I "clandestini" di Cagliari e la Tv

C'è una certa ironia nel nome: Centro d'accoglienza. Se devono accogliere, chissà perché allora qualche decina di migranti prova, ripetutamente in pochi giorni, a scappare dal CDA di Cagliari che tanta apprensione a suscitato sui media italiani. C'è qualcosa che non va, qualcosa che non funziona nella parola "accoglienza" se provi a scappare da un centro che dovrebbe ospitarti dopo che sei stato ripescato in mare aggrappato a un gommone o su una spiaggia.

Se l'accoglienza diventa detenzione (e purtroppo, molto spesso è così) allora vuol dire che c'è un corto circuito nel meccanismo, e non solo nelle parole. Esiste una realtà, qualla dei centri nei quali giungono molti dei clandestini che arrivano in Italia (siano i CDA o i CIE oppure i CARA) che è anche un rimosso – per tutti, dai mass media alla politica – che andrebbe affrontato. Bisogna dirlo con chiarezza: nei CDA, come quelli di Cagliari, non arrivano persone che hanno compiuto reati ma solo persone entrate clandestinamente che attendono di conoscere il loro destino nel nostro paese (chiedere asilo? essere trasferiti in un CIE? essere rilasciati con un foglio di via?). Purtroppo, ed è un fatto difficile da contraddire, queste strutture somigliano spesso più a carceri che a luoghi d'accoglienza. Questo dovrebbero raccontare (e denunciare) i mass media, questo dovrebbe affrontare la politica.

Chissà perché invece nessuno tra i tg della sera se lo chiede. Come chissà perché nessuno spiega perché ci siano solo algerini e tunisini in quel centro in Sardegna, ovvero perché l'Italia non riconosca Algeri e Tunisi come terre nelle quali ci possano essere perseguitati politici e dunque richiedenti asilo.

Si risponderà che le news funzionano in questo modo. Gli strilli allarmati delle maggiori testate sul web, i servizi dei tg, le foto sulle prime pagine dei giornali, c'è una logica in tutto ciò: più persone sono coinvolte, più la notizia sale in classifica e entra in tv. E al Mario Mameli di Cagliari erano in molti i viaggiatori coinvolti. In fondo, se dentro un edificio protestano “un manipolo di disgraziati” (come li ha definiti Adriano Sofri) la notizia qual è? Però se scendono in pista, letteralmente, allora iniziano a far alzare qualche sopracciglio. Ci si metta anche la location, l'aeroporto che comunque ormai inquieta l'opinione pubblica, e il senso di tutto questo si comprende.

Ma è un senso che non può essere accettato. Se siamo alla terza rivolta in quel centro negli ultimi giorni, dopo decine di altri scontri, insurrezioni, scioperi della fame in questi mesi, qualcosa non va. D'accordo, forse non ogni rivolta merita la stessa attenzione, però se il fatto si ripete così spesso, insegnano ancora le regole della notiziabilità, è necessario drizzare le antenne e provare a spiegare le ragioni di tutta questa “insofferenza” degli “ospiti” del “centro di accoglienza”.

Foto del CIE di Gradisca di Isonzo (Giorgia Serughetti)