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Colpo di spugna sul nucleare. Per ora

Non se ne fa più niente. Il nucleare è scomparso dall'agenda energetica Italia con un decreto che, in discussione alle Camere, abroga la norma che affida al governo la decisione sulla scelta dei siti per le centrali. Scomparsa la legge, inutile il referendum, cambia la strategia del paese sull'energia. Tutto in un pomeriggio d'aprile. La decisione probabilmente ha motivazioni più politiche che energetiche, ma sta di fatto che arriva improvvisa a creare l'ennesimo colpo di scena su una storia infinita. Da quando l'allora Ministro Scajola rilanciò nel 2008 la scelta nuclearista, poi la decisione della Consulta per l'approvazione dei referendum per chiamare gli elettori a dire la propria sulla questione, poi lo tsunami giapponese e la tragedia di Fukushima. Nel mezzo una discussione accesissima tra i sostenitori dell'atomo e coloro che invece da sempre e per ragioni diverse sostengono le ragioni di vie alternative al nucleare: più sicure, più pulite, più vantaggiose, più innovative. E in mezzo, anche, un decreto che ha improvvisamente bloccato gli incentivi alle rinnovabili rimandando ad un decreto che ogni anno dovrebbe definire obiettivi e tariffe.
Infine la decisione di ieri sospinta, si dice, da sondaggi che vedrebbero gran parte dell'elettorato disponibile ad andare a votare il 12 e 13 giugno, formare il quorum necessario e bocciare a gran voce il nucleare made in Italy. Il referendum sarà,  a questo punto inutile? Verrà annullato il quesito sul nucleare? Sembra di sì, forse no. La decisione spetta alla Corte di Cassazione ma l'esito non è scontato perché il decreto del governo parla di sospensione delle norme in atto e quindi il referendum potrebbe essere sospeso e non annullato. Inoltre rimane in piedi tutta la parte del quesito che riguarda lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie. In altre parole, stando a quanto dice il Ministro Romani tutto è rimandato alle decisioni dell'Unione europea.
La partita è dunque sospesa, ma rimane da giocare. Così come rimane in piedi la domanda che ha esplicitamente posto il Presidente dell'Istat Enrico Giovannini in una recente intervista ad Avoicomunicare: dove va un paese che non riesce a costruire una solida e certa strategia energetica di lungo periodo?
Questo ripetuto meccanismo di stop and go – dice Giovannini – non fa bene alla fiducia degli investitori, non fa bene alle imprese e men che meno all'occupazione.
Ora, nel breve periodo, rimane da capire se l'ennesimo cambio di direzione sull'energia rimetterà in moto le rinnovabili che negli ultimi due anni sono state protagoniste di una crescita inaspettata e quasi miracolosa e che il Decreto Romani aveva frenato inchiodandole, ancora una volta, ad una indecisione che sembra momentaneamente sciolta, almeno per 12 mesi.

Immagine di Luigi Rosa

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