Agli immigrati dovremmo dire solo una parola: "Grazie"
Segui e commenta anche la discussione su Facebook. “Ci rubano il lavoro, rendono le nostre strade insicure, mettono in discussione certezze e tradizioni religiose a cui non vogliamo assolutamente rinunciare”. Ma anche: “Non hanno voglia di lavorare, le donne si vestono in maniera strana, è impossibile comunicare con loro”. Questi e altri luoghi comuni circondano l’idea di immigrato in Italia, e affermazioni del genere sono pane quotidiano sia nelle conversazioni al supermercato che in Parlamento. Quando invece l’unica parola che dovremmo dire, se consapevoli dei dati reali sull’immigrazione, è Grazie. Che non a caso è il titolo dell’interessante inchiesta di Riccardo Staglianò, pubblicata da Chiarelettere. Sottotitolo: Ecco perché senza immigrati saremmo perduti. Un lungo viaggio in Italia, dalla Sicilia al Trentino, per dimostrare quanto gli stereotipi a cui spesso agganciamo le nostre opinioni siano fragili e pericolosi. Perché dovremmo dire Grazie agli immigrati? Perché in una quantità di settori essenziali della nostra economia e della nostra società, sono ormai maggioranza. Senza di loro, letteralmente, si fermerebbero pezzi indispensabili del Paese. Dalle badanti alla babysitter, dagli addetti alle pulizie a quelli delle fonderie. A chi fa comodo ignorare questo loro ruolo fondamentale? Viviamo in un Paese dove va in scena la sistematica scomparsa dei fatti. La Lega ha fatto della paura dell'altro il suo mantra elettorale. Gli imprenditori leghisti conoscono alla perfezione la realtà, e sono grati ai loro dipendenti stranieri, ma i politici raccontano la storia che fa più presa sull’oncia dell'elettorato spaventato, ovvero dell'invasione degli immigrati. Peccato che, in realtà, abbiamo una delle quote più basse d'Europa di immigrati. Dati quotidiani (gli ultimi, del Censis, affermano che il 77% degli immigrati ha un lavoro regolare, e quasi il 50% di loro è a tempo indeterminato) contraddicono l’idea di uno straniero che contribuisce notevolmente al reddito del paese. Perché non viene detto più spesso? La cosa sorprendente in questi ultimi dati è che ci sorprendano. Nel libro cito il rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia in cui si dice chiaramente che non c'è alcuna sovrapposizione tra i lavori che fanno loro e quelli che facciamo noi. Eppure, a forza di sostenere il contrario, la gente ci crede. Tantopiù in periodi di crisi come quello odierno. Alle scorse elezioni si è parlato di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti. Quali saranno gli ostacoli più duri da affrontare per giungere a questa conquista? Lei come pensa che potrebbero cambiare le cose concedendo loro il voto? Con il tempo che fa - penso all'abominevole reato di clandestinità, che ha come unico effetto quello di consegnare gli irregolari alla criminalità organizzata, e ai respingimenti - credo che non sia affatto un traguardo vicino. Ma dal momento che pagano le tasse perché non dovrebbero votare, almeno amministrativamente? Un articolo recente di The Atlantic affermava provocatoriamente che dobbiamo accogliere gli immigrati quantomeno per debito karmico: tutti i paesi, dopotutto, hanno avuto i loro immigrati. Che ne pensa? Dico che in America, dove ho vissuto, indiani e cinesi diventano ministri e capi di importanti società. Questo è assolutamente impensabile in Italia. Quanto al debito karmico, mi sembra che la nostra amnesia rispetto al nostro passato recente sia sorprendente. Da come ci comportiamo sembra che la più grande migrazione del XX secolo, quella che ha riguardato 30 milioni di persone in giro per il mondo con valigie di cartone, abbia riguardato qualcun altro. E invece... Durante il suo viaggio ha parlato con molti immigrati. Cosa le hanno raccontato? È gente poco sentimentale, quindi grata all'Italia che, pur impegnandosi a metter loro i bastoni tra le ruote, garantisce stipendi migliori che in patria. La lamentela più frequente è quella del permesso di soggiorno, questa spada di Damocle sotto la quale vivono costantemente. E i cui tempi sono diventati così lunghi da diventare ormai arbitrio. E’ ottimista rispetto al fatto che un giorno riconosceremo a queste persone ciò che gli spetta? Non particolarmente. La nostra è una società spaventata e quindi egoista. Bisogna fare un'opera illuministica seria. Contro lo spavento ribadire che si tratta di numeri ben diversi da quelli messi in giro dalla propaganda governativa. Contro l'egoismo dare i numeri veri che dicono che gli immigrati producono il 10% del Pil e ci pagano le pensioni. È quello che ho provato a fare con questo libro.
Marìka Surace
Foto di Cendino Temè


