Avvelenamenti silenziosi - il problema

Avvelenamenti silenziosi - il problema

Dopo averci raccontato la situazione dell’inquinamento nelle città italiane in tre brillanti videointerviste, Mario Tozzi riassume i nodi del discorso attraverso alcuni precisi quanto impietosi dati: la cecità delle istituzioni, ma anche nostra, nei confronti dell’attuale drammatica situazione, dovrebbe imporre a tutti noi una seria e approfondita riflessione.

Ogni giorno in Italia venti persone muoiono a causa degli inquinanti emessi soprattutto dal traffico veicolare: 7400 vittime all’anno, quasi il 5% di tutti i decessi osservati, e un costo sanitario di circa tre miliardi di euro. Sono numeri gravi, che trascuriamo per ignoranza o per paura e che, invece, dovremmo tutti conoscere per porvi riparo. Secondo l’OMS l’inquinamento atmosferico delle aree urbane è uno dei principali fattori di rischio per la salute umana ed è responsabile di 100.000 morti all’anno nella sola Europa. Il principale killer della miscela di emissioni che fuoriescono soprattutto dai nostri tubi di scarico è il PM10, cioè le cosiddette polveri sottili (più piccole di 10 micrometri), che è in grado di rimanere in sospensione per 12 ore prima di depositarsi e che, dunque, rappresenta un rischio continuo di inalazione, specialmente per anziani e bambini. Non c’è una soglia per il PM10, cioè non esistono valori al di sotto dei quali non ci siano pericoli, come a dire che l’unica soglia possibile è zero. Respirare PM10 può portare alla morte nell’arco delle 24 ore, ma produce comunque decine di migliaia di casi di bronchite acuta e asma. Nelle principali otto città italiane (fra il 1996 e il 2002), per ogni incremento di 10 mg/m3 del PM10, si è registrato un incremento immediato della mortalità fino a oltre il 2%, specialmente nei mesi caldi. Per queste cause, in un anno, vanno perdute oltre due milioni e mezzo di giornate lavorative, per un controvalore di due miliardi di euro.
L’Italia è prima in Europa per numero di autovetture circolanti: ci sono 2 auto ogni 3 abitanti per un totale di quasi 35 milioni di automezzi; nel continente la media è di 43 auto ogni 100 abitanti, da noi sono oltre 53. Inoltre gli italiani percorrono su ruota più km che qualsiasi altro europeo, visto che siamo passati dai quasi 2.500 km all’anno del 1960 ai circa 15.000 di oggi, cosa che conferma come più strade producano sempre e comunque un traffico maggiore. In Italia l’81% della mobilità è soddisfatto dall’auto privata e il 76% delle merci viaggia su camion, con un incremento spaventoso dalle 37.000 tonnellate per kilometro del 1960 alle oltre 200.000 di oggi. Nello stesso periodo i treni sono passati da 16.000 a 25.000 tonnellate per kilometro e le navi da 8.000 a 40.000. Tutto questo nonostante un cavallo vapore terrestre trasporti circa 150 kg su gomma (uno ferroviario 500) e uno marino fino a 4.000: lo svantaggio energetico di trasportare, per esempio, una tonnellata di arance da Palermo a Genova via terra dovrebbe essere talmente evidente da scatenare una corsa al cabotaggio di cui però non si registra alcuna traccia. Ma non è un problema solo europeo.
Se nel 1990 in Cina c’era un’autovettura e mezza per ogni 1000 persone, quest’anno il governo prevede che ce ne saranno 17, cioè circa 23 milioni di automobili contro gli 8 milioni del 2004. E altre previsioni mettono in conto addirittura quasi 50 milioni di veicoli, se il PIL cinese continuerà a crescere al ritmo esagerato di questi anni. Ciò comporta un innegabile vantaggio per i cinesi che potranno, fra l’altro, abbandonare la bicicletta, ma alcuni disastri di carattere ambientale che non sembra vengano presi in seria considerazione. La prima necessità è quella di asfaltare almeno 150.000 kmq del Paese per farne strade e parcheggi, con il risultato che verrebbe sottratto all’agricoltura un territorio grande come metà delle attuali risaie nazionali. Poi sarebbe inevitabile un enorme problema di inquinamento atmosferico, dovuto al fatto che la motorizzazione della Cina avviene attraverso modelli di automobili che non sono certo il massimo in tema di emissioni inquinanti: pur di avere un’industria produttiva non sono state imposte normative severe di efficienza energetica e non si rispettano parametri ambientali moderni.
Ma le cose non vanno molto meglio quando le guardiamo dal punto di vista del Paese più industrializzato del mondo. Se confrontiamo il parco automobilistico degli Stati Uniti del 2003 con quello del 1981 c’è da restare sconfortati: se il primo avesse avuto le stesse prestazioni e la stessa distribuzione dei pesi del secondo, si sarebbe risparmiato un terzo nei consumi energetici, assecondando quell’andamento virtuoso per cui --dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta del XX secolo-- un’auto media percorreva oltre 10 km con un litro contro i 6 del periodo precedente. Ma le automobili statunitensi (e ormai del mondo) utilizzano i miglioramenti in efficienza esclusivamente per fornire accelerazioni più potenti o per un peso maggiore in equipaggiamenti di lusso o di dubbia necessità.
Ma a riflettere bene il problema vero sta nell’inefficienza delle automobili di oggi, che è ormai proverbiale: di tutta l’energia liberata dalla combustione solo il 13% si trasforma effettivamente in trazione, e di questa più della metà riscalda i pneumatici, l’asfalto e l’aria. Il restante 87% dell’energia diventa solo calore e rumore. L’auto è una specie di gigantesca stufa rumorosa che riscalda l’atmosfera e, poi, incidentalmente produce movimento. In pratica solo meno dell’1% di carburante serve in realtà a spingere il veicolo.
L’auto in città significa traffico, rumore, inquinamento e rifiuti, un disagio ambientale ben percepito dai cittadini che, a maggioranza, si dichiarano insoddisfatti per l’eccessiva presenza di auto in Italia, mentre nel mondo siamo arrivati a 750 milioni di autoveicoli circolanti sul pianeta, con un incremento di 50 milioni all’anno per un totale di circa mille modelli. L’auto invade strade e spazi magari utili per altri scopi, irreggimenta le persone e ne scatena le reazioni nervose, si mangia letteralmente il nostro tempo e priva della libertà - invece di favorirla -, distrugge la salute e uccide, ammorba l’aria e produce rifiuti difficilmente riciclabili.
Nel 2000 a Roma c’erano quasi 30 auto ogni cento abitanti, a Napoli oltre 5.500 per kmq (a Roma, che è più grande, “solo” 1.400): sono numeri che dovrebbero imporre provvedimenti drastici. In Italia, su 100 persone che escono di casa ogni giorno per recarsi al lavoro, 2 usano il treno o la metropolitana, 5 il tram e bus, 5,3 la moto, 2,7 la bicicletta, 13 vanno a piedi e ben 72 usano l’automobile. Nessuna speranza.

Foto di Ricardo Francone