In Italia le spettacolari immagini della nave semisommersa, così come le questioni riguardanti le responsabilità di Costa Crociere e del Capitano Schettino hanno monopolizzato l'attenzione del pubblico. Nelle Filippine si festeggiano quelli che vengono considerati dei veri e propri eroi grazie al video girato da un membro dell'equipaggio.
E' bastato un video per trasformare un manipolo di Overseas Filipino Workers in veri e propri eroi. Si tratta dei quasi 300 membri di origine filippina dell'equipaggio della Costa Concordia, che sono arrivati giovedì scorso a Manila sprovvisti di bagagli ed effetti personali, ma con un filmato che ha fatto il giro del web, a testimonianza dell'impegno e dello sprezzo del pericolo di questi lavoratori. A girare il filmato è stato Reyson Cartago, cuoco della nave.
Si tratta di immagini drammatiche e piene di umanità e di bayanihan, termine filippino che indica uno spirito di comunità nell'affrontare problemi e difficoltà. Alcuni tra i momenti salienti del video mostrano i colleghi di Cartago, lavapiatti, cuochi e camerieri, correre in giro per la nave alla ricerca di sopravvissuti, aiutare un compagno ferito a camminare per portarsi in salvo e infine rassicurare i passeggeri prima dell'abbandono della nave: "Signora, deve saltare dalla nave - dice un membro dell'equipaggio - Qualunque cosa accada me ne assumo personalmente la responsabilità, perciò si fidi". All'arrivo in patria i lavoratori sono stati accolti da commozione e applausi, accompagnati dalle testimonianze dei passeggeri della nave: "Ci hanno aiutato i cuochi e i camerieri, filippini. Si sono legati insieme per farci arrivare alle scialuppe - dice un passeggero francese - è grazie a loro se siamo arrivati appena in tempo."
Gli eroi sono stati accolti dalle dichiarazioni della Magsaysay Maritime Corporation, responsabile dell'impiego dei marinai, i cui portavoce si sono dichiarati "orgogliosi dell'equipaggio"; e del Dipartimento degli Affari Esteri, che ha riconosciuto la "professionalità e il coraggio" degli uomini, congratulandosi con loro per aver mostrato il lato migliore dei marinai filippini nel mondo e dichiarandoli "ambasciatori naviganti", nelle parole del Presidente delle Filippine Benigno S. Aquino III.
Nell'emozione del ritorno, un uomo è diventato, suo malgrado, simbolo di tutti quegli aspetti dell'immigrazione spesso dimenticati: Rogelio Barcita, che è tornato nelle Filippine solo con la sua uniforme da cuoco e con due oggetti: un rosario di legno e un orso di peluche, destinato alla figlia di due anni.
Così, anche se l'attenzione dei media e del pubblico è giustamente concentrata sulle responsabilità e le conseguenze del terribile disastro, l'affaire Costa Concordia diventa per alcuni l'occasione per riflettere sul valore umano e professionale dei tanti immigrati, indispensabili protagonisti silenziosi del mondo del lavoro italiano, spesso venuti qui per garantire la possibilità di una vita dignitosa alle persone che amano.
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Dove andare per richiedere o rinnovare il permesso di soggiorno in Italia? Quali documenti servono e quali tasse c'è bisogno di pagare? Oggi vogliamo spiegarvi in poche parole i passi fondamentali per ottenere in maniera semplice e rapida il documento.
La necessità della richiesta o del rinnovo del permesso di soggiorno è una questione che interessa tutti gli stranieri residenti in Italia o che, per motivi di lavoro o altro, decidono di venire nel paese. Ecco passo dopo passo una breve guida capace di aiutare chiunque si trovi a doverlo ottenere.
Per quali motivi si può richiedere il permesso di soggiorno?
Un cittadino straniero in Italia può richiedere il permesso di soggiorno nel paese per i seguenti motivi:
Per qualunque motivazione non elencata tra queste c'è bisogno di una richiesta diretta presso la Questura.
Dove ritirare i moduli?
Per ritirare tutto il necessario per la richiesta del permesso di soggiorno per i motivi sopra elencati basta recarsi presso un qualunque ufficio postale che aderisca al progetto Sportello Amico. Lì è necessario farsi consegnare il kit apposito, che contiene tutte le istruzioni e i moduli da compilare. Ogni motivazione prevede la compilazione di specifici moduli e la presentazione di specifici documenti, sempre elencati e descritti nel kit stesso.
Per avere aiuto nella compilazione e presentazione dei moduli è possibile richiedere assistenza presso un patronato o presso il Comune laddove sia in atto il programma di sperimentazione apposito.
Al momento dell'invio l'Ufficio Postale provvederà a rilasciare una ricevuta che varrà come permesso di soggiorno provvisorio. Questa ricevuta è assolutamente necessaria e non va smarrita in alcun modo.
Al momento dell'appuntamento in Questura verrà comunicata la data di rilascio del permesso di soggiorno direttamente all'interessato.
Quanto costa il permesso di soggiorno? Quali tasse da pagare?
E' inoltre possibile seguire l'avanzamento della pratica di rilascio di permesso di soggiorno, utilizzando ID e password rilasciati dalle Poste.
800.309.309 (gratuito) Anci
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A sentire le notizie che arrivano in Italia sembrerebbe che la Romania sia sull'orlo della guerra civile a causa delle proteste di piazza scatenate dalle dimissioni del sottosegretario Raed Arafat. Abbiamo chiesto informazioni sulla situazione ad alcune fonti che conoscono bene la situazione romena. Ecco cosa abbiamo scoperto.
Cosa succede in Romania? Negli ultimi giorni le cronache italiane hanno parlato di grandi manifestazioni di piazza che hanno seguito le dimissioni del sottosegretario alla Sanità Raed Arafat. Nel corso della settimana tanti organi di informazione hanno parlato di rivolta e di profonda sfiducia nei confronti del governo di Traian Basescu, tanto a causa degli avvenimenti legati alla proposta di privatizzazione del sistema sanitario nazionale quanto alla situazione di grave crisi economica del paese.
Per saperne un po' di più abbiamo voluto chiedere direttamente a chi conosce la situazione: fonti giornalistiche romene in Italia di cui abbiamo piena e assoluta fiducia e che ci hanno raccontato un quadro della situazione leggermente differente da quanto apparso su web e giornali italiani.
13.000 manifestanti in tutto il paese per cinque giorni di dure proteste, e la situazione non accenna ancora a rientrare, nonostante il ritiro della riforma del sistema sanitario nazionale e il reintegro del sottosegretario Arafat. Tutto nasce da una proposta di legge approvata dall'attuale governo, che prevede la liberalizzazione dei servizi sanitari nel paese.
Una legge, dicono in molti in Romania, assolutamente necessaria. L'attuale legislazione, infatti, prevede un sistema assicurativo unico per l'accesso alle cure mediche, che ha portato a un grave stato di corruzione e disservizio in ospedali e pronto soccorsi. L'allarme non è nuovo (qui un articolo del Times datato 2009), e c'è chi ci ha raccontato di un vero e proprio tariffario che regola qualunque servizio in ambito ospedaliero, dal lavoro dei medici al cambio delle lenzuola: un sistema che si trova ormai prossimo al crollo e che aveva bisogno di riforme immediate.
Proprio per venire incontro a queste istanze la proposta di legge prevede una liberalizzazione dei servizi, non esattamente il passaggio da sanità pubblica a privatizzazione selvaggia, ma il tentativo di passare da un monopolio a un mercato più aperto e in grado di elargire un buon servizio alla popolazione.
Nodo della questione è il ruolo dello SMURD, il servizio di pronto intervento creato da Arafat nel 1990 sul modello europeo di pronto soccorso. Tale servizio nel corso del tempo ha contribuito a salvare moltissime vite, così come ad assicurare al sottosegretario una posizione privilegiata agli occhi del popolo e nel mondo politico. L'uomo infatti gode di grandissima popolarità tra i romeni e proprio questo ha portato alcuni a scendere in piazza alla notizia delle sue dimissioni.
All'alba dell'approvazione della proposta di legge, infatti, Arafat aveva criticato alcuni punti della riforma provocando la dura reazione di Basescu, che aveva condotto alle dimissioni del sottosegretario. A inasprire un quadro politico già teso ha contribuito l'informazione parziale fornita da alcuni canali televisivi, che hanno veicolato la notizia che l'attuale riforma avrebbe portato alla cessazione dello SMURD stesso, spingendo verso la piazza una parte della popolazione e veicolando all'estero l'idea di un preludio di guerra civile che non trova tuttavia conferma nei dati oggettivi.
Ad ancorare la situazione alla realtà rimangono tuttavia i dati numerici di cui parlavamo prima: 13.000 persone in piazza in tutto il paese, con picchi a Bucarest di 1600 persone difficilmente costituiscono una rivoluzione, come i media hanno voluto far credere.
Rimane grave la situazione del paese, che versa in una crisi economica gravissima a seguito del prestito di 20 miliardi di euro richiesto nel 2009 dall'attuale amministrazione, che ha reso necessarie misure di austerity, come il taglio del 25% gli stipendi degli impiegati pubblici e a un aumento consistente delle tasse.
Oggi, in Romania, a parità di costi con il resto dell'Europa (perlomeno nella capitale) uno stipendio medio raggiunge circa 500 euro, con pensioni che arrivano a 160 euro mensili. Condizioni difficilmente sostenibili per chiunque, peggiori di quelle che avevano portato alle manifestazioni in Grecia e in grado di creare una situazione costante di tensione sociale. Forse proprio per questo il Presidente Traian Basescu si è trovato costretto a fare un passo indietro, chiedendo al Primo Ministro Emil Boc il ritiro delle norme sulla Sanità e chiedendo il reintegro di Raed Arafat per venire incontro alla piazza, in quella che ha tutta l'aria di essere la vittoria di pochi a discapito di un popolo già in condizioni difficili.
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È dall'estate del 2011 che non si hanno notizie di circa cinquecento migranti tunisini arrivati in Italia. Il giornale tunisino Assabah lancia l'allarme: respinti e "condannati a morte"?
Le prime ricerche risalgono all'ottobre del 2011: a sparire misteriosamente erano stati oltre cinquecento migranti provenienti dalla Tunisia, partiti mesi prima e presumibilmente arrivati sulle coste italiane, a Lampedusa, prima che se ne perdessero le tracce in maniera definitiva. Al momento dello sbarco alcuni parenti li avevano visti al TG, nelle riprese degli sbarchi che si avvicendavano sui teleschermi italiani.
Il 10 gennaio il quotidiano tunisino "Assabah" riportava sotto i riflettori la questione degli scomparsi con un'accusa pesante e inquietante: secondo una ricostruzione, fortunatamente per ora priva di riscontri, un centinaio di migranti sarebbero arrivati in Italia per essere poi respinti e di fatto condannati a morte nel canale di Sicilia. Ora la voglia, il bisogno di sapere non è più solo quello dei familiari dei desaparecidos, ma è stato accolto da uomini e donne italiani che il 14 gennaio hanno organizzato diverse manifestazioni per sapere cosa ne sia stato di cinque barche stipate di ragazzi alla ricerca di una vita migliore.
A coordinare sforzi e manifestazioni è Rebecca Kraiem, rifugiata politica, in Italia da 23 anni, che ha sposato la causa dei dispersi chiedendo disperatamente informazioni e collaborazione dalle ambasciate tunisina in Italia, che tuttavia non si sono pronunciate al riguardo. Ma dove potrebbero essere gli scomparsi?
L'ipotesi più accreditata è che alcuni, purtroppo, siano stati vittime del duro viaggio in mare e siano morti. La sorte di coloro che sono riusciti arrivare in Italia, invece, sarebbe stata l'arrivo in un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione), dove potrebbero aver dichiarato generalità false per paura di un rimpatrio forzato. In questo caso per i parenti dei dispersi sarebbe possibile avere notizie e sicurezze se Italia e Tunisia riuscissero a organizzarsi per confrontare le impronte digitali dei ragazzi con quelle custodite nei CIE.
La vicenda sta anche attirando l'attenzione del mondo della politica, spingendo i deputati Livia Turco e Gianclaudio Bressa a presentare un'interrogazione al Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri: "Molti dei cinquecento - si legge nell'interrogazione - probabilmente, sono morti durante la traversata, ma sono, però, sicuramente numerosi quelli ancora vivi. (..) Il problema centrale è proprio l’assoluta assenza di informazioni, imputabile sia alle istituzioni italiane che, in misura sicuramente superiore, a quelle tunisine". E ancora sostengono che sia probabile che "i tunisini "spariti" siano trattenuti in alcuni Cie in Italia ma, dal momento che potrebbero aver fornito generalità fittizie rintracciarli è diventata un’impresa davvero ardua".
Come è possibile che in un paese come l'Italia si siano perse le tracce di centiania di persone?
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Tra qualche giorno si chiude il 2011, un anno intenso di eventi, personaggi e avvenimenti. Avoicomunicare vuole decidere insieme a voi lettori qual è stato il personaggio dell'anno, quello che si è più distinto nei due ambiti di cui ci occupiamo: ambiente e integrazione. Ecco le nomination!
Ogni anno ha i suoi protagonisti: uomini e donne che riescono a distinguersi per le proprie idee e attività, persone in grado di dare al mondo un piccolo grande contributo con iniziative e innovazioni.
Per il 2011 la redazione di avoicomunicare ha selezionato otto nomi un po' diversi dal solito: i nostri candidati vivono tutti in Italia, una scelta dettata dalla volontà di scoprire e mostrare le realtà più virtuose a livello locale, quella che più fanno la differenza nella vita di tutti i giorni per chi vive nel paese.
Imprenditoria sociale, sostenibilità, cinema, arte, sanità ospedaliera e giornalismo sono alcuni dei rami di appartenenza dei nostri protagonisti in un viaggio a 360° nel mondo di chi cerca ogni giorno di migliorare il proprio mondo.
Curiosi? Non aspettate oltre e scoprite le nomination per le categorie Ambiente e Sostenibilità e Cultura e Integrazione!
Perché la Marcia della Pace, un appuntamento che va avanti dal 1961 (50 anni, 19 edizioni in tutto), e che si tiene oggi 25 settembre lungo la distanza che separa Perugia e Assisi, non può che avere un impegno a 360 gradi, visto che coinvolge ogni anno centinaia di migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani. Dopotutto non si può parlare di pace quando ci sono tirannidi e soprusi. E mentre oggi si festeggia in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Pace dell'Onu, intesa come momento in cui, idealmente, l'invito al "Cessate il fuoco" diventa anche un modo per riflettere, informare ed educare alla legalità e al rispetto dei diritti umani, il popolo della pace si prepara con anticipo alla scarpinata di domenica.
Gambe in spalla e camminare, e certamente non per tenersi in forma. Perché la lunga strada per la pace richiede forza di volontà e determinazione. Soprattutto quando si cammina tutti insieme non solo contro la guerra, ma anche contro le morti bianche, le mafie, gli abusi sulle donne, gli anziani lasciati da soli. Ovvero tutte le situazioni di ingiustizia, violenza e illegalità che sono alla base della convivenza "incivile" dei popoli del mondo.
A cominciare dall'iniziativa "1000 giovani per la pace", una due giorni di seminari, incontri e laboratori che si terranno due giorni prima della marcia. E la voglia di pace ci dev'essere eccome se i giovani dai 14 ai 30 che parteciperanno alle giornate sono non mille ma ben quattromila. Provenienti da 114 città di tutte le regioni della penisola, ci saranno anche molti giovani del Mediterraneo che stanno lottando per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Verranno infatti dalla Siria, dall’Egitto, dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco e dal Sahara, dalla Turchia, dalla Palestina e da Israele, per dar vita a uno dei primi grandi incontri tra le due sponde del Mediterraneo dopo lo scoppio della primavera araba. L'appuntamento, a Bastia Umbra, dove i ragazzi si confronteranno tra loro e con degli esperti sui temi della politica, dell'uso dei nuovi media, sul ruolo della scuola, preparandosi mentalmente al 25 settembre, e dormendo e mangiando tutti insieme come in campeggio. Quest'anno, poi, l'occasione vede la partecipazione di nuovi protagonisti, geograficamente strategici nel dialogo globale per la pace.
Anche perché nel mondo i conflitti sono molti più di quelli di cui si sente parlare o si legge sui giornali, visto che non ci sono solo l'Afghanistan e la Libia, ma anche le persone che continuano a morire nel Corno d'Africa e nelle guerre civili in Thailandia, Cambogia, Colombia, per un totale di 31 guerre che fanno migliaia di morti ogni anno. Senza dimenticare la situazione mediorientale, che proprio in questi giorni è protagonista di una delle conferenze dell'Onu tra le più importanti degli ultimi anni, con la richiesta da parte della Palestina dello status giuridico di nazione. Istanza la cui accoglienza influenzerà moltissimo gli equilibri già precari di una zona ormai caldissima, che la guerra civile in Siria (con i massacri di Assad contro la sua stessa popolazione) ha reso ancora più instabili. Tanto che secondo un sondaggio pubblicato dalla BBC, i sostenitori della richiesta palestinese, nel mondo, sono moltissimi, e spesso non tanto perché sostengono direttamente l'Anp, quanto perché auspicano un ritorno della pace in quella zona del mondo.
Il sondaggio, realizzato dall'istituto GlobeScan, vede tra i più favorevoli al riconoscimento palestinese all'Onu gli egiziani, con il 90% dei consensi, contro il 9% di chi ha espresso parere contrario. A seguire i cinesi, con il 56% dei favorevoli e solo il 9% dei contrari. Di contro, i paesi in cui l'opposizione è più forte sono gli Stati Uniti (45% di contrari, 36% favorevoli), il Brasile (41% di sì e 26% di no), l'India (32% a favore, 25% contro). Nei tre paesi dell'Unione europea in cui è stato effettuato il sondaggio, i pareri favorevoli hanno avuto la meglio sui contrari: Francia (54% si sì, 20% di no), Germania (53% di sì, 28% di no), Regno Unito (53% di sì e 26% di no). Di sicuro ognuno avrà i suoi motivi, ma la pace è l'obiettivo di tutti. Perché non partire da lì?
Foto di Catarsi Onlus
"Non è un caso se perfino le istituzioni, a livello ufficiale, se ne sono accorte. E se il Governo, per il secondo anno consecutivo, ha dichiarato che esiste un'emergenza carcere. Una consapevolezza che arriva dopo anni in cui il problema carcerario rimane comunque insoluto". Non è rassegnato, ma sicuramente sconfortato sì, Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che da sempre si occupa delle condizioni di detenzione in Italia e cerca di avviare un dialogo concreto e costruttivo tra gli istituti penali e il mondo esterno.
Ma dopo l'ultimo tentato suicidio nel carcere di Bellizzi Irpino (Avellino), lo scorso 14 aprile, che porta a 60 il numero di tentativi dall'inizio dell'anno (senza contare i 18 suicidi in cella e i due di agenti di polizia penitenziaria), un po' gli occhi bisognerà pure aprirli. Sicuramente ci sarebbe molto su cui riflettere. "Proprio a cominciare dai suicidi", conferma Gonnella. "Ognuno è storia a sé, e non per forza sono tutti riconducibili alla situazione carceraria, ma spesso sono dovuti a problemi sociali e storie familiari pregresse. E, soprattutto, al fatto che persone con problemi psichiatrici sempre più spesso vengano rinchiuse in un istituto di detenzione, che per loro non può far niente, anzi".
Sicuramente è vero che negli ultimi dieci il carcere è cambiato molto: la sempre più bassa scolarizzazione dei detenuti, il numero di tossicodipendenti e di moltissimi provenienti da altri paesi che non parlano nemmeno l'italiano fanno sì che non sia tanto una questione di sovraffollamento, ma proprio di impossibilità, per gli istitui penitenziari, di svolgere rieducazione. I detenuti possono solo essere dei numeri, trattati da soggetti anonimi anche da chi si dovrebbe occupare di loro: psicologi, medici, educatori. "Come fanno i pochissimi operatori interni ad accorgersi se una persona sta male, se uno dei detenuti ha dei disagi, se i colloqui sono rarissimi, se a volte passano sei mesi tra una visita e l'altra? Non si tratta di puntare il dito contro gli educatori, anzi. È che proprio non possono farcela, sono pochissimi. E quelli che se ne vanno in pensione non vengono sostituiti".
Si è tornati a parlare di carcere dopo il suicidio di Carlo Saturno, 22 anni, detenuto nel carcere di Bari e deceduto lo scorso 7 aprile. "La situazione di Carlo è molto particolare. Si tratta di un ragazzo che era detenuto, prima, nel carcere minorile di Lecce. Il minorile ha questa particolarità:non solo non cè sovraffollamento, ma dovrebbe prevalere al suo interno l'aspetto pedagogico. E invece c'era una suadraccia di poliziotti che usava maniere forti e illegali, sevizie di ogni genere, al punto da portare gli altri operatori a chiedere un'inchiesta. I magistrati hanno chiesto un rinvio a giudizio, e il processo è in corso. Ebbene, Carlo era parte civile in questo processo, parte lesa contro questi nove agenti. Quando è finito nel carcere per adulti di Bari, qualcosa è successo. Il ragazzo stava bene, perché si è suicidato? Si parla di istigazione al suicidio, ma intanto lui è morto e non potrà testimoniare al processo". Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola ha parlato di nuovo caso Cucchi. E dopo l'audio con le istruzioni di pestaggio del carcere di Teramo, è giusto che una via giudiziaria venga seguita, fino in fondo.
Intervista a Mauro Palma sulla situazione carceraria in Italia.
Marìka Surace
Foto di Casey Serin
“Quando i problemi sono tali che tutti li possono vedere, vuol dire che ormai è tardi, non c'è più rimedio. I risultati e i cambiamenti si possono ottenere solo quando sono pochi quelli che riescono a prevedere i problemi futuri”. Carlo Rubbia cita Machiavelli e parla degli investimenti italiani
Nel campo dell'energia si investe pochissimo in innovazione e nella ricerca scientifica e nello sviluppo di nuove soluzioni, circa lo 0,1% delle cifre che fanno funzionare l'intero settore. “Se continuiamo così – spiega Rubbia – l'energia italiana rimarrà ferma”. Vediamo i problemi connessi all'ambiente e al nostro futuro, ma non facciamo abbastanza per studiare e produrre soluzioni.
All'assemblea nazionale degli attivisti del WWF (Foligno 16/17 aprile 2011) si parla, tra l'altro, di green economy e di come si possano rendere più sostenibili i nostri stili di vita.
Jim Leape, Direttore Generale di WWF International, percorre in questa intervista i temi principali del futuro prossimo. L'appuntamento più importante è Rio 2012, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dove i decisori politici hanno l'opportunità di segnare una svolta nelle scelte globali. “Quest'anno il WWF compie 50 anni – dice Leape – e in mezzo secolo siamo riusciti a fare la differenza in molte delle sfide più importanti sostenute dal pianeta”. Ma di strada da fare ce ne è ancora molta e le sfide future rimangono importanti e difficili. Ma non impossibili.
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Sono passati 25 anni dall'incidente ma il veleno di Chernobyl non è svanito e il pericolo della centrale dove avvenne l'incidente più grave nella storia del nucleare civile non può dirsi superato.
Secondo una recente ricerca di Greenpeace (trovate qui il pdf) in aree che allora risultarono interessate dalla contaminazione radioattiva, il latte, i funghi e prodotti ortofrutticoli contengono ancora oggi tracce elevate di Cesio 137, ben oltre il limite consentito dalle normative internazionali.
L'esplosione che la notte del 26 aprile 1986 ebbe luogo al reattore numero 4 della centrale ucraina, allora in Urss, rilasciò quantità di radiazioni centinaia di volte superiori a quelle relative alle bombe di Nagasaki e Hiroshima, provocando conseguenze che interessarono tutto il continente europeo. Ovviamente la zona colpita in maniera più grave e intensa dalle radiazioni era intorno alla centrale. In Ucraina, si legge nel rapporto di Greenpeace, 18.000 km quadrati di suoli agricoli sono stati contaminati e lo stesso si stima per il 40% dei boschi del paese, per un totale di 35.000 km quadrati. La contaminazione più importante riguardava il Cesio 137, una sostanza che dimezza la sua radioattività solo dopo 30 anni e che può entrare nella catena alimentare contaminando latte pesci e vari prodotti agricoli.
È un nemico invisibile che coltiva le sue insidie mentre la popolazione continua a vivere la sua vita normale, a mangiare la solita frutta e verdura, i pesci pescati nelle acque vicine a dove vivono.
Immediatamente dopo l'incidente dell'86 un'area pari a circa la metà del territorio italiano (quasi 150.000 km quadrati tra Bielorussia, Russia e Ucraina) risultò tanto contaminata da ricorrere all'evacuazione di circa 350mila persone che furono trasferite o dovettero abbandonare la zona contaminata.
Gli effetti dannosi dell'incidente non si fermano però all'agricoltura e all'inquinamento, ma hanno pesanti ricadute sul piano sanitario tanto che una ricerca condotta sempre da Greenpeace nel 2006, in occasione del ventesimo anniversario dell'incidente, stimò che “sulla base delle statistiche oncologiche nazionali della Bielorussia, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stati 270.000 di cui 93.000 letali”.
Intanto le autorità ucraine hanno interrotto i controlli che fino a due anni fa si svolgevano periodicamente per verificare la permanenza di Cesio137 e altre sostanze radioattive nelle zone interessate dalla catastrofe nucleare. Per questo, lo scorso marzo una squadra di Greenpeace ha raccolto campioni alimentari raccolti nelle zone di Rivnenska Oblast e Zhytomyrska Oblast, li ha analizzati e confrontato i risultati con altri campioni prelevati da aree intorno a Kiev. I risultati dicono che i campioni presi nelle zone più vicine alla centrale hanno fatto registrare livelli di contaminazione radioattiva superiori alla norma per diversi prodotti alimentari, in particolare il latte e altri prodotti caseari, funghi e ortaggi. “L'eredità di Chernobyl – scrive Greenpeace nel rapporto – non è ancora alle nostre spalle”, e non riguarda solamente la no entry area della centrale che è stata teatro della tragedia, ma ha ripercussioni molto più vaste che meritano di essere sotto controllo continuo.
Immagine di philippe leroyer
Alessandra Boletta ha conosciuto bene il mondo della ricerca americana, poi ha scelto l'Italia dove lavora a trovare una cura per il rene policistico presso il Dulbecco Telethon Institute. Le differenze? “Di certo negli Usa c'è un più forte senso dell'accountability” e cioè maggiore meritorcrazia e i meccanismi della responsabilità funzionano meglio.
La ricerca è più difficile per una donna? “È difficile per tutti – risponde – ma quello che è otto gli occhi di tutti è che gli studenti di dottorati e post dottorati che sono prevalentemente donne, e poi chio dirige i lavboratori sono prevalentemente uomini”. Negli Stati Uniti – conclude – il problema non è completamente risolto, ma c'è una maggiore intenzione di trovare concretamente una soluzione.
Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, ci spiega qual è l'oggetto della sua ricerca e di come i virus sono utilizzati, proprio come cavalli di Troia, per entrare dentro le cellule malate, rimpiazzare le informazioni genetiche sbagliate con delle informazioni corrette per guarire la malattia. Un tipo di medicina all'avanguardia che nasce per le malattie genetiche ma che, una volta messa a punto potrà essere utilizzata per innumerevoli situazioni più diffuse e comuni, come il cancro.
Storia di un ricercatore di eccellenza che conosce bene sia la ricerca degli Stati Uniti che l'Italia: “Entrambe hanno i loro pregi e i loro difetti – dice – in Italia grazie a Telethon ho trovato una nicchia di opportunità che non avrei incontrato altrove”
Tutto il settore industriale della green economy si è mobilitato, a dimostrazione che esiste un mondo imprenditoriale che punta sul futuro dell'energia pulita e che sta subendo un duro colpo dal decreto Romani.
“Gli incentivi andavano modificati, ma non così” spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. In tutto il mondo nessuno, dopo la Germania, ha installato tanta potenza fotovoltaica come l'Italia lo scorso anno, continua Silvestrini spiegando che siamo riusciti a tenerci dietro colossi energetici come Stati Uniti e Giappone dando vita a una crescita in questo settore che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo due anni fa. “L'aspetto più grave del decreto che taglia gli incentivi alle fonti rinnovabili di energia nel nostro paese – conclude – è l'incertezza che ha già provocato il blocco degli investimenti delle banche causando disorientamento in tutto il settore”.
Più passano i giorni e più dalla crisi libica nascono preoccupazioni e timori. Il disprezzo e la sconcertante violazione dei diritti umani, i possibili flussi migratori che potrebbero portare centinaia di migliaia di rifugiati politici libici sulla sponda sud dell'Europa sono motivi che tengono in allerta gli osservatori internazionali. E poi c'è la questione energetica che investe molto da vicino l'Italia e merita una riflessione: mai come ora, mentre gli aerei di Gheddafi bombardano i manifestanti e truppe di mercenari danno la caccia ai dissidenti; mai come ora, mentre Eni chiude temporaneamente (e per motivi cautelari) il gasdotto libico, si pone con forza il tema delle rinnovabili e della dipendenza del nostro sistema energetico. Alla luce della crisi libica stride molto la polemica recentemente sollevata sul costo degli incentivi alle energie rinnovabili che costerebbe molto cara ai contribuenti italiani.
Proviamo intanto a capire che valore ha la questione energetica per la Libia. Innanzitutto è da sottolineare che, tra i paesi africani, la Libia è il maggior produttore di petrolio: produce circa 44 miliardi di barili l'anno piazzandosi al nono posto tra i produttori mondiali. Di questa produzione l'Italia è il maggiore beneficiario, rappresentando al destinazione di circa il 32% dell'export.
Anche il gas è una parte importante dell'economia libica: al quarto posto nella graduatoria mondiale. “Nel 2008 – scrive l'economista Marzio Galeotti – la produzione di gas libico di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2 esportati”. Di qiuuesti, continua Galeotti, “10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream, operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna”.
Gli idrocarburi rappresentano così una ingente fonte di guadagno per la dittatura di Gheddafi: il 95% dei ricavi delle esportazioni e l’80% delle entrate fiscali.
Si vede bene come il nostro sistema energetico sia così strettamente legato alla crisi libica. Quello che non si capisce è invece perché non acceleri sulle rinnovabili e sulle tecnologie che potrebbero garantire di ridurre, se non di eliminare la dipendenza energetica da paesi come la Libia. È abbastanza curioso notare che proprio mentre la crisi libica accentua il bisogno di rinnovabili (di energia pulita e nostra) si scatena la polemica che vedrebbe il fotovoltaico come “nemico dell'agricoltura e del paesaggio, preda degli speculatori, troppo costoso con ricadute drammatiche in bolletta”.
Pronte sono state le risposte di esperti, economisti, imprenditori e associazioni in difesa di un futuro che non può non alimentarsi con energia pulita. E mentre i prezzi del petrolio continuano a salire si sollevano le voci di chi, come Domenico Belli di Greenpeace, sottolinea che se gas e petrolio ci rendono dipendenti da paesi esteri, la situazione non cambierebbe con l'uranio e il nucleare: "Le fonti rinnovabili – dice Belli – sono le uniche in grado di aumentare l'indipendenza e ridurre l'impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori", sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.
Immagine di Crethi Plethi

Aria pesante, aria malsana, aria inquinata. È quella delle città italiane che non trovano il modo di ripulirsi dall'inqinamento che le avvolge di polveri sottili e Pm10. Se il 2010 non aveva mostrato un bilancio positivo dell'inquinamento urbano, le prime rilevazioni ufficiali del 2011 ci dicono che l'anno in corso si è aperta in maniera anche peggiore del precedente, con buona pace per le domeniche ecologiche che si mostrano sempre un palliativo per mettere disperatamente mano a un'emergenza dilagante.
Secondo i dati pubblicati sul sito LaMiaAria, il portale che monitora quotidianamente i dati su tutto il territorio nazionale e che offre report in tempo reale, nei primi quaranta giorni del 2011 la lista delle città che hanno fatto registrare sforamenti dei livelli limite di Pm10 non sono poche. In testa alla classifica Milano e Brescia, che hanno oltrepassato il limite per 35 giorni nel 2011; ma a ridosso della stessa soglia ci sono anche Frosinone e Monza, mentre Lucca, Bergamo, Torino e Mantova si avvicinano velocemente al limite massimo di sforamento consentito, dove saranno presto raggiunte da Napoli, Lecco, Como e Asti.
Una tendenza questa che sembra una brusca accelerazione rispetto allo scorso anno quando, stando al rapporto di Legambiente dal significativo titolo Mal'aria di città, i livelli di inquinamento urbano erano rimasti elevati e in molti casi invariati rispetto agli anni precedenti. “Di anno in anno stiamo a raccontarci sempre le stesse cose” spiega Viviana Valentini di Legambiente, che è tra i curatori del rapporto. “Si registrano piccoli miglioramenti da una parte e situazioni stazionarie, se non veri e propri passi indietro da altre – continua Valentini – è per questo che abbiamo definito la situazione delle città italiane come una malattia cronica”.
Non bastano le multe e le procedure di infrazione che la Commissione Europea impartisce al nostro paese per il mancato rispetto nei tempi previsti dei limiti di polveri sottili nell'aria. I numerosi appelli che arrivano dalle istituzioni europee restano spesso inascoltati, col risultato che l'aria delle città italiane è davvero pessima: tra le peggiori 30 città dell'Ue per superamenti dei limiti di polveri sottili, biossido di azoto e di ozono, 17 sono italiane. A Plovdiv, la città bulgara prima in questa malsana classifica, seguono Torino, Brescia e Milano.
Le responsabilità ricadono soprattutto sul traffico e l'assenza di un piano nazionale di intervento, sostiene Legambiente. E le domeniche ecologiche? “In alcuni casi possono dare un beneficio – spiega ancora Viviana Valentini – ma si tratta sempre di un risultato temporaneo. Da una parte stimolano il cittadino a utilizzare una mobilità alternativa alla propria auto. Ma di certo episodi isolati non risolvono il problema”. Ci vorrebbe una pianificazione a lungo termine per una mobilità diversa e ci si dovrebbe abituare, e affezionare, a un modo diverso di muoversi, magari la cosiddetta mobilità dolce che la ricercatrice di Legambiente definisce come “la mobilità senza motore, che permette di riscoprire tempi più tranquilli, di andare a piedi p in bicicletta, di non utilizzare auto o motorino e quindi di non creare inquinamento sia atmosferico che acustico. Una mobilità che favorisce, in latre parole, la qualità del vivere in città”.
Immagine di Tranks
Ci sono il video di Vera che documenta lo stato della Darsena milanese, oppure come le immagini di Renato che ci parlano di un'espansione industriale che seppellisce una vallata, o Paolo che fotografa l'ammasso di rifiuti nell'ex Snia di Varedo. E mentre Rocco ci parla dell'inquinamento della Valle del Sacco, in provincia di Frosinone, dove nell'acqua delle case sono stati rilevati nitrati, rame e ammoniache, Lorenzo mette l'attenzione su un'area molto importante del nostro Paese, “quella che colora di sé con un bel rosso la carta geologica d’Italia. È l’area che riunisce le province di Venezia, Rovigo, parte di quella di Padova, e ancora parti ampie di quelle di Udine, Gorizia, Ferrara e Ravenna. Sono zone al di sotto del metro sul livello del mare, un triangolo che ha come vertici Monfalcone, Casalserugo (in provincia di Padova) e Ravenna”.
Eccoli i primi contributi che ci sono arrivati. Raccontano quello che non va nell'ambiente in Italia. La fase iniziale del primo film collaborativo italiano sull'ambiente si è conclusa con la scelta del titolo che è Itali@mbiente. Lo avete inventato, scelto e deciso voi attraverso le pagine del wiki realizzato da Avoicomunicare, a vostra disposizione per ideare e realizzare il film che è coordinato da Mario Tozzi.
Ora è il momento di inviare i vostri filmati, le vostre foto, le vostre idee, per far nascere concretamente il primo film sull'ambiente nato e realizzato in rete.
Da qui in avanti, i lavori procedono parallelamente almeno su due binari. Da una parte c'è l'evoluzione del soggetto che man mano sta prendendo corpo, di contributo in contributo, e si arricchisce di un nuovo tassello ogni volta che un visitatore aggancia la propria idea a quelle già elaborate. Sull'altro binario ci stanno invece i materiali che i partecipanti stanno caricando sulla pagina dedicata del wiki: testi, immagini e filmati per comporre un mosaico di sguardi e riflessioni sulle brutture che feriscono il nostro paesaggio, sulle cattive abitudini che lo deturpano, ma anche sulle buone abitudini che dovremmo fare nostre, sulle possibili vie di uscita e le soluzioni praticabili.
Partecipa anche tu al film Itali@ambiente, invia i tuoi contributi, tutte le informazioni sono nel wiki dedicato al progetto. Qui puoi vedere, il manifesto che spiega l'iniziativa e lo stato di avanzamento del soggetto dove puoi aggiungere i tuoi contributi, le tue obiezioni e le tue modifiche oltre, ovviamente, a caricare direttamente nel sito i tuoi video, audio o testi scritti.
Immagine di theglocalblog.com
È un testa a testa che si gioca all'ultima virgola. Saranno i numeri decimali e i calcoli approfonditi dei grandi centri di ricerca sul clima che assegneranno la palma dell'anno più caldo degli ultimi centotrenta (e cioè da quando abbiamo misure sistematiche della temperatura media del pianeta). La vittoria finale se la contendono il 2005 e l'appena trascorso 2010. Ma, se lasciamo agli scienziati il loro lavoro di precisione su calcoli infinitesimali, la notizia vera è che il 2010 ha fatto registrare comunque una temperatura media annuale da record, pari a circa 14,65 gradi centigradi, alimentando così la curva di crescita del riscaldamento globale. Infatti, rispetto al periodo tra il 1951 e il 1980 si registra un aumento della temperatura pari a 0.65 gradi.
Ma come, diranno i più scettici, e le ondate di freddo di dicembre? Ci siamo già dimenticati del traffico paralizzato in autostrada, dei treni nel caos e di tutti i danni provocati dalla neve e dal gelo prima di Natale?
Il fatto è che le misurazioni di cui stiamo parlando riguardano la temperatura media del pianeta fatta registrare durante tutto l'anno climatico, che inizia a dicembre e finisce a novembre. I singoli episodi di pochi giorni, quindi, sono solo una parte del quadro generale e pochi giorni di freddo, anche se molto intenso e improvviso, in una specifica area del pianeta (piccola come l'Italia, o anche più estesa come l'intera Europa) non possono rappresentare in maniera significativa un intero anno sull'intero pianeta. Certo, il fatto che noi leggiamo questi numeri durante quelli che sono per noi i giorni più freddi dell'anno può farli suonare paradossali, ma se proviamo a metterci in un'ottica un po' più ampia dell'orizzonte della nostra finestra di casa, ci accorgiamo che parole e cifre hanno una fonte importante, forse la più importante di tutte, e cioè il Goddart Institute for Space Studies della Nasa. E così ci accorgeremmo che l'emisfero settentrionale ha fatto registrare un incremento rispetto alla media dei mesi di novembre tra il 1951 e il 1980, pari 1,19 gradi, un vero record, tanto che la fascia polare artica ha fatto impennare la colonnina di mercurio di 10 gradi, con aumenti di 4 gradi nell'Europa Settentrionale e tra 1 e 2 gradi in Italia.
Ora, questi numeri acquistano ancora maggior valore se confrontati con gli ultimi cento anni. Nell'ultimo secolo la temperatura è cresciuta di oltre un grado, più dei due terzi di questo aumento si sono verificati dopo il 1975. Sembra proprio che il riscaldamento globale abbia spinto sull'acceleratore negli anni più recenti e oggi si sia messo letteralmente a correre, molto più velocemente di quanto non riescano a stargli dietro gli accordi globali per fronteggiarlo. A Cancun la comunità internazionale ha concordato un impegno a limitare l'incremento della temperatura media del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2100. Di questo passo, tra non molto quell'obiettivo sarà già vecchio.
Immagine di my hovercraft is full of eels
La canzone si chiama “L’amore non ha religione”, e il tormentone ti si appiccica addosso già prima di andare a vedere il nuovo film di Zalone. È così con tutte le sue canzoni, d’altronde, rifacimenti di hit di successo che diventano parodie o originali composizioni di Checco, nella vita reale Luca Medici, uno di quelli che, nonostante Zelig, fanno ridere davvero. L’amore non ha religione, insomma, e la strofa continua con un “non è cattolico, non è mormone”.
Perché stavolta il comico più famoso della televisione si è messo a trattare, a modo suo ovviamente, un tema complesso come quello della convivenza pacifica di diverse culture (e dunque religioni), dei pregiudizi sugli stranieri che arrivano nel nostro paese, di integrazione. Riuscendo a raccontare una storia che fa divertire (molto) prendendo un po’ in giro quelli che vedono nella diversità un ostacolo e non un pretesto per conoscersi meglio. Il personaggio interpretato da Zalone, invece, questi problemi di socialità non ce li ha proprio. E forte di una curiosità che lo porta ad avvicinarsi agli altri (e alle altre, soprattutto), avanza tra gaffes e perle di saggezza popolare senza mai vacillare e facendo piuttosto crollare le certezze di chi lo circonda.
Un lavoro (e per fortuna ci sono le raccomandazioni) come addetto alla sicurezza del Duomo di Milano e della Madonnina e un’imprevisto incontro con Farah, una ragazza musulmana che gli ruba il cuore (Nabiha Akkari), danno il via a una serie di esilaranti vicissitudini tra la Lombardia e la Puglia, dove Checco finisce per tornare ogni volta, da vero immigrato che lascia il cuore a casa. La ragazza finge di studiare architettura per avere la possibilità di avvicinarsi molto al Duomo, a cui sta preparando un attentato insieme a dei complici. Ma l’aver pensato di poter agevolmente sfruttare l’ingenuità del guardiano pugliese le si ritorcerà contro ben presto.
Le polemiche che hanno preceduto l’arrivo del film nelle sale italiane (dopo nemmeno una settimana è già al primo posto nella classifica dei più visti) parlano di pregiudizi verso gli arabi, ma basta andare al cinema per accorgersi che gli unici a uscirne maluccio sono quelli che malpensano. Alla fine i terroristi verranno battuti (non dalle forze dell’ordine ma da una pepata di cozze), ma soprattutto Checco avrà modo di far cambiare idea a Farah portandola con sé in Puglia, dove l’accoglienza calorosa e invadente della famiglia di lui le darà modo di riflettere sul suo proposito.
Ma soprattutto darà modo a Zalone di mostrare come a un certo punto sia persino semplice azzerare le diversità di religione, quando c’è la volontà di farlo senza doppi fini e in buona fede. Tanto che a Farah viene chiesto di battezzare il nipotino di Checco, e cosa importa se lei è musulmana e il battesimo è cattolico? Ci si penserà il giorno dopo. L’amore, appunto, non ha religione.
In vista del fine anno non ci sottraiamo neanche noi a stendere la classifica del meglio (o di quello che avete più apprezzato) su Avoicomunicare.
Cronaca e scenari futuri. Il caso di Yara e il successo del film su Facebook, il dibattito infuocato attorno al futuro nucleare per l'Italia e Don Ciotti che accusa sul disastro dei rifiuti in Campania, velo sì o velo no e l'uso del corpo delle donne in tv.
Insomma, abbiamo cercato di prendere il futuro per le corna. Speriamo di eserci riusciti, almeno in parte.
Buon anno da tutti noi.
AMBIENTE E SOSTENIBILITA'
Ci piace anche ricordare la nostra intervista a Don Ciotti su Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, eroe della buona politica e dlel'ambientalismo ucciso dalla camorra.
Prova a pensarti nei panni di qualcun altro e falli tuoi, per giocare, per provare oppure semplicemente per immaginare che esistono mille modi per vedersi, ma non è l'abito che fa la differenza.
Provare è semplice, divertente e non costa niente. Con il nuovo tool di AVC basta avere una web webcam per divertirsi ma il primo passo è cliccare su Enjoy the integration.
Un gioco per incontrare differenze e metterle insieme; lo abbiamo sperimentato alla Blogfest di Riva del Garda, è stato un gran successo e adesso lo abbiamo messo sul web, così chiunque, da ogni parte del mondo può giocare a mettersi nei panni degli altri e farsi ogni giorno un ritratto diverso da scaricare, stampare, o condividere su Facebook.
Per oggi, cambia apparenza, fai il tuo ritratto su Enjoy the integration