Compleanno con regalo. Eh sì, perché giusto due anni fa nasceva Avoicomunicare, uno spazio per discutere e dialogare, per confrontarsi su temi decisivi per il nostro presente e il nostro futuro. L’ambiente e l’integrazione tra i popoli, l’energia e l’incontro con le culture diverse dalla nostra, di questo abbiamo parlato, di questi e di altri argomenti avete scritto nei ventiquattro mesi che scadono ora, convinti che il dialogo sia fondamentale per comprendere i grandi cambiamenti che attraversano il nostro pianeta. Su questo e su altro ci confrontiamo, tutti insieme, e vogliamo continuare a farlo sempre meglio.
Il regalo? Eccolo! Per festeggiare abbiamo deciso di investire ancora di più su di voi varando oggi la nuova nave più ricca di contenuti e di possibilità di interazione per tutti i nostri lettori.
Welcome, prego entrate. Accomodatevi perché qui potete dire ciò che avete a cuore. Fateci conoscere ogni giorno le vostre idee e le vostre opinioni, mandateci testimonianze video per denunciare quello che non vi sta bene o anche per far sapere a tutti qualcosa che vi è piaciuto. Ci piace immaginare queste pagine come un blog aperto nel quale tutti possono postare quello che pensano sia importante, abbia un valore per la nostra comunità e per la comunità Italia.
E oggi partiamo subito con un messaggio in bottiglia che arriva attraverso l’Atlantico. Un nostro lettore, Nicolò Wojewoda, ce lo ha inviato per raccontarci cosa fanno una ventina di giovani (tra cui lui stesso) che animano la parte green del Palazzo di vetro dell’Onu. A noi è piaciuto, e ci è piaciuta la disinvoltura con cui Nicolò ci ha scritto. Fatelo anche voi.
E poi c’è il network di Avoicomunicare, ovvero tutti voi. In questi due anni la rete è cambiata molto, siamo entrati da qualche tempo a pieno titolo nell’epoca dei social network. Youtube, Twitter e, soprattutto, Facebook sono esplosi definitivamente creando un continente nuovo dove esprimersi liberamente, senza mediazione, dove tessere relazioni, incontri, mettendo in comunicazione centinaia di milioni di persone.
Ora, come sanno tutti coloro che ci seguono, la nostra comunità è parte integrante del progetto di Avoicomunicare e per questo abbiamo deciso di valorizzare ancora di più i vostri contributi e le discussioni che quotidianamente animano le nostre pagine. Nella colonna destra della home page abbiamo inserito tutto quello che esce nella nostra rete, tutto quello che ognuno di voi ogni giorno decide di condividere con noi.
In basso, sotto i nuovi cinque box dedicate ad articoli e video, abbiamo ritagliato uno spazio di servizio nel quale trovate e troverete, sondaggi e iniziative speciali che lanceremo in questi mesi. Come quella ancora “top secret” in rampa di lancio in questi giorni.
Insomma, il nuovo Avoicomunicare è pronto, sta scaldando i motori per partire di nuovo. Per partecipare al nuovo viaggio è facile. Basta salire a bordo.
“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo.
Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile.
I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”.
A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli.
Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare.
Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società” Foto di Giorgia Serughetti
Teodoro, Steve,Martin e Justin: quattro giovani studenti africani, pantaloni a zampa e capelli vaporosi, arrivano nella Roma degli anni '70, in piena epoca di contestazioni e battaglie politiche. Vivono, combattono, si divertono come i coetanei italiani. E decidono di restare. Ma l'Italia che hanno conosciuto cambia sotto i loro occhi, diventando ogni giorno più chiusa e intollerante. Abbiamo intervistato il regista Marco Simon Puccioni, autore de Il Colore delle Parole, un documentario che raccoglie ricordi e testimonianze di questi ex studenti che oggi hanno i capelli grigi, vivono in Italia e ne sono osservatori privilegiati
Dal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.
Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.
Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.
Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.
Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.
Foto di robpatrick
È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro
“A volte il pregiudizio è lo scudo attraverso il quale si tenta disperatamente di proteggersi da se stessi e dagli altri. L’omofobia esiste, e la si può combattere solo dotando ciascuno degli strumenti culturali necessari”. Maura Chiulli crede molto nella scommessa sulle giovani generazioni, che sono anche quelle più a rischio di atteggiamenti intolleranti verso le minoranze e il diverso. Non a casa l’Arcigay le ha affidato la delega alla scuola e alle politiche giovanili e lei, abituata a lottare da sempre, non si scoraggia e porta avanti una battaglia difficile. Autrice di Maledetti froci, maledette lesbiche (Aliberti editore), un libro bianco sulle aggressioni omofobe che in Italia negli ultimi due anni si sono tristemente moltiplicate, Maura è stata vittima negli ultimi mesi di minacce di ogni genere. “Devi morire, sei malata” era una delle tante frasi scritte sulla bacheca della pagina Facebook dedicata al libro e alla sua autrice. A dimostrazione non solo della crescente intolleranza verso gli omosessuali e di chi ne parla, ma della facilità con cui odio e violenza trovino nella rete un facile strumento di attacco.
"Ci si nasconde dietro a un nick e si dà libero sfogo alla propria violenza verbale. Io ho sempre risposto pacatamente e con serietà a questi attacchi, e inoltre penso che se ricevo questo tipo di minacce è anche perché il mio è un libro scomodo, e racconta una verità forse troppo cruda per alcuni". La prima parte del libro, Maledetti report, è dedicata alla rassegna degli episodi di violenza che hanno avuto come vittime designate gli omosessuali. E non si tratta soltanto di quelli che fanno discutere la politica e sollevano dibattiti. Bensì di una crescente miopia frutto del machismo mai accantonato nel nostro paese, lo stesso che ci fa guardare a tutto ciò che è ambiguo come una minaccia alla nostra stessa identità. Lo stesso che sta alla base dei pregiudizi da cui si generano i quotidiani ostacoli a una vita almeno dignitosa: "Io e la mia compagna abbiamo incontrato delle difficoltà perfino per trovare la nostra casa: i rifiuti, gli sguardi denigranti, umiliazioni che ti impediscono di vivere normalmente. Come l'opinione che che gay significhi sempre festino e trasgressione. Nonostante gli unici festini di cui si sappia, in Italia, sono quelli con protagonisti importanti politici".
Perfino i recenti gay pride festeggiati nelle città italiane sono stati l'ennesima occasione per dimostrare quanto ci sia ancora da fare perché l'universo gay abbia la possibilità di dialogare con la società. Se a Milano e Napoli è andato tutto bene, infatti, a Roma l'accoglienza è stata tutt'altro che festosa: "I petardi al gay Village, gli striscioni di insulti, ci aiutano a delineare il quadro di una situazione di tensione crescente. Dovremmo interrogarci tutte e tutti su questa insopportabile deriva violenta. E non mi riferisco solo alle aggressioni fisiche all'ordine del giorno. Anche le parole hanno un valore, sono importanti e possono posizionarsi nel petto come pugnali affilatissimi. L'Italia è il secondo paese in Europa in fatto di aggressioni a danno di persone transessuali, eppure nulla si fa per loro, se non continuare a disegnarli come prostitute drogate al servizio degli uomini facoltosi del nostro Paese".
In altri paesi è possibile sposarsi, o almeno unirsi civilmente. In Italia questa realtà sembra davvero lontana. "Quando ho letto della premier islandese e del suo matrimonio, ma anche che il parlamento aveva votato all'unanimità per permettere agli omosessuali di sposarsi, mi sono sentita allo stesso tempo soddisfatta e invidiosa. Sogno di potere un giorno anche io sposare la mia compagna. E, in ogni caso, le unioni civili sono un segno di civiltà e buon senso irrinunciabile. E chissà che un giorno una legge aperta, meno intollerante, non possa riguardare anche l'Italia. Io non sono pessimista: la gente spesso è molto meno chiusa di quanto non lo siano le istituzioni. Nel frattempo è importante proseguire sulla strada della visibilità, dell'orgoglio e del sentimento".
Foto di Atomische
"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.
Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".
Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".
Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.
Foto di Visionshare
Ancora una volta in finale. Come l'anno scorso. I ragazzi della nazionale italiana under 17 di cricket si confermano vincenti, e dopo aver portato a casa, lo scorso anno, il trofeo europeo, quest'anno sono arrivati di nuovo in finale. La squadra è quasi interamente composta da giovani immigrati del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Bangladesh, India e Pakistan). L'anno scorso il presidente della Federazione Italiana Cricket, Simone Gambino, dedicò la vittoria a Bossi. Siamo andati a intervistare lui e i suoi ragazzi a per sentire come ci si sente a essere campioni europei di una nazione in cui molti di loro non sono ancora riconosciuti nemmeno come cittadini.
E capita a un tratto che il vaso di Pandora, messo per un po’ in un angolo a prendere polvere e invecchiare per noia, venga scoperchiato di nuovo. E che la questione femminile (si potrà dire ancora così? Perché l’impressione è che anche solo l’uso di una certa terminologia possa farti fare un veloce salto da una parte all’altra di una barricata che nemmeno immaginavi ci fosse ancora) diventi tema di cronaca, poi di approfondimento, infine di scontro. Tra donne, ovviamente. Quelle che indossano con disinvoltura i panni di femmina arrivata e dunque doverosamente scettica nei confronti di recriminazioni considerate fuori tempo. E le altre, quelle che pur senza avere nulla da invidiare alle prime in termini di carriera e successo lavorativo, non si nascondono dietro al proprio successo individuale facendo finta che tutto questo non abbia un prezzo, e che quello pagato nel nostro Belpaese sia particolarmente alto. Perché quest’ultime sanno bene che ciò che vale per alcuni, non può diventare dogma per tutti. E che in risposta a un articolo ben documentato e aperto ai due punti di vista come quello di The Atlantic di qualche settimana fa avrebbero ben altre statistiche da sciorinare al di qua dell’Atlantico.
E però ci sono anche le altre. Quelle ben lontane dal voler discutere se sia o meno necessario tirare in ballo vecchi slogan (come se l’età di una pretesa ne determinasse automaticamente l’acquisizione. Come se non vivessimo in Italia), quelle che gli slogan nemmeno li conoscono. Ma tutto è legato, questo lo sappiamo già. E allora sarebbe davvero ipocrita nasconderci che la cronaca triste di questi giorni, la somma di trafiletti e articoli più dettagliati, non può più essere semplicemente catalogata come delitto passionale. Che ha tutta l’aria di una giustificazione, un’attenuante come lo era l’omicidio per adulterio di quel capolavoro sull’arretratezza legislativa degli anni ’60 che fu Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Perché la violenza quotidiana, costante, ormai quasi abitudinaria che ogni giorno travolge le donne non può essere più soltanto un fatto di cronaca che scade insieme al quotidiano che la racconta.
“Il problema della violenza sulle donne sembra inestricabile e purtroppo è anche in aumento”, afferma Anais Ginori, giornalista di Repubblica e autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango), interessante raccolta di testimonianze al femminile. “23,8% nel 2008, quasi dieci punti percentuali in più rispetto al 1995.In definitiva, credo che il problema sia culturale e che abbia molto a che vedere con il rispetto. Negli ultimi anni, il rispetto per le donne (e per il loro corpo) si è molto abbassato. C'è stata una banalizzazione della violenza simbolica e, alla fine, non si può non vedere che c'è stato un effetto anche sulla violenza reale”.
C’è chi afferma, e noi siamo d’accordo, che questi episodi non possono essere staccati da un contesto sociale in cui la figura del maschio viene ridiscussa, indebolita, rielaborata in nome di un’emancipazione femminile sempre più visibile e piena. La paura di perdere ciò che sembrava scontato, una superiorità avallata da anni di docile acquiescenza in ambito domestico e non solo, ha trasformato l’uomo in persecutore che sfrutta la superiorità rimastagli, quella fisica, per tormentare, per vendicarsi, per cancellare. L’identikit degli uomini che ogni giorno calpestano, infastidiscono, massacrano le donne, non è quello di alienati mentali, pazzi maniaci che hanno perso la lucidità da tempo. Non solo. C’è tutto un mondo di maschi di buon livello culturale e buona posizione sociale che ricorre, nonostante ciò, alla violenza.
E la prevenzione, quella con cui una legge sullo stalking che ha ormai un anno si prefiggeva di diminuire il fenomeno, semplicemente non funziona. Spiega Ginori: “Le leggi servono, ma poi bisogna anche finanziarle. Per esempio, la normativa sullo stalking sta diventando inapplicabile perché mancano le risorse per la polizia e i Prefetti. I tempi d'attesa per una donna che denuncia e vuole essere protetta da uno stalker possono raggiungere anche 3 - 4 mesi”. Sempre che ci sia una denuncia. Perché, a oggi, il 93% delle donne non sporge denuncia, e in alcuni casi non sa nemmeno che violenza fisica e psicologica siano reato. Dopotutto, il rispetto per se stesse non è una facile conquista. Soprattutto in una società in cui si continua a ironizzare sul corpo delle donne come avviene qui. Di fronte a tutto questo, bisognerebbe soffermarsi a riflettere su cosa significhi davvero emancipazione.
Foto di John Mueller
La crisi si fa sentire, ma i consumatori cercano di conviverci e alle vacanze non vogliono rinunciare; magari si cerca di spendere meno, ma partire bisogna partire perché il viaggio è entrato a far parte di quel modello di vita a cui non vogliamo rinunciare. E allora è il trionfo del low cost o delle scelte last minute per raggiungere quei posti che solo qualche tempo fa, quando per lo più si viaggiava in treno, sembravano irraggiungibili e che oggi, grazie ai voli a basso costo, ci appaiono così accessibili.
Con Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi ed esperto di comunicazione pubblicitaria, scopriamo come e perché il viaggio può essere considerato una merce, proprio come qualsiasi altro bene di consumo e che posto ha guadagnato nelle abotudini di chi vuole uno stile di vita ispirato alla sostenibili.
Due delle discussioni più accalorate degli ultimi mesi sulla nostra pagina di Facebook sono state intorno al velo islamico e all’opportunità o meno del suo divieto nei paesi occidentali (qui un esempio). È un dato curioso che un po’ ci ha sorpreso. In fondo, sono proprio poche le donne che in Italia indossano il velo integrale, quello che copre anche il volto; è raro, rarissimo, vedere in giro per Roma o Milano una signora che indossa il burqa, il velo celeste tipico dell’Afghanistan e che abbiamo imparato a conoscere da qualche anno.
Sull’onda di una multa comminata a una signora velata a Novara oppure dell’approvazione in Belgio e Francia di una legge restrittiva, si riaccende la discussione. Come se fosse un nervo che tutti sentiamo scoperto e come se fosse un tema sul quali ci sentiamo tutti di avere una posizione, un’opinione da difendere. Che può avere le sue ragioni nel senso di giustizia nei confronti di una donna che si giudica oppressa oppure per la paura che può incuterci una persona della quale non si vede il volto o ancora per l’idea che sotto un burqa possa nascondersi un terrorista.
E allora ci si divide. Favorevoli o contrari al divieto che due civilissimi paesi europei hanno imposto di indossare il velo nei luoghi pubblici? A Parigi si approvano multe, addirittura corsi di qualche mese per rivelare alle velate il vero senso del velo che indossano e indurle a toglierselo.
Quel che forse non ricordano – o non ricordano abbastanza – coloro che gridano allo scandalo per i “sarcofagi” oppure per le “prigioni ambulanti” è che non esiste il Velo con la “v” maiuscola. Non solo perché di veli ne esistono di molti tipi, ma anche perché lo stesso pezzo di stoffa può voler dire molte cose diverse per altrettante donne.
La pratica di indossare il velo si estende per migliaia e migliaia di chilometri da ovest a est, tutti quelli nei quali la religione islamica ha rilevanza. E ciò significa dal Marocco sulla via della modernizzazione all’Indonesia tigre asiatica, dalla Turchia laica di Ataturk alle sconfinate pianure della Cina passando per la più grande democrazia al mondo, l’India, nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani.
Di veli ce ne sono molti a seconda delle latitudini (niqab, burqa, hijab, chador ecc.) e molte sono le ragioni per le quali le donne li indossano. È semplicistico e sciocco affermare che sia solo simbolo della sottomissione femminile oppure esclusivamente simbolo religioso. È in alcuni casi certamente questo, altre volte altro, e dipende dai singoli individui, da ragioni a volte anche imperscrutabili, fatte di vincoli culturali, psicologici o chissà cos'altro. Capita che anche nello stesso paese il velo significa per alcune donne una moda e per altre un'abitudine, per altre ancora sottomissione oppure affermazione di un'identità contro l’invasione culturale dell'Occidente. Ripetiamolo, pensare che esista un solo velo e un solo modo di indossarlo è una semplificazione che non aiuta a comprendere quel che capita.
Uno degli argomenti utilizzati a favore del divieto è quello di aiutare l’emancipazione delle donne musulmane dal dominio dei maschi. Uno Stato laico, si sente dire spesso, deve tutelare la donna da una forma di oppressione simbolica e fisica. Ma veramente questa è la strada per raggiungere l’obiettivo? Malgrado ognuno di noi possa esprimere riprovazione per quella pratica, chiediamoci: lo Stato può operare una discriminazione tra i suoi cittadini, per esempio, a partire da uno standard dell’abbigliamento? Al di là delle buone intenzioni, nella motivazione libertaria sembra risuonare la tragica formula “esportare la democrazia” con tutti i danni che ha prodotto. Le scelte autonome di qualcuno sono come la maturità di un ragazzino, non possono essere imposte, sono un percorso che può essere aiutato e incoraggiato e per il quale bisogna sapere attendere.
Foto di See Wah
L’Europa unita, quella delle direttive comunitarie, alla fine è una questione di mozzarella di bufala e di etichette sui barattoli di Nutella. Per tutto il resto, e soprattutto quando si parla di diritti, niente è più eterogeneo degli stati del vecchio continente, una moneta unica e un approccio sociale e normativo non sempre univoco. Specie quando si tratta di omosessuali e della possibilità, per loro, di unirsi in matrimonio o adottare dei figli. E non è mai solo una questione di Nord e Sud o di cultura cattolica. Basta scorrere l’elenco dei paesi in cui oggi, in Europa, i gay possono sposarsi ufficialmente: perché se ci sono le scontatissime Norvegia, Svezia e Olanda, ad approvare normative a favore del matrimonio omosessuale ci sono anche Portogallo e Spagna. Passando per il Belgio e, ultima arrivata, l’Islanda.
Dove l’amatissimo premier Johanna Sigurdardottir ha sposato la sua compagna, Jonina Leosdottir, nel giorno stesso in cui nel paese è entrata in vigore la legge che lo consente. Pillole di civiltà, in un continente che nella sua carta costituzionale enfatizza la lotta alla discriminazione. In un clima che, invece, parla spesso le lingue dell’odio e dell’intolleranza, e non solo lì dove è la chiesa a dettare norme morali che si traducono in leggi (non) scritte. Come succede in Danimarca, ad esempio. Dove le unioni civili tra i gay (una specie di tanto paventati e da noi mai attuati Di.Co.) sono legge, ma per le strade i pestaggi e le persecuzioni declinano un’omofobia crescente.
“Negli ultimi 5 anni abbiamo assistito, in Danimarca, a un crescendo spaventoso di episodi del genere. L’odio nei confronti del diverso, gay o immigrato o mussulmano poco importa, è violento, folle. Quasi incontrollabile” conferma Nicolò Donato regista italo-danese del film Brotherhood, da poco uscito nelle sale. Il film di Donato racconta una storia d’amore “impossibile” tra due membri di un gruppo nazista. I due, Lars e Jimmy, uniti dalla passione e dallo studio del Mein Kampf. In un crescendo drammatico che li porterà a dover scegliere tra gli ideali nazisti e l’amore. “Perché in fondo, proprio perché nata in un’atmosfera di incredibile odio, quella che racconto è una grande storia d’amore.
Che nasce in un ambiente dove di amore ce n’è davvero ben poco”, spiega Donato. Che prima di girare il film ha avuto lunghi colloqui con un ex membro di un gruppo nazista, finito in prigione e abbandonato dai compagni di pestaggi. Perfino i luoghi in cui sono state girate alcune scene sono “reali”: “Abbiamo deciso di dare uno sfondo molto veritiero al film e, pur rischiando, abbiamo girato la scena iniziale in un luogo in cui veri gruppi nazisti si riuniscono di notte per pianificare contro chi scaricare la loro violenza”. Quindi conta poco il fatto che vi siano o meno leggi di riconoscimento dei diritti degli omosessuali? “Non è tanto una questione di normative”, afferma il regista, che con il suo film ha vinto il Marco Aurelio per il miglior film allo scorso Festival del Cinema di Roma. “Quanto la cultura in cui vieni tirato su, le cose che ti vengono dette, la paura che ti viene instillata fin da quando sei solo un ragazzino. La paura del diverso in tutte le sue forme. In Islanda la legge per i matrimoni gay è stata votata all’unanimità. Il che significa che c’è un consenso generale e senza condizioni rispetto a un diritto individuale. Ma non è così ovunque. Chissà se lo sarà mai”.
Foto di Sambrook
«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.
«Più occhi – nota Maistrello – guardano gli stessi fatti e più differenze avremo nel suo racconto. Nulla è indispensabile, ma tutto è utile nel momento in cui l’accesso alla complessità del mondo diventa funzione di un percorso individuale. Internet è un ecosistema reticolare in cui ciascun individuo ha l’opportunità, ma non il dovere, di essere nodo attivo». Se le cose del mondo sono molte è meglio che le guardino e le raccontino più persone piuttosto che solo quelli che un tempo si sarebbero definiti i professionisti.
Rapidamente, si sta passando dai social network ai social media. Facebook e Twitter non sono più luoghi dove si stringono relazioni ma sono anche strumenti in mano a milioni di persone che fanno informazione e che leggono, ascoltano, guardano. Sono nuove redazioni e nuove edicole planetarie, in una sintesi impensabile fino a ieri. «Abilitano le persone a esserci, a essere in rete e a creare contenuti. A essere nodi attivi. Come altre tecnologie in precedenza, ma con la forza di piattaforme ormai mature e popolate da milioni di persone. Un nodo attivo è un potenziale testimone ovunque si trovi, un occhio che guarda per noi e che è in grado di raccontare ciò che vede in tempi eccezionalmente rapidi».
In questo momento, un problema serio, molto serio, per il mondo dell’editoria è quello di inventare un modello di business alternativo per l’informazione in rete. Come pagare contenuti di qualità in un panorama free come internet? Tra iPad, Kindle, micropagamenti ecc., sembra un puzzle al quale, finora, manca sempre una tessera. «Non credo funzioneranno i paywall, che chiudono i contenuti dentro un sito e li rendono avulsi da ogni processo virtuoso di rete. Per la pubblicità c'è speranza soltanto se torna a essere servizio per il lettore, perché la semplice esposizione di stampo televisivo è aliena al modo in cui funziona internet e non produce valore». Una speranza, secondo Maistrello, potrebbe venire dal finanziamento dal basso, collettivo, di progetti giornalistici. «Il crowdfunding journalism è la quintessenza del giornalismo inteso come servizio civico per la propria comunità. La comunità finanzia la ricerca della verità su se stessa. Tuttavia non avremo alcuna certezza su come finanziare il giornalismo in rete finché non faremo dell'ottimo giornalismo in rete. Solo sperimentando si può individuare un nuovo modo che crei utili in un modo trasformato».
Un mondo che cambia con una rapidità impressionante ma che in Italia sembra viaggi con il freno a mano tirato. I giornali si barcamenano nel gestire l’oggi, ma non riescono ancora a guardare avanti. Certo, ci sono episodi significativi di citizen journalism anche da noi come i twit partiti da L’Aquila e da tutto il centro Italia pochi attimi dopo la scossa di terremoto dell’aprile 2009 oppure il gran lavoro, raccontato anche da Maistrello nel suo libro, che un viareggino ha fatto la notte della tragedia ferroviaria nella stazione toscana.
Eppure, la sensazione è che si proceda a rilento. Come mai? «L'Italia sconta gli ultimi trent’anni di predominio televisivo, un predominio che non è solo mediatico e commerciale ma costitutivo del modo in cui il nostro Paese guarda e racconta se stesso. Il cambiamento nasce per lo più a livello del singolo nodo. Sarà profondo e inarrestabile, ma in Italia continuerà a essere rallentato da ostacoli strutturali profondi. È inevitabile che l'informazione spontanea faccia le spese di questo stato di cose: richiede una consapevolezza e una responsabilità che il cittadino digitale medio in Italia spesso non possiede oppure possiede soltanto a uno stadio televisivo, monodirezionale, emotivo, superficiale».
Foto di digitaljournal

Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
Grazie e buona partecipazione a tutti.
I cori sugli spalti, ma anche gli insulti in campo, una scrollata di spalle da parte dell’allenatore che fa finta di niente, la diffidenza del compagno di spogliatoio meno incline a condividere i momenti di gioia o di delusione con un giocatore che ha la sua stessa maglia ma non lo stesso colore della pelle. Le forme di razzismo che ogni giorno si consumano in Italia tra i campi di calcio e su altri terreni sportivi sono molteplici. A dispetto di tutto ciò che viene detto ogni giorno sullo sport che gioca contro le differenze e che premia la meritocrazia. E allora succede che un giovane campione come Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi , si sia trovato, nella scorsa stagione del campionato di Serie A, al centro di una campagna razzista tanto più enfatizzata dal suo carattere impulsivo e dal non avere mai accettato una situazione per lui insostenibile. Situazione perfettamente disegnata anche nella prima biografia non autorizzata che Giancarlo Dotto e Raffaele Panizza hanno dedicato al calciatore interista e che è da qualche giorno in libreria con un titolo inequivolcabile: Negrazzurro (Aliberti)
“Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre nella Nazionale italiana”. Su questo Super Mario non ha mai avuto dubbi. Eppure non la pensano così gli spicchi bianconeri, giallorossi o viola, poco importa di che fede calcistica, che dalle curve lo insultano ogni volta che scende in campo. O, peggio ancora, quelli che hanno fortemente sostenuto che uno come Balotelli in Nazionale non c’entrava proprio niente. Il colore della pelle, ancora una volta, diventa uno dei modi peggiori per misurare quanto sia indietro l’Italia in tema di cultura sportiva e non solo. “Purtroppo in Italia c’è una storia che nessuno vuole raccontare: la storia dei neri italiani”, spiega Mauro Valeri, sociologo e autore di Che razza di tifo (Donzelli, 208 pp., 17 €). “E’ una storia che andrebbe riesumata, e i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbero un’ottima occasione. Ci sono italiani neri che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, restando anche uccisi dai nazifascisti, come Giorgio Marincola o Alessandro Sinigaglia. C’è stato un pugile campione europeo dei pesi medi, titolo vinto nel 1928 da Leone Jacovacci”.
Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare che a Pechino c’erano ben 8 “neri italiani”, tutti impegnati nell’atletica. E che di calciatori, e sportivi in genere, con un colore della pelle più scuro ma con cittadinanza italiana come Balotelli, presto ce ne saranno molti altri. Continua Valeri: “I tifosi se la prendono con Balotelli non soltanto perché è forte, ma anche perché è un italiano nero, accusato dai razzisti anche del fatto che non ha “sangue italiano”, cioè ha entrambi i genitori stranieri, elemento questo che per molti è una sorta di condanna a vita. Quando esordirà in Nazionale sarà il primo figlio di migranti a farlo. E il fatto che questo avvenga dopo centodieci anni dalla fondazione della Figc la dice lunga di quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi, ma anche di quanto lo sia il mondo del calcio”. L’elemento diverso, in questa situazione, è che al contrario di molti suoi colleghi che in un passato recente o ancora oggi evitano di ribellarsi contro il razzismo degli spalti e da spogliatoio, Balotelli si volta verso la curva e fa una linguaccia, ma soprattutto non tace: “La sua generazione è fatta di atleti che non ci stanno a rimanere sempre sulla soglia della porta soltanto perché, pur essendo nati e cresciuti in Italia, per una astorica legge sulla cittadinanza, almeno fino a 18 anni sono considerati a tutti gli effetti stranieri. E’ come se il loro amore non venisse corrisposto”.
Il problema è tutto italiano, in quanto da noi c’è una legge sulla cittadinanza molto restrittiva, e la nostra Federazione non è ancora molto attenta o sensibile a questi temi. Basti pensare alla Germania, grande protagonista dei Mondiali sudafricani con la sua nazionale che ha convocato ben 11 di quelli che da noi sarebbero stranieri, e invece sono considerati cittadini a tutti gli effetti. “La Germania ai Mondiali ha dimostrato tutto il suo valore “multietnico”, e questo è il risultato anche di una radicale modificazione della legge sulla cittadinanza che da qualche anno non si basa più sul “sangue” (come in Italia), ma sul suolo (è cittadino chi nasce in quel paese). In Italia invece il figlio di un migrante tendenzialmente non fa sport perché sa che non può rappresentare un futuro “lavorativo”, in Germania invece lo è. E, nel caso italiano, stiamo parlando di oltre 800 mila minori!”.
Le politiche di repressione contro il razzismo negli stadi, rinforzate negli ultimi anni, non hanno ottenuto granché. Il fenomeno è tanto più presente quanto subdolamente innescabile nell’inconscio di tutti coloro che ancora si identificano in un colore piuttosto che una nazione. Come al solito, un ruolo importante potrebbe essere assegnato alle scuole. Conclude Valeri: “Nelle scuole calcio, ad esempio, si dovrebbe insegnare non solo il dribbling ma anche il codice sportivo, che ribadisce che chi vuole giocare a calcio, o fare l’allenatore non può essere razzista. Le società dovrebbero anche avere più coraggio a rompere definitivamente i legami di ricatto che debbono subire da parte di alcune frange di tifosi che hanno fatto delle curve veri e propri business. Che molti di questi ricattatori siano anche razzisti è un elemento che dovrebbe far riflettere. In dieci anni le Leghe calcistiche hanno ricevuto ben 3 milioni di euro dalle multe ai club per episodi di razzismo. Se fossero stati investiti in programmi antirazzisti molto probabilmente avrebbero prodotto qualche buon risultato”.
Foto di Cesc89
Se la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”.
E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”.
Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone.
Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia.
Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.
Foto ufficiali della White House
Sono sicuro, ve lo ricordate tutti lo spot di un tour operator che metteva alla berlina i turisti che avevano pensato per conto proprio a organizzarsi le vacanze. Eppure il viaggio più ricco, più denso, più appassionato, è quello improvvisato, magari senza gps, parola di antropologo. “La qualità di un viaggio sta nello scambio, nelle relazioni che si riescono a instaurare con il territorio che si visita e con le culture che si raggiungono. Ma se ci chiudiamo in ghetti dorati controllati da vigilantes, impermeabili ai fermenti della quotidianità e delle culture, allora non facciamo che consumare la nostra vacanza come un prodotto qualsiasi”.
Duccio Canestrini è un antropologo che presta molta attenzione, tra le altre cose, a come cambia l'atteggiamento delle persone e il loro (nostro) rapporto con il viaggio. Dall'Università di Trento, dove insegna, Canestrini porta lo studio dell'antropologia in teatro, con i suoi monologhi multimediali, e in libreria, con titoli che sembrano giocarci un po' (come Andare a quel paese o Non sparate sul turista) ma invece analizzano e raccontano il turismo come un modo e un'attività per vivere relazioni con luoghi e persone, nel rispetto dell'ambiente e delle culture. Alcuni direbbero che esiste una formula per tradurre tutto questo in due parole semplici e che vanno di gran moda: turismo responsabile, o turismo sostenibile. Ma il professore ci invita a non fare confusione con le parole e, per utilizzare quelle che gli sembrano più adeguate, lui ha coniato la definizione di turismo permeabile. “Si tratta semplicemente di usare buon senso – spiega Canestrini – senza farsi prendere dalla fobia per l'ignoto e affidarsi a strutture ricettive a gestione familiare, magari improvvisare, aprirsi e non chiudersi, essere consapevoli che l'alta qualità del viaggio si ha nello scambio e nei rapporti umani”.
Eccola la permeabilità del turismo, quella che otteniamo quando, continua il Canestrini, “il turista si apre alla realtà che incontra senza stereotipi creando una normale relazione umana con la realtà che incontra. Se c'è questa permeabilità, viaggiatore e ospitante si arricchiscono reciprocamente; con i pacchetti preconfezionati non possiamo far altro che consumare la nostra vacanza”. Come accade in posti dove tutto è già predisposto, ogni cosa demandata a un'organizzazione e così, ovunque sei, è sempre lo stesso posto e magari, per arrivarci hai viaggiato chiuso nella tua auto, macinando strada tutta d'un fiato, rimbalzando lo sguardo tra l'asfalto e il gps, mentre una semplice domanda per un’informazione può essere fonte di contatto, spiega Canestrini.
A volte però il turismo si può anche trasformare in una moda, un'occasione per andare in vacanza dai propri modelli di consumo e far finta, magari per una settimana l'anno di essere ecologisti, di avere cura per l'ambiente e di colorare il viaggio con una spennellata di morale a buon prezzo. “Dobbiamo renderci conto – dice Canestrini – che il turismo è un'industria impattante, basta guardare l'Adriatico per capirlo. Quando si parla di turismo sostenibile si usa una definizione che riguarda l'analisi degli impatti ambientali e la pianificazione del turismo sul territorio”. Ecoturismo, o turismo ecologico è una cosa diversa e riguarda le scelte dei viaggiatori che decidono di viaggiare con modalità e comportamenti che siano rispettosi dell'ambiente. “Una volta mi è capitato in California di mangiare pomodori prodotti in maniera assolutamente biologica, erano buonissimi, ma poi ho scoperto che erano coltivati da braccianti messicani sotto pagati e desindacalizzati. In questi casi finisce l'ecologia e inizia un altro discorso. Se anche uno decide di mangiare biologico o di assumere comportamenti particolarmente attenti all'ambiente, anche se solo per due settimane l'anno, sempre meglio che prendere a randellate i delfini come fanno invece su una baia giapponese”.
“Esiste una sorta di coscienza, che magari a volte può essere vissuta con un pò di ipocrisia e non incide su tutti i nostri comportamenti e su tutti i nostri consumi – conclude Duccio Canestrini – ma è la consapevolezza che apparteniamo a una specie molto impattante sul pianeta terra, siamo tanti e stiamo conciando il pianeta molto male. Le scelte non possono essere mai coerenti da ogni punto di vista, ma da qualche parte bisogna partire. Farlo da questa coscienza è molto importante, poi ciascuno la declina nelle maniere che ritiene più opportune”.
L'immagine è tratta dal sito Viaggi e miraggi
È arrivato in Italia scappando dal suo paese, l’Etiopia, e qui ha trovato una nuova vita. Dagmawi Yimer, come tanti, è sbarcato a Lampedusa dopo un viaggio d’inferno attraverso il Sahara e il Mediterraneo. «Era il 30 luglio 2006», ripete Dag (così lo chiamano tutti) come se fosse la data di nascita.
Dopo qualche mese in Sicilia, ha ottenuto lo status di rifugiato politico ed è riuscito a costruirsi un presente e un futuro a Roma dove realizza da qualche anno documentari (come Come un uomo sulla terra e il recente C.A.R.A. Italia sui centri di accoglienza per i richiedenti asilo) e film per mostrare non solo a noi il drammatico viaggio che migliaia di persone fanno per arrivare in Europa ma anche per raccontare una storia fortunata come la sua. Da qualche mese abita alla Garbatella, quartiere popolare di Roma.
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“Ci rubano il lavoro, rendono le nostre strade insicure, mettono in discussione certezze e tradizioni religiose a cui non vogliamo assolutamente rinunciare”. Ma anche: “Non hanno voglia di lavorare, le donne si vestono in maniera strana, è impossibile comunicare con loro”. Questi e altri luoghi comuni circondano l’idea di immigrato in Italia, e affermazioni del genere sono pane quotidiano sia nelle conversazioni al supermercato che in Parlamento. Quando invece l’unica parola che dovremmo dire, se consapevoli dei dati reali sull’immigrazione, è Grazie. Che non a caso è il titolo dell’interessante inchiesta di Riccardo Staglianò, pubblicata da Chiarelettere. Sottotitolo: Ecco perché senza immigrati saremmo perduti. Un lungo viaggio in Italia, dalla Sicilia al Trentino, per dimostrare quanto gli stereotipi a cui spesso agganciamo le nostre opinioni siano fragili e pericolosi.
Perché dovremmo dire Grazie agli immigrati?
Perché in una quantità di settori essenziali della nostra economia e della nostra società, sono ormai maggioranza. Senza di loro, letteralmente, si fermerebbero pezzi indispensabili del Paese. Dalle badanti alla babysitter, dagli addetti alle pulizie a quelli delle fonderie.
A chi fa comodo ignorare questo loro ruolo fondamentale?
Viviamo in un Paese dove va in scena la sistematica scomparsa dei fatti. La Lega ha fatto della paura dell'altro il suo mantra elettorale. Gli imprenditori leghisti conoscono alla perfezione la realtà, e sono grati ai loro dipendenti stranieri, ma i politici raccontano la storia che fa più presa sull’oncia dell'elettorato spaventato, ovvero dell'invasione degli immigrati. Peccato che, in realtà, abbiamo una delle quote più basse d'Europa di immigrati.
Dati quotidiani (gli ultimi, del Censis, affermano che il 77% degli immigrati ha un lavoro regolare, e quasi il 50% di loro è a tempo indeterminato) contraddicono l’idea di uno straniero che contribuisce notevolmente al reddito del paese. Perché non viene detto più spesso?
La cosa sorprendente in questi ultimi dati è che ci sorprendano. Nel libro cito il rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia in cui si dice chiaramente che non c'è alcuna sovrapposizione tra i lavori che fanno loro e quelli che facciamo noi. Eppure, a forza di sostenere il contrario, la gente ci crede. Tantopiù in periodi di crisi come quello odierno.
Alle scorse elezioni si è parlato di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti. Quali saranno gli ostacoli più duri da affrontare per giungere a questa conquista? Lei come pensa che potrebbero cambiare le cose concedendo loro il voto?
Con il tempo che fa - penso all'abominevole reato di clandestinità, che ha come unico effetto quello di consegnare gli irregolari alla criminalità organizzata, e ai respingimenti - credo che non sia affatto un traguardo vicino. Ma dal momento che pagano le tasse perché non dovrebbero votare, almeno amministrativamente?
Un articolo recente di The Atlantic affermava provocatoriamente che dobbiamo accogliere gli immigrati quantomeno per debito karmico: tutti i paesi, dopotutto, hanno avuto i loro immigrati. Che ne pensa?
Dico che in America, dove ho vissuto, indiani e cinesi diventano ministri e capi di importanti società. Questo è assolutamente impensabile in Italia. Quanto al debito karmico, mi sembra che la nostra amnesia rispetto al nostro passato recente sia sorprendente. Da come ci comportiamo sembra che la più grande migrazione del XX secolo, quella che ha riguardato 30 milioni di persone in giro per il mondo con valigie di cartone, abbia riguardato qualcun altro. E invece...
Durante il suo viaggio ha parlato con molti immigrati. Cosa le hanno raccontato?
È gente poco sentimentale, quindi grata all'Italia che, pur impegnandosi a metter loro i bastoni tra le ruote, garantisce stipendi migliori che in patria. La lamentela più frequente è quella del permesso di soggiorno, questa spada di Damocle sotto la quale vivono costantemente. E i cui tempi sono diventati così lunghi da diventare ormai arbitrio.
E’ ottimista rispetto al fatto che un giorno riconosceremo a queste persone ciò che gli spetta?
Non particolarmente. La nostra è una società spaventata e quindi egoista. Bisogna fare un'opera illuministica seria. Contro lo spavento ribadire che si tratta di numeri ben diversi da quelli messi in giro dalla propaganda governativa. Contro l'egoismo dare i numeri veri che dicono che gli immigrati producono il 10% del Pil e ci pagano le pensioni. È quello che ho provato a fare con questo libro.
Foto di Cendino Temè
La grande paura dell’invasione degli immigrati. E invece? Spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, i rifugiati in Italia sono 55mila, meno di un decimo rispetto a quelli in Germania. In occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) AVoiComunicare le ha chiesto di fare chiarezza per conoscere chi sono le persone che arrivano per mare, mettendo a rischio la loro vita, in viaggi che durano anche anni. Sono esseri umani che scappano da guerre e persecuzioni politiche. «Respingerli a largo delle nostre terre – prosegue la Boldrini – ha il solo effetto di rigettarli in situazioni tragiche dalle quali faticosamente cercano di fuggire».
Ma non sarà che chiedere asilo è solo un trucco per arrivare qui e poterci rimanere? «Macché – risponde la rappresentante delle Nazioni Unite – questa è un’informazione falsa che va combattuta in tutti i modi».