Alice Zeniter, Cristina Ali Farah, Shadi Hamadi e Tahar Lamri: l'8 dicembre alla fiera della piccola e media editoria di Roma hanno parlato le voci delle seconde generazioni di scrittori, per raccontarsi e raccontare al pubblico un mondo in cui vita e letteratura si incrociano.
Una sala grande, forse troppo, ma in grado di accogliere il pubblico giusto, quello che per un attimo fugge dal turbinio di stand, proposte e acquisti per fermarsi ad ascoltare le voci che di solito sono solo inchiostro su carta. Il titolo dell'incontro, promosso da Biblioteche di Roma e Roma Multietnica, è "Figli di tante Patrie": parlano gli scrittori "di seconda generazione", e raccontano le proprie storie, quelle dei loro romanzi e di come non esistano, davvero, seconde generazioni.
Identità e fantasia
Per prima prende la parola Alice Zeniter, autrice del romanzo "Indovina con chi mi sposo". In un miscuglio di realtà e finzione letteraria il libro racconta la storia di Alice, francese figlia di algerini, e Mad, il suo migliore amico, proveniente dal Mali e a rischio di rimpatrio per colpa di una folle e perversa burocrazia. La soluzione? Un matrimonio bianco per far sì che Mad acquisti la cittadinanza. L'identità torna sempre come uno dei temi portanti del romanzo, in questo caso sotto le spoglie della "algerizzazione" di Alice (anche se il termine in lingua originale è algèritude), che non ha mai vissuto o visto il paese dei propri genitori, ma che lo sente come parte della propria identità.
"Non è che io abbia scoperto la mia algeritudine in un preciso momento - dice Alice Zeniter - è un concetto inventato, l'idea fantastica di un luogo delle origini che non conosco. Esiste nell'eco delle parole di una nonna, è un ricamo di fantasia su una parentela indiretta che ho sempre desiderato che mi appartenesse. Per questo Alice, la mia protagonista, cerca segni che possano affermare il suo essere algerina nei tratti somatici, nei modi. Cerca un'identità che sia soltanto sua.
Mondi che si incontrano
Forse ancora più complessa è stata la mediazione tra mondi che ha dovuto creare Cristina Ali Farrah, poeta, scrittrice e giornalista di madre italiana e padre somalo. Cristina nasce a Verona, ma si trasferisce a Mogadiscio a soli tre anni, per poi fuggirne nel 1991, a 17 anni, dopo un'adolescenza ben diversa da quella di tanti coetanei.
"A 17 anni dovevo andarmene dalla Somalia, - racconta Cristina - non c'erano le condizioni per avere una serenità, una vita normale, c'era la guerra. Ho preso mio figlio che era nato da poco e ce ne siamo andati. Con me ho portato tutte quelle piccole cose a cui tenevo, oltre allo stretto indispensabile ho deciso di portare un velo, un cuscino, che era quello che usavo per il bambino, e infine il diario su cui scrivevo, a cui tenevo moltissimo. Il mio primo impatto con la diaspora somala all'estero è stato particolare: ero arrivata a Zeist, in Olanda, dove mi aspettavano alcuni parenti e amici. Io sono miope e in quel momento mi trovavo senza una lente, perciò da un occhio vedevo bene, dall'altro vedevo sfocato e mi sembra un'ottima metafora della diaspora, la vita in un altro paese ma nella propria comunità. Mentre ero in macchina fuori vedevo i campi di tulipani, le città olandesi, e dentro la macchina c'era odore di incenso e musica somala. E' una visione doppia, alcune cose sono chiarissime, altre sfocate. Poi sono arrivata a casa di mia cugina e avevo un po' paura. Perché con lei, che mi aveva fatto da damigella al matrimonio, l'ultima volta avevamo litigato: il matrimonio non era stato proprio uno di quelli tradizionali somali pieni di sfarzo. Quando ci siamo viste, però, dopo essere state tenute lontane dalla guerra e dalla paura, era come se non fosse successo nulla e la prima cosa che le chiesi fu di insegnarmi a cucinare la sambussa".
L'Europa vista da lontano
Anche Shadi Hamadi, scrittore e giornalista siriano, ha vissuto con un'identità divisa: nato e cresciuto in Italia da padre siriano e madre italiana è stato straniero qui per la sua nascita e straniero a Damasco per la sua cultura. Il padre di Shadi scappa dal paese come rifugiato politico, dopo aver subito torture e rappresaglie. Esiliato, poté fare ritorno nel paese con la sua famiglia solo nel 1997, dopo l'amnistia di Assad.
"Appena sono potuto tornare in Syria, dopo l'esilio, ero felicissimo e sentivo di dover dire la mia opinione, fare la mia parte, dare idee. Così ora mi trovo quasi nelle stesse condizioni di prima. Sul rapporto che l'occidente ha con l'oriente posso dire che mi sembra sempre piuttosto univoco, senza scambi veri: l'idea dell'Europa nei confronti degli stati orientali è sempre quella di doverli aiutare, ma così si crea una dipendenza, non c'è ascolto. Il biculturalismo delle seconde generazioni dovrebbe essere una marcia in più, la possibilità di guardare le cose da più punti di vista. In Italia credo sia possibile, qui possiamo salvarci, in Francia invece ho visto una realtà molto triste, in cui magari figli di immigrati mettono il velo o studiano il Corano senza averlo scelto, senza sapere di cosa si tratta veramente. Usano simboli senza cultura, solo per costruirsi un qualche genere di identità, e questo è da evitare.
Seconde generazioni? No, grazie!
La fiducia nel paese viene condivisa da Tahar Lamri, scrittore, giornalista e poeta egiziano in Italia da 20 anni:
"Parlare di integrazione è sempre un azzardo, perché non è una parola ben definita: non è mai possibile sapere fino a che punto, fino a dove ci si debba integrare. C'è un limite oltre il quale devi rimanere straniero. Ma è assurdo parlare di seconde generazioni, l'immigrazione non è mica una malattia ereditaria, chi nasce o vive in un paese diverso è una vera e propria prima generazione. Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio alle seconde generazioni concludeva dicendo: 'Cari ragazzi, Promessi Sposi d'Italia: l'augurio più affettuoso di coronare felicemente e presto un'aspirazione che facciamo pienamente e civicamente nostra'" Tra dieci anni ci sarà una diversa legge sulla cittadinanza, magari basata sullo ius soli, e i progressi già si vedono. "
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