Inizia la scuola, straniero il 7,5% degli alunni
Oggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.
Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.
L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.
Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno.
Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.
Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!
Foto di Oxfam Italia



Commenti
Quanto è vera la percentuale
Quanto è vera la percentuale degli alunni stranieri nelle scuole l'ho appreso di recente iscrivendo mio figlio alla materna. Inizialmente ho addirittura pensato che lo avessero inserito in quella data classe piena di bimbi stranieri per via del suo cognome altrettanto straniero per poi scoprire invece che ciascuna classe ne contava oltre il 70% dei presenti. Mi son da subito chiesta dove fossero finiti tutti i bimbi italiani che "dovrebbero" popolare i nostri istituti scolastici e mi son risposta che probabilmente facciamo sempre meno figli o che fossero in alternativa tutti concentrati in altre scuole. Essendo residente in città la seconda ipotesi è prevalsa sulla prima che comunque non è da sottovalutare dato che la crisi economica del nostro Paese non incentiva nuove nascite. Una volta compresa quale fosse la scuola preferita dagli stranieri, le iscrizioni dei bimbi italiani si sono distribuite altrove. E questo probabilmente è un danno ma non per quelli stranieri come penserete ma per quelli italiani che non potranno fare quella bellissima esperienza che ti coinvolge in un mix di culture diverse e ti permette di imparare tante cose nuove e soprattutto di vedere la vita da un altro punto di vista più umile e meno pretenzioso. E' educativo insegnare ai propri bambini che ve ne sono tanti altri con meno esigenze e più capacità di adattamento ma ciò non toglie che obbligatoriamente i figli di stranieri siano più motivati in fase adolescenziale a scelte scolastiche dettate da motivi economici o di lavoro rispetto agli italiani in quanto ahimè la povertà incombe oggi anche sulle ns famiglie visto il carovita ed il mancato aumento dei salari. Sarebbe dunque un ottimo investimento per chiunque optare un istituto alberghiero o meccanico o agrario iniziando così da giovani a crearsi un mestiere magari perchè no, prendendo spunto da chi non ha facoltà di seguire studi classici nonostante una propria vocazione e deve necessariamente pensare al futuro.
Al primo colloquio con la maestra di mio figlio, tenutosi solo alcuni giorni fa, mi sono resa conto di quanto scarsa sia la conoscenza delle altre religioni e delle usanze comuni alle altre etnie. Sapendo che sono parte di una coppia mista ho subito un terzo grado dettato un pò da una sorta di curiosità ed un pò da dovere professionale ma non ho percepito quell'interesse a capire realmente quali siano le similarità o differenze rispetto alle "normali" coppie, elementi utili a far fronte all'inserimento dei bambini nell'ambiente scolastico ed all'interno di un gruppo misto.
Propongo dunque più formazione e conoscenza per il personale scolastico e maggiore apertura per tutti i genitori italiani davanti all'avanzare delle classi multietniche.
Grazie a te, davvero, perché
Grazie a te, davvero, perché una testimonianza come la tua vale più di decine di articoli, editoriali, statistiche. Sembra strano e anacronistico, perché se guardiamo i film e le fiction in tv il mondo a colori sembra una realtà già pienamente accettata, parte della quotidianità. E invece la verità è che ancora il multiculturalismo, nonostante il numero di stranieri presenti nel nostro paese, si scontra con la percezione e i pregiudizi di chi non vuole nemmeno provarci. Siamo d'accordo con te: pensare a questi bambini, a questi ragazzi, come a un investimento, è il modo più lungimiranbte. forse l'unico. E molti paesi l'hanno già capito prima di noi. Non è facile, lo sappiamo, ma noi sicuramente tifiamo per loro. Nuovi italiani per una nuova Italia. Grazie ancora
Ritengo che giudicare
Ritengo che giudicare l'atteggiamento del nostro Paese nei confronti dello straniero spetti proprio a coloro che sono purtroppo vittime dei pregiudizi e di un atteggiamento di diffidenza spesso dettato dall'ignoranza e dalla poca conoscenza del diverso. Chiunque poi ci ritenga già fin troppo ospitali ed aperti non ha forse provato quella sensazione di smarrimento ed isolamento che ho invece percepito io al fianco di mio marito i primi tempi in Italia ma questa è un'altra storia e non voglio rischiare di spostare l'attenzione su un argomento diverso da quello dell'istruzione scolastica. A tal proposito ci tenevo anche a sottolineare un aspetto che prima mi è sfuggito e lo faccio rivolgendo a voi ed a coloro che ci leggono una domanda: come mai in Italia si tende a sottovalutare gli obiettivi ultimi di un istituto professionale alberghiero che insegna mestieri come il cameriere, barman, cuoco, receptionist o di un istituto meccanico che a sua volta ti lascia in mano competenze richieste oramai in milioni di annunci di lavoro? Perchè ci ostiniamo a ritenere intelligenti e studenti meritevoli solo coloro che optano per un liceo scientifico o classico con la prospettiva di iscriversi poi all'università e divenire dottori o avvocati? Perchè non cominciamo a dare il valore che meritano a questi istituti professionali e soprattutto a queste figure professionali e, se è vero che per la maggiore vengono frequentati da stranieri, bhè iniziamo allora a prendere esempio da loro!
Chiudendo questa parentesi che, se fuori luogo, potete cancellare, ricollegandomi al mio racconto di cui sopra circa la mia prima esperienza con la scuola di mio figlio vorrei buttare lì una discussione sul bilinguismo di questi bambini figli di coppie miste ma anche di genitori stranieri che vivono in Italia: a scuola non se ne parla e si teme che il parlare due lingue diverse dentro le mura di casa possa confondere il bambino. In casa nostra si parla prettamente italiano ma usufruiamo di numerosi contributi tramite internet o la tv satellitare per permettere al bambino anche l'ascolto dell'arabo e dell'inglese. Una compagna di classe di mio figlio con genitori senegalesi o nigeriani parla e capisce solo quest'ultima perchè in famiglia si limitano al dialetto e la mamma non conosce lei stessa la nostra lingua. E così tanti altri bambini soprattutto con due genitori entrambi stranieri. Cosa fare dunque per coadiuvare la loro integrazione a partire dalla scuola dell'infanzia?
In effetti lei affronta due
In effetti lei affronta due questioni molto importanti. Già nella ricerca riportata, la prima differenza tra ragazzi italiani e stranieri a essere sottolineata è quella di ambizioni: più "ambiziosi" gli italiani, che mirano al titolo di studio, meno aspirazioni per gli stranieri, che puntano alla formazione professionale. Ovviamente noi abbiamo messo il tutto tra virgolette, facendo notare come in realtà quello che viene definito "poca ambizione" è invece un ottimo senso pratico, che pare appartenere più ai ragazzi che vengono da altri paesi. E in un paese come il nostro, pieno di avvocati, commercialisti e giornalisti spesso disoccupati, ma privo di falegnami, idraulici, cuochi, meccanici (professioni remunerative e comunque gratificanti, anche perché permettono di sviluppare le proprie capacità imprenditoriali e guadagnare indipendenza), una riflessione del genere è d'obbligo. Fermo restando che un paese sviluppato si vede anche dalla possibilità, per tutti, di seguire le proprie inclinazioni. E che sarebbe bello che ognuno potesse fare il lavoro che gli piace, a prescindere dai dati sull'occupazionalità. Ma sarebbe utopia, e forse dagli stranieri dovremmo imparare che non è il lavoro a qualificarci come persone, ma ciò che siamo e come ci comportiamo rispetto agli altri. Per quanto riguarda il biliguismo, riteniamo che sia una ricchezza piuttosto che un limite. In alcune scuole questa ricchezza viene coltivata (a Prato, dove le classi ospitano metà studenti cinesi e metà italiani, per esempio, viene studiato anche il mandarino), in alcuni istituti sperimentali (a Milano al Parco Trotter, a Roma nella scuola Iqbal Masih) ci sono corsi di italiano per i genitori, in modo che l'integrazione abbracci tutto il nucleo familiare, e non solo i bimbi. Insomma, alcuni ci provano. Sono sempre troppo pochi, e pochi sono i fondi, le strutture e la voglia di metterci un po' d'impegno. Di certo i genitori hanno il dovere di provarci, di cercare di colmare ciò che la scuola non riesce a fare, di non arrendersi.