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Buon compleanno Avoicomunicare!

Compleanno con regalo. Eh sì, perché giusto due anni fa nasceva Avoicomunicare, uno spazio per discutere e dialogare, per confrontarsi su temi decisivi per il nostro presente e il nostro futuro. L’ambiente e l’integrazione tra i popoli, l’energia e l’incontro con le culture diverse dalla nostra, di questo abbiamo parlato, di questi e di altri argomenti avete scritto nei ventiquattro mesi che scadono ora, convinti che il dialogo sia fondamentale per comprendere i grandi cambiamenti che attraversano il nostro pianeta. Su questo e su altro ci confrontiamo, tutti insieme, e vogliamo continuare a farlo sempre meglio.

Il regalo? Eccolo! Per festeggiare abbiamo deciso di investire ancora di più su di voi varando oggi la nuova nave più ricca di contenuti e di possibilità di interazione per tutti i nostri lettori.

Welcome, prego entrate. Accomodatevi perché qui potete dire ciò che avete a cuore. Fateci conoscere ogni giorno le vostre idee e le vostre opinioni, mandateci testimonianze video per denunciare quello che non vi sta bene o anche per far sapere a tutti qualcosa che vi è piaciuto. Ci piace immaginare queste pagine come un blog aperto nel quale tutti possono postare quello che pensano sia importante, abbia un valore per la nostra comunità e per la comunità Italia.

E oggi partiamo subito con un messaggio in bottiglia che arriva attraverso l’Atlantico. Un nostro lettore, Nicolò Wojewoda, ce lo ha inviato per raccontarci cosa fanno una ventina di giovani (tra cui lui stesso) che animano la parte green del Palazzo di vetro dell’Onu. A noi è piaciuto, e ci è piaciuta la disinvoltura con cui Nicolò ci ha scritto. Fatelo anche voi.

E poi c’è il network di Avoicomunicare, ovvero tutti voi. In questi due anni la rete è cambiata molto, siamo entrati da qualche tempo a pieno titolo nell’epoca dei social network. Youtube, Twitter e, soprattutto, Facebook sono esplosi definitivamente creando un continente nuovo dove esprimersi liberamente, senza mediazione, dove tessere relazioni, incontri, mettendo in comunicazione centinaia di milioni di persone.

Ora, come sanno tutti coloro che ci seguono, la nostra comunità è parte integrante del progetto di Avoicomunicare e per questo abbiamo deciso di valorizzare ancora di più i vostri contributi e le discussioni che quotidianamente animano le nostre pagine. Nella colonna destra della home page abbiamo inserito tutto quello che esce nella nostra rete, tutto quello che ognuno di voi ogni giorno decide di condividere con noi.

In basso, sotto i nuovi cinque box dedicate ad articoli e video, abbiamo ritagliato uno spazio di servizio nel quale trovate e troverete, sondaggi e iniziative speciali che lanceremo in questi mesi. Come quella ancora “top secret” in rampa di lancio in questi giorni.

Insomma, il nuovo Avoicomunicare è pronto, sta scaldando i motori per partire di nuovo. Per partecipare al nuovo viaggio è facile. Basta salire a bordo.

A Otranto la mafia spiegata ai ragazzi

Acque inquinateDal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.

Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.

Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.

Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.

Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.

Foto di robpatrick

Se il pomodoro è più sostenibile della bistecca

piramide_ecoalimentare.jpgLa sostenibilità tiene insieme un groviglio di argomenti e discipline. L'alimentazione è tra queste e i discorsi che importanti studiosi fanno partire dalle pagine di riviste specializzate e dai podi dei convegni, volano direttamente sulle nostre tavole, a diretto contatto con il cibo che siamo abituati a mangiare.

Sapevamo bene che esiste una correlazione molto stretta tra abitudini alimentari e salute, una correlazione che nel 1992 prese per la prima volta la forma della Piramide Alimentare, un grafico con cui l’US Department of Agriculture diffuse una spiegazione sintetica ed efficace su come adottare un tipo di alimentazione equilibrato. Alla base della piramide sono raffigurati gli alimenti che si possono consumare in quantità maggiori, man mano che si sale le posizioni sono occupate da alimenti che sarebbe meglio consumare in maniera molto controllata.

Ma come associare alla relazione tra cibo e salute l'altra, la cui importanza cresce sempre più nella consapevolezza del mondo occidentale, tra abitudini alimentari e impatto sull'ambiente? Una possibile risposta è stata elaborata dal Barilla Center for Food & Nutrition che propone la sua “Doppia Piramide” Alimentare-Ambientale.

Esiste una fortissima correlazione tra l'alimentazione di un popolo e l'impatto che questo produce sull'ambiente, ha spiegato alla presentazione del progetto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network ed inventore del concetto di impronta ecologica. “La popolazione globale è in crescita – ha sottolineato Wackernagel – e con essa crescono i consumi globali, tanto che oggi il genere umano utilizza risorse globali ad una velocità che è del 40% superiore alla capacità del pianeta di rigenerare quelle stesse risorse”. In altre parole, il pianeta impiega un anno e cinque mesi per rimettere a posto quello che mangiamo in un solo anno. È un problema che riguarda principalmente la parte più opulenta del mondo, come ha sottolineato Gianfranco Bologna, Direttore scientifico di WWF Italia, chiedendosi fino a che punto la Terra potrà sopportare stili di vita così incauti come quelli di persone utilizzano ogni anno 800 kg pro capite di produzioni cerealicole (è la media di consumo di un cittadino medio statunitense).

Per contribuire a comunicare questi temi e le possibili risposte, la “Doppia Piramide” del Barilla Center for Food & Nutrition affianca alla tradizionale piramide alimentare una piramide rovesciata costruita attraverso una stima degli impatti ambientali di singoli alimenti effettuata con l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo di valutazione oggettivo dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo. Il risultato è una piramide in cui gli alimenti a maggior impatto ambientale sono in alto e quelli a impatto ridotto in basso. È utile notare come i risultati prodotti dalle due piramidi portino a una coincidenza tra gli alimenti che fanno bene alla nostra salute e che producono meno impatto sul pianeta, il cui consumi è quindi più sostenibile. Se alla base della piramide alimentare ci sono, infatti, ortaggi e frutta, lo stesso accade, a posizione invertite, nella piramide rovesciata dove questi stessi generi alimentari sono quelli maggiormente consigliati, mentre carne rossa e formaggi risultano quelli maggiormente impattanti per l'ambiente e meno consigliati. In altre parole, come si legge nel documento che illustra la “Doppia Piramide”, emerge la coincidenza, in un unico modello, di due obiettivi diversi ma altrettanto rilevanti: salute e tutela ambientale.

L'immagine è tratta dal documento “Doppia Piramide: alimentazione sana per le persone, sostenibile per il pianeta”, scaricabile dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition dove sono disponibili anche i video degli interventi di presentazione.

Lun, 23/08/2010 - 09:31 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

"Siamo i pirati del diritto alla privacy"

ameliaandersdotter.jpg"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.

Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".

Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".

Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.

Foto di Visionshare

Il mito del last minute

La crisi si fa sentire, ma i consumatori cercano di conviverci e alle vacanze non vogliono rinunciare; magari si cerca di spendere meno, ma partire bisogna partire perché il viaggio è entrato a far parte di quel modello di vita a cui non vogliamo rinunciare. E allora è il trionfo del low cost o delle scelte last minute per raggiungere quei posti che solo qualche tempo fa, quando per lo più si viaggiava in treno, sembravano irraggiungibili e che oggi, grazie ai voli a basso costo, ci appaiono così accessibili.

Con Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi ed esperto di comunicazione pubblicitaria, scopriamo come e perché il viaggio può essere considerato una merce, proprio come qualsiasi altro bene di consumo e che posto ha guadagnato nelle abotudini di chi vuole uno stile di vita ispirato alla sostenibili.

Benvenuti nell’epoca del "prosumer"

citizen journalism«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.

«Più occhi – nota Maistrello – guardano gli stessi fatti e più differenze avremo nel suo racconto. Nulla è indispensabile, ma tutto è utile nel momento in cui l’accesso alla complessità del mondo diventa funzione di un percorso individuale. Internet è un ecosistema reticolare in cui ciascun individuo ha l’opportunità, ma non il dovere, di essere nodo attivo». Se le cose del mondo sono molte è meglio che le guardino e le raccontino più persone piuttosto che solo quelli che un tempo si sarebbero definiti i professionisti.

Rapidamente, si sta passando dai social network ai social media. Facebook e Twitter non sono più luoghi dove si stringono relazioni ma sono anche strumenti in mano a milioni di persone che fanno informazione e che leggono, ascoltano, guardano. Sono nuove redazioni e nuove edicole planetarie, in una sintesi impensabile fino a ieri. «Abilitano le persone a esserci, a essere in rete e a creare contenuti. A essere nodi attivi. Come altre tecnologie in precedenza, ma con la forza di piattaforme ormai mature e popolate da milioni di persone. Un nodo attivo è un potenziale testimone ovunque si trovi, un occhio che guarda per noi e che è in grado di raccontare ciò che vede in tempi eccezionalmente rapidi».

In questo momento, un problema serio, molto serio, per il mondo dell’editoria è quello di inventare un modello di business alternativo per l’informazione in rete. Come pagare contenuti di qualità in un panorama free come internet? Tra iPad, Kindle, micropagamenti ecc., sembra un puzzle al quale, finora, manca sempre una tessera. «Non credo funzioneranno i paywall, che chiudono i contenuti dentro un sito e li rendono avulsi da ogni processo virtuoso di rete. Per la pubblicità c'è speranza soltanto se torna a essere servizio per il lettore, perché la semplice esposizione di stampo televisivo è aliena al modo in cui funziona internet e non produce valore». Una speranza, secondo Maistrello, potrebbe venire dal finanziamento dal basso, collettivo, di progetti giornalistici. «Il crowdfunding journalism è la quintessenza del giornalismo inteso come servizio civico per la propria comunità. La comunità finanzia la ricerca della verità su se stessa. Tuttavia non avremo alcuna certezza su come finanziare il giornalismo in rete finché non faremo dell'ottimo giornalismo in rete. Solo sperimentando si può individuare un nuovo modo che crei utili in un modo trasformato».

Un mondo che cambia con una rapidità impressionante ma che in Italia sembra viaggi con il freno a mano tirato. I giornali si barcamenano nel gestire l’oggi, ma non riescono ancora a guardare avanti. Certo, ci sono episodi significativi di citizen journalism anche da noi come i twit partiti da L’Aquila e da tutto il centro Italia pochi attimi dopo la scossa di terremoto dell’aprile 2009 oppure il gran lavoro, raccontato anche da Maistrello nel suo libro, che un viareggino ha fatto la notte della tragedia ferroviaria nella stazione toscana.

Eppure, la sensazione è che si proceda a rilento. Come mai? «L'Italia sconta gli ultimi trent’anni di predominio televisivo, un predominio che non è solo mediatico e commerciale ma costitutivo del modo in cui il nostro Paese guarda e racconta se stesso. Il cambiamento nasce per lo più a livello del singolo nodo. Sarà profondo e inarrestabile, ma in Italia continuerà a essere rallentato da ostacoli strutturali profondi. È inevitabile che l'informazione spontanea faccia le spese di questo stato di cose: richiede una consapevolezza e una responsabilità che il cittadino digitale medio in Italia spesso non possiede oppure possiede soltanto a uno stadio televisivo, monodirezionale, emotivo, superficiale».

Foto di digitaljournal

We want you!

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Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.

Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.

Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.

Grazie e buona partecipazione a tutti.

La vittoria della Schiavone e le sexy-atlete

Un’italiana vince per la prima volta un torneo di tennis straordinario come il Roland Garros a Parigi e molti commenti, in rete ma non solo, sono sull’estetica della campionessa Francesca Schiavone. Sarebbe capitato lo stesso se avesse vinto un atleta maschio?
Lorella Zanardo è l’autrice del documentario Il corpo delle donne, un caso per il web in Italia, nel quale in qualche decina di minuti offre uno spaccato inquietante dell’uso del corpo di donne e ragazzine in televisione. Al documentario è seguito il libro, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 208 pagg.), in cui si passa dalla denuncia alle proposte di strumenti per essere consapevoli di ciò che guardiamo in tv.
Per Avoicomunicare le abbiamo chiesto di commentare la trasformazione che anche lo sport sta vivendo: la tv vuole certo grandi atlete ma che siano anche belle, prorompenti, sexy. Non solo atlete ma donne-immagine.

Ucraine tristi. Per colpa dell'Italia

La sindrome delle badantiConosciamo il loro nome di battesimo (quello vero? Chissà). Il numero di telefono presso cui rintracciarle, per chiedere loro di passare anche in farmacia o a fare la spesa, o di fermarsi qualche ora in più. Del resto non conosciamo niente, a malapena sappiamo da dove realmente arrivino (Ucraina? Romania? Dopotutto non è più o meno la stessa cosa?). E mentre il nostro è diventato nemmeno troppo lentamente un paese di vecchi, le badanti che si prendono cura di loro sono aumentate. Definite assistenti familiari (e d’altronde sono delle vere risorse in famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano e non hanno tempo e possibilità di occuparsi dei genitori), in Italia la loro presenza è ormai oltre il milione. Dati relativi, se pensiamo che molte di loro lavorano in nero, senza un contratto che ne regolarizzi la presenza e i diritti.
Affidiamo loro le chiavi di casa, ma cosa sappiamo della loro vita, di quello che cercano, di come sono arrivate qui e soprattutto di cosa hanno lasciato?

“Si tratta di donne che nei loro paesi hanno aspettative di stipendio molto basse, pur essendo nella maggior parte dei casi laureate”, spiega Francesco Vietti, dottorando in Migrazioni e processi interculturali presso l’Università di Torino e autore de Il Paese della badanti (Meltemi editore). Una ricerca che lo ha portato fino a Pirlita, piccolo villaggio natale di Nadia, insegnante con una laurea alle spalle e il sogno sfumato di una carriera universitaria. “Nadia ha lasciato casa sua, i figli, il marito. Per lavorare in Italia. Quello che ho potuto osservare da vicino è cosa succede in un paese in cui le donne partono per lavoro. Nascono nuove necessità, dei veri e proprio processi di ristrutturazione sociale proprio in funzione di queste partenze”.

Le donne partono, mandando a casa molti soldi in rimesse e bilanciando con questo denaro una situazione che non sempre è facile gestire. “Pensiamo ai figli di queste madri transnazionali. Hanno i giocattoli più belli, diventano dei leader perché riescono a ottenere prodotti che gli altri bambini sognano. Ma al tempo stesso vivono con le madri un rapporto fatto di email e telefonate, in cui il più delle volte si accantonano le questioni sentimentali e vengono fatte delle precise richieste economiche”. Facendo sentire queste donne dei bancomat, e aumentando il doppio senso di alienazione che provano: lontane e non comprese nel contesto da cui provengono ma anche in quello in cui lavorano. “Le famiglie diventano allargate, nei paesi si cerca di venirsi incontro perché l’assenza delle donne non destabilizzi del tutto gli equilibri. E non sempre le donne che hanno scelto di emigrare vengono capite e appoggiate socialmente”. Le suocere e le madri, appartenenti a un’altra generazione, biasimano la loro scelta, giudicandola come una fuga.

“Ogni migrante in partenza o appena arrivata in Italia dichiara di volerci restare poco per guadagnare e poter migliorare le condizioni della sua famiglia. Poi però le esigenze mutano, crescono i bisogni di figli e mariti lasciati a casa. E molte di loro, più che pensare al ricongiungimento familiare, si legano a nuovi affetti”. Forse anche per non soffrire di solitudine. O per non ammalarsi della cosiddetta Sindrome Italiana. “Una forma di depressione di cui si parla molto nei media dell’est europeo. Uno stato d’animo che viene enfatizzato dalla clausura nelle case in cui si lavora, dalla difficoltà a creare dei rapporti con la gente del posto, dall’autoghettizzazione”.

Dequalificate professionalmente, non messe nella condizione di integrarsi perfettamente, sognano una vita migliore e qualcuno a cui raccontarlo. Si ritrovano nelle piazze e sulle panchine, unici posti in cui incontrarsi con le connazionali per chiacchierare e far passare il tempo. Le cosiddette piazze delle badanti, individuabili ormai in ogni città italiana. E uniche occasioni in cui queste donne, invisibili per la stessa natura della loro condizione e del loro lavoro, si diventano persone.

Foto di Polafol

Yalla Italia, un giornale contro gli stereotipi

Yalla ItaliaC’è una via a Milano che la dice lunga su come i nostri sterotipi sull’altro, sullo straniero, sul musulmano debbano cambiare definitivamente. E’ via Quaranta dove, l’una di fronte all’altra, stanno l’entrata della Moschea e quella della redazione di Yalla Italia. Questo il nome della rivista, al suo secondo anno di vita, messa in piedi dal settimanale Vita come inserto ideato da Martino Pillitteri e Paolo Branca, docente di lingua araba alla Cattolica.

“Sono giovani capaci d’ascoltare e desiderosi di comunicare” spiega Branca. “Arabi e italiani, uguali e diversi; e anche se si trovano nello stesso paese, ciascuno lo rappresenta a modo proprio. Non rispondono a un modello predefinito e non si lasciano ingabbiare da sbrigative definizioni, perché sono liberi e reali con le contraddizioni sane di giovani qualsiasi”. Sono ragazzi della “2G”, cioè della seconda generazione, tutti poco più che ventenni e quasi tutti i collaboratori sono donne: venti su ventitré. Ed è questo uno dei primi obiettivi della redazione, ribaltare i luoghi comuni e perché no, cominciando già dalla sua composizione di genere.

Lontano da un atteggiamento vittimistico o radicale, in un momento in cui per i giovani musulmani è alto il rischio e la tentazione di cadere in forme di chiusura, questi ragazzi presentano la vera alternativa: non assimilazione, ma integrazione e condivisione di problemi e interessi comuni, guardati dall’originale prospettiva di chi vive il processo di integrazione. Il mix delle culture diviene un occhio originale e ironico per raccontare con passione di burkini (burka e bikini), di jeans e hijab, di sesso, di coppie miste, di letteratura, cronaca, attualità e di tabù.

“Nasce in noi” dice una delle “yalla girls” come ironicamente si definiscono, “giovani in bilico tra appartenenza ed estraneità, il desiderio di esprimerci e di far capire che siamo a tutti gli effetti italiani e che colore della pelle, idiomi e usi diversi non sono simboli di pericolo, ma segni di diversità che può e deve arricchirci.”
Il successo di questo prodotto editoriale, d’altra parte, è destinato a diffondersi ulteriormente e non solo a Milano; già il New York Times e l’Herald Tribune si sono occupati di Yalla Italia, salutandolo come una grande e nuova risorsa per il nostro paese.

Yalla Italia, che in arabo significa Forza Italia, lontano da ogni implicazione politica, sembra essere un invito rivolto a tutti noi e come Paolo Branca suggerisce “questo potrebbe essere il primo passo, affinché i problemi tornino ad essere questioni che si affrontano insieme a vantaggio di tutti e non per l’alibi delle nostre inadempienze.”

Quello che la biodiversità insegnò a Darwin

Foto dall'album Flickr di Colin PurringtonTra pochi giorni si aprirà la settimana della biodiversità. Sara Capogrossi Colognesi (autrice di Evoluzione) spiega le ragioni per cui se Charles Darwin non avesse ragionato sulla biodiversità non avrebbe compreso il funzionamento dell’evoluzione.

Si può dire che è grazie alla biodiversità se oggi sappiamo come funziona l’evoluzione. Charles Darwin, infatti, formulò una teoria convincente sull’origine e il cambiamento delle specie viventi proprio osservando l’incredibile varietà di forme che incontrò nel corso del suo straordinario viaggio intorno al mondo.
Imbarcatosi come naturalista di bordo sul brigantino Beagle, il giovane studioso visitò in lungo e in largo le coste del Sud America, dove poté osservare piante e animali mai visti prima. Dall’analisi e dal confronto di questa biodiversità straordinaria nasce l’idea che esista un collegamento tra le varie specie.
Già i fossili possono raccontarci molto a questo proposito. Darwin raccoglie reperti di animali ormai estinti: come per esempio quei grandi esseri ricoperti da armature simili a enormi armadilli. Procedendo verso sud lungo le coste del Brasile e dell’Argentina, questo genere di osservazioni indica al naturalista inglese che animali molto simili, eppure diversi, sembrano essersi sostituiti l’un l’altro nello spazio e nel tempo.
Ma è alle isole Galapagos che la natura si offre nella sua più rigogliosa e multiforme presentazione. In quell’arcipelago formato da una miriade di piccole isole, a migliaia di chilometri dalla terraferma, Darwin annota sui suoi taccuini le osservazioni su testuggini, fringuelli, lucertole. Colleziona esemplari che si differenziano per la forma del guscio, o la lunghezza del becco. Impara a riconoscere l’isola di provenienza di ogni testuggine dalla semplice osservazione dell’animale. Anche per i fringuelli vale la stessa regola: in ogni isola è individuabile una caratteristica distintiva della specie.
Tornato in patria medita a lungo sulle osservazioni compiute e sull’opportunità di divulgare le proprie ipotesi. Nel frattempo anche altri studiosi stanno viaggiando alla scoperta e alla raccolta di nuove specie. Tra questi, Alfred Wallace, che prima in Brasile e poi nell’arcipelago Malese ha l’occasione di compiere osservazioni simili a quelle di Darwin e a giungere a simili conclusioni.
L’idea che le specie possano cambiare nel tempo non è del tutto nuova. Immergersi in una natura pressoché incontaminata, avere la possibilità di confrontare un’enorme varietà di forme viventi ha però permesso di intuire il meccanismo della selezione naturale, motore fondamentale dell’evoluzione. E’ grazie alla robustezza di una simile teoria che nella seconda metà dell’Ottocento il mondo (e non solo quello scientifico) comincia ad aprirsi all’idea che la biodiversità presente sul nostro pianeta non sia il prodotto stabile e perfetto di un disegno divino, ma invece quello di un processo evolutivo in continuo divenire, di cui ogni essere vivente fa parte (uomo compreso).

Mar, 11/05/2010 - 14:03 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Palestinesi e curdi, i nuovi bronzi di Riace

Guarda la gallery - Foto di Marika Surace

Il cartello all'entrata di Riace RIACE (RC) - Si parte dal mare, e dopo qualche chilometro di curve in mezzo ai campi si arriva direttamente nella piazza principale del paese. Quella dove nello stesso edificio ci sono il comune e la polizia municipale, e di fronte un parco con qualche panchina all’ombra dove il sindaco di Riace, Domenico Lucano, ci ha chiesto di aspettarlo. E’ in ritardo, ma era prevedibile. Se a prima vista il paesino calabrese sembra un sonnolento borgo abitato solo da anziani, basta girarlo anche solo per un’ora insieme al suo primo cittadino per rendersi conto di come qui succeda qualcosa che difficilmente si può spiegare a parole. La sensazione è quella di una famiglia molto allargata, dove tutti sanno quello che succede agli altri, e se ne preoccupano pure. Niente di strano, in un paesino di neanche due migliaia di abitanti. Solo che qui è facile che “l’altro” sia il tuo vicino palestinese, e che a preoccuparsi sia la famiglia di somali che vive alla porta accanto. E che, a dare una mano a tutti, sia questo sindaco indaffarato e con un telefono che non smette mai di squillare. E a cui lui non smette mai di rispondere.

Nel 1998 Lucano non è ancora sindaco, ma mentre è sulla sua macchina sulla statale della costa ionica che porta a Riace si accorge che in mare c’è qualcosa. E non sono altri bronzi a spuntare dalle acque, bensì persone vere, stremate, uomini, donne e bambini con la disperazione negli occhi. Trecento curdi, a cui il futuro sindaco cerca subito di trovare un pasto caldo e una temporanea accoglienza. Da allora lui è Mimmo dei curdi. E Riace (insiema ai due paesi vicini Stignano e Caulonia) è diventato un modello d’accoglienza senza precedenti in Italia. Perché dopo i curdi sono arrivati i somali, i nigeriani, i palestinesi. E paesi anziani da cui i giovani sono scappati verso le università e i lavori del Nord sono tornati a rivivere. “Abbiamo trasformato un’emergenza in opportunità. Oggi Riace è più bella e più ricca grazie ai suoi nuovi cittadini. Che hanno la pelle dello stesso colore dei Bronzi, quelli che sono stati trovati qui ma ora stanno nel Museo di Reggio Calabria”.

La storia è così particolare che ha ispirato anche Wim Wenders. Che ci ha fatto un film di 32 minuti, Il Volo, con Ben Gazzarra e Luca Zingaretti, e molti abitanti di Riace che recitano nel ruolo di se stessi.

Il racconto di Lucano viene interrotto continuamente. Prima si occupa di Said, uno dei palestinesi più anziani arrivato qui lo scorso dicembre insieme a 180 connazionali che hanno lo status di rifugiati. “Ha il cuore debole, ma non è niente di grave, il dottore si sta già occupando di lui” spiega il sindaco agli altri palestinesi radunatisi attorno all’ambulanza. Poi è il turno di una famiglia di rom bosniaci a cui serve l’allacciamento del gas. “Ce li hanno mandati dal comune di Udine, dopo una telefonata frettolosa in cui ci hanno chiesto se c’era posto per loro. Sono arrivati così, in treno, senza soldi e documenti. Ma una casa c’è per tutti”. Siamo a solo 60 km da Rosarno, e il confronto con le condizioni degli immigrati che vivono sulla costa tirrenica è obbligatorio. Da questa parte della Calabria il vecchio paese assopito si è risvegliato con l’arrivo della popolazione multietnica. Le case diroccate sono state ristrutturate, vecchie botteghe artigiane hanno ricominciato a vivere. L’associazione Città Futura – Don Giovanni Puglisi fondata dal sindaco dà lavoro a 45 operatori locali della mediazione che fanno sì che tutto proceda al meglio: la gestione del doposcuola dei bambini stranieri (grazie a loro le classi delle elementari si sono ripopolate), la ricerca di un lavoro, l’ideazione dei progetti. Un esempio di politiche di integrazione e accoglienza, anche grazie a una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’UNHCR.

Su una popolazione residente di circa 1700 abitanti, 300 sono stranieri. E, in contrasto con le statistiche nazionali, gli indicatori demografici sono in crescita e le nascite superano i decessi.

Il progetto Resettlement che avrà luogo a Riace è il primo in Europa, e ha permesso di far arrivare qui i rifugiati palestinesi nel dicembre 2009, tutti provenienti dal campo di Al Tanf, tra Siria e Iraq. Rimarranno qui per due anni, ma dopo? “Stiamo cercando di far sì che i progetti siano così validi da poter chiedere una proroga. Molti hanno trovato lavoro nelle officine meccaniche, nel settore edile, in un’azienda di floricoltura, nel turismo solidale”. Ma il dubbio sul destino di queste persone resta grande. L’integrazione è una bella cosa, ma avere un lavoro sicuro che permetta un giorno di ottenere la cittadinanza sembra un’utopia. Qui a Riace non si scoraggiano, e le porte rimangono aperte a chi ha bisogno. Peccato che, per ora, tutto questo sia solo un’eccezione.

La bici fa ridere, parola di blog star

Giornata Internazionale Bicicletta"La bicicletta è un mezzo molto economico, che si può usare in molti modi diversi. Per divertimento, per andare al lavoro, per fare esercizio fisico, andare a fare la spesa o andare a trovare gli amici. Non c’è bisogno di prenotare con largo anticipo o pagare cifre costose: la prendi e vai, e sai immediatamente che sarà uno spasso".

Eben Weiss è un divertente (e divertito) 36enne che non ha fatto altro, negli ultimi tre anni, che dichiarare un amore appassionato, intenso e senza compromessi per la bicicletta e tutto il mondo che gira attorno alle due ruote. Lo ha fatto da un blog seguitissimo, BykeSnobNYC, che è diventato un vero punto di riferimento per chiunque desiderasse cimentarsi con quello che, lungi dall’essere solo uno sport, è ormai più uno stile di vita. Eben vive a Brooklyn, nella sua precedente vita faceva l’editore e fino a qualche mese fa scriveva sul blog in forma anonima, diventando un vero fenomeno del web. Poi ha deciso di scrivere un libro e due prestigiosi quotidiani come il New York Times e il Wall Street Journal hanno fatto a gara per intervistarlo per primi. Nel suo BykeSnob – Manifesto per un nuovo ordine universale della bicicletta (Edizioni Elliot, 200 pagg., in uscita in Italia a fine maggio) Weiss riassume il suo credo da purista delle due ruote, componendo un manuale completo e dettagliato per ciclisti principianti e professionisti, dall’evoluzione dei modelli di bicicletta all’etichetta da rispettare in strada. Il tutto con un entusiasmo e un’ironia contagiosi. Avoicomunicare lo ha sentito in occasione della Giornata Internazionale della bicicletta.

Il blog e il libro sono sicuramente una dichiarazione d’amore per la bicicletta. Ma allo stesso tempo si prendono gioco di tutti i luoghi comuni sui ciclisti. Qual è stata la sua idea di partenza?

Sicuramente l’enorme gioia che la bicicletta ha portato nella mia vita. E non parlo solo del piacere di muoversi in città velocemente e in maniera del tutto gratuita. Ma anche della dedizione che è giusto avere nei confronti di un mezzo di trasporto che ci dà tanto e chiede così poco. Certo, frequentando questo mondo mi sono accorto che ha anche lati profondamente comici, che molti ciclisti “della domenica” affrontano la giornata in bici con troppa serietà e che, soprattutto, sono pieni di paure. Tanto da andarsene in giro come se fossero in guerra, pieni di corazze e protezioni a volte superflue.

Sogna un mondo pieno di bici e senza più macchine?

Intendiamoci. So bene che le automobili sono dei mezzi utilissimi. Però è vero anche che non usiamo le biciclette quanto potremmo. Se un giorno ci renderemo conto di questo, le strade delle nostre città saranno posti più piacevoli da vivere.

Pro e contro dell’andare in giro in bicicletta.

Il vantaggio è che, anche se non lo fai per l’ambiente, alla fine ti diverti con un mezzo che è economico, pulito e salutare. E direi che poche cose nella vita sono al tempo stesso divertenti e salutari, no? Purtroppo è vero che ci sono molte persone che non rispettano affatto la bici come mezzo con cui muoversi in città, e che molte strade non sono progettate per muoversi in bicicletta. Ma questo, per fortuna, sta cambiando.

Lei è davvero famoso in rete. E’ vero che Lance Armstrong l’ha contattata su Twitter per proporle di fare un giro insieme?

Sì, è verissimo. E chiaramente è stato un onore e un piacere. Ma a me fa sempre piacere quando a qualcuno piacciono i miei scritti e ha voglia di contattarmi. Non importa se si tratta di gente famosa o meno.

Foto di Pixietart

Man on the river: intervista a Giacomo De Stefano

Man on the river

Da Londra ad Istanbul lungo i fiumi europei: Giacomo De Stefano, "The Man on the River", il 15 aprile darà il via a questo viaggio. Una barca lo porterà lungo i 5200 Km di fiumi navigabili, attraverso 15 Paesi. Senza strumenti di navigazione, ma orientandosi solo con le stelle, Giacomo sarà in pieno contatto con la natura e con le culture che incontrerà lungo il suo percorso.

Avoicomunicare l'ha incontrato al Lago Store, una delle tappe del tour di presentazione del suo progetto e l'abbiamo intervistato, per capire le motivazioni della sua scelta.

Fa' la cosa giusta! 2010

Fa' la cosa giusta 2010

Avoicomunicare in questi anni si è sempre concentrata sul mondo che si riconosce nella definizione di “Economia Solidale”: un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità.
Sempre più realtà produttive, infatti, intraprendono un percorso di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale e, al contempo, cresce il numero di cittadini consapevoli dell’importanza e della forza che risiede nella loro capacità di partecipazione diretta e nelle loro scelte di acquisto.
Per questi motivi, Terre di Mezzo ha dato vita a “Fa’ la cosa giusta!”, un evento che si propone di diffondere sul territorio nazionale le “buone pratiche” di consumo e produzione, dando vita a eventi in grado di comunicare i valori di riferimento dell’Economia Solidale e valorizzare le specificità e eccellenze del territorio, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale.
L'edizione 2010 inizia oggi e proseguirà nel weekend presso la fieramilanocity - pad. 1 e 2 - Porta Scarampo 14 Viale Scarampo, Milano.
Avoicomunicare seguirà la maratona ecosostenibile per voi, cercando di raccontarvi il clima che si respira in questo grande evento green milanese con foto, post e descrizione degli incontri e degli appuntamenti più interessanti.

Iniziamo a segnalarvi i seguenti.

Sabato 13:

  • Occhio allo spreco: consumare meno e vivere meglio (presentazione del libro)
  • I nuovi mestieri dell'economia verde (incontro con l'autrice del libro "Guida ai green jobs")
  • Green Life: costruire città sostenibili (incontro della serie energy day con gli autori del libro "guida alla vita nelle città di domani")
  • L'energia verde che ho in mente - come risparmiare denaro e tutelare l'ambiente (presentazione del libro di Altraeconomia)
  • Proposte di intervento per una gestione sostenibile dell'acqua
  • "Come ci muoveremo nei prossimi 50 anni?" - incontro con l'autore del libro "l'auto che sarà" e con Marco Menichetti di Legambiente.
  • "Spegni lo spreco accendi lo sviluppo" 
  • Current presenta "Greensaver"

Domenica 14:

  • L'energia felice dalla politica alla biosfera per sfatare il mito dell'energia nucleare.
  • Moda critica e micro economie: cosa significa sostenibilità - panel con sociologi e ricercatori
  • L'energia da fonti rinnovabili in Italia - incontro con le associazioni dei produttori e dei consumatori
  • Sovranità alimentare: un'alleanza possibile tra produttori e consumatori

Ci saranno ovviamente tantissimi altri appuntamenti, ben centocinquanta in tre giorni. Tante sale e tanti luoghi per incontrare i protagonisti dell'economia solidale, ma anche assistere a presentazioni letterarie e spettacoli teatrali. Cercheremo di seguire tutto per voi, intanto se volete partecipare su questo sito trovate il programma culturale completo.

Avoicomunicare “va” a Copenhagen!

Avoicomunicare va a Copenhagen!

In questi giorni stiamo seguendo con grande interesse la Conferenza di Copenhagen sul cambiamento climatico (COP15). E da oggi la seguiamo veramente da vicino, collaborando con una blogger, Antonella Napolitano, che sarà per noi nella capitale danese alcuni giorni e realizzerà post e videointerviste. Antonella condivide i temi che affrontiamo su Avoicomunicare e soprattutto la convinzione che la Rete è - e dovrà essere sempre più - parte attiva nella ricerca di soluzioni attraverso dialogo, confronto, informazione.
Nel post seguente, Antonella si presenta:

Il vertice di Copenaghen è iniziato da tre giorni calamitando l'attenzione di tutto il mondo su quello che potrebbe essere un punto di svolta cruciale per l'intero pianeta.

Sono moltissimi i canali informativi ufficiali e non, la copertura informativa dei giornali è enorme: sono stati accreditati circa 1400 giornalisti, il più grande avvenimento mediatico mai avvenuto in Danimarca. Ma fondamentale è anche lo sforzo fatto da associazioni, organizzazioni e cittadini di tutto il mondo per organizzare mostre e manifestazioni per dimostrare l'importanza di un tema di impatto forse meno immediato, ma che riguarda tutti gli abitanti del pianeta.
E così abbiamo deciso di raccontare COP15 in modo diverso, prendendo parte a qualcuno di questi eventi e parlando con i partecipanti per capire l'impatto del summit sulle singole persone... ma a proposito di persone, prima, forse, dovrei presentarmi.

Mi chiamo Antonella Napolitano e frequento la Rete con il nickname svaroschi (anche su twitter) da... beh, da quando ho convinto il mio professore di giornalismo che una tesi sull'impatto sociale dei blog (allora, considerati uno “strano oggetto”) poteva essere una buona idea. Da allora sono passati sei anni, molti sguardi scettici e tanti viaggi, anche nel tentativo di capire come si potesse cambiare un pezzetto di mondo grazie alla tecnologia e all'uso che se ne può fare.
Questo mio interesse si riflette nei due “lati” del mio lavoro, politico e sociale: da un lato lo studio e la pratica dei social media e di come possano essere usati dalla politica per comunicare con i cittadini, dall'altro i modi e le pratiche con cui i cittadini possono organizzarsi e partecipare attivamente alla vita pubblica (attività che svolgo grazie all'associazione Micromacchina e al progetto La città dei cittadini).
Quello che sta avvenendo intorno a COP15 non ha precedenti in termini di possibilità di partecipazione e varietà di iniziative di gruppi internazionali, attivisti e cittadini in contemporanea alle riunioni delle potenze mondiali. Si tratta di un'occasione importante che va raccontata in tutta la sua ricchezza.
Per questo motivo ho accettato con molto piacere di essere l'inviato di Avoicomunicare a Copenaghen nei prossimi giorni: da oggi sarò nella capitale danese per raccontare eventi e manifestazioni sia attraverso video e post, sia attraverso un po' di cronaca in tempo reale su twitter e facebook (troverete i miei aggiornamenti preceduti dal mio nickname svaroschi).

Che altro dire? Spero di ricevere feedback e – perché no – segnalazioni interessanti da tutti voi!

Leggi tutti i racconti di Antonella da Copenahgen

Foto di fmc.nikon.d40

Un anno insieme

Oggi avoicomunicare festeggia il suo primo compleanno.
Eh sì, è già passato un anno da quando abbiamo proposto il testo integrale di Gandhi, iniziando insieme un proficuo dialogo prima sulla pace e l’integrazione, poi sull’ambiente e la sua salvaguardia. E’ stato un anno ricco d’interventi, di discussioni, di confronti positivi e costruttivi. avoicomunicare prosegue nel cammino, crescendo grazie alla partecipazione di tutti.
Lascia nei commenti i tuoi auguri, come hanno già fatto molti degli ospiti che sono intervenuti nei mesi scorsi.
Buon compleanno AVC!

Mar, 01/09/2009 - 13:30 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

A voi scegliere

Avoicomunicare diventa sempre di più il tuo luogo di dialogo, lo spazio dove puoi condividere opinioni e confrontarti su tematiche di tuo interesse.
Per questo ora ti invita a scegliere gli argomenti di cui parlare nei dibattiti futuri.

Partecipa al sondaggio, votando o anche semplicemente commentando il tema che preferisci.

La vera novità, però, è la possibilità di proporre un tuo argomento che entrerà a far parte di quelli già esistenti all’interno del sondaggio e potrà a sua volta essere scelto e votato dagli altri utenti.

La scelta è tua, perché su Avoicomunicare il protagonista sei tu.

A te la parola.

Mio figlio disabile: una persona speciale che ha diritto a una vita normale

Sono madre di un bambino disabile. Forse solo chi vive in prima persona quest’esperienza può veramente capire il suo più profondo significato.

Ci sono tanti tipi di disabilità: psichica, fisica, congenita, acquisita. E tanti sono i disabili, per genere, classe, età. Con una caratteristica comune: ognuno di loro è una persona.

Mi piace fare riferimento a “Storia degli Autismi”, un libro toccante scritto dai coniugi Brauner che hanno dedicato la propria vita ad aiutare bambini reduci da guerre e affetti da gravi disabilità.

Nello scrivere questo libro “forte” hanno cercato nelle tradizioni popolari le tracce di quelli che erano i bambini disabili vissuti secoli fa. Considerati cattivi, indemoniati, pazzi, venivano maltrattati e abbandonati a loro stessi o a morte certa. D’altronde, da Sparta al Nazismo, la Storia è un susseguirsi di maltrattamenti verso i “diversi”.

Per fortuna qualcosa è cambiato.
Da quando ho scoperto che nome avesse la patologia di cui soffre mio figlio ho conosciuto tante persone affette dalle più varie forme di disabilità e non posso che essere felice di vivere in quest’epoca in cui si sono affermati dei concetti fondamentali: la consapevolezza dell’esistenza della disabilità e del disabile e i tentativi di integrare socialmente i soggetti con handicap.

C’è ancora tantissimo da fare.

Si è scritto tanto sulla necessità di abbattere le barriere ma la vere “barriere” che impediscono l’integrazione sociale e lavorativa non sono solo quelle architettoniche e fisiche.
Sono barriere l’ottusità e l’arretratezza culturale di chi considera le persone con handicap dei soggetti senza diritti, delle persone che non possono dare nulla alla comunità e altrettanto devono ricevere.
Molti provano pena per un disabile, ma nulla di più.

Non importa se quella persona in carrozzina non può uscire ”Tanto ormai... stia a casa!”
Non importa se un bambino con ritardo mentale non riesca a studiare e integrarsi nella scuola “Tanto, poverino, cosa si può pretendere da uno così?”.

Fortunatamente non tutti siamo uguali ed esistono tante persone che dedicano le proprie risorse al bene altrui. Alcuni vi dedicano la vita.
Conosco medici che per il benessere dei loro pazienti fanno tutto quanto in loro potere e anche di più, conosco insegnanti, educatori, assistenti sociali che dedicano più del tempo che gli sarebbe chiesto per raggiungere lo stesso scopo.

Abbattere una barriera come l’ignoranza o come l’insensibilità, sarebbe una delle strade più proficue da percorrere.

Vorrei concludere con un pensiero particolare e un bacio a mio figlio, che io definisco un bambino “speciale“ e che è la mia grande e vera ragione di vita.

Maria Lucia Meloni

I diritti dei più deboli: donne, bambini, anziani, emarginati

La violenza di genere: la violenza su donne e bambini, su chi è indifeso. Una violenza che è ritenuta una violazione dei diritti umani.
Oggi sono proprio i più deboli che subiscono soprusi, gli stessi che vengono meno tutelati dalle leggi.

Da diverse ricerche emerge che la violenza di genere si esprime su donne e minori in vari modi e in tutti i Paesi del mondo La violenza può nascere tra le mura domestiche, in ambito familiare oppure nei luoghi pubblici, di lavoro.

Le vittime sono principalmente donne e bambini proprio perché considerati più fragili e inermi e i tipi di violenza sono di diversa natura: violenza sessuale, fisica, economica, verbale e psicologica.

In Italia la violenza di genere è diventata tema e dibattito pubblico solo da una ventina di anni, ma è subito evidente che il problema fondamentale è la mancanza di politiche di contrasto, di sensibilizzazione e di prevenzione.

Gli abusi verso donne e bambini hanno delle conseguenze spesso tragiche, bisogna quindi impegnarsi per creare delle misure atte a ostacolare il verificarsi di questi episodi.

Lo Stato dovrebbe muoversi per tutelare le vittime di questi avvenimenti, innanzitutto dovrebbe insistere sulla prevenzione, per fare in modo che queste tragedie non avvengano. Nei casi in cui le misure preventive non fossero sufficienti, bisogna offrire a donne e bambini la giusta assistenza psicologica e un’adeguata protezione.

Molte delle vittime non accusano il loro aggressore per paura, per impossibilità di essere autonome e indipendenti.

Dovremmo renderci conto che sempre più spesso le violenze accadono perché le vittime non sanno come uscirne, come difendersi, quali alternative intraprendere.
La colpa è delle politiche di tutela inesistenti. L’aggressore, dopo aver commesso il reato, può continuare ad abitare nelle vicinanze della vittima creando in quest’ultima un forte senso di insicurezza e paura perché a rischio ritorsioni.
Le donne e i bambini, dopo aver denunciato violenza e abusi, vengono abbandonati a se stessi e così preferiscono scappare, nascondersi, tacere per non dover affrontare tutto da soli.

In una società che non garantisce i diritti umani e la sicurezza dei suoi cittadini non ci può essere libertà e giustizia.

 

Sara Grillo