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Intervista a Achim Steiner su Rio+20: Green Economy alla svolta

Achim SteinerIn anteprima avoicomunicare pubblica l’intervista rilasciata da Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma Ambiente delle Nazioni unite (Unep) e vice segretario generale dell’Onu, in occasione della Peccei Lecture 2012, che si tiene oggi, 30 marzo, a Roma. L’evento fa parte della road map del WWF di avvicinamento alla Conferenza Rio+20 (20-22 giugno, Rio de Janiero).

Stiamo assistendo all’inizio di una nuova era all’insegna della Green Economy che potrebbe definirsi un Global Green New Deal? Certamente il modello di sviluppo occidentale fondato sul profitto è andato in tilt e difficilmente sopravviverà alla crisi strutturale che sta attraversando. La terza rivoluzione industriale annunciata nel 2008 da Jeremy Rifkin, che prefigurava un sistema di energia verde accumulabile sotto forma di idrogeno, diffusa tramite reti energetiche intelligenti di dimensioni continentali, è ancora là da venire.
Eppure dal 2008 a oggi qualcosa è cambiato. Lo stesso Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, ammette che quando lanciò il suo piano per la Green Economy, non si immaginava una così rapida diffusione in così breve tempo.
La crisi finanziaria ha accelerato la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile, che sottende una forte interconnessione tra ambiente, economia e problemi sociali, come la povertà. L’obiettivo della conferenza Rio+20 è consolidare questo trend, rendendo tutti – policy maker, stakeholder, società civile – consapevoli che è l’unica strada possibile per assicurare la sopravvivenza del pianeta.
Ne parliamo con Achim Steiner, uno dei principali protagonisti di Rio+20.

Che cosa significa passare a un modello di sviluppo sostenibile per le economie sviluppate e per quelle in via di sviluppo?
Tutti i paesi e le comunità del mondo di fatto si trovano ad affrontare le stesse problematiche e a condividere lo stesso destino: come creare sviluppo, come generare posti di lavoro e far uscire il maggior numero di persone dalla povertà, senza spingere il pianeta al di là delle sue possibilità.
La Green Economy può essere una valida risposta ovunque, nei paesi sviluppati come in quelli emergenti. In Europa, ad esempio, la Germania si distingue per aver applicato da più di un decennio politiche a favore delle energie rinnovabili. Anche l’Italia emerge per la produzione di energia solare e di agricoltura biologica, o il Giappone per la decisione di diventare una ”società sostenibile” caratterizzato da un basso utilizzo di fonti energetiche derivanti dal carbone. Nelle economie emergenti spicca la Cina, per la straordinaria crescita dell’energia eolica, solare e dei sistemi di riscaldamento dell’acqua da fonte solare. Ma anche il Brasile per il forte impegno nel diminuire il fenomeno della deforestazione e persino l’Uganda per l’incredibile crescita dell’agricoltura biologica, oltre a molti altri.

Quindi, si può dire che la Green Economy è già una realtà?
Il fatto è che nessun paese – sviluppato o in via di sviluppo – ha completato la transizione dal modello economico tradizionale a quello green: ci sono ancora molti ostacoli da superare, dai 400-600 miliardi di dollari globali di sussidi per i combustibili fossili (carbone, gas, petrolio), alle politiche fiscali che invece di premiare chi investe in un futuro sostenibile, continuano ancora troppo spesso a premiare chi investe in settori inquinanti e dannosi per l’ambiente. È questa la sfida di Rio+20: accelerare la transizione verso la Green Economy e ridefinire l‘economia globale con meccanismi che incentivano e premiano lo sviluppo sostenibile.

Quali sono i settori prioritari in cui agire per favorire la Green Economy e, allo stesso tempo, diminuire la povertà nel mondo?
Il Green Economy Report dell’Unep indica dieci settori prioritari, e focalizzerei l’attenzione su tre: energia, cibo e foreste.
Per quanto riguarda l’energia, il report dell’Unep stima che, se si investisse l’1,25% del Pil globale ogni anno nell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili, si decurterebbe la domanda globale di energia primaria del 9% entro il 2020 e quasi del 40% entro il 2050. Questo creerebbe un aumento del tasso di occupazione a livello globale maggiore rispetto a quello stimabile con il sistema attuale. Inoltre, consentirebbe un risparmio di capitale e di spese del combustile per la generazione di energia pari a circa 760 miliardi di dollari in media ogni anno tra il 2010 e il 2050.

E per quanto riguarda il cibo e le foreste?
Il food è un tema particolarmente critico. Oggi nel mondo viene sprecato circa il 45% del cibo prodotto nel trasporto dai campi alle nostre cucine, a cui si aggiunge lo spreco dovuto all’impiego di fertilizzanti, di energia per i mezzi di trasporto, nonché di acqua per il ciclo produttivo. Reimpostare il sistema agricolo in ottica green significherebbe investire dai 100 ai 300 miliardi di dollari ogni anno sino al 2050, con l’obiettivo di nutrire 9 miliardi di persone e, allo stesso tempo, promuovere una gestione più sostenibile dei terreni fertili e dell’uso dell’acqua.
E veniamo alle foreste: generano prodotti e servizi, che assicurano la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone nel mondo, riciclano sostanze nutritive vitali per l’agricoltura e garantiscono l’esistenza dell’80% delle specie terrestri. Nel periodo tra il 2011 e il 2050, un investimento annuo di 15 miliardi di collari, pari allo 0,03% del Pil globale, incrementerebbe il valore aggiunto dell’industria forestale di oltre il 20%, da cui deriverebbero maggiori investimenti nel programma Riduzione delle Emissioni dalla Deforestazione e Degrado forestale (REDD) delle Nazioni Unite.

Se anche ci fosse la volontà politica di investire in un percorso verso la sostenibilità, dove trovare le risorse finanziarie in questo momento di crisi?
I Governi hanno il dovere di introdurre politiche economiche e sistemi di incentivazione più intelligenti, che diano la possibilità di liberare risorse da investire in settori come le energie rinnovabili. Nel 2010, durante la crisi finanziaria ed economica, l’investimento nelle energie rinnovabili è cresciuto più del 30% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 211 miliardi di dollari.
Dall’inizio del 2011, ben 61 paesi e 26 stati o province, compresi 16 paesi in via di sviluppo, hanno introdotto tariffe incentivanti per l’uso delle energie rinnovabili. E molto altro ancora si potrebbe fare se si distogliessero i circa 600 miliardi di dollari di sussidi globali oggi destinati ai combustibili fossili. Forse uno dei più importanti cooperation agreement di Rio+20 riguarda proprio la definizione di un piano di progressiva riduzione di tali sussidi in modo da riallocare le risorse disponibili sulle fonti rinnovabili o sull’acqua potabile, sulle scuole o ancora sugli ospedali.

Veniamo all’Italia. Sta facendo progressi, ma la mancanza di un piano energetico nazionale chiaro e ben regolamentato frena uno sviluppo green organico. Cosa suggerisce ai nostri policy maker? 
Le difficoltà che incontra l‘Italia nell’avviare un piano energetico sostenibile e politiche atte a raggiungere gli obiettivi chiave sono le stesse di molti altri governi. Il passaggio a una Green Economy va a toccare interessi contrapposti che generano forti frizioni. Ma sembra che stia emergendo nell’ambito del governo italiano una nuova volontà e consapevolezza riguardo alle opportunità che si potrebbero trarre da una più estesa economia sostenibile. Se questo significherà anche definire un piano energetico nazionale chiaro e ben regolamentato, dipenderà dal processo democratico italiano.

Quali sono i punti principali su cui Rio+20 non può permettersi di fallire?
Rio+20 potrebbe essere, come ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, “un’opportunità unica”. Innanzitutto, c’è bisogno di prendere coscienza dell’attuale situazione non è più sostenibile e che non ci porterà da nessuna parte, come dimostrano i dati scientifici sui cambiamenti climatici, sull’estinzione di specie animali, sulla scarsità d’acqua e sul degrado del piante.
In secondo luogo, a Rio+20 si devono raggiungere una serie di ampi accordi di cooperazione, che possono spaziare dall’eliminazione dei sussidi a favore delle fonti fossili e altri come quelli per la pesca, a forme di collaborazione dei governi finalizzate a portare tutte le economie in ambito green. In terzo luogo, Rio+20 deve rafforzare gli accordi internazionali e le istituzioni responsabili della governance ambientale in un’ottica globale. Infine, deve aprire la strada a un nuovo indicatore di benessere che vada oltre il concetto di Pil.

Crede che sia davvero possibile arricchire il Pil con indicatori diversi, legati alla sostenibilità, al benessere, all'equità? 
Assolutamente sì. L’Unep ci sta lavorando assieme ad altre istituzioni e sono numerosi i paesi che hanno dimostrato grande interesse. Il lavoro sinora svolto sull’”Inclusive Wealth” - basato sull’indicatore Adjusted Net Saving dalla Banca mondiale – sta evolvendo in un indicatore più ampio di benessere nazionale, che misura non solo il capitale prodotto, il capitale umano e quello naturale, ma anche gli ecosistemi più critici. I risultati sono attesi prima della Conferenza di Rio. Ed è probabile che, poi, si arriverà a definire uno standard statistico internazionale Ocse per valutare il livello di progresso della società nei diversi paesi.

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