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Brembate, quando la xenofobia è più forte della verità

“Non è mica per essere razzisti, ma se per caso dovesse essere marocchino…”. La ragazza con i capelli ossigenati passeggia per le strade della sua Brembate e non conclude la frase, dando a questa sospensione tutto un pathos che sa di recriminazione meditata da lungo tempo. Sabato sera e notizie filtrate, a una settimana dalla scomparsa della tredicenne Yara sembra finalmente esserci qualcuno, un volto, un nome: Mohamed Fikri, ragazzo marocchino intercettato dalla polizia mentre sta tornando in nave a Tangeri. Le voci si autoalimentano, a un certo punto si parla perfino di confessione, Fikri diventa un mostro e per le strade del paesotto della provincia bergamasca compaiono i primi cartelli senza appello: “I marocchini fuori da Brembate”. Un caso, quello di Yara, che finora si era distinto da quello più mediatico di Avetrana proprio per il silenzio ostinato dei Brembatesi, un caso che ha un solo testimone, Enrico Tironi, che guarda caso indica tra i possibili colpevoli della sparizione della tredicenne un uomo straniero.

Ma tra sabato sera e domenica mattina il silenzio viene sopraffatto da un sillogismo che in qualche modo sembra far tornare tutto: un marocchino fermato non può che essere un marocchino colpevole. La pista straniera, come in un vecchio film di spie, nonostante sia la meno probabile sembra convincere tutti. Dopotutto stava scappando, no? È lunedì pomeriggio, e mentre la neve scende fitta su Brembate si sciolgono uno ad uno gli indizi che hanno portato al fermo del 21enne marocchino. Soprattutto uno, ovvero una sua frase intercettata al telefono. Una frase che a una prima, goffa traduzione sembrava un’invocazione di perdono ad Allah per un omicidio commesso. E che, più opportunamente tradotta, è solo una banale imprecazione contro chi, dall’altro capo della linea, non risponde alla sua telefonata.

Nella provincia in cui le industrie e i cantieri fanno lavorare centinaia di ragazzi come Fikri, il datore di lavoro del ragazzo interviene in sua difesa, affermando di averlo avuto accanto nelle ore in cui Yara è scomparsa. E che la cosiddetta fuga erano in realtà ferie programmate da tempo, da mesi. Il gip dispone la scarcerazione, e probabilmente non sarà nemmeno tra gli indagati. Ma una volta ancora non è questo il punto. Le indagini possono prendere direzioni sbagliate, succede ed è normale. Quello che non è normale è che l’extracomunitario delinquente, catalizzatore di tutti i mali e profanatore della sana, prevedibile vita di paese, è una soluzione che rimane sempre lì, a portata di mano di chi non aspetta che un pretesto per dire, una volta di più, quanto il marocchino (l’albanese, il tunisino, il rumeno) sia il punchball preferito per chi il male lo vede solo fuori dalla porta di casa sua.

Il “dalli al marocchino” alla Azouz Marzouk del caso di Erba, quello in cui cascarono come dilettanti anche il Corriere della Sera e Repubblica, è una tentazione a cui si cede senza temere di far la figura dei razzisti, perché se una volta su dieci capita che il colpevole sia davvero straniero ebbene, quella sarà la giustificazione per aver pensato male tutte le altre volte. Così all’inizio si segue l’immancabile pista straniera per Sarah Scazzi (in quel caso i fantomatici colpevoli erano romeni), così la piccola Erika di Novi Ligure non esita a indicare come assassini della madre e del fratellino dei rapinatori venuti dall’Est Europa. Proprio in questi giorni il cardinale Dionigi Tettamanza ha affermato “davanti ai gravissimi fatti di cronaca di questi giorni prego perché non si sovrapponga a tutti gli immigrati la categoria della delinquenza”. Un’ovvietà, come afferma anche Adriano Sofri. Ma a volte è un crimine anche il solo astenersi dall’affermarle,  queste ovvietà. L’unica cosa certa è che in questo momento di Yara non si sa ancora nulla, e che se un assassino o un rapitore ci sono, sembra stupido e anche inutile soffermarsi sulla sua nazionalità. Perché cosa cambia, nel dolore e nell’attesa di una famiglia, se il colpevole sarà italiano o straniero? E quanto cambierebbe, in termini di civiltà, arrivare un giorno a non porsele nemmeno più queste domande?

Questo mentre dall’altra parte d’Italia, a Lamezia Terme, agli antipodi dell’operosa Brembate, si celebrano i funerali dei sette ciclisti travolti da un uomo alla guida di un auto domenica mattina. Forse sotto l’effetto di stupefacenti, forse senza patente, di sicuro marocchino. Qui non c’è neve a dissimulare gli indizi, non c’è una comunità per cui ogni scusa è buona per nascondersi dietro al capro espiatorio straniero. C’è solo il dolore di sette famiglie distrutte, il resto lo fanno i media. Gli stessi che accentuano l’aggettivo piuttosto che il sostantivo. Che mettono la parola Marocchino prima di quella Uomo. La comunità marocchina di Lamezia è una delle più numerose e meglio accolte della Calabria. Si stringe subito attorno ai familiari dei ciclisti, offre le proprie preghiere (in una Moschea costruita senza polemiche e difficoltà). In ogni caso la questura, per evitare problemi e per ragioni di sicurezza, ha sconsigliato la presenza nordafricana ai funerali. Solo più tardi si verrà a sapere, nonostante le strumentalizzazioni mediatiche, che Ciafik El Ketani, il ragazzo alla guida dell’auto, è nato a Lamezia, dove vive da sempre con la sua famiglia, figlio di un grossista di abbigliamento tra i più importanti della zona. Praticamente italiano. La patente gli era stata ritirata sette mesi fa per un sorpasso in curva, ma da poco l’aveva riottenuta. Una testa calda, probabilmente, un ragazzo la cui negligenza ha portato alla tragica morte di sette persone. E che come chiunque dovrà pagare per il reato commesso. A prescindere dal colore della pelle.

Foto di Hop-Frog

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