Una storia come altre
8 marzo 2012 - Festa della donna. Dedicato a tutte le bambine e ragazzine straniere in terra straniera, che lottano per la loro identità e il loro diritto al futuro. E alle madri coraggiose, che spesso sacrificando la loro vita, tentano l’impossibile: cambiare il corso del destino.
Non vuole parlare, Irina. Non ce la fa. È stremata. Non è una stanchezza normale la sua. I medici la definiscono “stanchezza cronica”, una patologia che richiede l’intervento farmacologico per non degenerare in stati debilitanti e invalidanti. Le cause non sono ancora chiare, probabilmente un insieme di fattori: aspetti genetici, ambientali, stress eccessivo, infezioni virali.
Nel caso di Irina non ci vuole molto a capire che il suo corpo ha detto basta. Basta alla fatica di essere una donna sola in terra straniera, basta alla responsabilità di avere tre figli tutti a suo carico, basta alla fatica di essere trattata come una schiava dai datori di lavoro, basta all’ostilità dei figli maschi. Basta!
Irina non parla, ma i suoi occhi, i suoi gesti parlano per lei. Si tortura un braccio, tira giù la manica, la ritira su, tormenta un punto, poi alla fine lo lascia scoperto. Vuole che veda il livido blu lasciatole dal titolare della ditta in cui lavora come operaia. Ha il permesso di soggiorno lei, è qui da più di 10 anni, ma questo serve a poco quando non puoi contare sulla protezione di alcun amico o parente, e hai disperatamente bisogno di quel misero stipendio da cui dipende la sopravvivenza della tua famiglia.
Un sostegno, in realtà, ce l’ha avuto e ha fatto molto. I servizi sociali forniti dallo sportello Stranieri del piccolo Comune del Nord in cui risiede l’hanno seguita da vicino. La casa popolare, in cui vive oggi - dopo aver rischiato lo sfratto per l’ingente debito che aveva contratto con il precedente proprietario - il supporto scolastico cui necessitano i figli, un’occupazione, le ha ottenute grazie a loro, ma non bastano a colmare i vuoti di una vita.
Una vita misera, che l’ha portata in Italia più per scappare dal passato che per la speranza di cambiare corso alla sua esistenza. A 12 già lavorava in condizioni di schiavitù nel suo paese d'origine. A 16 anni si sposava per evitare di essere considerata una poco di buono: così funziona in Romania - e in tanti altri paesi - soprattutto se vivi sola in grandi città. Il matrimonio l'ha messa al riparo dalla società, ma non dallo sfruttamento e dalla brutalità.
Il figlio più piccolo, seduto in angolo, mi osserva intimidito, schivo, naufrago di fronte al dissolversi delle energie materne. E’ su di lui che le violenza di cui è stato testimone hanno lasciato più traumi. Prima in Romania, loro paese d’origine, dove da casa passava la feccia dell’umanità. Da criminali qualunque a taglieggiatori, assassini, mafiosi che cercavano il padre, trovavano la madre e si sfogavano su di lei, terrorizzando i figli.
Poi, in Italia, dove il padre, ormai ex-marito, li scovò dopo anni di ricerca. Si presentò una notte, sbraitando come un pazzo davanti al portone di casa, prendendo a pugni. Avanzava pretese sulla sua famiglia, lui che non aveva fatto altro che sfruttarli e umiliarli nel peggiore dei modi. Alla fine Irina, pur di farla finita, aprì l’uscio e lui diede sfogo alla violenza, come una bestia che deve aggredire per dare sfogo alla sua natura. Lei finì in ospedale e il figlio più piccolo rimase prigioniero di un terrore incontenibile. Se gli chiedevi qualcosa, si sentiva sopraffatto e se la faceva addosso. Negli ultimi tempi, sta un po’ meglio, è un ragazzino di natura mite, ma in bilico tra se stesso e l’esempio del fratello maggiore.
Eccolo, quindici anni, intimorito e sfrontato allo stesso tempo, si affaccia sulla porta, accenna una specie di saluto e si rintana in camera. E’ questo il rapporto che ha con Irina. Senza una presenza maschile di riferimento, non riconosce più l’autorità della madre e il conflitto ha assunto proporzioni insostenibili. La scuola lo mette in ansia e quindi trova tutte le scuse per evitarla. Ha paura. Paura del confronto con gli insegnati, paura dei brutti voti dovuti alla mancanza di studio, paura della relazione con i compagni. Non ce la fa, e il senso di frustrazione cresce sino a diventare rabbia contro la madre. Quando Irina torna a casa sfinita nel tardo pomeriggio, le discussioni sui compiti diventano sempre più accese e finiscono in una sfida che strema Irina e carica il ragazzino di un’aggressività auto distruttiva. Ha rinnegato il padre, giurato di non volerlo mai più incontrare, ma la sua malvagia presenza aleggia su di lui più di quanto possa pensare. E’ ciò che far star peggio Irina: intuire negli atteggiamenti sprezzanti verso di lei la stessa codardia dell’ex-marito e il pericolo che il figlio possa finire esattamente come il padre. Il bimbo più piccolo, naturalmente, inizia ad imitare il fratello maggiore, schierandosi dalla sua parte. Così, la famiglia si spacca in due: maschi contro femmine.
Sì, perché poi c’è lei, la figlia diciottenne. Silenziosa, estranea ai conflitti tra i fratelli, l’unica che si è avventata contro il padre per difendere Irina nell’ultima aggressione. Lei che ha sofferto quanto gli altri, forse di più, perché ha visto tutto nei suoi primi 18 anni di vita. Eppure, l’unica ad essersi messa a testa bassa sui banchi di scuola, a farsi accettare dai coetanei, a ritagliarsi un piccolo spazio d’identità.
E oggi, l’unica ad avere capito che il miglior modo per aiutare sua madre a salvarsi dall’oblio è imparare un mestiere, trovare un lavoro e prendere in mano la sua vita. Mi volge le spalle, quasi a voler nascondere le sue pene e custodire la sua piccola, immensa, forza. Non ha nulla da dirmi, ciò che è l'ha dimostrato a se stessa e al mondo intero. Le porgo un saluto carico di rispetto.
Maria Cristina Origlia
I nomi e alcune situazioni sono stati cambiati per garantire l’anonimato delle persone in questione, ma gli eventi ricalcano quanto è realmente successo.


