
Alla guida della Fondazione Italia Cina, da lui fondata nel 2003, Cesare Romiti commenta in esclusiva per avoicomunicare la chiusura il 23 gennaio dell'anno della cultura cinese in Italia. Augurandosi che il Governo Monti ne faccia tesoro.
Presidente, qual è il bilancio dell'anno della Cultura cinese in Italia? La cultura può davvero aiutare a stringere relazioni tra i popoli che vadano al di là degli interessi economici?
E’ un bilancio di indubbio successo. Le posso dire che in questi ultimi anni, in numerosi incontri ufficiali a cui ho partecipato, sia il Primo Ministro del Consiglio Repubblica Popolare Cinese sia il Presidente della Repubblica Popolare Cinese hanno dichiarato di sentire un forte legame tra la loro cultura millenaria e la cultura altrettanto antica dell’area Mediterranea.
Non saranno solo parole di fine abilità diplomatica?
Il Premier Wen Jiabao ha ribadito ufficialmente questo concetto in occasione dell’apertura dell’anno della Cultura cinese in Italia nell’ottobre 2010. E le aggiungo che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mi ha raccontato che anche nell’incontro a porte chiuse in Quirinale Wen Jiabao è tornato sull’argomento. Vale la pena di prendere molto sul serio l’invito.
Quindi, l'opinione comune che i cinesi siano interessati solo al business non è corretta o è perlomeno parziale?
Assolutamente, c’è una forte attenzione e curiosità, almeno da parte istituzionale, agli aspetti culturali. Certo, la natura del cinese è sicuramente commerciale. Si figuri che trent’anni fa – mentre visitavo lo stabilimento di Belo Horizonte della Fiat in Brasile – i miei uomini mi portarono a visitare i mercati generali di San Paolo. Erano già allora completamente nelle mani dei cinesi.
In effetti, spesso le comunità cinesi nel mondo, come nelle città italiane, tendono a chiudersi più che ad integrarsi.
Sì. Per difesa e capacità di organizzarsi in modo autonomo. Tuttavia, penso che sia un errore da parte della comunità cinese, ma anche da parte italiana. Ad esempio la situazione delle aziende tessili insediate a Prato, non è stata gestita nel modo corretto.
In che senso?
Lo Stato deve esercitare il proprio controllo e imporre il rispetto delle leggi per tutti, evitando che si creino condizioni di concorrenza sleale. Ma senza criminalizzare tutta una comunità. Ci sono tanti imprenditori cinesi che lavorano correttamente, al pari degli italiani.
L’integrazione sociale arriva dall'alto, da un indirizzo politico, o si crea dal basso, dalle relazioni quotidiane tra le persone?
Si forma nella quotidianità, ma le indicazioni politiche hanno il loro peso nell’indirizzare gli animi e le azioni dei cittadini.

Il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, Wen Jabao, consegna a Cesare Romiti, Presidentde della Fondazione Italia Cina, il premio ideato dall’Associazione cinese per l’amicizia tra i popoli per il 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Italia (inaugurazione dell'Anno della Cultura cinese in Italia, 7 ottobre 2010, Roma).
Sinora l’Italia cosa ha fatto per governare l’integrazione?
Ben poco. Soprattutto il Governo precedente ha latitato, tanto che siamo stati noi, la Fondazione Italia Cina, ad essere l’interlocutore privilegiato nei rapporti culturali e sociali con la Cina e la comunità cinese in Italia. Ora, con il Governo Monti, credo che le cose cambieranno. In meglio.
Qual è la sua opinione sulla cittadinanza sinora negata agli immigrati di seconda generazione? Sono cittadini italiani o no?
Sono assolutamente a favore. Non ha nessuno senso negare la cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano. Sono errori politici, che poi si rischi di pagare. Ricordo un episodio di anni fa a Firenze, che mi è rimasto caro. Stavo passeggiando in via Tornabuoni, quando vidi due ragazzini giocare tra loro vociando in fiorentino. Beh, quei due ragazzini erano cinesi! Come si fa a sostenere che non siano italiani?
Qual è la sua valutazione sul modo italiano di gestire le relazioni diplomatiche e non con la Cina?
Devo dire che in questo momento abbiamo un ottimo ambasciatore italiano in Cina, Attilio Massimo Iannucci, che sta facendo un lavoro eccellente di tessitura di relazioni. La Cina ha una classe diplomatica molto efficiente, ma noi abbiamo uomini talentuosi. Il successo dell’Expo di Shanghai 2010 guidato dal commissario Beniamino Quintieri e la trasformazione del Padiglione italiano in sede permanente per il made in Italy sono altri esempi delle capacità italiane.
L’ultimo numero della vostra rivista “Mondo Cinese” è dedicato alla figura femminile. Abbiamo qualcosa da imparare dalle donne cinesi?
Trent’anni fa, mentre mi trovavo a Pechino, incontrai Carla Fendi alla prese con l’organizzazione improvvisata di una sfilata. Aveva ingaggiato una ventina di ragazze non modelle: allora quella professione non esisteva in Cina. Beh, dopo 48 ore di formazione accelerata, mi disse che non aveva mai avuto allieve così pronte e veloci ad apprendere. Constatavo qualche tempo fa con la figlia dello statista Deng Xiaoping, che la donna cinese in questi ultimi trent’anni è quella che si è evoluta di più al mondo.
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