“Dove le donne sono un fastidio”. Fawzia Koofi, l’8 marzo oltre il burqa

Era il 25 marzo 1911 e nella Triangle Factory di New York, una fabbrica tessile in cui lavoravano soprattutto immigrate, scoppiò un incendio che costò la vita a 146 donne. Tra loro c’erano 39 italiane. La fabbrica, che produceva camicie femminili, aveva le porte chiuse dall’esterno perché i proprietari temevano che le operaie potessero uscire prima dell’orario previsto. La festa dell’8 marzo, oggi banalizzata, commercializzata, strumentalizzata, fu collegata (dopo anni di attribuzioni confuse) proprio a quel tragico evento. Ma quanto è cambiato davvero da allora?
Facciamo fatica, nonostante tutto, nonostante le chiacchiere sulla globalizzazione e, ancor più, sul multiculturalismo, a capire fino in fondo quanto la condizione femminile rimanga, più di altre, legata a geografie estranee al luogo in cui ci si trova davvero, geografie culturali fatte di diseguaglianze evidenti come il burqa o meno evidenti come gli stipendi più bassi e le minori opportunità.
 
Poi però succede che qualcuna riesca a sollevare la testa e, nonostante tutto, nonostante siano davvero difficili le condizioni di partenza, ce la faccia davvero. Leader femminista (lì dove il femminismo assume tutto un altro significato rispetto alle istanze delle donne occidentali) e senatore del parlamento afgano, Fawzia Koofi ha solo 35 anni e alle spalle sofferenze e soprusi di ogni tipo. Le guerre civili che hanno devastato il suo paese le hanno portato via il padre (ucciso dai mujaheddin), il marito professore torturato dai talebani, il fratello. Ha lavorato perché le figlie avessero un’istruzione e, nel 2005, dopo una campagna elettorale in cui il meno che le sia successo erano le autobombe pronte a esplodere e il denaro offertole per ritirarsi, viene eletta come senatore.

In un libro in questi giorni pubblicato da Sperling&Kupfer, Lettere alle mie figlie, Fawzia racconta la sua storia familiare, tre decadi in cui i racconti biografici si intrecciano con le vicende di un paese che non trova pace. Le figlie, Saharzad di 12 anni e Shubra, di 11, la seguono sempre durante i suoi comizi. Un anno fa, proprio l’8 marzo, la attaccarano quando erano insieme, in auto, dopo un discorso. E da allora sono ancora traumatizzate. Il suo libro è per loro, per spiegare alle due bambine lo scopo del suo impegno.
 
“Ero femmina in un paese in cui le femmine non sono certo benvenute, e visto che ero la diciannovesima di ventitrè fratelli mia madre mi abbandonò, appena nata, sotto il sole cocente dell’Afghanistan”. Sopravvive, Fawzia, e da subito inizia a lottare.Una personalità carismatica e instancabile, che la porta a diventare amica di Hillary Clinton, a fare comizi insieme a Condoleezza Rice, ad affrontare viaggi lunghissimi attraverso il suo paese solo per poter dire alle donne, sue coetanee ma analfabete, che l’educazione dei loro figli è la cosa più importante.
 
I suoi racconti, a volte perfino ironici, descrivono un paese in cui, nonostante quello che ci viene detto, è ancora molto lontano dal riconoscere i diritti delle donne. Lei stessa, parlamentare e colta, viene continuamente insultata dai più tradizionalisti, e in parlamento per lei e le altre donne elette intervenire è difficilissimo. Eppure è riuscita, prima donna in assoluto, a presiedere il parlamento afghano come vicepresidente. Un vero record.
 
Oggi la sua speranza è quella di diventare presidente, nel 2014. Sarebbe una svolta storica, perché è già un’impresa difficile avere un presidente donna nei paesi in cui almeno i diritti fondamentali sono riconosciuti, figuriamoci in una nazione in cui ancora molte cittadine portano il burqa e non si azzardano a parlare in presenza del marito. Protetta da otto guardie del corpo e in continuo pericolo di vita, Fawzia spera un giorno di poter dare alle sue figlie (e alle altre madri, come lei) un paese libero dai talebani e dalla paura, dove finalmente le donne riescano a spogliarsi non solo del burqa, ma di decenni di pregiudizi e soprusi, finalmente libere di scegliere.

Foto di U.S. Embassy Kabul Afghanistan



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Vi invito a visitare una nuova pagina su FB creata da Mariangela Bizzarri. Si chiama "Donne che raccontano le donne", per un confronto sulle storie delle donne.

Grazie ciclamino, ci siamo


Grazie ciclamino, ci siamo andati, interessante. Ma come mai lei si occupa di questo tema?