A un certo punto in piazza Tahrir erano circa due milioni, tutti a reclamare la fine del regime di Hosni Mubarak. L’esercito è rimasto a presidiare la manifestazione annunciata, ma aveva già dichiarato che non avrebbe partecipato con atti di repressione. E il popolo egiziano, che da giorni è per strada a chiedere un cambiamento al vertice di governo, alla fine ce l’ha fatta. Sarà forse per l’intervento diretto di Obama, che ha chiesto al presidente egiziano di evitare una sua candidatura alle prossime elezioni, o per le pressioni provenienti da una delle manifestazioni più importanti e trasversali mai avvenute nell’Egitto contemporaneo, ma Mubarak alla fine ha promesso che questo sarà il suo ultimo mandato.
“Un cambiamento non può che far bene. Ma ricordiamoci che l’Egitto di Mubarak non può essere sbrigativamente liquidato come una dittatura, semmai si potrebbe parlare di una 'democrazia autoritaria'.” La pensa così Sherif El Sebaie, egiziano che vive a Torino e che da sempre si occupa di politiche di integrazione, titolare del blog Salamelik. “Le critiche contro Mubarak sono tutte valide, e il fatto che il popolo intero, dagli intellettuali ai ceti popolari, sia sceso in piazza, è il segno che si tratta di istanze comuni che non possono che volere il bene del paese. Bisogna dire, che se si è arrivati a queste manifestazioni è anche perché l’opposizione ha avuto libertà di espressione e di dire la sua contro il governo attuale, in modo da creare una forte opinione pubblica che è la stessa che oggi dice la sua contro il governo.”
Quello che è successo è sicuramente frutto dell’esempio della vicina Tunisia, dove il movimento popolare ha mandato a casa il governo in carica di Ben Ali. “Ma anche di una situazione economica globale che ha fatto sentire le sue conseguenze in Egitto. Bisogna però tenere in conto che i problemi economici del paese sono di natura strutturale e che sono stati aggravati da una distribuzione inequa della ricchezza”, spiega El Sebaie, preoccupato che l’aver ottenuto la rinuncia a una ricandidatura di Mubarak non risolva affatto la situazione: “Chiunque verrà dopo Hosni Mubarak dovrà fare i conti con una situazione economica molto pesante, aggravata da quello che è successo negli ultimi giorni. Per molti investitori stranieri l’Egitto adesso è un paese instabile. Senza contare le perdite dovute al crollo della borsa e al fatto che il turismo, per qualche tempo, non sceglierà il nostro paese come meta.” A parte la presa di posizione di Obama e una più tiepida reazione dell’UE a cui si è pavidamente accodata anche l’Italia, a livello internazionale si è guardato alla rivoluzione egiziana con poca comprensione del fenomeno. Mentre i paesi vicini, come il nostro, avrebbero dovuto forse prestare più attenzione a quello che stava succedendo. Non foss’altro per le conseguenze. Già dopo quello che è successo in Tunisia in soli tre giorni sono arrivati 118 sbarchi a Lampedusa, quasi tutti provenienti dalle coste tunisine. Se la situazione si manterrà politicamente ed economicamente instabile (il tam tam su facebook parla di una possibile rivolta anche in Siria, con i giovani di Damasco pronti a mobilitarsi), il numero di arrivi non potrà che aumentare.
Si può dire che piuttosto che permettere ad altri di esportare la democrazia all’interno dei loro confini, molti paesi arabi stiano decidendo di fare da soli, grazie anche alla forza delle nuove generazioni e ai social network che li mettono in contattocon il resto del mondo. I movimenti sono ancora troppo giovani per poter capire quanto realmente riusciranno a incidere in un cambiamento vero e proprio, ma è certo che qualcosa di grosso sta succedendo proprio sulle coste di fronte a noi.
“Qualcosa che potrebbe cambiare l’equilibrio geopolitico di una delle regioni più “calde” del mondo, soprattutto se pensiamo al peso diplomatico che ha avuto finora l’Egitto nella gestione della situazione che c’è tra Palestina e Israele.” E lo stesso ruolo degli Stati Uniti, che aveva ovviamente rapporti di lunga data sia con Mubarak che con Ben Ali, andrà a cambiare. Nel frattempo molti degli egiziani che vivono in Italia (e sono tanti, quasi tutti gestori di ristoranti e pizzerie) osservano la situazione con preoccupazione ma non senza speranza. “Dopotutto gli egiziani hanno sempre dimostrato di avere a cuore il benessere comune”, conclude El Sebaie. “Siamo un popolo maturo, con una lunga tradizione di multipartitismo e di convivenza tra più religioni. Sperando che la rivoluzione non venga strumentalizzata, credo che potrebbe essere un’occasione unica per conquistare pace e stabilità solide. Affinché gli ideali nobili non rimangano solo ideali.”
Foto di Karim Rezk
Commenti
Ahinoi, siamo alle solite
Ahinoi, siamo alle solite anche per la faccenda dell Egitto. Se l'Europa, se l'Occidente, non mettono la necessaria attenzione, sulla nuova democrazia che dovrebbe nascere in Egitto, a schifio finisce. E non è la prima volta. In questi casi non prevalgono i migliori, ma i peggiori; i quali, con le migliori intenzioni del mondo si fregano il consenso dei cittadini "creduloni" e, una volta al potere fanno lo schifo che sappiamo. E specialmente se si tratta di Islam. IL fenomeno dei migliori a casa e i peggiori a comandare succede anche nelle democrazie occidentali, figuriamoci in quelle orientali. I migliori, non si fanno avanti, come fanno i peggiori; i migliori, preferiscono (o hanno diritto) essere pregati, oppure, come diceva Dante: "tra gli aspri sorbi, si disconvien fruttar lo dolce fico". Insomma, io sono pessimista; si sono pessimista perchè questa Europa non è all altezza e sa vivere solo alla giornata; Barak Obama, ha una grande volontà, ma una scarsa esperienza,.... Aiutatemi, ditemi che mi sbaglio, ditemi che non è così; o almeno, domandiamoci: perchè in Italia la democrazia dà questi risultati?....