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«Drill, drill»: tutti i rischi della trivella selvaggia

Piattaforma - Foto di ZazzaNM

Perché quello della Louisiana era un disastro annunciato. E perché gli uragani adesso fanno più paura.

Sembra che il tempo delle decisioni severe sia ormai giunto. Dovevamo capirlo già molto tempo fa, per la precisione 150 anni fa, quando il colonnello “Drake” perforò il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel 1859. Ma lo sapevamo da decine di milioni di anni fa, da quando la Terra ha cominciato a secernere idrocarburi dalle sue viscere, trasformando antiche paludi salmastre in un liquido scuro e vischioso che avrebbe cambiato per sempre il volto del pianeta con l’arrivo degli uomini.

Quanto accaduto nel Golfo del Messico obbliga ad agire, ma avremo potuto farlo anche prima, se solo avessimo tenuto conto dei segnali. Il più recente dei quali è stato quello dell’uragano Katrina, che nel 2005 ha sconvolto New Orleans: e ormai siamo sicuri che non si è trattato di un caso. Le dune costiere del delta del Mississippi, le più importanti paludi e la vegetazione rivierasca sono state cancellate in decenni di «infrastrutturazione» perlopiù petrolifera. Per questo l’entroterra è rimasto naturalmente indifeso: e nessuno se ne è preoccupato, pensando che il progresso non fosse conservare la ricchezza della vita, ma l’accumulo del profitto.
Al prossimo uragano – e lì ce ne sono parecchi ogni anno – il sistema costiero sarà ancora più vulnerabile, fiaccato dalla massa nera che vi si sta abbattendo.
Ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Come se non ci fossero stati decenni di incidenti (e proprio qui il più grave su piattaforma prima di questo, nel 1979), come se le petroliere non avessero già distrutto queste e altre linee di costa, come se i residui della combustione degli idrocarburi non avvelenino le nostre quotidiane esistenze e permeino l’ambiente di un sottile velo chimico invisibile ma mortifero. Anzi, il presidente Obama riapre alle trivellazioni in Alaska, dimenticando che risparmierebbe molto di più obbligando i costruttori statunitensi a fabbricare autovetture che consumano meno, azzerando, magari, accessori inutili.

Sono anni che ci si domanda quando finirà il petrolio e ci si interroga sul momento in cui si verificherà il picco al di là del quale il greggio costerà troppo e sarà più difficile da estrarre. Non abbiamo capito che la domanda giusta non è affatto quella, ma quanto ancora siamo disposti a sopportare le conseguenze della ricerca, estrazione e raffinazione del petrolio. Quelle esternalità, che, guarda caso, non si pagano alla pompa di benzina o con la bolletta elettrica, ma che comunque la collettività si accolla educatamente ogni volta che qualcuno muore di cancro ai polmoni, o che si perdono milioni di animali e ecosistemi vitali. Tutto questo fino adesso lo abbiamo pagato noi, mentre la BP, come le altre major petrolifere, fa finta di niente e addirittura si è ribattezzata Beyond Petroleum (oltre il petrolio).
Stavolta sembra però che l’ora sia suonata: Obama assicura che tutto il disastro sarà a carico della corporation britannica, che, però, se si sottomettesse al giusto principio che chi inquina paga, fallirebbe in poco tempo. Speriamo che non ci siano passi indietro: sarebbe la prima volta.

Mario Tozzi

Foto di ZazzaNM

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