"Dalla Somalia all'Italia, la mia mappa privata"

Una mappa satellitare è ciò che ci aiuta a vedere una piazza, l’angolo di una strada, il nostro portone di casa, il numero civico. Uno sguardo che però rimane “basso”, come quello dell’Italia abituata a guardare al portone di Montecitorio, a quello di Palazzo Chigi o a quello della Rai, ai fatti di casa sua.

Lo zoom che facciamo allora è sempre più spesso quello in avanti, verso il particolare, dimenticandoci del generale o più semplicemente dimenticandoci di guardare a tutto il resto, alla storia e alla memoria. Capita così di passeggiare a Roma per viale Libia, via Eritrea o via Somalia e magari vengono in mente luoghi esotici e lontani, terre selvagge e sconfinate, e forse anche i dromedari. Ma la toponomastica delle città ci aiuta a ricordare ciò che abbiamo voluto dimenticare, o peggio cancellare, ciò che ha fatto parte della nostra storia, qualcosa come il colonialismo alimentato dal fascismo o come l’identità geografica di un paese che l’ha subito e che oggi non esiste più nemmeno per noi italiani: la Somalia.

A tracciare questa mappa di ricordi, a volte nitidi a volte presenti solo a chiazze, è Igiaba Scego, italo–somala, che nel suo ultimo libro La mia casa è dove sono (Rizzoli), disegna una linea che parte da Mogadiscio, di cui non ricorda bene piazze o monumenti ma solo qualche cinema o ristorante dal nome italiano, passando per le strade di Roma in cui è nata e cresciuta, fino ad arrivare alle persone che hanno fatto parte della sua vita. Lo zoom all’indietro che fa la giovane scrittrice ci regala uno sguardo “dall’alto”: è geografico, Mogadiscio, Somalia, Africa, Europa, ma diventa poi una mappa di parole e di racconti, anche dolorosi.

Come quello del gerarca Rodolfo Graziani, di cui il nonno di Igiaba era interprete per i somali rinchiusi nei campi di concentramento o per le istituzioni locali sottomesse al fascismo; o doloroso come il racconto di speranza e riscatto del padre, ex ministro degli esteri in Somalia durante la sua breve parentesi democratica, che dopo il 1969 perse tutto e scelse di ricominciare a cinquant’anni a Roma dove aveva conosciuto la democrazia.

Il libro di Igiaba non è solo la storia della sua famiglia, né solo la mappa dei suoi ricordi ma diventa un viaggio nella nostra mappa interiore, in ciò che siamo. E se è vero, per dirla con le parole dello storico Angelo del Boca, che «ogni famiglia ha in qualche magazzino o da qualche altra parte un cimelio di guerra legato alle ex colonie ma anche alla storia che ognuno ha vissuto in quel periodo», parlarne non potrà farci male ma rafforzare la nostra memoria e allargare le nostre visuali, oltre i portoni di casa.

La foto è di Magic74