A Torino il processo Eternit
Processo ETERNIT: la sentenza in diretta
Più di 1500 persone al Tribunale di Torino in attesa della lettura della sentenza del processo penale contro la Eternit, la multinazionale dell’amianto responsabile di un danno ambientale senza precedenti, che ha provocato sinora 3000 vittime.
Le cose da sapere sull'amianto
Torino, Palazzo di Giustizia - ore 9.00. È appena iniziata l’udienza, convocata oggi 13 febbraio 2012, per la sentenza di primo grado del più grande processo penale per reati ambientali mai tenutosi in Italia, quello della multinazionale dell’amianto Eternit.
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Sul banco degli imputati ci sono il proprietario della Eternit spa, il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchienne e il suo collaboratore più stretto, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, proprietario del gruppo Holcim, in cui la Eternit confluì all’inizio degli anni Novanta. L’accusa è quella di disastro doloso permanente per l’inquinamento e la dispersione nell’ambiente delle fibre di amianto e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche.
Il procuratore Raffaele Guariniello ha chiesto 20 anni di reclusione, una condanna che difficilmente i due imputati potranno scontare sino in fondo per l’età avanzata, ma che costituirebbe un precedente di fondamentale importanza per altri processi in corso e futuri di analoga natura.
Misure eccezionali sono state prese oggi per poter accogliere presso Palazzo di Giustizia i rappresentanti delle oltre 6000 parti civili costituitesi, 160 delegazioni straniere provenienti da Francia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Svizzera, Brasile e Usa, gli studenti di Casale Monferrato e Bologna.
Avoicomunicare si schiera a fianco di tutte le vittime del mesotelioma, il “tumore della polvere d’amianto”, sinora accertate – 3000 persone, di cui 2200 morti e 800 malati tra ex lavoratori e, la maggior parte, cittadini–, che oggi attendono giustizia.
ETERNIT STORY, la cronaca della vergogna
Anno 2003 – la scintilla e la mobilitazione
La “questione Eternit” nasce nel 2003 su segnalazione di Enzo Merler, medico di Padova che da tempo svolgeva un’indagine epidemiologica su ex lavoratori di origine italiana della sede svizzera di Eternit, la Niederurnen, che si erano ammalati di mesotelioma, cancro maligno della pleura e del peritoneo, causato dalle polveri di amianto.
Merler segnala al procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, specializzato in reati ambientali, il caso specifico di un operaio, che dopo essere tornato nel capoluogo piemontese, era morto di mesotelioma a distanza di anni.
In breve tempo, si mobilitano tutti i Comuni dove Eternit aveva operato in Italia, a partire da Casale Monferrato, sede dello stabilimento più vecchio risalente al 1906, sino a giungere alla stesura di un maxiesposto accompagnato da una corposa documentazione medica, che testimonia la morte e la malattia di un migliaio di persone.
Aprile 2009 – l’udienza preliminare
Dopo 5 anni di raccolta di materiale probatorio, prende avvio nell’aprile del 2009 l’udienza preliminare. Il gup è Cristina Palmesino. Gli imputati sono il proprietario di Eternit spa, il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchienne, e il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, proprietario del gruppo Holcim in cui Eternit venne inglobata agli inizi degli anni Novanta.
L’accusa è la piena e diretta responsabilità del disastro ambientale causato dagli stabilimenti italiani Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli), Rubiera (Reggio Emilia) e dell’omissione di azioni atte a preservare la salute dei lavoratori e della popolazione. I due titolari – sarà provato nelle successive udienze dell’istruttoria dibattimentale – erano più che consapevoli della cancerogenicità della fibra di amianto.
Luglio 2009 – il rinvio a giudizio
Il gup Palmesino, dopo aver rifiutato le istanze dei difensori dei due imputati, manda a giudizio, il 6 luglio 2009, De Cartier e Schmidheiny con l’accusa di “disastro doloso ambientale permanente”. Gli imputati – emerge infatti dalle indagini - non hanno fatto nulla per limitare i danni ambientali e di salute alla popolazione, rimuovendo lo stato di pericolo, anche dopo la chiusura degli stabilimenti avvenuta a seguito del fallimento della società nel giugno 1986.
Nelle 65 udienze dell’istruttoria dibattimentale, oltre alle 18 preliminari, emerge che i due proprietari, così come i loro colleghi produttori di amianto in tutto il mondo, non solo occultavano consapevolmente i rischi gravissimi causati dalla fibra sia per i lavoratori sia per la popolazione, ma facevano anche propaganda sulle qualità positive dell’impiego di amianto nella produzione di manufatti.
Dicembre 2009 – il processo pubblico
Il processo pubblico prende avvio il 10 dicembre 2009.
Da una parte, i due imputati a titolo personale affiancati da numerose società, chiamate in giudizio come responsabili civili per gli stretti legami al gruppo belga e al gruppo svizzero.
Dall’altra, 3000 vittime, di cui 2.200 morti e 800 malati, di cui oltre il 70% proveniente dal Casalese, sede del più vecchio stabilimento di Eternit in Italia, datato 1906, con una media di 50 nuovi casi di mesotrlioma all’anno. A fianco delle 3000 vittime – purtroppo aumentate dopo la chiusura delle indagini - più di 6000 parti civili ammesse: i malati, i famigliari delle vittime, 3 Regioni (Piemonte, Emilia Romagna e Campania), 4 Province (Alessandria, Torino, Reggio Emilia e Napoli) e diversi Comuni, tra cui i 4 dove avevano sede gli stabilimenti, il Ministero dell’ambiente, Inail e Inps e diverse associazioni, tra cui quelle che dei famigliari delle vittime di amianto.
Giugno 2011 – l’accordo di Cavagnolo
All’insaputa di tutti e in particolare della popolazione, il Comune di Cavagnolo accetta dagli avvocati di Schmidheiny 2 milioni di euro.
Il versamento viene peraltro definito dagli stessi avvocati di Schmidheiny non a titolo di risarcimento, bensì come un’“offerta di intervento sociale”, perché “Stephan Schmidheiny e le società riferibili al gruppo svizzero Eternit (…) negano qualsiasi responsabilità (…) rammentando che, non solo non hanno percepito profitti attraverso la Eternit spa, ma hanno investito soprattutto per cambiare i metodi di lavorazione al fine di evitare la dispersione di polveri di amianto la cifra, enorme per l’epoca, di oltre settanta miliardi lire”.
Dicembre 2011 – l’accordo (saltato) di Casale
Gli avvocati dell’ex proprietario della Eternit, Schmidheiny, propongono al Comune di Casale il valore di 18,3 milioni di euro a titolo di transazione in cambio del ritiro del Comune dalla costituzione di parte civile nel processo.
Il sindaco Giorgio Demezzi e la Giunta comunale decidono di aderire all’offerta economica e alla transa«zione proposta, presentando in Consiglio un pacchetto titolato “atto di indirizzo”. Grazie a un giornalista, la notizia trapela e arriva ai cittadini, che insorgono. Demezzi si difende dichiarando di aver agito “pensando prima di tutto ad eliminare le criticità ambientali e a favorire la ricerca sanitaria”.
L’indignazione della popolazione casalese è tale che, grazie anche all’attenzione di numerosi media, compreso “L’Infedele” di Gad Lerner, e all’impegno dei ministri della Salute, Renato Balduzzi, e dell’Ambiente, Corrado Clini, a stipulare un Accordo di Programma per le bonifiche necessarie, l’8 febbraio 2012 la Giunta Comunale di Casale rifiuta l’offerta di Schmidheiny.
13 febbraio 2012- la sentenza
In attesa della lettura della sentenza, risuona nell’aula del Tribunale di Torino l’eco delle parole pronunciate poche settimane fa da Paolo Favretto, avvocato casalese impegnato da più di quindici anni nella lotta contro l’amianto:
«La nostra storia è la storia di una strage, è la storia del più grande inquinamento industriale italiano e forse europeo. Chiediamo che, almeno per una volta, venga sancito in modo giusto il principio che “chi inquina paga” fino in fondo, senza sconti e alibi, senza rinvii a nuovi costi per la comunità».
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