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Mario Monti, Matrix e la legge di cittadinanza

mario montiQuali sono le priorità di un governo? Lo ha raccontato il Presidente del Consiglio Mario Monti il primo febbraio nella trasmissione Matrix: la buona notizia? La legge sulla cittadinanza è considerata importante dal governo tecnico. Quella cattiva? Non è cosa su cui si possa deliberare ora.

Non sono semplici i compiti di un governo, specialmente dll'attuale governo italiano, formato dai tecnici e chiamato improvvisamente a fare quanto possibile per aiutare un paese in crisi. Per questo motivo, nonostante la voglia di fare un po' di più e nonostante alcune opinioni personali, condivise dal mondo della politica e dalla società, non tutto si può fare.

E' questo il caso della legge sulla cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, una delle norme su cui in questo periodo si è alzato un grande dibattito a cui hanno partecipato tantissimi cittadini, politici e associazioni. A dire l'ultima è stato ieri proprio il Presidente del Consiglio Mario Monti, che intervistato nel programma Matrix Alessio Vinci ha confermato che la legge sulla cittadinanza non è compito nè priorità del suo entourage.

"Questo governo ha compiti limitati e difficilissimi: rendere l'Italia migliore e piu' attraente a tutti" ha spiegato il premier, specificando quanto la questione dello ius soli sia un terreno minato, capace di far perdere il prezioso appoggio delle parti politiche che hanno reso possibile il governo tecnico. "Svolgiamo questi compiti osservando una distanza di rispetto dai partiti perche' ci sono temi importanti che non sono il cuore del mandato ricevuto".

"Io ho opinioni personali - ha aggiunto Monti - ma non le considero parti della missione di governo. La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche". Secondo il presidente del Consiglio, "se, per soddisfare le coscienze dei membri del governo, entrassimo nell'agone del dibattito renderemmo piu' difficile l'appoggio di larga parte del Parlamento ai nostri sforzi".

Niente legge sulla cittadinanza, insomma, almeno per ora, nonostante in tutta Italia tante associazioni si stiano mobilitando ormai da tempo per cambiare il vecchio ius sanguinis (per cui un bambino assume automaticamente la cittadinanza dei genitori) in uno ius soli, che porterebbe i nati in territorio italiano a essere a tutti gli effetti cittadini del paese. Particolare valore ha in questo senso il lavoro di tutti coloro che stanno aderendo alla campagna L'Italia sono anch'io, vero e proprio bacino di raccolta in cui confluiscono rappresentanti dei partiti, giovani di seconda generazione, associazioni e privati cittadini favorevoli alla cittadinanza. 

Insomma pare proprio che, almeno per ora, questa cittadinanza non s'abbia da fare; rimane tuttavia un dato da prendere in seria considerazione: la volontà popolare, che lontana da alcune politiche sembra invece unita nel voler considerare i "nuovi italiani" italiani di nome e di fatto.

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Le dieci comunità più presenti in Italia

istat immigrazioneQuante e quali sono le comunità straniere presenti e rappresentate nel territorio italiano nel 2011? Ce lo racconta puntualmente l'Istat che come ogni anno fotografa una nazione che cambia e si apre a nuove culture e abitanti.

Quali sono i paesi e le nazioni più rappresentati dall'immigrazione in Italia? Da dove vengono gli stranieri che ogni giorno vivono e lavorano nel paese? Ce lo racconta l'Indagine Demografica ISTAT 2011, con tutti i dati e i numeri della presenza straniera in Italia. L'indagine si basa su persone che vivono qui in possesso di regolare Permesso di soggiorno. Secondo il rapporto sono 4.570.317 gli stranieri in Italia, pari a circa il 7,5% della popolazione del paese.

1 - Romania. Rimane salda in testa tra le comunità straniere più presenti in Italia, con 968.576 esponenti in tutto il paese. Anche se il numero è alto si  tratta comunque di un dato in calo, probabilmente perchè è in diminuzione la spinta migratoria che ha coinvolto la Romania nel periodo di entrata del paese nell'Unione Europea del 2007 e dall'entrata in vigore della normativa europea di libera circolazione.

2 - Albania. Al secondo posto per quanto riguarda la presenza in Italia sono gli albanesi, pur se lontani dai numeri raggiunti dalla Romania. In questo momento vivono nel paese 482.767 cittadini provenienti dall'Albania. Si tratta di aumento probabilmente determinato anche dal lavoro che il paese sta facendo per entrare nell'Unione Europea, che ha portato, nel 2010 ad annullare da parte dell'Unione stessa, la necessità del visto per i cittadini albanesi.

3 - Marocco. Nel 2011 erano 452.454 i marocchini in Italia, che si confermano la più forte presenza dal Maghreb su territorio italiano. Un dato che non è cambiato neanche a seguito dei recenti sconvolgimenti nel mondo arabo, che hanno contribuito a un aumento, seppur non troppo rilevante, degli immigrati tunisini e non solo.

4 - Cina. La comunità cinese è la quarta più presente in Italia, con 209.934 membri e un importante tasso di crescita, pari all'89,7% tra il 2005 e il 2011.

5 - Ucraina. Quinto posto per la comunità ucraina, presente con 200.730 membri in Italia. La comunità ucraina, oltre a essere ben rappresentata è anche molto unita e piena di iniziative. Impossibile non menzionare la partecipazione al Natale in Vaticano 2011, con un enorme albero in piazza San Pietro.

Quali sono le altre comunità rappresentate in Italia? Ecco in rapida sequenza paesi di provenienza e dati per i posti dal sesto al decimo.

Filippine (134.164), Moldavia (130.948), India (121.036), Polonia (109.018), e infine Tunisia (106.291).

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Mar, 31/01/2012 - 17:22 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

30 gennaio 1948: l'eredità del Mahatma Gandhi

gandhi64 anni fa moriva il Mahatma Gandhi, ucciso a sangue freddo da un colpo di pistola a Nuova Delhi, in India. Oggi ricorre l'anniversario della morte di uno degli uomini che hanno cambiato per sempre il volto del mondo. Quali sono le lezioni che possiamo ancora imparare da lui?

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni"

Con questa frase si apre una delle citazioni più conosciute, amate e utilizzate di Mohandas Karamchad Gandhi, il Mahatma, la Grande Anima, l'uomo che ha saputo insegnare al mondo la forza dirompente della non-violenza, del dialogo, della difesa strenua dei diritti civili

Il Mahatma moriva il 30 gennaio 1948, colpito dai proiettili di chi sperava che bastasse uccidere un uomo per fermarne le idee e l'incredibile eredità. Oggi, dopo tanto tempo le lezioni, i discorsi e la filosofia di partecipazione attiva alla vita comune, così come di resistenza non violenta e di comunicazione e dialogo sono ancora un pilastro del mondo contemporaneo, a dimostrazione dell'immortalità delle lotte di un uomo che grazie al suo ascendente e alle sue idee riuscirà a sfidare l'impero inglese e a insegnare al mondo il valore della Swaraj, l'indipendenza economica, spirituale e politica.

Esiste una lotta per la libertà e l'indipendenza che non sia un cammino spirituale? Esiste un cammino spirituale che non sia una ricerca pratica della miglior soluzione possibile per tutti coloro che fanno parte di un sistema cittadino, statale o semplicemente umano? Esiste uno Stato che possa dirsi separato dai diritti e dal bene comune ed esistente in sè? Nella filosofia gandhiana non c'è distinzione tra le tante dimensioni che fanno parte della vita umana sulla terra, e le azioni di tutti dovrebbero essere concentrate verso un bene superiore, quello di ognuno, verso un cammino di scambio e dialogo per il bene dell'umanità.

Le generazioni future stenteranno a credere che un uomo del genere abbia camminato sulla terra" A. Einstein

Quello che più colpisce, nella storia della vita di Gandhi, è la capacità di un singolo essere umano di diventare, grazie alle sue parole e al suo esempio, vettore di cambiamento in meglio per tutti coloro che hanno deciso di seguirlo e di sposare le sue idee, a conferma che per migliorare il mondo basta l'esempio di un singolo e che in ogni momento, in ogni paese, esistono migliaia di uomini che aspettano solo l'occasione per lavorare di concerto per il bene di tutti. Una lezione che risulta oggi di grandissima attualità, se è vero che il 2011 appena trascorso e il 2012 che inizia ora sono stati due anni in cui i popoli sono tornati protagonisti della vita politica e sociale dei propri paesi e nazioni, all'insegna di una ricerca che sta tornando a mostrare gli uomini come mezzo e obiettivo da raggiungere.

A 64 anni dalla sua morte il messaggio del Mahatma è ancora tutto da vivere e da scoprire, grazie anche ai nuovi mezzi che le generazioni contemporanee hanno nelle proprie mani: strumenti che permettono di far viaggare un messaggio in tutto il mondo in contemporanea, che permettono di condividere idee e soluzioni in maniera globale, aumentando esponenzialmente gli ascoltatori e gli interlocutori di un dialogo infinito fondato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco.

E' questa una sfida che noi di avoicomunicare vogliamo, nel nostro piccolo, raccogliere ancora una volta: quella di creare uno spazio in cui si incrocino proposte, idee, spunti di riflessione, voci e punti di vista per stimolare un dialogo ricco e proficuo che contempli tanti punti di vista e tante culture differenti, con l'aspirazione di poter essere almeno un po' responsabili di quelli che saranno i piccoli e grandi cambiamenti positivi dei prossimi anni, insieme. Per questo, quando abbiamo iniziato questo lungo percorso insieme avevamo scelto proprio lui, la Grande Anima, come simbolo e fonte di ispirazione. Un'ispirazione che, lo diciamo con umiltà, ancora oggi sentiamo nostra, nella ricerca continua di modi per rendere migliore il futuro e il presente.

"Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo"

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La Giornata della Memoria è simbolo di sofferenza e di liberazione

ShoahIn tutta Italia e nel mondo si è celebrato il 27 gennaio il Giorno della Memoria, data della liberazione dei sopravvissuti del campo di Auschwitz. Questo è un evento molto sentito nella vostra città?

Con la posa della prima targa commemorativa nel Memoriale della Shoah, in Stazione Centrale, si sono aperte a Milano il 26 gennaio 2012 le celebrazioni per la Giornata della Memoria (27 gennaio).
Lo stesso luogo ospiterà, lunedì 30 gennaio alle 18, l'incontro "Coloro che non hanno memoria del passato sono condannati a ripeterlo" organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica con Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione che al Binario 21 era iniziata, il 30 gennaio 1944.  

La Giornata della Memoria, è invece una ricorrenza istituita dal Parlamento italiano con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che dichiara:
«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio 1945, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»

"La scelta della data ricorda il giorno in cui le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Auschwitz, scoprendo il suo campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidionazista."
Giorno della Memoria - Wikipedia 

"La memoria deve tampinarci, picchiarci sulla testa, urlarci nelle orecchie le vergogne di cui è capace l'umanità, e allo stesso tempo deve darci speranza. La Stazione Centrale diventa simbolo della sofferenza, della partecipazione al dolore che tutti gli ebrei hanno provato." Queste le parole di Roberto Vecchioni durante la visita al Memoriale per la posa della targa, dove il clangore dei treni, il buio e il freddo, possono far sentire una lontana percezione di come poteva essere stata l'esperienza delle 600 persone deportate quella mattina del 30 gennaio 1944 su un treno che dal Binario 21 portava ad Auschwitz.
ll Memoriale sorge sul luogo che conserva ancora molti aspetti del 1944 e non soltanto i vagoni. Questo luogo è rimasto sconosciuto alla città per tanti anni nel dopoguerra, fino all'attuale recupero di questo importante luogo della memoria cittadina.
 

Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano
“La Giornata della Memoria è un momento importante per la nostra Comunità. Un momento in cui tutti i milanesi, di ogni convinzione politica, provenienza e credo religioso si riuniscono idealmente in nome dei valori universali di pace e tolleranza. [...] È un'occasione per ricordare gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e tutti coloro che si sono opposti al progetto di sterminio e che, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Milano non vuole dimenticare quegli orrori. [...]
L'impegno di Milano, di questa Amministrazione, di tutte le istituzioni, per preservare e diffondere il ricordo e la consapevolezza di quei crimini è assoluto. [...] È un impegno che realizzeremo coltivando la grande memoria storica della città, ma anche raccogliendo le testimonianze personali dei tanti, dei troppi che furono coinvolti a Milano nella tragedia della Shoah, della guerra, della violenza. Tutta Milano in questi giorni si è mobilitata. Oggi rinnoviamo una memoria solida e condivisa che è premessa di pace, di libertà, di democrazia, di sviluppo per Milano e per tutto il Paese.”

Anche in altre città d'Italia come Roma, Ancona, Biella, Bologna, Brescia e Cremona, Genova, Livorno, Modena, Napoli, Parma, Torino, Trieste, Venezia si celebra la Giornata Internazionale della Memoria con una serie di mostre, presentazioni e incontri, attività didattiche e proiezioni.

Il giorno dopo la festa della memoria
The day after Shoah 
Il 27 gennaio è il giorno della memoria. A Milano, è luogo simbolo il binario 21 della stazione centrale, da cui partirono i treni per i campi di concentramento. Oggi è il 28 gennaio: cosa rimane del giorno della memoria, il giorno dopo?
Ci aggiriamo per la stazione. Al binario 21 ci sono dei cartelloni e delle scritte, ma sono di protesta, non di commemorazione. Avevamo delle informazioni vaghe che anche oggi ci sarebbero state delle celebrazioni, ma non si sono rivelate veritiere. Il treno del binario 21 è diretto a La Spezia. Il tutto è pieno di una straordinaria assenza.
Chiediamo a un addetto delle FS, un ragazzo, se sa se quel giorno o il giorno precedente ci sono state delle manifestazioni. Storce la bocca, che è un modo economico di alzare le spalle. Non lo sa, e ci manda all'assistenza clienti. “Loro sono qui sempre.” Poi si occupa di una signora diretta a La Spezia. All'assistenza clienti c'è davanti a noi una signora che chiede in inglese dove comprare il biglietto; viene spedita due piani sotto (follie della Stazione Centrale).
La festa della memoria? Sì, ieri dovrebbe esserci stato qualcosa, dovete scendere, sulla sinistra, verso dove sono i pullman per Malpensa, e poi continuare ad andare dritto, fino ad una bandiera dell'Italia.
Prima di uscire torniamo caparbi ad aggirarci per il binario 21, forse attratti da tanta assenza. Claudia fotografa l'apertura da cui uscirono i binari carichi di “ebrei”, come emergendo dal ventre della stazione. Claudia era a conoscenza di una targa commemorativa, dopo essere passati avanti e indietro un paio di volte forse la troviamo. Si conclude con la frase di Primo Levi: "Poiché l'angoscia di ciascuno è la nostra".
Targa primo LeviUsciamo. Il cielo è appropriato. Grigio, poco luminoso, con una pioggerellina leggera e fastidiosa. Spero che abbia fatto lo stesso tempo anche il giorno della memoria, sarebbe stata una cornice adeguata.

Chiediamo a un autista del pullman per Malpensa se sa se ci sarà o se c'è stata una qualche manifestazione sulla Shoah. No, oggi no. Ieri hanno fatto qualcosa lì, dove c'è la bandiera dell'Italia. La shoah sono gli ebrei, no? Sì.
Sotto la bandiera, c'è l'incompleto Memoriale della Shoah, binario 21. Dentro ci sono, essenzialmente, delle pareti vuote. Ci dividono una gabbia e un'enorme porta a vetri, ma il vetro scorre e si apre quando ci passi davanti, si sono dimenticati di chiuderlo. Dico a Claudia di fare delle foto. Lei mi risponde che non c'è molto da fotografare. Claudia fotografa il non molto. 

Ritorniamo verso la stazione, e fermiamo delle persone a caso. Sapete se ci sono delle manifestazioni sulla festa della memoria, o se ci sono state? Le stiamo cercando anche noi, ci risponde una coppia, ma mi sa che ci sono state ieri. Chiediamo: ma voi siete usciti apposta per cercare qualcosa sulla Shoah? Mah, ci rispondono, abitiamo in zona. Li indirizziamo verso la bandiera dell'Italia. Decidiamo di interrompere le ricerche, io e Claudia, di riprendere la 90 che ci porterà a casa, ma rimaniamo ancora un po' lì, sotto la pioggia fastidiosa. Che cosa rimane il giorno dopo il giorno della memoria? Il cielo è sempre adeguato.

Racconto di Stefano Pellegrini, autore di TUTTO quello che mi serve VERAMENTE sapere l'ho imparato in BOVISA

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Foto: Flickr



Beppe Grillo e la cittadinanza ai figli degli stranieri: senza senso?

http://www.avoicomunicare.it/blogpost/integrazione-tra-i-popoli/giorgio-napolitano-negare-la-cittadinanza-%C3%A8-una-folliabeppe grillo cittadinanzaIl dibattito sullo ius soli e sulla cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia nasconde una cospirazione? Lo sostiene il comico Beppe Grillo sul suo blog, in un post in cui afferma che le discussioni al riguardo sarebbero solo un tentativo di polarizzare le opinioni e distrarre dai problemi del paese.

Bastano cinque righe sul web per lasciare senza parole milioni di persone. A scriverle è stato Beppe Grillo: comico, opinionista e leader del movimento Cinque Stelle, che dal suo blog lancia un breve ma accorato allarme:

"La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

Una frase, senza spiegazioni o motivi che possano farla sembrare più di una infantile provocazione. Naturalmente tanto è bastato perchè si scatenassero sul web commenti e perplessità, in primis da parte dei tanti che si sentono parte del movimento stesso e non capiscono quale possa essere il motivo di un'uscita del genere. In effetti, al di là dell'effetto gratuitamente cospirazionistico che fa sempre la sua figura, ben poco sembra fare Grillo per sostenere o circostanziare le proprie dichiarazioni.

Perchè mai infatti dovrebbe essere "senza senso" dare la cittadinanza italiana a chi nasce nel paese da genitori stranieri? Vale la pena di notare che non è stato usato il termine "sbagliato" o "scorretto", ma semplicemente senza senso. La questione sulla cittadinanza, che ci si trovi d'accordo o meno,  invece è tutto fuorchè insensata, dal momento che serve a stabilire, una volta per tutte, quale sia l'Italia, da chi sia composta e chi siano i cittadini che voteranno alle prossime elezioni, che potranno far parte della futura classe politica e che delineeranno la vita sociale ed economica del paese che verrà: tutte faccende di cui, tutto sommato, forse avrebbe senso discutere, dal momento che interessano il futuro di ognuno.


Altra questione interessante è quella dei "problemi reali", una frase che implica un fatto che non può passare inosservato: le seconde generazioni, i bambini che nascono nel paese e che qui passeranno tutta la loro vita, così come lo status civile di chi emigra in Italia per rimanere a viverci, non sono "problemi reali". A quanto pare si tratta di distrazioni, appunto, di questioncine, che non meritano di essere considerate nella vita del paese e dei cittadini italiani, quelli veri, quali che siano.

Viene anche da chiedersi chi siano i "buonisti della sinistra senza se e senza ma" e i "leghisti e i movimenti xenofobi", uniche due alternative in un dibattito civile che coinvolge ormai il mondo politico e sociale italiano a tutti i livelli, dal bar al Parlamento, con posizioni differenti e variegate non riducibili a due macchiette per il piacere e il bisogno di protagonismo di Grillo.


Ancora più offensivo però è pensare e dare per scontato che "gli italiani" siano tanto faciloni da lasciarsi manipolare ciecamente dai poteri del male che ordiscono questa orribile cospirazione per distrarli dai suddetti problemi. Qui su avoicomunicare abbiamo una presunzione: quella di credere che gli italiani, se si appassionano a un dibattito lo fanno proprio perchè si rendono conto che potrebbe vertere su una questione importante, in particolar modo un dibattito con tali e tante ramificazioni e conseguenze nella vita di tutti i giorni e nel futuro del paese come quello sulla cittadinanza.

Ci piace pensare che "gli italiani", tutti, se mettono in campo iniziative (come quella promossa da L'Italia sono anch'io), associazionismo, spazi di discussione e di confronto, così come di scontro, perchè anche quello è necessario, lo facciano per spirito di iniziativa e partecipazione alla democrazia e alla cultura del paese, e non perchè manipolati da qualcuno.

Ci piace, insomma, pensare, che "gli italiani" siano degni di rispetto per le loro scelte di dibattito, e che nessuno possa permettersi di negarne le capacità di decisione, dialogo e discussione: nè un qualunque presunto potere oscuro, nè un vaneggiamento privo di logica scritto su un blog in cinque righe.

Ci sbagliamo?

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Cesare Romiti: Italia-Cina, lo "spread" si riduce

romiti italia cina
Alla guida della Fondazione Italia Cina, da lui fondata nel 2003, Cesare Romiti commenta in esclusiva per avoicomunicare la chiusura il 23 gennaio dell'anno della cultura cinese in Italia. Augurandosi che il Governo Monti ne faccia tesoro.

Presidente, qual è il bilancio dell'anno della Cultura cinese in Italia? La cultura può davvero aiutare a stringere relazioni tra i popoli che vadano al di là degli interessi economici? 

E’ un bilancio di indubbio successo. Le posso dire che in questi ultimi anni, in numerosi incontri ufficiali a cui ho partecipato, sia il Primo Ministro del Consiglio Repubblica Popolare Cinese sia il Presidente della Repubblica Popolare Cinese hanno dichiarato di sentire un forte legame tra la loro cultura millenaria e la cultura altrettanto antica dell’area Mediterranea.

Non saranno solo parole di fine abilità diplomatica?

Il Premier Wen Jiabao ha ribadito ufficialmente questo concetto in occasione dell’apertura dell’anno della Cultura cinese in Italia nell’ottobre 2010. E le aggiungo che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mi ha raccontato che anche nell’incontro a porte chiuse in Quirinale Wen Jiabao è tornato sull’argomento. Vale la pena di prendere molto sul serio l’invito.

Quindi, l'opinione comune che i cinesi siano interessati solo al business non è corretta o è perlomeno parziale?

Assolutamente, c’è una forte attenzione e curiosità, almeno da parte istituzionale, agli aspetti culturali. Certo, la natura del cinese è sicuramente commerciale. Si figuri che trent’anni fa – mentre visitavo lo stabilimento di Belo Horizonte della Fiat in Brasile – i miei uomini mi portarono a visitare i mercati generali di San Paolo. Erano già allora completamente nelle mani dei cinesi.

In effetti, spesso le comunità cinesi nel mondo, come nelle città italiane, tendono a chiudersi più che ad integrarsi.

Sì. Per difesa e capacità di organizzarsi in modo autonomo. Tuttavia, penso che sia un errore da parte della comunità cinese, ma anche da parte italiana. Ad esempio la situazione delle aziende tessili insediate a Prato, non è stata gestita nel modo corretto.

In che senso?

Lo Stato deve esercitare il proprio controllo e imporre il rispetto delle leggi per tutti, evitando che si creino condizioni di concorrenza sleale. Ma senza criminalizzare tutta una comunità. Ci sono tanti imprenditori cinesi che lavorano correttamente, al pari degli italiani.

L’integrazione sociale arriva dall'alto, da un indirizzo politico, o si crea dal basso, dalle relazioni quotidiane tra le persone?

Si forma nella quotidianità, ma le indicazioni politiche hanno il loro peso nell’indirizzare gli animi e le azioni dei cittadini.

romiti italia cina
Il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, Wen Jabao, consegna a Cesare Romiti, Presidentde della Fondazione Italia Cina, il premio ideato dall’Associazione cinese per l’amicizia tra i popoli per il 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Italia (inaugurazione dell'Anno della Cultura cinese in Italia, 7 ottobre 2010, Roma).

Sinora l’Italia cosa ha fatto per governare l’integrazione?

Ben poco. Soprattutto il Governo precedente ha latitato, tanto che siamo stati noi, la Fondazione Italia Cina, ad essere l’interlocutore privilegiato nei rapporti culturali e sociali con la Cina e la comunità cinese in Italia. Ora, con il Governo Monti, credo che le cose cambieranno. In meglio.

Qual è la sua opinione sulla cittadinanza sinora negata agli immigrati di seconda generazione? Sono cittadini italiani o no?

Sono assolutamente a favore. Non ha nessuno senso negare la cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano. Sono errori politici, che poi si rischi di pagare. Ricordo un episodio di anni fa a Firenze, che mi è rimasto caro. Stavo passeggiando in via Tornabuoni, quando vidi due ragazzini giocare tra loro vociando in fiorentino. Beh, quei due ragazzini erano cinesi! Come si fa a sostenere che non siano italiani?

Qual è la sua valutazione sul modo italiano di gestire le relazioni diplomatiche e non con la Cina?

Devo dire che in questo momento abbiamo un ottimo ambasciatore italiano in Cina, Attilio Massimo Iannucci, che sta facendo un lavoro eccellente di tessitura di relazioni. La Cina ha una classe diplomatica molto efficiente, ma noi abbiamo uomini talentuosi. Il successo dell’Expo di Shanghai 2010 guidato dal commissario Beniamino Quintieri e la trasformazione del Padiglione italiano in sede permanente per il made in Italy sono altri esempi delle capacità italiane.

L’ultimo numero della vostra rivista “Mondo Cinese” è dedicato alla figura femminile. Abbiamo qualcosa da imparare dalle donne cinesi?

Trent’anni fa, mentre mi trovavo a Pechino, incontrai Carla Fendi alla prese con l’organizzazione improvvisata di una sfilata. Aveva ingaggiato una ventina di ragazze non modelle: allora quella professione non esisteva in Cina. Beh, dopo 48 ore di formazione accelerata, mi disse che non aveva mai avuto allieve così pronte e veloci ad apprendere. Constatavo qualche tempo fa con la figlia dello statista Deng Xiaoping, che la donna cinese in questi ultimi trent’anni è quella che si è evoluta di più al mondo.

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Ven, 13/01/2012 - 17:34 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Quante tasse pagano gli immigrati?

Pagano Irpef per 6 miliardi di euro e contribuiscono per il 4,1% del gettito complessivo nazionale con circa 2810 euro a testa. Si tratta degli immigrati che vivono e lavorano regolarmente nel paese secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, raccolti insieme in un'infografica capace di raccontare con chiarezza il contributo degli stranieri all'economia del paese.

La bagarre relativa all'aumento della tassa sul permesso di soggiorno ha portato alla ribalta la questione sul contributo in tasse dei cittadini stranieri in Italia. I dati più recenti al riguardo arrivano da una ricerca della Fondazione Leone Moressa, pubblicata a dicembre, che stima 2,1 milioni di contribuenti Irpef con cittadinanza straniera.

Vivono in tutto il paese, ma la maggior parte di loro si trovano in Lombardia (20,9%), in Veneto (12,0%) e in Emilia Romagna (11,2%), e gli esborsi maggiori sono in Lombardia (1,5 miliardi di euro) e Lazio (712 milioni).  Tra tutti coloro che presentano regolarmente la dichiarazione dei redditi, però, a pagare l'Irpef è solo il 64,9%; un dato interessante che se paragonato al 75,5% degli italiani suggerisce che parte degli stranieri in Italia percepisce un reddito considerato non sufficiente alla propria situazione familiare, usufruendo così di sgravi e detrazioni.
 

Un dato tuttavia destinato a cambiare qualora avvenisse un'emersione dal nero, dal momento che molti, secondo stime della Fondazione, si trovano a dover lavorare percependo stipendi non dichiarati, privi di contributi e spese assicurative. Ancora critica la situazione sl sud Italia, dove le percentuali calano drasticamente.
 
"Stranieri di nascita ma italiani di contribuzione. Gli stranieri che in Italia lavorano sono tenuti a pagare le tasse - affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa - ma il loro importo differisce da quanto pagato dagli italiani: i bassi livelli di reddito, quasi esclusivamente da lavoro dipendente, comportano un esborso per gli stranieri di poco meno di 3mila euro all’anno. Valori che aumentano nelle aree del Nord dove la presenza e la penetrazione degli stranieri nel mercato del lavoro è più radicata. E’ ovvio che se il sistema riuscisse ad eliminare le sacche di illegalità che colpiscono anche i lavoratori stranieri, l’apporto degli immigrati alla finanza pubblica sarebbe certamente maggiore, contribuendo ad un’integrazione che passa anche per il pagamento delle tasse".

I dati sono stati recentemente ripresi dal sito web Linkiesta, che da essi ha realizzato delle chiare e utilissime infografiche

tasse immigrati
tasse



Gio, 12/01/2012 - 09:48 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Niente tassa sul permesso di soggiorno? Un ottimo segnale!

permesso di soggiornoLa notizia di un aumento del contributo sui permessi di soggiorno ha messo in moto il mondo sociale e politico italiano in difesa dei numerosi immigrati sul territorio, portando il governo a ripensare in fretta la liceità di una simile tassa: un buon segnale riguardo l'attenzione posta oggi sul ruolo degli stranieri in Italia.


"Nessuna tassazione senza rappresentanza", dicevano i coloni americani nel 1750, all'alba della Rivoluzione Americana. Un modo di dire che è tornato attuale dopo la comunicazione di un consistente aumento sulle spese per le richieste e i rinnovi del permesso di soggiorno in Italia da parte degli immigrati.

 

La notizia dell'aumento è stata data nella Gazzetta Ufficiale pubblicata dal Ministero dell'Economia il 31 dicembre 2011, e prevede un “contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno” che oscilla tra gli 80 e i 200 euro, da sommare a quanto già si paga ora per il disbrigo delle pratiche. Come è naturale immaginare le reazioni non si sono fatte attendere e sindacati, parti politiche e milioni di cittadini italiani e immigrati si sono dichiarati fermamente contrari al provvedimento, stimolando la pronta risposta del Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri e del Ministro per l'Integrazione Andrea Riccardi, che hanno bloccato la norma, in attesa di una revisione.


La tassa, insomma, ci sarà, ma con la possibilità di essere aggiustata e adeguata a seconda del reddito e del nucleo familiare dei richiedenti. La forte discussione nata intorno al provvedimento è un segnale positivo sulla salvaguardia e la tutela dei diritti degli immigrati in Italia, parte fondamentale del tessuto sociale ed economico che solo recentemente ha iniziato ad avere adeguata rappresentanza presso le istituzioni. 

Proprio di adeguata rappresentanza e diritti hanno parlato in molti, mettendo in evidenza tutta la surrealtà della situazione, per cui da una parte non si riesce a uscire dall'impasse della cittadinanza a "nuovi italiani" e seconde generazioni (nonostante il parere favorevole di 8 italiani su 10), ma dall'altra vengono richiesti sacrifici addizionali per contribuire ai conti statali. La sensazione di trovarsi di fronte a un brutto scherzo non può che aumentare alla scoperta della destinazione dei fondi ottenuti dall'aumento dei costi per il permesso, che sarebbero finiti per metà in un "fondo rimpatri" volto al rimpatrio forzato degli immigrati irregolari.

A pensarci in effetti l'idea di dover pagare una gabella così pesante senza riceverne alcun servizio aggiuntivo non si spiega in alcun modo, specialmente in un periodo economico difficile, in cui direttamente o indirettamente i numerosi cittadini di nazionalità straniera che vivono e lavorano nel paese saranno chiamati a contribuire all'uscita dalla crisi esattamente come tutti gli italiani, pagando imposte dirette e indirette e contribuendo alla crescita del paese. Per questi motivi si è resa necessaria la revisione della legge, almeno per quanto riguarda l'entità e l'accessibilità del contributo da parte dei meno abbienti che vedrà come uniche discriminanti le condizioni economiche, sociali e familiariUn riguardo che ha fatto storcere il naso ad alcuni, che hanno visto il gesto come una sorta di discriminazione al contrario.

Quel che emerge è comunque un sempre crescente interesse dell'opinione pubblica, del mondo politico e dei media al giusto riconoscimento dei ruoli e dell'importanza degli stranieri nella società italiana; un tema che, possiamo scommetterci, sarà sempre più di primo piano nel corso di tutto il 2012.

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Vaticano: festa per l'albero di Natale Ucraino!

Il 16 dicembre è stato un giorno importante per i numerosi membri delle comunità  ucraine in Italia: A Piazza San Pietro, al Vaticano, ha avuto luogo, con canti e festeggiamenti, la tradizionale cerimonia di accensione dell'albero di Natale,quest'anno offerto dall'Ucraina. Avoicomunicare era lì per portare in immagini a casa vostra tutta la magia di un'occasione unica.

Albero Natale Vaticano

 

Un freddo che entra nelle ossa, vento sferzante e uno sciopero che ha paralizzato la città: niente ha impedito a centinaia di ucraini in Italia di ritrovarsi per festeggiare il proprio paese e la propria comunità, riunita per l'accensione delle luci dell'albero di Natale regalato al Vaticano. La celebrazione in Piazza San Pietro è stata anche occasione di incontro e di dialogo tra popoli e religioni. Alla cerimonia infatti era presente la massima carica della Chiesa Ucraina Greco-Cattolica, l'Arcivescovo Sviatoslav Shevchuk, l'Arcivescovo Metropolita di Lviv, monsignor Mieczyckzi Mokrzycki e il Vescovo Milan Šašik di Mukachevo, luogo di provenienza dell'albero. Accanto a loro era presente il vice Primo Ministro dell’Ucraina, Borys Kolesnikov.

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Vero protagonista della serata è stato però il clima di festa, gioia e comunità degli ucraini in Italia, che hanno mostrato ai partecipanti tutto il calore delle tradizioni natalizie del paese. Ad aprire le celebrazioni sono state le tradizionali "stelle di Natale", le coloratissime stelle di legno e cartapesta portate in sfilata e accompagnate da canti natalizi. All'accensione delle luci le voci dei coristi sono state affiancate da quelle dei tanti presenti, che si sono uniti per cantare l'inno nazionale in un momento sentito e solenne.

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Sulla piazza illuminata è stato poi offerto ai presenti un banchetto a base di specialità ucraine: innanzitutto la kutia, una dolce zuppa preparata con grano di frumento, noci, miele e semi di papavero, e i krapfen ripieni di marmellata di ciliege. L'occasione è stata un momento magico e imperdibile, l'incontro con le tradizioni e l'orgoglio di una comunità con un immenso patrimonio culturale, riportando nella vita quotidiana dei centinaia fortunati che erano presenti, per un attimo, lo spirito del Natale.

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Personaggio dell'anno 2011: Nomination Cultura e Integrazione

Jean Paul Pougala 
Fondatore di Election Campaign Store, azienda attiva nella produzione e consulenza per organizzare efficacemente le campagne elettorali (nel 2011 ha partecipato a 8 delle 11 campagne elettorali tenutesi in Africa, ma sta lavorando anche nelle presidenziali del Perù, elezioni amministrative di Berlino, presidenziali di Francia 2012). Attualmente, dà lavoro a 20 persone.
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Perché. Jean Paul Pougala è stato insignito il 30 giugno 2011 del MoneyGram Award, prestigioso riconoscimento ai migliori imprenditori stranieri che hanno creato imprese in Italia (circa 400mila a inizio 2011), giunto quest’anno alla sua terza edizione. Pougala ha vinto ottenendo il miglior risultato complessivo sulle cinque categorie del concorso: crescita, occupazione, innovazione, giovane imprenditoria e responsabilità sociale. La giuria era presieduta da Vincenzo Boccia, presidente di Piccola Industria Confindustria.

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Emanuele Crialese
Regista di fama internazionale e vincitore del Leone d’Argento a Venezia con Nuovomondo, film che racconta la storia di emigranti italiani ad Ellis Island.
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Perché. Il suo quarto lungometraggio, Terraferma, la cui trama tratta dell'immigrazione clandestina dall'Africa in Italia, è stato presentato al Festival di Venezia 2011 in cui è stato accolto con una standing ovation. La storia di una piccola isola della Sicilia dove si intrecciano i destini dei suoi abitanti, toccati dagli arrivi dei clandestini, provenienti dal Nord Africa, e in particolare quelli di due donne, un'isolana e un'immigrata. Terraferma ha vinto il Premio speciale della giuria.

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Maso Notarianni
Giornalista e membro del direttivo di Emergency, direttore di Peace Reporter.
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Perché. Nell’aprile del 2011 lancia insieme a Gianna Mura la rivista cartacea "E-il mensile", il mensile di Emergency che ha l’obiettivo di diffondere la cultura della pace. Un impegno che nasce da un desiderio ben preciso: "vorremmo che il nostro compito diventasse inutile e i nostri ospedali fossero vuoti e, invece, sono sempre più pieni".

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Aldo Morrone
Commissario dell'ospedale San Camillo-Forlanini di Roma, responsabile e ideatore dell' Istituto Italiano per la salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà presso il San Gallicano.
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Perché. Da sempre protagonisti in prima linea sul tema della prevenzione e della cura delle malattie legate alla povertà e alla migrazione, nel 2011 Aldo Morrone e la sua equipe medica hanno contribuito in modo determinante alla valutazione e alla somministrazione di cure in occasione dell'arrivo dei migranti in Sicilia, confermando un impegno e un'attenzione costante nella lotta alle malattie della migrazione. 

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Giornata dei Diritti dei Migranti: una festa di tutti!

migrantiTredici anni fa alcune organizzazioni cominciavano a festeggiare il 18 dicembre come Giornata Mondiale per i Diritti dei Migranti. Un momento per ricordare, riflettere e informarsi su come vengano considerati i Diritti di rifugiati e immigrati in tutto il mondo.

Quella della Giornata Mondiale per i Diritti dei Migranti è la storia di una ricorrenza che nasce dal basso. Furono infatti alcune organizzazioni e associazioni filippine e asiatiche a "inventare" la festa e poi a portare avanti la propria battaglia perchè questa fosse celebrata e riconosciuta dalle Nazioni Unite. Il 18 dicembre del 1990 infatti veniva aottata dalle Nazioni Unite la Convenzione Internazionale sulla protezione dei diritti per tutti i Migranti e le loro famiglie, un documento importante che getta le basi per la parità dei diritti umani e lavorativi di migranti di ogni genere.

Un lavoro retribuito, la possibilità di godere di ferie e pensioni, ma soprattutto il diritto di essere riconosciuti come uomini e donne invece che numeri e statistiche dell'economia globale. Temi in discussione ancora oggi, se è vero che solo pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato una nuova direttiva (il cosiddetto "permesso unico") che renda possibile unire permesso di soggiorno e di lavoro e conformare le condizioni salariali e lavorative dei migranti con quelle degli autoctoni in qualunque Stato Membro.

L'occasione di oggi è ancora più importante se si pensa a una parola, "tutti", utilizzata proprio nel titolo della convenzione. Di chi si parla quando si indicano tutti i lavoratori migranti? Il documento è chiaro: migranti e rifugiati da paesi lontani, ma anche frontalieri, che in nord Italia sono numerosissimi; clandestini sbarcati dopo aver affrontato il mare, ma anche studenti che decidono di uscire dai confini del proprio paese per lavorare altrove; insomma un migrante è chiunque vada a vivere o lavorare altrove rispetto allo stato dove è nato, indipendentemente da condizioni e motivi dell'uscita.

Per questo auguriamo a tutti voi un buon 18 dicembre, e vorremmo che voi lo auguraste a tutti quelli che conoscete, perchè mai come in questa occasione i diritti di uno sono quelli di tutti, senza bandiere convinzioni o confini, e negare a qualcuno diritti del genere significa rinunciarvi per primi, e nessuno sarebbe disposto a rinunciare all'equità e alla giustizia sul proprio posto di lavoro o a essere tutelati insieme ai propri familiari per qualche astratta convinzione politica o ideologica, giusto?

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Figli di tante patrie: gli scrittori di seconda generazione si raccontano a Roma

scrittori figli di tante patrie più libri più liberiAlice Zeniter, Cristina Ali Farah, Shadi Hamadi e Tahar Lamri: l'8 dicembre alla fiera della piccola e media editoria di Roma hanno parlato le voci delle seconde generazioni di scrittori, per raccontarsi e raccontare al pubblico un mondo in cui vita e letteratura si incrociano.

Una sala grande, forse troppo, ma in grado di accogliere il pubblico giusto, quello che per un attimo fugge dal turbinio di stand, proposte e acquisti per fermarsi ad ascoltare le voci che di solito sono solo inchiostro su carta. Il titolo dell'incontro, promosso da Biblioteche di Roma e Roma Multietnica, è "Figli di tante Patrie": parlano gli scrittori "di seconda generazione", e raccontano le proprie storie, quelle dei loro romanzi e di come non esistano, davvero, seconde generazioni.

Identità e fantasia
Per prima prende la parola Alice Zeniter, autrice del romanzo "Indovina con chi mi sposo". In un miscuglio di realtà e finzione letteraria il libro racconta la storia di Alice, francese figlia di algerini, e Mad, il suo migliore amico, proveniente dal Mali e a rischio di rimpatrio per colpa di una folle e perversa burocrazia. La soluzione? Un matrimonio bianco per far sì che Mad acquisti la cittadinanza. L'identità torna sempre come uno dei temi portanti del romanzo, in questo caso sotto le spoglie della "algerizzazione" di Alice (anche se il termine in lingua originale è algèritude), che non ha mai vissuto o visto il paese dei propri genitori, ma che lo sente come parte della propria identità.

"Non è che io abbia scoperto la mia algeritudine in un preciso momento - dice Alice Zeniter - è un concetto inventato, l'idea fantastica di un luogo delle origini che non conosco. Esiste nell'eco delle parole di una nonna, è un ricamo di fantasia su una parentela indiretta che ho sempre desiderato che mi appartenesse. Per questo Alice, la mia protagonista, cerca segni che possano affermare il suo essere algerina nei tratti somatici, nei modi. Cerca un'identità che sia soltanto sua.

Mondi che si incontrano
Forse ancora più complessa è stata la mediazione tra mondi che ha dovuto creare Cristina Ali Farrah, poeta, scrittrice e giornalista di madre italiana e padre somalo. Cristina nasce a Verona, ma si trasferisce a Mogadiscio a soli tre anni, per poi fuggirne nel 1991, a 17 anni, dopo un'adolescenza ben diversa da quella di tanti coetanei.

"A 17 anni dovevo andarmene dalla Somalia, - racconta Cristina - non c'erano le condizioni per avere una serenità, una vita normale, c'era la guerra. Ho preso mio figlio che era nato da poco e ce ne siamo andati. Con me ho portato tutte quelle piccole cose a cui tenevo, oltre allo stretto indispensabile ho deciso di portare un velo, un cuscino, che era quello che usavo per il bambino, e infine il diario su cui scrivevo, a cui tenevo moltissimo. Il mio primo impatto con la diaspora somala all'estero è stato particolare: ero arrivata a Zeist, in Olanda, dove mi aspettavano alcuni parenti e amici. Io sono miope e in quel momento mi trovavo senza una lente, perciò da un occhio vedevo bene, dall'altro vedevo sfocato e mi sembra un'ottima metafora della diaspora, la vita in un altro paese ma nella propria comunità. Mentre ero in macchina fuori vedevo i campi di tulipani, le città olandesi, e dentro la macchina c'era odore di incenso e musica somala. E' una visione doppia, alcune cose sono chiarissime, altre sfocate. Poi sono arrivata a casa di mia cugina e avevo un po' paura. Perché con lei, che mi aveva fatto da damigella al matrimonio, l'ultima volta avevamo litigato: il matrimonio non era stato proprio uno di quelli tradizionali somali pieni di sfarzo. Quando ci siamo viste, però, dopo essere state tenute lontane dalla guerra e dalla paura, era come se non fosse successo nulla e la prima cosa che le chiesi fu di insegnarmi a cucinare la sambussa".

L'Europa vista da lontano
Anche Shadi Hamadi, scrittore e giornalista siriano, ha vissuto con un'identità divisa: nato e cresciuto in Italia da padre siriano e madre italiana è stato straniero qui per la sua nascita e straniero a Damasco per la sua cultura. Il padre di Shadi scappa dal paese come rifugiato politico, dopo aver subito torture e rappresaglie. Esiliato, poté fare ritorno nel paese con la sua famiglia solo nel 1997, dopo l'amnistia di Assad.

"Appena sono potuto tornare in Syria, dopo l'esilio, ero felicissimo e sentivo di dover dire la mia opinione, fare la mia parte, dare idee. Così ora mi trovo quasi nelle stesse condizioni di prima. Sul rapporto che l'occidente ha con l'oriente posso dire che mi sembra sempre piuttosto univoco, senza scambi veri: l'idea dell'Europa nei confronti degli stati orientali è sempre quella di doverli aiutare, ma così si crea una dipendenza, non c'è ascolto. Il biculturalismo delle seconde generazioni dovrebbe essere una marcia in più, la possibilità di guardare le cose da più punti di vista. In Italia credo sia possibile, qui possiamo salvarci, in Francia invece ho visto una realtà molto triste, in cui magari figli di immigrati mettono il velo o studiano il Corano senza averlo scelto, senza sapere di cosa si tratta veramente. Usano simboli senza cultura, solo per costruirsi un qualche genere di identità, e questo è da evitare.

Seconde generazioni? No, grazie!
La fiducia nel paese viene condivisa da Tahar Lamri, scrittore, giornalista e poeta egiziano in Italia da 20 anni:
"Parlare di integrazione è sempre un azzardo, perché non è una parola ben definita: non è mai possibile sapere fino a che punto, fino a dove ci si debba integrare. C'è un limite oltre il quale devi rimanere straniero. Ma è assurdo parlare di seconde generazioni, l'immigrazione non è mica una malattia ereditaria, chi nasce o vive in un paese diverso è una vera e propria prima generazione. Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio alle seconde generazioni concludeva dicendo: 'Cari ragazzi, Promessi Sposi d'Italia: l'augurio più affettuoso di coronare felicemente e presto un'aspirazione che facciamo pienamente e civicamente nostra'" Tra dieci anni ci sarà una diversa legge sulla cittadinanza, magari basata sullo ius soli, e i progressi già si vedono. "

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Tutti stranieri on air su Radio3. Sei sintonizzato?

radio3 tutti stranieriUna giornata per dare spazio ai tanti, tantissimi stranieri che abitano l'Italia: l'iniziativa è stata lanciata da Radio3 con il titolo "tutti stranieri". Il 5 dicembre tutti i programmi della radio sono condotti da giornalisti, attori, musicisti e corrispondenti provenienti dai quattro angoli del mondo e che si sono stabiliti ormai in Italia. Abbiamo parlato con Marina Lalovic, giornalista protagonista del programma "Tutta la città ne parla". 

Da anni ormai l'Italia è un vero e proprio luogo di incontro tra popoli, ma solo ultimamente la percezione dei media e dei cittadini italiani nei confronti degli stranieri è iniziata a cambiare, passando dall'iniziale diffidenza e resistenza fino a un sempre crescente interesse nei confronti di usi, costumi, pensieri e idee degli immigrati.

La scelta di Radio3 di dedicare spazio e attenzione agli esponenti di diversi paesi e culture che abitano in Italia è un ottimo modo per fornire agli ascoltatori contenuti interessanti e attuali. Dare voce a punti di vista differenti su questioni di ampio respiro aiuta a mettere il nostro paese nella giusta prospettiva: siamo ormai una società costituita da un melting pot di percorsi storici, politici e culturali diversi che delineano il profilo di una nuova Italia.

Ne abbiamo parlato con Marina Lalovic, giornalista serba in Italia da 10 anni e redattrice del programma televisivo BABzine in onda su Babel, il canale Sky dedicato agli stranieri in Italia.

Cosa può dare in più un giornalista straniero a un programma di informazione?

"Tante cose: innanzitutto un occhio esterno, un modo di vedere la realtà e le notizie di un paese diverso da quello di chi ci ha sempre vissuto. Chi viene da fuori dall'Italia ha un bagaglio di esperienze, di riferimenti e di trascorsi storici diverso, e i fatti vengono interpretati diversamente. Allo stesso modo cambia il modo di condurre un programma e il modo di parlare con gli ospiti stranieri che partecipano. Indipendentemente dalla classe sociale, dalla professione e dai punti di vista il rapporto è più immediato, anche solo per il fatto di essere entrambi stranieri in un altro paese, e questo permette di avere subito un terreno comune e condiviso"

Nel tuo episodio del programma avete parlato di nazionalismi. Nella scaletta sei partita dalle recenti dichiarazioni del Presidente Monti all’Europa e infine alla Croazia. Qual è la relazione?

"Il punto di partenza sono state le parole di Monti, che ha voluto prendersi in prima persona le sue responsabilità nei confronti del paese invece di attribuire all'Europa le necessità politiche italiane. Così il discorso è passato alla Croazia, che presto entrerà in Europa nonostante tanti croati non ne vedano la necessità. Spesso i politici dicono che alcune manovre o azioni servono all'Europa, e questo porta i cittadini di un paese a vedere male questa unione, che in questo periodo sembra non promettere quasi nulla e che chiede grossi sacrifici. A quel punto è facile rintanarsi nel nazionalismo. In questo vedo anche il valore aggiunto di cui parlavo: non avrei potuto parlare in maniera approfondita della situazione italiana, e così ho attinto dalla mia esperienza e dalla ia visione per portare la discussione in una direzione un po' diversa."

Qual è quindi l'esperienza di una persona che ha visto come le questioni politiche e le notizie possono influenzare davvero la vita delle persone, come è successo in Serbia con l'ultranazionalismo?

"Un'altra questione è quella di parlare di come alcuni eventi abbiano ripercussioni reali sulla vita delle persone: io sono venuta via dalla Serbia 10 anni fa proprio a causa del nazionalismo, e per farlo ho lasciato familiari e amici. Non sono cose facili, non è stato come andare a studiare in un altro paese, ho fatto dei sacrifici per arrivare qui a parlare, ora, proprio di nazionalismi. Sono cose vere che hanno ripercussioni sulle persone: nei primi tempi in Serbia si rideva delle dichiarazioni di Milosevic e del suo partito, è sempre facile sentirsi come se quello di cui si parla sui giornali non fosse vero, e ci si accorge della realtà solo quando ci tocca da vicino."

Ascolta qui l'episodio di "Tutta la città ne parla" condotto da Marina Lalovic.

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La favola dei migranti di Kaurismaki incanta il Torino Film Festival

le havre a torinoUna favola sull'umanità con protagonista un bambino immigrato in una città dell'alta Normandia, ispirata al neorealismo italiano e girata in Francia da un regista svedese. Sembra uno scioglilingua ma non è così: si tratta di “Miracolo a Le Havre”, l'ultimo film di Aki Kaurismaki, che ha conquistato critica e pubblico al Torino Film Festival, dove ieri ha ricevuto il premio Gran Torino.

Un film che è una forte presa di posizione nei confronti di un atteggiamento assai comune nell'epoca contemporanea: quello di chiudere gli occhi e girarsi dall'altra parte, specialmente quando si parla di immigrazione e rifugio. "Ho scelto di fare questo film perchè la situazione dei rifugiati insulta la mia dignità - ha detto Kaurismaki -. C'è una totale indifferenza da parte delle autorità su questa situazione, anche in Italia: basta vedere quello che succede ogni estate a Lampedusa. Ho scritto questo film non per dare delle soluzioni a queste problematiche, non è questo il mio lavoro. Ma di questi tempi sembra non sia il lavoro di nessuno. Per questo il problema non ha ancora trovato soluzione."

In occasione del suo secondo film di ambientazione francese, Kaurismaki riporta in scena lo scrittore Marcel Marx, protagonista del film La Vie de Boheme del 1992. Ora Marcel ha abbandonato la capitale e gli eccessi, e lavora come lustrascarpe alla stazione di Le Havre, terra di confine tra Francia e Inghilterra affacciata sul canale della Manica. Marx ha un amico thailandese e una compagna, Arletty, con cui condivide gioie e dolori in una casa povera situata in un quartiere denso di umanità di ogni genere, che il regista ritrae tanto nella durezza dei volti quanto nella straordinaria gentilezza che dimostrano l'uno con l'altro, reietti alla deriva sulla stessa barca. La favola nasce dalla malattia di Arletty e dall'arrivo nel quartiere di un bambino, immigrato clandestino; due eventi che metteranno in moto tutto il quartiere in una vera e propria macchina di solidarietà e aiuto.

Con “Miracolo a Le Havre” (citazionistico titolo italiano del più laconico Le Havre), Aki Kaurismaki fa sua la lezione di Vittorio De Sica e riporta nei cinema un'umanità che si riconosce simile e si comporta nell'unico modo ragionevole e logico: aiutandosi a vicenda. Il regista svedese riesce in un compito non facile, quello di rendere universale una favola, che nella sua apparente sospensione nel regno del surreale trova la giustificazione per diventare patrimonio di chiunque. Realtà e surrealtà, meraviglia e volti fin troppo legati alla strada, situazioni drammatiche e dialoghi pieni di ironia, colori accesi e tempi dilatati e freddi: il mondo di Le Havre è il trionfo della risoluzione dei contrasti nel calderone umano. Qui non conta la provenienza del bambino immigrato o la divisa dei poliziotti il cui compito è assicurarsi che venga rimpatriato: sono elementi contingenti che nascondono una sola vera realtà in cui ognuno è un essere umano e parafrasando Hemingway, nessun uomo è un'isola. Un’opera che ricorda agli italiani, in questo periodo in cui nuovamente si parla di sbarchi e accoglienza, che non è poi lontano il periodo in cui a ispirare il paese erano Zavattini e (Vittorio) De Sica, invece dei cinepanettoni contemporanei.

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Science for Peace 2011: intervista Kathleen Kennedy Townsend

Il 18 e il 19 novembre a Milano si è tenuta la terza edizione di Science for Peace: un'occasione per discutere, confrontarsi e scoprire come la scienza e le nuove tecnologie possano fare molto per aiutare a creare un futuro migliore. Ce lo spiega in video Kathleen Kennedy Townsend, Vice Presidente di Science for Peace.
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Science for Peace nasce con un intento importante, spiega Kathleen Kennedy: far capire che la scienza può contribuire in modo determinante alla pace nel mondo. Quando si parla di scienza troppo spesso viene da pensare alla guerra e alla tecnologia bellica: dai carri armati agli aerei, passando per le bombe quando il progresso tecnologico è spesso legato allo sviluppo di armi. Ma la scienza ha milioni di applicazioni pacifiche e vogliamo fare in modo che quante più persone possibile aprano gli occhi e il cuore a questa possibilità.

Quando si parla di tecnologia per la pace le applicazioni pratiche sono infinite: con gli strumenti e le conoscenze adatte è possibile avere raccolti più abbondanti, o un maggiore accesso all'acqua, strumentazione medica migliore oppure, come è il caso con i social media, un luogo di confronto e discussione laddove non è possibile per i singoli trovare una soluzione ai problemi.

In quest'ottica la partecipazione alle conferenze di quattro premi Nobel assume un significato particolare. Proprio l'istitutore del riconoscimento, Alfred Nobel, fu un uomo che visse in prima persona la dicotomia tra scienza per la pace o per la guerra. L'uomo costruì la propria fortuna inventando la dinamite, strumento tanto utile nella creazione di gallerie e miniere, quanto letale in guerra, dove era usato come esplosivo. Alfred Nobel, rendendosi conto che la sua attività di produttore di esplosivi lo aveva reso noto come mercante di morte, decise di istituire un premio speciale proprio con i soldi guadagnati dalla sua attività, che fosse attribuito a chi, in vari campi, avesse contribuito con le proprie idee e scoperte a migliorare il mondo.

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La primavera araba ritratta dai protagonisti

Festival di cinema africano a VeronaLa rivoluzione al Festival del Cinema Africano di Verona

Anche quest’anno il Festival del Cinema Africano inonda di colori Verona, con una settimana dedicata alle immagini e ai registi che hanno portato sul grande schermo il continente e le sue voci dall'11 al 20 novembre. Arrivata alla sua XXXI edizione, la manifestazione ha assunto ormai la forma e il peso di un grande evento collegato ai festival del cinema d'Africa, d’Asia e dell’America Latina di Milano, a ImmaginAfrica di Padova e al Balafon di Bari.

Quest’anno, una sezione speciale è dedicata al tema della “primavera araba”, l’onda di rivoluzioni che nel corso dell’anno hanno cambiato il volto politico e sociale del Nord Africa attraverso due pellicole: l’egiziana “18 Jours”, un film che riunisce tanti diversi registi e attori per raccontare i 18 giorni che hanno cambiato il paese, e “I Nostri anni Migliori”, opera italiana che racconta la vita sotto la dittatura di Ben Ali attraverso le parole di cinque immigrati tunisini.

Alla diaspora e alle migrazioni è dedicata un’altra importante sezione del festival, dal titolo Viaggiatori e Migranti, che propone otto film a tema partendo dalla decisione dell’Onu di dichiarare il 2011 anno dedicato alle persone di origini africane. Tra i partecipanti anche l’italo-ghanese Fred Kuwornu con "18 Ius Soli", approfondito documentario sul tema del diritto di cittadinanza per i giovani di seconda generazione, ragazzi nati o vissuti da sempre in Italia che al compimento del diciottesimo anno di età sono costretti a un lungo e complesso iter burocratico per vedersi riconosciuta l’appartenenza al proprio paese.

Alla fine della kermesse saranno consegnati due premi dedicati a lungometraggi e cortometraggi per un totale di 24 film in concorso, molti dei quali in anteprima internazionale. Nel ruolo di giurati ufficiali saranno presenti Annabelle Alcazar, produttrice cinematografica e direttrice del Trinidad e Tobago Film Festival; Cleophas Adrien Dioma, poeta, scrittore e cronista per numerose pubblicazioni, e Giancarlo Beltrame, giornalista presso il quotidiano l’Arena di Verona. Organizzano l’evento il Centro Missionario Diocesano della città e Nigrizia Multimedia, storici sostenitori del festival sin dalle prime incarnazioni, affiancati da ProgettoMondo MLAL.

Nel corso della settimana agli eventi cinematografici si affiancano iniziative di ogni genere legate alla scoperta, alla conoscenza e alla multiculturalità. Inoltre, tra le iniziative inaspettate per un festival cinematografico spicca anche una tavola rotonda dedicata al calcio africano, con la proiezione del documentario “Forgotten Gold” del regista sudafricano Makele Pululu. Il film racconta la storia di Ndaye Mulamba, leggendario cannoniere dello Zaire che nel 1974 salì agli onori delle cronache sportive per il suo record di 9 goal consecutivi nel corso della Coppa Africana delle Nazioni. Nel 1996 il governo dello Zaire costringe alla fuga l’atleta, che abbandona il paese lasciandosi alle spalle tutti i propri averi. Il regista ha incontrato Mulamba in Sud Africa, dove ha dovuto faticosamente ricostruirsi una vita da zero e dove lavora come guardia di un parcheggio. Se quel governo fosse stato democratico, il suo destino sarebbe stato diverso.



Kumi Naidoo: "Ho convinto Coca Cola e Google a battersi per l'ambiente"

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A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.

“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.

Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.

Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a  disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.

Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.

Marìka Surace



Ricordate Lomborg l'eco-scettico? In Danimarca gli tagliano i fondi

lomborgTrovarsi di colpo con un milione di sterline in meno metterebbe in ginocchio chiunque. Ma non Bjorn Lomborg, almeno non del tutto. L'economista divenuto noto come “l'ambientalista scettico”, la “bestia nera degli attivisti dei cambiamenti climatici” non si scoraggia del tutto di fronte all'annunciato taglio dei finanziamenti da parte del nuovo governo danese al Copenhagen Consensus Centre, il think-tank fondato da Lomborg e che promuove analisi economiche applicate a problemi globali, compresi i cambiamenti climatici che il centro danese aveva fino a non molto tempo fa relegato in fondo alla graduatoria delle le priorità più urgenti.

Sin dall'uscita del libro The Skeptical Environmentalist il nome dell'autore è stato associato a posizioni contrarie all'analisi diffusa sui cambiamenti climatici; sue sono infatti le parole che liquidano come inutili i tentativi da parte dei governi di combattere i futuri mutamenti del clima tagliando le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economista danese ha sempre apertamente giudicato esagerate le stime sui possibili impatti futuri del clima sul pianeta. Convinzioni queste ribadite in Cool It – libro e documentario che ha fatto registrare scarso successo ai botteghini e tra le attività del centro. Almeno fino all'ultima opera di Lomborg (Smart Solutions to Climate Change) in cui l'autore sembra riappacificarsi con Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc, con il quale si erano mostrati evidenti dissapori nella disputa sul clima. Oggi, all'indomani delle elezioni che hanno visto la vittoria della sinistra di Helle Thorning-Schmidt, prima donna a presiedere il governo danese, sembra proprio che i finanziamenti al Copenhagen Consensus Centre subiranno consistenti tagli, fino a oltre un milione di euro.
 


 

Ida Auken, nuovo Ministro dell'ambiente (per la cronaca: classe 1978 e in parlamento dal 2007), ha raccontato al giornale inglese The Indipendent che Lomborg non può più aspettarsi finanziamenti dal governo danese per il suo centro, visto che i finanziamenti ricevuti finora si fondavano su “ragioni ideologiche e – continua Auken – riteniamo sia sbagliato che la ricerca sia finanziata con criteri di questo tipo”.

L'ambientalista scettico incassa il colpo, difende il suo operato, ma da quanto si è iniziato ad avvertire nell'aria che il vento del governo sarebbe cambiato, ha rivolto altrove la ricerca di fondi. Puntando su altri argomenti, altrettanto rilevanti e capaci di smuovere l'opinione pubblica. Come il progetto ReThinkHIV, ad esempio, e la preoccupante flessione di finanziamenti per la ricerca e per l'applicazione di soluzioni nei paesi maggiormente colpiti dall'Aids. Lomborg è guardato da molti con scetticismo e con diffidenza, ma di certo è una figura più controversa e capace di generare attenzione intorno a se' come pochi altri. E intorno a questa sua capacità ha costruito la sua fama.

 

Immagine di Mark McDermott

 



Gora Diop, dal Senegal a Novara a tempo di hip hop

In quale mondo viviamo? Se lo chiede spesso, spessissimo Gora Diop, 32 anni, novarese d'adozione ma con almeno due diversi mondi nell'animo. "Uno è sicuramente l'Italia, che ha accolto me e la mia famiglia, dove sono cresciuto e ho avuto le mie opportunità. L'altro è sicuramente il Senegal, che mi porto nel cuore, e dove non dimentico di avere le radici". In quale mondo vivi, però, è anche la domanda che Gora, lunghi capelli rasta, pelle scura e accento di Novara, chiede a se stesso e alla gente.

"In quale mondo vivi" è infatti il titolo di uno dei suoi due album: il ragazzo fa musica praticamente da sempre, e i suoi singoli, come Vu cumprà, sono evocativi, con sonorità africane e testi in italiano rappato e pieno di riferimenti alla vita di immigrati e ragazzi di seconda generazione.




"Mio padre è di Dakar, è venuto qui a lavorare, e io, mia madre e i miei fratelli lo abbiamo raggiunto. All'inizio stavamo in Calabria, dalle parti di Locri. E lì io ho iniziato le scuole, ricordo quel periodo con piacere e calore, perché tutta la mia famiglia ha avuto un'accoglienza incredibile". Ma i lavori in una regione come la Calabria sono stagionali e poco redditizi, e il padre di Gora decide di emigrare al Nord, dove ci sono già altri parenti. "Un nostro zio stava a Novara, e così lì mio padre ha iniziato a lavorare in fabbrica, in una fonderia. E io non potevo che adeguarmi alla situazione, solo che nella mia, di fabbrica, si fanno, anzi si facevano, ascensori".
Si facevano nel senso che la fabbrica, dopo un po', ha rallentato la produzione, e automaticamente è scattata la cassa integrazione per i dipendenti. Gora compreso. Che lavora ancora (la cassa integrazione è parziale) ma che nel frattempo ne fa mille altre. La musica lo impegna tanto, i due dischi che ha pubblicato se li è autoprodotti, e le sue canzoni, reggae cantilenanti o rap incandescenti, raccontano vita e problemi quotidiani di chi vive tra due culture, ma non solo. C'è Tuta blu, che canta la vita in fabbrica, e perfino una canzone, Contro tutti, dedicata a Mario Balotelli, "uno che ce l'ha fatta e che poteva essere tutti noi, portare avanti le nostre istanze, farci da bandiera, e che invece spesso spreca la fortuna e il talento che ha".

Della sua bravura si sono accorti in molti (nel 2009 Radio Popolare Network l'ha nominato artista dell'anno), ma non basta. "La mia canzone, Vu cumprà, piaceva a tutte le radio a cui la facevo ascoltare, ma alla fine, se non hai sponsor grossi, se non c'è nessuno nelle radio che contano che ti porti avanti, che abbia il coraggio di passare qualcosa in cui crede piuttosto che le solite canzoni con mille spinte, resti uno che è famoso localmente, ma senza la speranza di quel salto che vorrebbe". Gora, però, le speranze non le perde per niente. E mentre organizza concerti rap nella sua città, gestisce anche un'associazione culturale, centro di raccolta per ragazzi brasiliani, nigeriani, ma anche italiani, che hanno voglia di confrontarsi, di fare musica, di discutere la propria integrazione. "Dopotutto sono fortunato anche io, che nella musica ho trovato il mio canale d'espressione, il modo in cui far sentire la mia voce. E, questo lo so bene, non è un'opportunità che hanno tutti".

Marìka Surace

Foto di Goraman Gora



Femminile plurale: il Nobel per la Pace 2011 va a tre donne

nobel donne"Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace", recita la motivazione del premio. Perché quest'anno il Nobel per la Pace lo condividono in tre, e si tratta di tre donne diverse tra loro che in comune hanno la tenacia e la determinazione con cui hanno lottato per la pace nei rispettivi paesi. Annunciato o meno (alcuni propendevano anche per i blogger arabi, che hanno avuto un ruolo enorme nella cosiddetta primavera araba), il premio è stato infatti assegnato a è stato assegnato a Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, all’avvocatessa liberiana Leymah Roberta Gbowee, e all’attivista yemenita Tawakkol Karman.

La prima, forse la più famosa, anche conosciuta come la Signora di Ferro africana, è l'attuale presidente della Liberia e in assoluto la prima donna a rivestire questo incarico nel continente africano. Arrivata al potere nel 2005, si  è impegnata nella ricostruzione del suo Paese, devastato da 14 anni di guerra civile che ha fatto 250.000 morti.

La seconda, Gwobee, un'energica donna di 39 anni, è una militante pacifista, anche lei liberiana e da sempre paladina nonviolenta dei diritti civili, e soprattutto una delle più determinanti figure che hanno contribuito a mettere fine alle guerre che hanno dilaniato il suo paese. Piccola, di carnagione chiara (e per questo motivo soprannominata “la rossa”, ma anche La guerriera della pace), l'avvocatessa Gbowee ha recentemente dato alle stampe la sua autobiografia, Mighty Be Our Powers: How Sisterhood, Prayer, and Sex Changed a Nation at War (“La forza dei nostri poteri: come le comunità di donne, la preghier e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra”).

Infine la più giovane, appena 32 anni, è Tawakkol Karman, un’attivista yemenita che ha tre figli e molto coraggio, ed è una delle protagoniste della protesta femminile contro il regime del suo Paese. La sua lotta per la trasparenza dell'informazione (è una giornalista, ed è la fondatrice dell'associazione "Giornaliste senza catene"), nel gennaio di quest’anno era stata arrestata dalle autorità yemenite per i suoi continui proclami antiregime e la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti umani. La polizia è stata alla fine costretta a rilasciarla sotto la pressione delle manifestazioni in suo sostegno, che hanno portato in strada migliaia di persone.


In un giorno in cui ricorre il decimo anniversario della dichiarazione di guerra all'Afghanistan, in un periodo in cui le guerre civili (in Asia come in Africa) non sembrano cedere alle pressioni della diplomazia, spesso troppo debole o troppo incastrata tra interessi politici ed economici, il Nobel per la Pace ci ricorda che ci sono, e si spera ci saranno sempre, figure che non smettono di arrendersi, che prendono molto sul serio la battaglia per il riconoscimento dei diritti di tutti, che sono pronte, come già abbiamo visto per Liu Xiaobo, a sacrificare la propria libertà per la pace di tutti. E questo, a noi, sembra già abbastanza per avere fiducia nell'umanità.

La foto è di Nancy Pelosi



Ven, 07/10/2011 - 10:45 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags: