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E The Social Network vince come miglior film drammatico.

 Fan della prima ora di The Social Network, non potevamo ignorare che il film ha fatto incetta di premi ai Golden Globe (l'unico importante non preso è quello per migliore attore protagonista, ma contro Colin Firth che fa il re balbuziente c'era poco da fare). Capolavoro che ha conquistato anche i cinefili più critici, è il film migliore del 2010. Ecco l'articolo che abbiamo scritto quando è uscito in Italia.

  “Se voialtri foste stati in grado di inventare Facebook, be', allora l’avreste inventato.” Mark Zuckerberg si spazientisce e  risponde così a uno di quelli che, dopo aver assistito all’inarrestabile ascesa del social network più cliccato al mondo, gli fanno causa per avere avuto l’idea prima di lui. Solo che, come spiega il Mark Zuckerberg di The Social Network, il film di David Fincher scritto da Aaron Sorkin (nelle sale italiane dal 12 novembre), non è che se uno fa una sedia particolarmente bella poi deve pagare i diritti a tutti quelli che hanno costruito sedie prima di lui.

C’è chi si chiede perché il 26enne Mark, che a soli 20 anni ha abbandonato Harvard ed è diventato il più giovane miliardario al mondo, non abbia fatto causa al film. Ma sono solo quelli che il film ancora non l’hanno visto o non l’hanno guardato con attenzione. La storia di Zuckerberg, così come vede la luce dai dialoghi mozzafiato di Sorkin e dalle riprese nervose, ritmate, di Fincher, è la creazione di un eroe epico. Che non sappiamo nemmeno, come giustamente fa notare Zadie Smith, quanto in realtà assomigli allo Zuckerberg reale, quello che a malapena muove le palpebre quando è in pubblico. E comunque chi se ne importa se agli albori di tutto questo l’eroe ha litigato con il suo migliore amico e ha rotto con la sua ragazza del college. Il ragazzo che se ne sta tra in mezzo alla neve con le ciabattine dell’Adidas senza sentire freddo, volendolo o meno si è inventato un nuovo modo di comunicare attraverso il più vecchio gioco del mondo, quello che al college (all’università) ti insegnano dal primo giorno: inclusione/esclusione, non c’è altro. Dentro o fuori.
 
E se ti tengono fuori dal circolo, tu che fai? Ne inventi uno di cui sei il presidente, il fondatore, il responsabile, l’ideatore, il sovrano. E lo fai nell’unico modo che conosci, ovvero il linguaggio informatico. Che poi questo abbia avuto conseguenze sulle vite di tutte noi, lo sappiamo, è storia. Signori e padroni del nostro Wall (la bacheca), ci illudiamo di poter includere/escludere  a piacimento. Tagghiamo la gente senza chiedere il permesso, sbirciamo tra commenti imbarazzanti, dichiarazioni d’intenti, patetici tentativi di attirare l’attenzione. E veniamo a sapere che Tizia ha mollato Caio prima che il povero Caio se ne sia quantomeno reso conto. In poche parole, calpestiamo senza troppi rimorsi quella che in altri sedi dichiariamo di considerare una delle nostre priorità: la privacy.

La Generazione F e la privacy negata

È la generazione Facebook dicono. Quella che ha un’altra idea della privacy rispetto a quella dei suoi predecessori. Tim Garton Ash, che sull’argomento ha scritto un bel pezzo su The Guardian, non è d’accordo. O, piuttosto, non accetta una versione così semplice della questione. Perché se è vero che l’erosione della privacy è iniziata ben prima dell’invenzione di Facebook e dei social network in generale, è vero anche che Zuckerberg e compari hanno fatto sì che anche gli analfabeti informatici possano accedere, con un click, a informazioni sensibili su chiunque non sia abbastanza diffidente da nascondersi. Fantastico, democratico, in pratica il futuro. E chi vuole mettersi a discutere con il futuro per difendere una roba che ha circa 130 anni e di cui, guarda caso, si è parlato per la prima volta sulla Harvard Law Review?

La tecnologia ha cambiato tutto, e l’11 settembre 2001 ha spazzato via quello che rimaneva, prendendosi nomi, cognomi, conversazioni e semplici desideri in nome della sicurezza nazionale. Quello che è successo con Facebook però va oltre. Siamo 500 milioni lì dentro. Un numero impressionante ovviamente destinato a crescere ancora. In mezzo ai like, ai test, agli scambi di poke (solo uno che è stato timido poteva aggiungere tra i tanti modi per entrare in contatto con gli altri il “poke”), ci sono elenchi in cui rientrano preferenze, idiosincrasie, buone e cattive abitudini incautamente pubblicate negli status. Che poi la nostra vera indole non assomigli affatto al quadro dipinto dal nostro profilo online, quello è un altro discorso. Quella roba lì l’abbiamo scritta noi, e qualcosa di noi la deve pur dire.
 
Tanto che succede quello che David Kirkpatrick descrive nel suo The Facebook Effect: un sondaggio condotto nel 2009 su un grosso numero di datori di lavoro e responsabili delle risorse umane di grandi aziende americane ha rivelato come il 35% (una su tre) delle domande di assunzione ricevute è stato cestinato a causa delle informazioni reperite sul profilo Facebook del candidato. Poi chiaramente ogni giorno ce n’è una. E allora veniamo a sapere, salvo smentite e controsmentite (prima qui e poi qui) che non solo negli Stati Uniti è al vaglio un disegno di legge che permette alla polizia federale di tuffarsi senza alcun mandato nelle piattaforme tecnologiche di Facebook per acquisire i dati riservati in loro possesso. Ma che la nostra polizia, quella che non ha i soldi per mettere la benzina alle volanti, è invece volata in gran segreto a Palo Alto (ovvia sede dell’azienda di Zuckerberg) per stringere un accordo di collaborazione che permetterebbe controlli sui social network senza rogatoria internazionale e bypassando il mandato del magistrato. Chissà.

La ricetta migliore è: pochi amici ma buoni

Dice: se ti accorgi che ti danneggia o, peggio, che tutta questa esposizione ha iniziato a darti fastidio, cancella il profilo. Fosse facile. Chi c’ha provato lo sa. Non è semplice, a meno di non mettersi a eliminare manualmente ogni foto, ogni iscrizione a una fan page dimenticata in fondo alla bacheca, ogni tag. L’Unione Europea sembra essersi accorta del problema, e proprio giorni fa, a 15 anni dalla direttiva sulla privacy che da noi è diventata il Testo Unico del 2003, ha ribadito che è necessario proteggere i dati di quelle 500 milioni di anime virtuali come se si trattasse di cittadini Ue. Stabilendo il “diritto all’oblio degli utenti, che devono poter scomparire da social network e motori di ricerca senza lasciare tracce, le quali consegnano ai surfisti del web un pieno potere sui propri dati personali.” Forse un po’ scontato, è vero. Ma necessario. Se scrolliamo le spalle asserendo di non avere niente da nascondere, non abbiamo idea dell’uso che si può fare delle informazioni sul nostro conto. Ce l’hanno invece gli inventori di Firesheep, un’applicazione che permette a tutti, ma proprio tutti, di captare i nostri dati quando si naviga in modalità wi-fi. Pensateci bene: vi piacerebbe?

Che si tratti di paure concrete o scenari fantascientifici alla Minority Report, resta il fatto che un po’ di cautela proprio male non fa. Le impostazioni privacy di Facebook potrebbero essere migliori, questo è vero, ma se le usiamo bene e se impariamo a dosare quest’ansia esibizionista che fa di noi i protagonisti di monologhi piuttosto che di vere interazioni, riusciremo a mantenere riservata almeno un’area della nostra vita virtuale. Per cominciare, intanto, possiamo aderire all’Unfriend Day: lanciato con un video da Jimmy Kimmel, comico e conduttore statunitense, il 17 novembre sarà il giorno in cui tutti dovremmo dedicare almeno un paio d’ore a cancellare dalla lista degli amici di Facebook quelli che amici veri non sono. Ovvero: vogliamo davvero che un centinaio di sconosciuti vedano le foto del nostro viaggio a Parigi?

Marìka Surace

Foto di Andrew Feinberg

Commenti

Facebook ha cambiato il modo

Facebook ha cambiato il modo di comunicare nel mondo !

Qui a Londra il film è stato

Qui a Londra il film è stato il pretesto per ripensare a com'è cambiata la comunicazione grazie allinvenzione di Zuckerberg. Bell'articolo!

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