Una favola sull'umanità con protagonista un bambino immigrato in una città dell'alta Normandia, ispirata al neorealismo italiano e girata in Francia da un regista svedese. Sembra uno scioglilingua ma non è così: si tratta di “Miracolo a Le Havre”, l'ultimo film di Aki Kaurismaki, che ha conquistato critica e pubblico al Torino Film Festival, dove ieri ha ricevuto il premio Gran Torino.
Un film che è una forte presa di posizione nei confronti di un atteggiamento assai comune nell'epoca contemporanea: quello di chiudere gli occhi e girarsi dall'altra parte, specialmente quando si parla di immigrazione e rifugio. "Ho scelto di fare questo film perchè la situazione dei rifugiati insulta la mia dignità - ha detto Kaurismaki -. C'è una totale indifferenza da parte delle autorità su questa situazione, anche in Italia: basta vedere quello che succede ogni estate a Lampedusa. Ho scritto questo film non per dare delle soluzioni a queste problematiche, non è questo il mio lavoro. Ma di questi tempi sembra non sia il lavoro di nessuno. Per questo il problema non ha ancora trovato soluzione."
In occasione del suo secondo film di ambientazione francese, Kaurismaki riporta in scena lo scrittore Marcel Marx, protagonista del film La Vie de Boheme del 1992. Ora Marcel ha abbandonato la capitale e gli eccessi, e lavora come lustrascarpe alla stazione di Le Havre, terra di confine tra Francia e Inghilterra affacciata sul canale della Manica. Marx ha un amico thailandese e una compagna, Arletty, con cui condivide gioie e dolori in una casa povera situata in un quartiere denso di umanità di ogni genere, che il regista ritrae tanto nella durezza dei volti quanto nella straordinaria gentilezza che dimostrano l'uno con l'altro, reietti alla deriva sulla stessa barca. La favola nasce dalla malattia di Arletty e dall'arrivo nel quartiere di un bambino, immigrato clandestino; due eventi che metteranno in moto tutto il quartiere in una vera e propria macchina di solidarietà e aiuto.
Con “Miracolo a Le Havre” (citazionistico titolo italiano del più laconico Le Havre), Aki Kaurismaki fa sua la lezione di Vittorio De Sica e riporta nei cinema un'umanità che si riconosce simile e si comporta nell'unico modo ragionevole e logico: aiutandosi a vicenda. Il regista svedese riesce in un compito non facile, quello di rendere universale una favola, che nella sua apparente sospensione nel regno del surreale trova la giustificazione per diventare patrimonio di chiunque. Realtà e surrealtà, meraviglia e volti fin troppo legati alla strada, situazioni drammatiche e dialoghi pieni di ironia, colori accesi e tempi dilatati e freddi: il mondo di Le Havre è il trionfo della risoluzione dei contrasti nel calderone umano. Qui non conta la provenienza del bambino immigrato o la divisa dei poliziotti il cui compito è assicurarsi che venga rimpatriato: sono elementi contingenti che nascondono una sola vera realtà in cui ognuno è un essere umano e parafrasando Hemingway, nessun uomo è un'isola. Un’opera che ricorda agli italiani, in questo periodo in cui nuovamente si parla di sbarchi e accoglienza, che non è poi lontano il periodo in cui a ispirare il paese erano Zavattini e (Vittorio) De Sica, invece dei cinepanettoni contemporanei.
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