“Quando finalmente l’indipendenza è arrivata, tutti ballavano il cha cha cha. In tutte le strade non si sentiva che Indépendance Cha Cha, la canzone di Joseph Kabasele diventata un inno di gioia e conquista per la libertà di molti paesi africani. Ma cos’è rimasto di quei balli, di quelle canzoni? Sono passato cinquant’anni, e cosa ne è del sogno dell’indipendenza africana? Sembra che si sia trasformato piuttosto in un incubo”. Jean-Léonard Touadi, giornalista e parlamentare originario della Repubblica del Congo, sa che quando si festeggia un compleanno, soprattutto uno così importante come i 50 anni dell’indipendenza di 17 paesi africani (la lista completa), non si possono evitare i bilanci. Lui lo fa con il sorriso sulle labbra perché, dice, “credo nella speranza, nella possibilità di riscatto, nella ricchezza umana. Certo che, tra corruzione e colpi di stato continui, avrei poco da sorridere.”
È il 1960, l’Africa riesce finalmente a liberarsi dal pesante colonialismo che ha impedito ogni autonomia politica ed economica. Cos’è successo da allora lo sappiamo se non bene, ma sicuramente a sommi capi sì. “Da noi si racconta una storia” dice Boubacar Boris Diop, scrittore senegalese che ha raccontato come pochi il genocidio rwandese nel libro Murambi. Il libro delle ossa (E/O edizioni). “Il padrone dice allo schiavo: “puoi andare, sei libero”. Lo schiavo esce dalla piantagione, è felice. Ma la libertà è un’avventura rischiosa e lo schiavo, dopo un breve periodo, fa ritorno dal padrone e gli dice: “in fondo sto meglio qui”.
Pessimismo e basta? Tutt’altro. Perché se c’è una cosa che va ribadita a chi l’Africa la conosce solo “da lontano”, è che non si può avere di questo continente una visione unica, come se si trattasse di un enorme villaggio continentale. “Se in Nigeria c’è un bagno di sangue ai festeggiamenti per l’indipendenza, bisogna ricordare che altri paesi stanno cercando, anche se a fatica, di trovare una via d’uscita, un modo per contare sulle proprie forze e contare come stato autonomo.” afferma Boris Diop.
Un’idea molto meno morbida se l’è fatta invece Jean Ziegler, sociologo svizzero che notoriamente ha opinioni molto meno concilianti sul modo in cui gli ex paesi colonizzatori abbiano sfruttato risorse non loro e impedito una vera e propria indipendenza africana. “Pensiamo a paesi che noi identifichiamo ancora come Terzo Mondo, l’India e il Brasile, e al modo in cui si sono affacciati sull’economia globale negli ultimi anni” spiega l’autore di L’odio per l’Occidente (Tropea Edizioni). “L’Africa è partita male, e il risultato è che quasi tutti i poveri del mondo sono concentrati lì. Basta leggere i dati della Banca Mondiale: dal 1980 al 2010 in 14 paesi africani su 53 il reddito è sceso. Se poi pensiamo che il 53,8% del Pil mondiale è concentrato nelle mani di 500 multinazionali che detengono il potere economico globale e che sfruttano molto risorse del continente africano, si comprende bene come l’Africa sia vittima di un’ingiustizia che purtroppo non fa più notizia”.
Eppure nemmeno Ziegler chiude totalmente alla speranza, e afferma: “Ci sarebbe un modo semplice non per risolvere, ma almeno attenuare questo disastro economico, almeno dal punto di vista alimentare. Il World Food Programme ha condotto uno studio secondo cui l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire ben 12 miliardi di individui ogni giorno, il doppio della popolazione mondiale. Un sistema di infrastrutture moderne e un utilizzo equo dei terreni potrebbero almeno evitare che in Africa si continui a morire di fame. Questo si potrà ottenere se ci sarà una consapevolezza più forte da parte degli africani del loro essere titolari di diritti importanti. E forse, grazie al movimento di solidarietà che in Occidente sta nascendo intorno a queste istanze, non è detto che sia un traguardo impossibile”.
La foto è di United Nations Photo