«L’Hotel House di Porto Recanati è un’isola, un’oasi, una distopia/utopia, un nido, un seme, un sintomo, un segno. È un figlio illegittimo della povertà del passato e della ricchezza del futuro. È un cigno nero». Jasmina Tešanović è uno dei tanti autori che hanno descritto e scritto sull'Hotel House, il condominio gigante che da anni respira come un gigante sopito, una presenza quasi minacciosa alla periferia della cittadina marchigiana.
Le parole di Jasmina sono raccolte insieme a quelle di molti altri (operatori, poeti, migranti, cantanti) in un volume da poco uscito in libreria, Babel Hotel (Infinito editore), curato da Ramona Parenzan, studiosa di sociologia della multiculturalità che all'Hotel House ci è arrivata quasi per caso. Senza riuscire più a staccarsene. Un po' perché, per chi lavora coi migranti, questo grosso animale fatto di cemento è un osservatorio unico, un laboratorio di convivenza tra stranieri e italiani con caratteristiche molto peculiari, forse irripetibili per la spontaneità con cui si è sviluppato.
“Quando sono arrivata per la prima volta a Porto Recanati, non c'era persona che non mi dissuadesse dal recarmi all'Hotel House”, racconta Parenzan. “Mi dicevano che come minimo mi avrebbero derubato, descrivendo una specie di Bronx in salsa maceratese. Ovviamente non solo non è andata così, ma l'accoglienza che ho ricevuto è stata molto calorosa, tutti mi hanno aperto le loro porte e sono stati felici di raccontarsi. La mia è diventata una specie di missione speciale, e da allora mi sento un po' come l'ambasciatrice dell'Hotel House con il resto del mondo”.
Come ha scritto Gian Antonio Stella nell'introduzione al libro, non si può leggere dell'Hotel House e non pensare a quando i migranti eravamo noi, leggere di questi appartamenti in cui si parlano diverse lingue e si pregano diverse religioni e non andare, col pensiero, alle cosiddette tenement houses, i casermoni nelle cui cantine vivevano a fine '800 gli italiani d'America, in condizioni di degrado ed emarginazione fin troppo ben descritti e fin troppo facilmente dimenticati dagli italiani dell'Italia del centocinquantenario dell'Unità. In questa terra di nessuno dove l'unica lingua comune è il portorecanatese (“la qual cosa è molto divertente, se ci pensate, anche perché si tratta di un accento molto forte”, spiega Parenzan)convivono maghrebini, bengalesi, pakistani, senegalesi. Ognuno con le sue abitudini, ognuno con le proprie idiosincrasie.
“All'inizio molti di loro trovavano lavoro nel campo del calzaturiero, qui è pieno di fabbriche. Poi è arrivata l'epoca dei ricongiungimenti, perché molti uomini hanno fatto venir qui le famiglie. Oggi le persone che vivono qui sono più o meno tremila, ma un censimento attendibile non è mai stato fatto”. Le seconde generazioni, i ragazzini nati all'Hotel House, vanno a scuola, si mimetizzano con facilità, parlano un italiano perfetto. “Ma anche per loro ci sono tutte le difficoltà connesse al non avere un'identità ben definita. Quando le ragazzine che rimorchiano in discoteca chiedono loro dove vivono, la risposta “Hotel House” non è certo tra le più rassicuranti. Il che non li aiuta molto con l'integrazione”.
Altra questione è il rapporto con la città di Porto Recanati, trasformatasi anch'essa, negli ultimi anni, da paese di marinai a luogo di turismo e speculazione edilizia, in cui ogni metro quadro è adibito a bed and breakfast, e figuriamoci dunque se c'è spazio (o voglia) di incontrarsi a metà strada coi migranti. “Poi, in realtà, se si chiede alla gente del luogo, il sentimento nei confronti del grosso condominio è un po' ambivalente. Perché ormai fa parte del posto, ci si è abituati alla sua presenza. A patto, però, che chi vive lì ci resti, senza mescolarsi alla vita di città. Per non parlare di chi gira attorno alle case, approfittando della situazione di miseria e pensando che quella sia un po' una zona franca, senza leggi, e si reca all'Hotel House perché la prostituzione è a livelli altissimi”.
Marìka Surace
Foto di Ramona Parenzan