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Rom, in un paese civile i bambini non devono morire di povertà

“Viviamo in un paese con uno dei migliori sistemi sanitari del mondo, un dato riconosciuto a livello mondiale. Eppure sopportiamo che accanto alle nostre case vivano persone che hanno un’aspettativa di vita che non supera i 50 anni. Comè possibile?” Non ci va leggera Daniela Pompei, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati (Scuole di lingua, Centri di accoglienza e di ospitalità, assistenza a rifugiati e rom) e promotrice del movimento Genti di Pace. Come potrebbe, d’altronde?

La tragedia avvenuta nel campo rom di Tor Fiscale, a Roma, che ha visto morire in un rogo quattro bambini di 4, 5, 8 e 11 anni, non è che l’ennesima morte annunciata, risultato di un’indifferenza perpetrata nel tempo. Quella nei confronti dei rom che vivono nel nostro paese, poi, pare la più ostinata, quella che cerca perfino di trovare giustificazioni in pregiudizi nemmeno troppo elaborati. Che partono sempre da un’idea: i rom sono fatti così, e non cambieranno mai. “Una delle affermazioni più sbagliate che si possano fare, che suona più come una condanna”, spiega Pompei. “Perché poi, nel reale, succede invece che a ogni intervento concreto c’è sempre un riscontro positivo. E allora perché non provarci seriamente, soprattutto partendo dall’idea che i rom sono una popolazione formata in gran parte da bambini?”

I bambini sono un fondamentale punto di partenza per un’integrazione che abbia una qualche efficacia nel lungo periodo. E in questo percorso la scolarizzazione ha sicuramente un ruolo fondamentale. Se è vero che spesso è difficile far sì che i piccoli rom frequentino con assiduità, ogni volta che questo è successo la ripercussione positiva c’è stata all’interno del nucleo familiare e del campo di provenienza. “Proprio per questo abbiamo pensato a un programma come Diritto alla Scuola, Diritto al Futuro, finanziato con il fondo per l’inclusione sociale degli immigrati del Ministero del Lavoro e ha permesso l'inserimento a scuola dei bambini rom attraverso il sostegno alle loro famiglie. In pratica si tratta di una borsa di studio (100 euro mensili) che viene data alla famiglia del bambino che si impegnano a fargli frequentare la scuola con serietà, evitando le assenze ingiustificate.” Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, subito dopo la morte dei bimbi di Tor Fiscale, ha dichiarato che per far sì che tragedie come questa non succedano più bisogna sgomberare subito i campi abusivi. E procedere al trasloco dei nomadi in campi che rispondano a norme di sicurezza più rigide.

L’obiettivo è quello di arrivare alla costruzione di almeno dieci campi di accoglienza autorizzati, che consentiranno di offrire condizioni di sicurezza, presidi socio-educativi e un percorso di integrazione che sia di garanzia per i nomadi e per i cittadini romani. Ma non si tiene conto di due elementi fondamentali. Innanzitutto la stanzialità. Quella di definire nomadi rom presenti sul nostro territorio ormai da decenni (alcuni sono già arrivati alla quarta generazione) è un’abitudine che fa commettere molti errori. Come quello di pensare che non esistano altre soluzioni che i campi, vissuti da alcune famiglie come soluzioni precarie e marginalizzanti. Inoltre non si può non considerare che gli zingari in Italia sono davvero pochi, soprattutto se consideriamo che dei 150mila presenti almeno la metà è di nazionalità italiana. Quindi una soluzione abitativa non sarebbe poi impossibile. “La politica più urgente è quella della casa”, spiega infatti Pompei. “È un discorso molto serio. I campi possono andar bene per quelli appena arrivati, ma i rom che hanno fatto richiesta di una casa ai comuni italiani sono tantissimi. Il problema è che non riescono mai a essere tra i primi in graduatoria per l’assegnazione delle case popolari, in quanto ovviamente non hanno uno sfratto pendente. Ma iniziare dalla soluzione abitativa, abbinata alla scolarizzazione, dimostrerebbe come l’integrazione vera è possibile. E sarebbe un esempio, un modello per tutti gli altri.”

La chiave non è certo l’indulgenza a tutti i costi, anzi. Disciplina e severità nell’applicazione delle regole previste sono necessari affinchè aumenti la fiducia nei confronti di una popolazione che è la minoranza più discriminata d’Europa. Aprire un dialogo tra cittadini e rom è non solo possibile, ma doveroso. “Senza dimenticarci che quando eravamo noi gli immigrati, la descrizione che dava degli italiani il Dipartimento di Stato Americano era molto simile a quello di cui oggi noi ci lamentiamo rispetto ai rom”, conclude la dottoressa Pompei. “Siamo riusciti a uscire da una situazione di analfabetismo altissimo nel dopoguerra, i nostri immigrati in poche generazioni hanno fatto molte conquiste. Perché non possiamo far sì che lo sviluppo, il progresso che abbiamo raggiunto, si trasferiscano ai nostri immigrati, ai rom che vivono nelle nostre città?”

Marìka Surace

Foto di Francesco Paraggio

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