I disabili e le classi di serie B. È questo il futuro della scuola?

Non solo per gli stranieri, ora anche per i disabili. Classi speciali per chi è un po' diverso dagli altri, chi magari avrebbe bisogno d'aiuto, di un sostegno e che invece oggi si medita di escludere perché ritenuto un peso per gli altri. La proposta uscita dalla bocca del Presidente della provincia di Udine, se messa insieme a quella che di tanto in tanto si affaccia di percorsi differenziati scolastici per gli immigrati, ha un colore sinistro.

Pietro Fontanini ha detto chiaro e tondo che ci vorrebbero delle classi speciali per i portatori di handicap. La ragione? “Le persone disabili – spiega Fontanini – ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici” e ancora “è inutile che alle superiori seguano lezioni di filosofia, economia o diritto. Meglio far fare loro dei corsi che li introducano al mondo del lavoro”.

Formulata in un convegno di operatori socio-sanitari friulani, la proposta è stata subissata di fischi e di critiche, com'era giusto che fosse. Ed è difficile che abbia un seguito anche a giudicare dalle reazioni della parte politica del presidente Fontanini, un tempo docente di scuola media (sic).

Quel che preoccupa però è l'idea di scuola e di società che ci sono dietro alle parole del rappresentante delle istituzioni friulano. Se i più fragili penalizzano i più forti nella competizione scolastica, tutto è possibile. Magari non si tornerà a quei piccoli ghetti che erano le “classi differenziate” abolite nel 1977, quando la scuola è divenuta a pieno titolo luogo che non esclude ma prova a integrare.
Ciononostante, la proposta di Fontanini è un segnale di come un certo senso comune sulla scuola e sulla società si stia diffondendo rapidamente. Non ce ne accorgiamo ma la scuola diviene qualcosa di altro rispetto al recente passato. E forse qualcosa di peggio.

Isabella Bossi Fedrigotti, sul Corriere, parla di “un progressivo incrudelimento” della società che ora investe anche bambini e ragazzi. È vero, violenza e brutalità si sono impossessate delle strade e delle città italiane, in una società imbarbarita che non ha cura di chi può rimanere indietro.
Ma soprattutto, al di là dell'assurda proposta di Udine, le scuole italiane fin da quelle elementari sono divenute spesso il luogo della competizione più che dell'inclusione. Non sono solo i diversi, gli immigrati o disabili, a poter essere penalizzati, ma tutti coloro che in un modo o nell'altro non si adeguano agli standard richiesti. Si inizia a diffondere l'idea che non è più la scuola a poter dare una mano (“sa, i tagli non lo permettono”) e che il bambino e la famiglia con qualche problema devono arrangiarsi da soli.

L'ossessione del programma da rispettare, dall'acquisizione delle competenze fin da subito e il più veloce possibile, la condanna del bambino “lento”, di quello “pigro”, certificano una trasformazione in corso di cui quest'ultimo exploit è solo il fuoco d'artificio finale. L'obiettivo delle maestre è spesso far apprendere più competenze possibile fin da subito e chi non ce la fa, riponde il Fontanini di turno, “ci spiace ma vada nei corsi per i più lenti”.

Qui non c'entra il “politicamente corretto”, non c'entra neanche l'accusa di razzismo. Piuttosto, quello che dice una proposta come quella del presidente Fontanini è che pure la scuola ormai è territorio di un'ideologia secondo cui il successo finale si misura sul risultato dei più forti e non con l'integrazione dei più deboli.

Foto di Racchio.