“La cosa più emozionante è stata quando sono salito sulla barca, la stessa che mi ha soccorso più di quattro anni fa. C’erano le stesse persone, lo stesso equipaggio. L’unica cosa diversa è che stavolta io avevo le scarpe ai piedi e, soprattutto, un nome e un cognome con cui presentarmi. Il capitano era commosso, è la prima volta che gli capita di reincontrare uno dei tanti migranti che ogni giorno vengono soccorsi a largo di queste cose. Eppure grazie a queste persone io sono rinato”.
È il tono pacato di sempre quello con cui Dagwami Yimer, per gli amici solo Dag, racconta del suo ritorno sull’isola che il 30 luglio 2006 lo ha visto arrivare come naufrago dall’Etiopia, dopo un viaggio attraverso il Sahara e il Mediterraneo. Uno dei tanti sbarcati sulle coste siciliane,in niente diverso dagli stessi che arrivano numerosi in questi giorni. La sua storia, che abbiamo già raccontato, è quella di un ragazzo che, arrivato in Sicilia, si è poi trasferito a Roma, diventando un regista di documentari. Tra i suoi lavori, premiatissimi, Come un uomo sulla terra e C.A.R.A. Italia, sui centri per richiedenti asilo. La sua ultima opera, la cui anteprima c’è stata lo scorso 31 marzo, si chiama Soltanto il mare, una specie di dedica a quel mare che per lui è stato una salvezza, il riaccendersi della speranza. E a Lampedusa, dove Dag è stato a girare prima che l'isola tornasse a far notizia.
“Per tutti, prima di partire, il mare è come un passaggio, un passaporto per una nuova vita. Nessuno lo vede come una minaccia”, dice Dag. Nessuno di coloro che si imbarcano, usando spesso gli ultimi risparmi e lasciando le famiglie a casa, immagina che quello stesso mare possa trasformarsi in una tomba. Sicuramente non i 68 trovati al largo della Libia nei giorni scorsi, per i quali non c’era più niente da fare. In queste ore l’isola si svuota e si riempie, si svuota e si riempie, un continuo andirivieni a cui i cittadini assistono in silenzio, in questa partita doppia di partenze e sbarchi. Dag insiste a spiegare una cosa per lui importantissima: “Quello che si vuole fare emergere, in questi giorni, è che la gente di Lampedusa, la popolazione di Lampedusa, non sia contenta, sia contraria agli sbarchi, non sia accogliente. Si è voluto far passare un messaggio in cui l’isola è diventata simbolo di emergenza. Senza sottolineare adeguatamente che i lampedusani non ce l’hanno con i migranti, ma con lo stato che non li ha aiutati. Nessuno di loro è razzista, anzi. Quando sono riusciti a dare una mano, l’hanno sempre fatto. E invece è stato tutto strumentalizzato a livello mediatico”.
Ha ragione Dag, quando dice che le informazioni sull’emergenza non sono state chiare. E non è il solo a chiedersi perché, se nel 2008 sono sbarcati ben 30.000 migranti e nessuno ha gridato all’esodo, dovrebbe succedere adesso che ne sono arrivati 15.000. “La storia viene raccontata a seconda delle reciproche convenienze, ma quello che non viene detto è che l’UE, che oggi viene chiamata in causa e responsabilizzata, aveva stanziato dei fondi proprio per questi arrivi. E, soprattutto, c’era tutto il tempo per prevedere quello che sarebbe successo. Il tempo di organizzarsi prima, con le navi e con le tendopoli provvisorie. Invece si è lasciato che la gente vivesse in condizioni in cui non verrebbero lasciati nemmeno gli animali”.
Si parla di accordi con la Tunisia, dove il premier sarà oggi per cercare una soluzione concordata con il paese arabo. Anche perché è il caso di scartare proposte unilaterali come quella di dare dei soldi a chi tornerà nel suo paese. “Oltre a essere una soluzione contraria ai diritti umani e alle leggi internazionali per mille motivi, non si può sperare nemmeno che funzioni. Quello che si deve fare, adesso, è risolvere il disagio in corso senza allarmismi, cercando il modo di far collaborare tutti. Dopodiché non sarebbe male una riflessione collettiva, dell’Italia e dei paesi europei, sul modo di gestire accordi e alleanze, in futuro. Perché è certo che, con un po’ di lungimiranza e meno dittatori seduti a tavola con i nostri governanti, certe situazioni si sarebbero potute evitare”.