Il futuro della ‘ndrangheta? È nelle mani delle donne
Le donne possono rompere gli schemi, interrompere la tradizione e salvare i propri figli, ma a costo di sofferenze inaudite. È il momento di aiutarle con leggi migliori e una mobilitazione collettiva più forte. Ne parliamo con Bianca Stancanelli, giornalista e scrittrice di storie di mafia.
Si fa fatica ad accettare che in Italia una donna possa essere rapita, torturata e sciolta nell’acido da sei uomini, tra cui l’ex compagno. Eppure è successo, a Milano il 24 novembre 2011. È la storia di Lea Garofalo, intrisa di ’ndrangheta dalla nascita alla morte. Sorella di un boss crotonese, compagna di un affiliato, nel 2005 diventa testimone di giustizia, ma la decisione di rinunciare nel 2009 al programma di protezione per poter vedere la figlia le sarà fatale. Ed è proprio la figlia Denise, ventenne, a dare seguito al suo atto di coraggio, denunciando il padre. La sentenza, emessa il 30 marzo 2012 le ha reso giustizia: sei ergastoli a tutti e sei gli imputati. Un gruppo di coetanee, del tutto sconosciute a Denise, hanno sentito spontaneamente il dovere di mobilitarsi per farle sentire la loro solidarietà. Hanno seguito il processo, udienza per udienza, cercando di coinvolgere altri giovani, sino a fondare un presidio di Libera intitolato a Lea Garofalo.
Forse è questa la strada da seguire per non lasciare sole donne come noi, nate in terra di ’ndrangheta, predestinate a una vita di brutalità e soprusi?
Ne parliamo con Bianca Stancanelli, giornalista e scrittrice di storie di mafia, politica e migrazioni, autrice, tra gli altri, del libro A testa alta - Don Giuseppe Puglisi, storia di un eroe solitario, che ha aperto la seconda edizione di Trame - Festival dei libri sulle mafie, con un incontro dedicato al coraggio delle donne.
Qual è il ruolo delle donne nell’ndrangheta?
Un ruolo fondamentale. L’ha dichiarato Giuseppina Pesce, una collaboratrice di giustizia, figlia di una famiglia potente di Rosarno, non più di qualche settimana fa. Si è presentata a Rebibbia, nell’aula bunker e ha raccontato al tribunale che le donne fanno sopravvivere l’ndrangheta. Sono loro a fungere da raccordo fondamentale tra gli uomini e il resto della famiglia, soprattutto quando questi uomini finiscono in carcere.
In che modo?
Giuseppina Pesce racconta che quando suo padre o altri uomini erano reclusi, sia lei che sua madre che sua sorella facevano da staffetta per portare messaggi dall’interno del carcere all’esterno ed erano preposte a raccogliere i soldi delle estorsioni e a trasmetterli a chi di dovere.
I legami di sangue vincono su tutto?
Tra le organizzazioni criminali di stampo mafioso, la ’ndrangheta è la più chiusa, perché la “famiglia mafiosa” coincide spesso con la famiglia di sangue, il che rende complicatissima la ribellione interna. Eppure, il numero – per quanto stiamo parlano di cifre ridotte - di collaboratrici di giustizia e di donne che hanno rotto il legame di sangue con la ’ndrangheta non ha paragone con le altre organizzazioni. Giuseppina Pesce è una di queste: dopo aver servito la famiglia, in nome dei suoi tre figli decide di rompere il vincolo e di testimoniare.
Che cosa spinge queste donne a ribellarsi?
Il primo elemento sono senz’altro i figli. Stiamo parlando di donne che si sposano e hanno figli in giovane, se non giovanissima, età. È il caso di Giuseppina Pesce, ma anche di Maria Concetta Cacciola, che si è tolta la vita lo scorso 20 agosto, ingerendo acido muriatico. Nipote di un boss di Rosarno, si sposa a soli 13 anni sperando di fuggire al suo destino. Nel maggio 2011 decide di parlare ed entra nel programma testimoni, ma non resiste lontana dai tre figli e ricade nelle braccia della famiglia, che la porterà alla morte.


