce il rischio di contaminare abiti o alimenti, inoltre per non inquinare l'acqua si possono usare detersivi biodegradabili e atossici.

La parola conduce, l’esempio trascina
I bambini, ma anche molti adulti, prendono a esempio le azioni degli altri. Che esse siano positive o negative, le ricalcano sentendosi autorizzati a compierle a loro volta, spesso senza ragionare sulla loro correttezza.
Insegnare ai bambini il senso di civiltà, di rispetto per le persone e l'ambiente, di collettività e solidarietà, è un atto che parte dalle azioni del singolo cittadino e che contribuisce alla crescita di quelli che saranno gli adulti di domani.

In che modo trasmettete agli altri e mettete in atto i vostri valori ambientali?

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Mar, 24/01/2012 - 00:02 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Costa Concordia: tornano in patria gli eroi filippini

pinoy workers costa concordia videoIn Italia le spettacolari immagini della nave semisommersa, così come le questioni riguardanti le responsabilità di Costa Crociere e del Capitano Schettino hanno monopolizzato l'attenzione del pubblico. Nelle Filippine si festeggiano quelli che vengono considerati dei veri e propri eroi grazie al video girato da un membro dell'equipaggio.

E' bastato un video per trasformare un manipolo di Overseas Filipino Workers in veri e propri eroi. Si tratta dei quasi 300 membri di origine filippina dell'equipaggio della Costa Concordia, che sono arrivati giovedì scorso a Manila sprovvisti di bagagli ed effetti personali, ma con un filmato che ha fatto il giro del web, a testimonianza dell'impegno e dello sprezzo del pericolo di questi lavoratori. A girare il filmato è stato Reyson Cartago, cuoco della nave.

Si tratta di immagini drammatiche e piene di umanità e di bayanihan, termine filippino che indica uno spirito di comunità nell'affrontare problemi e difficoltà. Alcuni tra i momenti salienti del video mostrano i colleghi di Cartago, lavapiatti, cuochi e camerieri, correre in giro per la nave alla ricerca di sopravvissuti, aiutare un compagno ferito a camminare per portarsi in salvo e infine rassicurare i passeggeri prima dell'abbandono della nave: "Signora, deve saltare dalla nave - dice un membro dell'equipaggio - Qualunque cosa accada me ne assumo personalmente la responsabilità, perciò si fidi". All'arrivo in patria i lavoratori sono stati accolti da commozione e applausi, accompagnati dalle testimonianze dei passeggeri della nave: "Ci hanno aiutato i cuochi e i camerieri, filippini. Si sono legati insieme per farci arrivare alle scialuppe - dice un passeggero francese - è grazie a loro se siamo arrivati appena in tempo." 

Gli eroi sono stati accolti dalle dichiarazioni della Magsaysay Maritime Corporation, responsabile dell'impiego dei marinai, i cui portavoce si sono dichiarati "orgogliosi dell'equipaggio"; e del Dipartimento degli Affari Esteri, che ha riconosciuto la "professionalità e il coraggio" degli uomini, congratulandosi con loro per aver mostrato il lato migliore dei marinai filippini nel mondo e dichiarandoli "ambasciatori naviganti", nelle parole del Presidente delle Filippine Benigno S. Aquino III.

Nell'emozione del ritorno, un uomo è diventato, suo malgrado, simbolo di tutti quegli aspetti dell'immigrazione spesso dimenticati: Rogelio Barcita, che è tornato nelle Filippine solo con la sua uniforme da cuoco e con due oggetti: un rosario di legno e un orso di peluche, destinato alla figlia di due anni.

Così, anche se l'attenzione dei media e del pubblico è giustamente concentrata sulle responsabilità e le conseguenze del terribile disastro, l'affaire Costa Concordia diventa per alcuni l'occasione per riflettere sul valore umano e professionale dei tanti immigrati, indispensabili protagonisti silenziosi del mondo del lavoro italiano, spesso venuti qui per garantire la possibilità di una vita dignitosa alle persone che amano. 

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Martin Luther King Day: la storia di una celebrazione

martin luther kingIl 15 gennaio nasceva ad Atlanta Michael King, conosciuto come Martin Luther King, storico leader pacifista che ha scritto la storia dei diritti civili attraverso la protesta non violenta. Dal 1983 gli Stati Uniti festeggiano la ricorrenza della nascita dell'uomo e le sue idee attraverso il Martin Luther King Day.

"Ho un sogno": chi non riconosce in queste parole l'incipit di uno dei più famosi discorsi della storia dell'umanità? A pronunciarle fu Martin Luther King, un uomo la cui caratura e importanza è pari nella storia dell'uomo a quella di grandi come il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela. Il terzo lunedì di gennaio gli Stati Uniti si fermano per ricordare il Reverendo e la sua opera e per riflettere su quello che egli definiva il "vero significato del suo credo": "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali", parole che aprono la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.

L'istituzione di un giorno dedicato all'attivista fu proposta per la prima volta da John Conveys, membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, attraverso un disegno di legge che però non raggiunse, nel 1979, il numero di voti necessario per l'approvazione. In dubbio non era la levatura storica e politica di Martin Luther King, ma la liceità di dedicare una giornata di festa a un civile, avvenimento che non era mai capitato nella storia del paese, che allora festeggiava solo altri due personaggi: George Washington e Cristoforo Colombo.

A insistere per l'approvazione della proposta furono nel 1980 proprio i cittadini statunitensi, chiamati in causa dal King Center e appoggiati persino dal musicista Stevie Wonder che pubblicò il singolo "Happy Birthday" apposta per l'occasione. Nel 1981 viene presentata quella che verrà definita la "più grande petizione a favore di una proposta nella storia degli Stati Uniti", con più di sei milioni di firme a sostegno dell'istituzione del Martin Luther King Day.

Il 2 novembre del 1983 il Presidente Ronald Reagan firmò, non senza riserve, l'approvazione della legge, che però solo nel 1993, dieci anni dopo, verrà riconosciuta e adottata da tutti gli stati confederati. 

Anche quest'anno nelle celebrazioni è stato in prima linea il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che spesso ha ammesso di dovere moltissimo alla figura del Reverendo King. Come ormai è tradizione il Presidente ha visitato nella mattina una scuola a Washington, ribadendo, nel suo discorso per l'occasione l'importanza fondamentale dell'aiuto e del servizio nei confronti della comunità e dei propri vicini: "Non c'è modo migliore per celebrare King che servire la comunità - ha detto il presidente parlando agli studenti - Non c'è nessuno che non possa prestare servizio, nessuno che non possa aiutare qualcun'altro".

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Ritorno a Rosarno: cosa è cambiato?

braccianti rosarnoDue anni fa finiva sulle prime pagine di tutti i giornali il comune di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dove l'ennesima aggressione brutale e insensata ai danni degli immigrati impiegati come lavoratori stagionali aveva portato a una situazione di tensione senza precedenti. Cosa è cambiato oggi?

Vicino a Reggio Calabria i campi sono ancora pieni come due anni fa. Qui, in uno dei centri con le più importanti risorse agricole del paese il tempo non si ferma per nessuno e il lavoro è sempre frenetico. Anche i salari non sembrano cambiati, e le centinaia di lavoratori immigrati che arrivano da tutta Italia per sbarcare il lunario sanno già cosa aspettarsi: un euro a cassetta, per circa 20 euro al giorno, per giornate lavorative di 10-12 ore, se tutto va bene.

A Rosarno hanno festeggiato le associazioni Africalabria, Equosud-SOS Rosarno e San Ferdinando, per ricordare il secondo anniversario degli avvenimenti e per celebrare i diritti dei lavoratori immigrati; lo stesso è avvenuto a Roma, Milano, Torino e tante altre città italiane, tuttavia diritti e tutele tardano ad arrivare, e sembra impossibile cancellare le tensioni e le ingiustizie che sono parte quotidiana della vita di cittadini e stranieri: "qui se dico buongiorno - racconta Janghò, del Burkina Faso - nessuno mi risponde". 

In un momento di crisi come questo, però, i problemi principali sono altri per i tanti che arrivano in cerca di lavoro da tutta Italia: gli affitti in paese sono diventati proibitivi per chiunque, soprattutto con 20 euro al giorno in tasca. Una stanza arriva a costare anche 500 euro, che diventano 1400 per un appartamento in centro, solo per avere un tetto sopra la testa e un luogo da chiamare casa mentre ci si spezza la schiena. Non sono pochi così quelli che uniscono le forze e affittano in cinque, in sei o anche di più, costretti a venire qui magari dopo anni di lavoro tutelato e regolare in fabbriche al nord Italia. Lo racconta Ahmed, proveniente da Cuneo, la cui parlata italiana è più che "sporcata" dall'accento del nord. Dopo anni passati in catena di montaggio si è ritrovato qui perchè non aveva più un permesso di soggiorno e così non poteva lavorare; un cambiamento sconvolgente per lui, che non capisce la mancanza di regole, tutele e ordine del paese.

Un problema degli immigrati? Non proprio, perchè il lavoro senza tutele è un rischio che, se dato per scontato, può colpire chiunque. Lo spiega Salvatore Lo Balbo, della Segreteria Nazionale FLAI Cgil: "Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie anche noi dormiremmo sotto gli alberi". I lavoratori agricoli di Rosarno, infatti, indipendentemente dalla provenienza, sono i lavoratori agricoli di tutta Italia, esattamente come i lavoratori stranieri non sono diversi da quelli autoctoni se non per la mancanza di una rete di protezione e la necessità di documenti a volte difficili da ottenere.

Due anni dopo le violenze, le rivolte e le tensioni, diranno in tanti, a Rosarno non è cambiato nulla, e la vita (e il lavoro) continua come prima. E' cambiato però molto nel paese, negli italiani e negli immigrati, più responsabili e consapevoli, tutti, che il percorso verso l'equità e la giustizia senza differenze e discriminazioni va fatto, passo dopo passo e tutti insieme, perchè quando si parla di diritti dei lavoratori e del bisogno di sopravvivere e lavorare in condizioni dignitose allora sì che siamo tutti uguali.

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Idee per un Natale ecologico

Natale ecologicoA Natale non ci facciamo mancare nulla: i regali, il cenone, l'abbondanza e il tempo in famiglia. Attenti agli sprechi, però!

Albero di Natale: è preferibile non comprarne uno nuovo ogni anno, né di plastica né vivo. Con i rami di potatura si possono creare ghirlande o veri e propri alberi da addobbare a piacimento. 
Per chi vuole acquistarne uno, attenzione all'albero artificiale: può contenere sostanze tossiche, provenire da paesi molto distanti (come la Cina) e quindi costare all'ambiente anche in termini di trasporti, e non essere smaltibile.
Dura però molti anni e può essere riutilizzato quasi all'infinito.
Gli alberi vivi invece possono essere ripiantati in giardino oppure riportati ai punti di raccolta come quelli dell'IKEA, che per ciascun albero restituito donerà 3 euro alla campagna “Compra una foresta!” del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Per chi ha buona manualità si può invece costruire un albero con materiali di riciclo.

Regali e addobbi: c'è chi ha rinunciato completamente ai regali di Natale scegliendo di farli solo quando se lo sente, in ogni periodo dell'anno. Se per voi è impensabile rinunciare ai regali e agli addobbi natalizi, scegliete oggetti made in Italy (riduzione emissioni dei trasporti), in legno certificato FSC o in materiali riciclati o riciclabili, possibilmente artigianali.
E perché non riciclare qualcosa che non usate più, creare un oggetto nuovo da materiali di recupero, usare la fantasia e una buona dose di simpatia? Dichiarare a parenti e amici che un regalo è riciclato significa anche renderli partecipi di uno stile di vita semplice ed ecologico, distante dal consumismo e votato alla decrescita, alla rivalorizzazione degli oggetti, al risparmio. Oppure regalate servizi: un massaggio, un'escursione, uno spettacolo a teatro. O ancora una donazione solidale, un'adozione a distanza.

Cenone: riducete al massimo le proteine animali e scegliete il pesce azzurro: tonni, pescispada e gamberi sono pescati in modi brutali e spesso illegali e sono in via d'estinzione. Scegliete frutta e verdura biologiche, di stagione e a km0 o comunque italiane.
Se siete facili alle sperimentazioni, proponete un menù interamente vegano o vegetariano.

Energia: scegliete luci e lampadine a basso consumo (Led). Quando smettono di funzionare smaltitele nelle isole ecologiche come prodotti Raee. Fate shopping in bicicletta, a piedi o con i mezzi pubblici per contribuire alla diminuzione del traffico. Se volete partire per le vacanze, scegliete mete vicine, raggiungibili in treno piuttosto che in aereo, e alloggiate in strutture compatibili con l'ambiente circostante, possibilmente votate al basso impatto e al risparmio energetico.

Rifiuti: se proprio non potete evitare l'usa e getta (piatti, bicchieri, tovaglioli) scegliete prodotti certificati FSC, di carta riciclata o di materiali riciclabili. Per ridurre i rifiuti: fare una spesa oculata, con pochi imballaggi e gli sprechi limitati al massimo. Riciclate la carta da pacco e i nastri per nuovi regali, prediligete materiali riusabili o biodegradabili per apparecchiare la tavola, fate un'oculata raccolta differenziata. Imparate l'arte del riciclo anche in cucina: con la cucina a impatto (quasi) zero di Lisa Casali si può imparare la cucina degli scarti divertendosi.

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Egitto: le donne in piazza dopo il video shock

Violenza, soprusi, morti tra i manifestanti: in Egitto la situazione è ancora critica. Quattro ragazzi sono stati uccisi senza pietà dalle forze di sicurezza, e il 17 dicembre un video con immagini violente e forti ha fatto tremare il mondo. La risposta da parte del popolo arabo non si è fatta attendere, con una nuova ondata di proteste che hanno portato nelle piazze la popolazione femminile.

L'11 febbraio di quest'anno finiva il trentennio di dittatura di Hosni Mubarak in Egitto, qualche giorno dopo, il 27, prendeva il potere il Consiglio Supremo delle Forze Armate. Poi l'attenzione dei media e del pubblico si è spostata in altri luoghi, su altre realtà, mentre un'onda di rivolte investiva il mondo arabo.

A Piazza Tahrir, tuttavia, non si smetteva di protestare e di cercare di cambiare un governo ingiusto, e i moti e le manifestazioni sono continuati fino a ora, nell'attenzione sempre più sporadica degli organi di informazione e del mondo. Solo qualche giorno fa un video ha di nuovo attirato l'attenzione sulla dura realtà di chi si pensava avesse concluso il proprio percorso verso la libertà: un video shock, violento, che ci sbatte in faccia tutta la realtà di un regime brutale e repressivo che non si ferma di fronte a nulla. Le immagini mostrano una donna in terra picchiata dagli agenti delle forze di sicurezza, spogliata fino a mostrare il reggiseno e poi rapidamente rivestita, perché va bene la violenza, ma il corpo di una donna è scabroso.
ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI

La risposta popolare non si è fatta attendere e oltre 2.000 donne erano di nuovo in piazza, protette simbolicamente da un cordone di uomini: una linea rossa da non oltrepassare assolutamente, un diktat etico nei confronti dei comportamenti di un governo che vuole sostituire un dittatore con una dittatura. Tutto questo succede oggi, succedeva ieri, e ha continuato ad accadere ogni volta che l'attenzione del mondo calava e noi, finita la primavera, ci preoccupavamo degli sbarchi, magari senza capire che le persone che arrivavano qui erano le stesse che fuggivano da soprusi e violenze.

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Gio, 22/12/2011 - 10:16 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Firenze e Torino: razzismi figli dell’ignoranza

comunita-senegalese-razzismo-firenze-torinoIl razzismo torna prepotentemente nell'attualità del paese dopo l'omicidio di due senegalesi a Firenze da parte di un estremista di Casa Pound e il dramma del campo nomadi incendiato a Torino dopo una falsa violenza sessuale.

La notizia di ieri è drammatica e insensata: l'omicidio di due senegalesi e il ferimento di altri tre a Firenze, perpetrato in pieno giorno tra il mercato di Piazza Dalmazia e quello di San Lorenzo. A premere il grilletto un uomo di cinquant'anni, attivo in alcuni ambienti di estrema destra e in possesso di porto d'armi, morto suicida appena accerchiato dalla polizia.

La notizia di sabato scorso è quella di un rogo in un campo nomadi, ugualmente drammatica e anche più insensata: è successo a Torino, dove una ragazza per nascondere alla famiglia la propria "prima volta" con il fidanzato ha inventato una violenza sessuale da parte di alcuni membri della comunità rom. La spedizione punitiva che ne è seguita ha portato alla distruzione tra le fiamme di un campo nomadi, senza rispetto per la presenza di bambini, donne o uomini.

Si parla e si è parlato di gesti folli, dettati nel primo caso dall'esasperazione e dalle condizioni di salute di un uomo ormai solo, nel secondo dall'esasperazione di una comunità e dalla bravata di una ragazza dettata dalla paura, ma rimane la realtà ingiustificabile della morte di persone innocenti, di una vendetta cieca e indiscriminata dettata dall'ignoranza e dalla paura in un'eterna guerra tra poveri.

Rimangono anche le realtà in cui i due episodi sono maturati, prima che la violenza esplodesse: in un caso quelli dell'ideologia di estrema destra in cui il killer di Firenze si riconosceva, un intellettuale, dice chi lo conosceva, vicino alle idee fasciste di Romualdi e alla filosofia esoterica di Julius Evola. Nel secondo caso gli ambienti di un quartiere torinese, quello delle Vallette, in cui l'integrazione tra immigrati e torinesi non si è mai venuta a creare, in una situazione di tensione esacerbata dall'alto tasso di disoccupazione.

Due storie di cronaca, due storie di povertà estrema, quella economica e di mezzi delle vittime, e quella più subdola e strisciante dei carnefici, che nasce dall’ignoranza e si alimenta di pregiudizi, cullandosi nella bieca convinzione di avere la verità in tasca.

Ha fatto bene il sindaco di Firenze, Matteo Renzi a proclamare il lutto cittadino, nel caso qualcuno si stesse ancora domandando se gli stranieri in Italia siano o no, di fatto, dei concittadini. Oggi i negozianti fiorentini chiudono le saracinesche dalle 12.00 alle 12.10, i bar e i locali notturni dalle 23.30 alle 23.40, i lavoratori pubblici osservano un minuto di silenzio all’inizio del loro turno di lavoro, e le scuole un momento di riflessione. Una partecipazione doverosa della città al dolore della comunità senegalese.

E ha fatto bene il portavoce della comunità senegalese di Firenze, Pape Diaw a usare parole dure ma pacate: “Non voglio incolpare nessuno ha detto ma a me risulta che fosse di estrema destra e che fosse stato segnalato”. Sabato a Firenze i suoi connazionali, ma non solo, scenderanno in piazza, per partecipare a una grande manifestazione, che Pape Diaw assicura sarà pacifica “perché la non violenza è importante. Dovremo fare sentire tutti assieme la nostra voce perché quello che è accaduto a Firenze non deve più accadere”. Come dargli torto?

Quando le indagini saranno chiuse, sarà bene ricordare ancora una volta che l'integrazione non nasce dal nulla, che il terrore (perché la violenza è fisiologicamente figlia della paura) si sconfigge attraverso la conoscenza, la cultura, il pensiero, il confronto.

E sarà bene ricordare una cosa importante: che noi, tutti, siamo esseri umani, e come tali abbiamo la possibilità di pensare, riflettere, decidere, senza essere schiavi degli istinti più bassi. A Firenze c'è qualcuno che questo lo sapeva sin dal 1300. Parliamo del "divin poeta", il Dante Alighieri, che in bocca a Ulisse metteva queste parole:

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza"

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Londra: il video razzista che ha sconvolto il mondo

my tram experienceIl filmato si chiama "My train experience" e da quando è stato caricato è diventato un caso in tutto il mondo. Il video è ripreso da un cellulare in un tram di Londra: una signora con in braccio un bambino è seduta e urla insulti ai passeggeri vicini. La signora è di razza bianca, e il motivo della sua rabbia è il colore della pelle di chi le sta accanto, persone colpevoli di "non essere inglesi" e che dovrebbero "tornare al proprio paese, perchè l'Inghilterra è già abbastanza f****ta per colpa loro".
 
Siccome viviamo in un mondo in cui, grazie al web, poco o nulla passa inosservato, la donna è già stata identificata e avvicinata dalla polizia londinese, che in questo momento la sta trattenendo, probabilmente più per motivi di sicurezza che per l'insostenibile razzismo con cui ha ammorbato un intero vagone del tram e che neanche la presenza di minori (tra cui il bambino che tiene fra le braccia) è stata in grado di limitare. E mentre in tanti dibattono sul comportamento inaccettabile della donna, è impossibile non soffermarsi sulla povertà culturale e intellettiva della protagonista, prima ancora che sulla rabbia e sulla possibilità o meno che la donna fosse sotto effetto di sostanze stupefacenti.
 
La cosa spaventosa da considerare con attenzione è che questa signora non è tanto diversa da tanti che possono esserci amici o vicini, o che in alcuni casi potremmo essere noi. È tanto assurda una cosa del genere?
 
Nel corso della storia l'abbiamo visto spesso: più un periodo è difficoltoso dal punto di vista economico e di semplice sopravvivenza, più è facile cercare approdi sicuri e semplici capri espiatori per i guai propri e dei propri cittadini e connazionali. La soluzione è sempre quella di aggrapparsi all'unica sicurezza incrollabile: quella di essere nati in un certo paese o di sentirsi cittadini di questo o quel posto, con una bella spruzzata di vago orgoglio ultranazionalista.
 
Non è troppo diversa la signora da tanti signorotti che si uniscono in associazioni, organizzazioni, partiti e movimenti che vedono nello straniero, qualunque esso sia, la causa di un qualsivoglia declino (vero o presunto) in atto nel proprio paese.

È successo in tante occasioni storiche e con tantissime etnie e culture diverse. È successo con i cristiani nell'antica Roma, con gli ebrei nel medioevo, con gli italiani ad Aigues Mortes nel 1893, nella Germania nazista e infine a Rosarno in Italia. La differenza tra eventi del genere e un piccolo, misero per quanto incivile video su Youtube è abissale, è vero, ma quel che conta è l'atteggiamento e il sentire, e sono in tanti a dire che sì, la signora aveva ragione, magari sbagliando contesto e toni, ma con un messaggio corretto.

 
E sono stati e saranno in tanti a indignarsi chiedendosi se una persona non può forse più manifestare un'opinione? E ancora altri diranno che in effetti in Inghilterra (ma anche in Italia) non c'è lavoro per gli inglesi, figuriamoci per gli stranieri. E qualcuno forse sentirà il clima e penserà bene di cavalcarlo, non per altro, ma solo perchè in effetti cavalcare una rabbia deviata è più facile che costruire, sempre. E questo è veramente imperdonabile, non gli insulti razzisti di una persona disturbata, ma il fatto che in un momento di crisi in tanti possano essere pronti a farli propri per trovare una facile risoluzione ai problemi e altrettanti siano pronti a costruire la propria fortuna sulla rabbia e ancora di più sulla paura.
 
In un mondo in cui un video appare su internet e riceve milioni di visualizzazioni in una settimana è inammissibile l'abbandonarsi a un simile sentire senza aver verificato documenti, informazioni e realtà, senza essersi posti delle domande e aver trovato risposte concrete, senza essersi presi la briga di controllare se è vero che gli stranieri ci portano via il lavoro, o se i reati sono veramente commessi da loro o se qualunque pensiero ci sia venuto in mente sia suffragato da una solida base di realtà. Nel 2011 il problema non è la singola persona disturbata, ma lo sono tutti quelli che disturbati non lo sono e che tuttavia per pigrizia non controllano, verificano analizzano un sentire o un'informazione, perchè lasciarsi trasportare in una società in stato di crisi è facilissimo, ma capire la realtà e farsi un'idea è giusto.

Di seguito è possibile vedere il video. Il filmato contiene espressioni esplicite.

 



Gio, 01/12/2011 - 11:05 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Identità del fanciullo, un diritto che non vale per tutti

giornata diritti infanziaL'italia e la Giornata Nazionale dei Diritti dell'Infanzia.

Il 20 novembre è una giornata importante, una delle più importanti ricorrenze internazionali della storia dei diritti umani. In questo giorno nel 1989 infatti l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia. Il documento è in assoluto quello più ratificato dagli Stati Membri e ad oggi possiede valore legale in 193 nazioni, con la sola esclusione della Somalia e degli Stati Uniti. 

Quali sono però i punti fondamentali della dichiarazione? Come ci si può immaginare il primo e più importante è naturalmente quello del rispetto della dignità umana e dei diritti di uguaglianza e di qualità base della vita, ma il secondo punto potrebbe sorprendere più di un lettore. Il concetto che viene espresso è infatti quello dell'identità del fanciullo e della libertà e del rispetto della stessa, che deve essere garantita dallo Stato, qualunque essa sia. Ogni minore deve essere rispettato come individuo, e deve poter vivere il proprio patrimonio culturale, religioso ed etnico libero da discriminazioni di razza, sesso, opinione politica, condizione sociale o economica.

Insomma, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosce come condizione fondamentale e presupposto la libertà di mantenere la propria identità e di valorizzare il proprio patrimonio culturale. L'identità è un concetto che nella Dichiarazione viene menzionato spesso, legandosi naturalmente a quello della cittadinanza. Ogni essere umano ha infatti diritto alla cittadinanza, che gli viene concessa alla nascita; gli Stati Membri devono essere in grado di garantire questo diritto ed evitare che il fanciullo si ritrovi nella condizione di apolide, cioè privo di una cittadinanza e di una nazione di origine.

Oggi, 22 anni dopo quanto stabilito dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è legge in tanti Stati, tra cui l'Italia, e tuttavia la strada per il pieno rispetto delle norme è ancora lontana, e in particolare alla luce delle questioni sollevate recentemente da nomi eccellenti della politica, diventa importante riuscire a trovare un modo per rispettare pienamente quanto richiesto nella carta sul tema dell'identità e della cittadinanza.

Oggi in Italia capita che un minore figlio di stranieri assuma la cittadinanza dei genitori, nonostante spesso questi vengano da un paese che il bambino potrebbe non conoscere mai e che non è quello dove si troverà a crescere e vivere. Capita anche che genitori stranieri entrati in Italia clandestinamente vengano rimpatriati anche se i figli ancora frequentano la scuola, secondo quanto recita il Testo Unico sull'Immigrazione, per cui un clandestino può rimanere nel paese solo "gravi motivi connessi allo sviluppo psico-fisico del minore, determinati da una situazione d'emergenza". Situazioni che però non prevedono il fatto che il fanciullo stia andando a scuola in Italia, evento che rientra in quelli "che possiedono una tendenziale stabilità". 

Il viaggio da fare è lungo, prima che la Dichiarazione trovi vero rispetto e piena applicazione per tutti bambini ancora stranieri nel proprio paese, ma per fortuna possiamo dire che dal 1989 tanto è già stato fatto, e in questo momento tante voci autorevoli si sono levate per proteggere una classe di deboli tra i deboli, e ne siamo bene felici. Oggi, 20 novembre 2011 la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Infanzia compie 22 anni: tanti auguri!



Kumi Naidoo: "Ho convinto Coca Cola e Google a battersi per l'ambiente"

kuminaidoo

A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.

“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.

Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.

Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a  disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.

Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.

Marìka Surace



Le vite degli altri all'Hotel House di Porto Recanati

hotelhouse«L’Hotel House di Porto Recanati è un’isola, un’oasi, una distopia/utopia, un nido, un seme, un sintomo, un segno. È un figlio illegittimo della povertà del passato e della ricchezza del futuro. È un cigno nero». Jasmina Tešanović è uno dei tanti autori che hanno descritto e scritto sull'Hotel House, il condominio gigante che da anni respira come un gigante sopito, una presenza quasi minacciosa alla periferia della cittadina marchigiana.

Le parole di Jasmina sono raccolte insieme a quelle di molti altri (operatori, poeti, migranti, cantanti) in un volume da poco uscito in libreria, Babel Hotel (Infinito editore), curato da Ramona Parenzan, studiosa di sociologia della multiculturalità che all'Hotel House ci è arrivata quasi per caso. Senza riuscire più a staccarsene. Un po' perché, per chi lavora coi migranti, questo grosso animale fatto di cemento è un osservatorio unico, un laboratorio di convivenza tra stranieri e italiani con caratteristiche molto peculiari, forse irripetibili per la spontaneità con cui si è sviluppato.

“Quando sono arrivata per la prima volta a Porto Recanati, non c'era persona che non mi dissuadesse dal recarmi all'Hotel House”, racconta Parenzan. “Mi dicevano che come minimo mi avrebbero derubato, descrivendo una specie di Bronx in salsa maceratese. Ovviamente non solo non è andata così, ma l'accoglienza che ho ricevuto è stata molto calorosa, tutti mi hanno aperto le loro porte e sono stati felici di raccontarsi. La mia è diventata una specie di missione speciale, e da allora mi sento un po' come l'ambasciatrice dell'Hotel House con il resto del mondo”.

Come ha scritto Gian Antonio Stella nell'introduzione al libro, non si può leggere dell'Hotel House e non pensare a quando i migranti eravamo noi, leggere di questi appartamenti in cui si parlano diverse lingue e si pregano diverse religioni e non andare, col pensiero, alle cosiddette tenement houses, i casermoni nelle cui cantine vivevano a fine '800 gli italiani d'America, in condizioni di degrado ed emarginazione fin troppo ben descritti e fin troppo facilmente dimenticati dagli italiani dell'Italia del centocinquantenario dell'Unità. In questa terra di nessuno dove l'unica lingua comune è il portorecanatese (“la qual cosa è molto divertente, se ci pensate, anche perché si tratta di un accento molto forte”, spiega Parenzan)convivono maghrebini, bengalesi, pakistani, senegalesi. Ognuno con le sue abitudini, ognuno con le proprie idiosincrasie.

“All'inizio molti di loro trovavano lavoro nel campo del calzaturiero, qui è pieno di fabbriche. Poi è arrivata l'epoca dei ricongiungimenti, perché molti uomini hanno fatto venir qui le famiglie. Oggi le persone che vivono qui sono più o meno tremila, ma un censimento attendibile non è mai stato fatto”. Le seconde generazioni, i ragazzini nati all'Hotel House, vanno a scuola, si mimetizzano con facilità, parlano un italiano perfetto. “Ma anche per loro ci sono tutte le difficoltà connesse al non avere un'identità ben definita. Quando le ragazzine che rimorchiano in discoteca chiedono loro dove vivono, la risposta “Hotel House” non è certo tra le più rassicuranti. Il che non li aiuta molto con l'integrazione”.

Altra questione è il rapporto con la città di Porto Recanati, trasformatasi anch'essa, negli ultimi anni, da paese di marinai a luogo di turismo e speculazione edilizia, in cui ogni metro quadro è adibito a bed and breakfast, e figuriamoci dunque se c'è spazio (o voglia) di incontrarsi a metà strada coi migranti. “Poi, in realtà, se si chiede alla gente del luogo, il sentimento nei confronti del grosso condominio è un po' ambivalente. Perché ormai fa parte del posto, ci si è abituati alla sua presenza. A patto, però, che chi vive lì ci resti, senza mescolarsi alla vita di città. Per non parlare di chi gira attorno alle case, approfittando della situazione di miseria e pensando che quella sia un po' una zona franca, senza leggi, e si reca all'Hotel House perché la prostituzione è a livelli altissimi”.

Marìka Surace

Foto di Ramona Parenzan



Piacere, immigrato! I nuovi cittadini al Milano Film Festival

milano film festivalIl programma è, come ogni anno, vario e ricercato. Perché il Milano Film Festival, ospitato dal Teatro Strehler dal 9 al 18 settembre, è una rassegna importante, e la giornata dedicata al cinema sull’immigrazione è talmente richiesta da fare il bis. Ecco quindi che dopo le proiezioni della scorsa domenica, Piacere, immigrato! verrà riproposto al Cinema Rosetum (Via Pisanello, 1 - Milano. (t) 02 48707203 MM1 De Angeli/Gambara). Ogni anno vengono proposti film prodotti nei paesi di origine di tre delle comunità presenti nella città, e quest’anno la scelta è caduta su Siria, Ecuador e Filippine.

Dunque tre lungometraggi che ci avvicinano un po’ ai paesaggi, alla lingua e allo stile di vita di questi tre paesi. Per la Siria, in questi giorni sconvolta dalla guerra civile e dal numero di vittime negato dal regime di Assad, c’è una storia d’amore, Damascus with my Love, un film che racconta come in questa città piena di storia convivano culture diverse in piena armonia. Per l’Ecuador c’è invece Prometeo Deportado, una storia un po’ surreale ma anche molto amara su un gruppo di ecuadoriani bloccati alla frontiera di un paese occidentale insieme ad altri stranieri. Infine per le Filippine c’è Amigo, sulle difficoltà di comunicazione tra americani e oriundi ai tempi della guerra filippino-americana.

Di sicuro pochi strumenti come il cinema riescono a trasmettere in maniera diretta le storie di uomini e donne alle prese con la diversità e gli ostacoli dell’integrazione. E certamente questi tre film, se non altro, serviranno a guardare con occhi diversi le persone che spesso siedono sull’autobus accanto a noi, fanno la spesa nel nostro stesso supermercato e guardano i nostri stessi programmi in tv. Non abbatteranno le barriere, certo, ma ricordare che dietro gli sguardi di questi migranti ci sono mondi e colori per cui a volte non proviamo nemmeno curiosità, non può che far bene.



Inizia la scuola, straniero il 7,5% degli alunni

studenti stranieriOggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.

Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.

L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.

Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno. 

Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.

Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!

Foto di Oxfam Italia



Un anno dopo l’omicidio, Pollica non dimentica il sogno di Angelo Vassallo

Era il sindaco pescatore, talmente animato dall’amore per la sua terra d’origine da rimetterci la sua stessa vita. A un anno dalla morte di Angelo Vassallo, brutalmente assassinato il 5 settembre del 2010 da ignoti mentre tornava a casa, le indagini sono ancora aperte, e rimangono sconosciuti i nomi dei killer e, più importanti ancora, quelli dei mandanti. Ma l’affetto di Pollica – Acciaroli, il bel paese del Cilento di cui Vassallo era primo cittadino rimane invariato. Domenico D’Alessandro, assessore e suo amico personale, si è impegnato per promuovere le iniziative di questi giorni per ricordare il sindaco ucciso.


Don Luigi Ciotti ricorda Angelo Vassallo




Tra le più importanti, la presentazione, a Pollica, del libro "Il sindaco pescatore" scritto da Dario Vassallo, fratello del primo cittadino, che vuole fare luce sulla scomparsa di Angelo. E sempre su richiesta del fratello è nata una fondazione che cercherà di seguire le orme di Vassallo, noto per la tenacia e determinazione nel difendere l’ambiente da speculazioni territoriali senza scrupoli. Battaglia che gli è probabilmente costata la vita, quando la sera di un anno fa è stato raggiunto da ben 9 proiettili. La pista seguita dagli inquirenti è da subito quella della camorra, per la modalità dell’omicidio e per la nota intransigenza di Vassallo nei confronti di ogni tentativo di corruzione e forma di illegalità che potesse turbare la sua amministrazione.

Intransigenza che veniva mal sopportata in un territorio in cui, purtroppo, spesso l’interesse della criminalità prevale su quello dei cittadini. Pollica considera il sindaco assassinato un eroe, ma alla cittadina risponde la moglie, Angelina Vassallo, che dichiara: “Io non voglio che venga ricordato come un eroe. Non lo era. Era solo un sindaco, una persona che amava la sua terra e voleva difenderne il territorio. Faceva il suo dovere perché era per quello che la gente lo aveva eletto. Ed è quello che dovrebbero fare tutti”.

Foto di Cristiano Corsini



Dopo la rivolta a Bari passa la legge sui rimpatri dei clandestini

rimpatri legge151 voti a favore e 129 contro, e il Decreto Legge sui rimpatri è passato. La maggioranza ha tenuto, compatta, e tutte le opposizioni hanno votato contro. Tra le misure principali, il testo prevede l'espulsione immediata degli immigrati irregolari considerati pericolosi e allunga la permanenza nei centri di identificazione ed espulsione (Cie) da 6 a 18 mesi. Si allunga poi da 5 a 7 giorni il termine entro il quale lo straniero deve lasciare il territorio nazionale su ordine del questore, qualora non sia stato possibile il trattenimento presso i centri. Ma è soprattutto il lungo periodo previsto nei CIE a innescare le polemiche, visto che in pratica si tratta di una vera e propria detenzione, e le condizioni non sono le migliori.

Il DL è  l’attuazione di una direttiva comunitaria, la 2008/115, che prevede sicuramente che, nel periodo in cui deve adempiere volontariamente all’ordine di espulsione, lo straniero possa  essere controllato con varie misure amministrative (cauzione, consegna dei documenti, obbligo di dimora in un luogo) fino all'ordine di allontanamento immediato. Peccato che la direttiva parli di misure adeguate e con uso ragionevole della forza, non certo di “detenzione” per 18 mesi. Sempre secondo l'Unione europea, il trattenimento è possible soltanto in casi estremi, ma deve essere brevissimo. Anche perche’, a prescindere dalla disumanitá del trattamento, è praticamente dimostrato che se il rimpatrio volontario non avviene subito non saranno certo i mesi passati nel CIE a far cambiare idea a chi è fuggito per migliorare le sue condizioni di vita.

Secondo il Ministro degli Interni Roberto Maroni, che della legge è stato promotore, questa norma sará utilissima per contrastare l’immigrazione clandestina. Che sembra d’altronde essere l’unica preoccupazione politica in questo momento, in cui nel Mediterraneo si sta consumando l’ennesima tragedia della disperazione. L’ultima notizia che arriva da Lampedusa parla di un barcone con 25 cadaveri nella stiva, probabilmente morti asfissiati e con macchie di sangue sui vestiti. Mentre è di 30 morti il bilancio della strage del mare scoperta lo scorso 29 luglio a bordo di un peschereccio egiziano diretto sulle nostre coste. E in 330 sono stati soccorsi in extremis.

Un esodo ben diverso da quello vacanziero in autostrada. E l’impressione, sempre più netta, che una certa filmografia distopica alla Strange Days o alla Children of Men, in cui la disperazione degli altri finisce per passare inosservata e l’importante  è salvaguardare i propri confini, sia sempre meno attinente al campo della fantascienza e sempre più realistica.  

Foto di Paride De Carlo



In Norvegia il carcere senza muri

Ci si arriva via mare, con un piccolo traghetto che parte da Horten, cittadina a un paio d’ore da Oslo. Un po’ come nei primi minuti di Shutter Island, quelli in cui l’isola-fortezza si avvicina allo sguardo degli spettatori in tutta la sua tetra inviolabilità, il carcere di Bastøy compare all’improvviso tra i flutti che circondano il fiordo della capitale norvegese. Solo che più ci si avvicina all’isola, più diventa chiaro che qui la situazione è tutt’altro che tetra.  

E che siamo molto lontani sia dalla fantasia cinematografica alla Scorsese che alle più reali Alcatraz, Rikers Island e Asinara. Perché a parte il fatto di sorgere su un’isola, Bastøy ha poco in comune con le carceri di massima sicurezza in cui finiscono i criminali considerati più pericolosi dalla società. E lungi dall’essere un monumento all’esemplarità della pena, è oggi considerato una delle prigioni di minima sicurezza più originali d’Europa.

Innanzitutto non ci sono sistemi di allarme. Si notano delle recinzioni, è vero, ma quelle servono solo a delimitare i pascoli dei cavalli e a ricordare a tutti quelli che possono visitare l’isola (che ospita in effetti una spiaggia pubblica) che, in fondo, lì c’è anche una prigione. Poi sulle alture di questo strano posto sorgono una serie di casette colorate, quelle che si possono osservare ovunque in Scandinavia. C’è una chiesa, alcuni edifici amministrativi, un supermercato. Il porticciolo e un faro guidano il traghetto che cinque volte al giorno porta sull’isola alimenti, familiari in visita e, naturalmente, i carcerati. Tutto intorno spiagge, campi, pinete. Su questo paesaggio idialliaco si affacciano le finestre delle baite in cui vivono i carcerati e dalle quali nessuno ha mai provato a fuggire.

Sull’isola arrivano assassini, stupratori, pedofili, rapinatori. Non si parla di crimini minori. Qui i detenuti vengono a scontare l’ultima parte della loro pena, in uno spazio che può ospitare al massimo 115 carcerati. A ogni nuovo arrivato viene insegnato già dal primo giorno come gestire tempo e risorse, rispettando una visione “antropologicamente ecologica” che mira ad aprire occhi e mentalità di chi ha commesso un crimine ma un giorno tornerà a vivere in società. Ognuno qui lavora, si occupa dei cavalli che servono a trasportare i generi di conforto dal porto alle “celle”, alimentando una sensazione di fiducia e responsabilità che aiuta molto a ritrovare un contatto con la realtà. Soprattutto se vieni da anni di isolamento. L’appello è due volte al giorno, nessuno manca mai. E nessuno ha mai provato a fuggire.

Bastøy inoltre gode di un clima molto favorevole, che fa sì che possa autoalimentarsi attraverso i pannelli solari presenti su tutta l’isola. I campi vengono coltivati, e i detenuti che vivono qui da un po’ di tempo hanno imparato a ricavare dalla terra prodotti di altissima qualità, che diventano gli ingredienti delle cucine interne ma anche di altre prigioni norvegesi. Il tutto in una visione secondo la quale il contatto e il rapporto quotidiano con la natura non possono che portare a un miglioramento della persona. E in Italia, sarebbe mai pensabile qualcosa del genere?

Marìka Surace



Le carceri scoppiano, sovraffollamento record

carcereLa torrida estate 2011. Carceri nella illegalità è il titolo di un dossier che fotografa la realtà degradata delle carceri italiane. L'ha pubblicato il 23 giugno l'associazione Antigone, una delle poche realtà che in Italia si occupano della questione carceri, vera cartina tornasole della qualità della democrazia in un paese. Antigone, che da pochi giorni ha festeggiato i vent'anni di attività, stila un rapporto dettagliato dello stato drammatico delle patrie galere. A partire dai numeri dell'affollamento delle celle dove per legge in Italia non potrebbero viverci più di 45.551 detenuti. E quanti sono al 31 maggio scorso? Più di ventimila in eccesso, ovvero 67.174 con le inevitabili conseguenze sull'igiene, sulla qualità dei rapporti tra le persone e in generale sulla qualità della vita. Quel numero è più che raddoppiato dal 1990 a oggi.

Tra gli istituti più affollati ci sono quello di Busto Arsizio, di Vicenza ma anche Catania e San Vittore a Milano dove per ogni 100 posti regolari ci sono 232,9 reclusi. Il 21 per cento dei detenuti stranieri nelle carceri del nostro paese (24.954, ossia più di un terzo del totale della popolazione carceraria italiana) proviene dal Marocco, il 14 per cento dalla Romania, il 12,5 dalla Tunisia. Tra le donne, il 22,4 dalla Romania e il 16,4 dalla Nigeria.

In venti anni, l'Italia è divenuta fanalino di coda delle carceri nell'Europa occidentale. Come spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, «i tassi di detenzione (numero dei detenuti per numero degli abitanti) e di sovraffollamento (numero di detenuti per numero di posti letto) erano tra i meno preoccupanti d'Europa.»

Il dramma delle carceri italiane è ancor più evidente se si confrontano i numeri europei con i nostri. Ogni 100 posti letto negli istituti di pena, la media europea dice che ci sono 96,6 detenuti, in Italia ce ne sono 148,2. All'11,5  per cento di stranieri corrisponde il 37 nelle carceri italiane. Anche l'uso della custodia cautelare è superiore (42,2 rispetto al 24,8) rispetto agli altri paesi. Analoghe differenze anche tra la proporzione tra detenuti, personale di polizia e non nel nostro paese e altrove.
E pure il numero dei suicidi in carcere in Italia è superiore alla media continentale: 8,2 su 10mila da noi, 6,1 in Europa.

In conclusione al dossier, Antigone pone alcuni punti decisivi e irrinunciabili per migliorare la qualità di vita all'interno delle carceri. Tra i più significativi ci sono:

  • Almeno 12 ore quotidiane da trascorrere fuori dalla cella.
  • Aumento delle ore da trascorrere all'aria aperta.
  • Colloqui con i parenti anche il sabato e la domenica.
  • Ingresso senza ritardi dei medici di fiducia dei detenuti.
  • Sistemi di ventilazione. Incremento della presenza di volontariato, associazioni e cooperative.

Foto di Gerry Dincher