I numeri della pace o della guerra?
Secondo il SIPRI (Istituto internazionale di ricerca sulla pace) e la rete italiana per il disarmo nel 2011 la spesa militare mondiale è arrivata a 1.740 miliardi di dollari, che è la cifra più alta dalla caduta del muro di Berlino ad oggi.
Nonostante la crisi economico-finanziaria che ha costretto diversi governi a rivedere i propri budget– la spesa militare mondiale non ha subito flessioni, è inoltre quella che continua a trainare il commercio internazionale di armamenti convenzionali che, con quasi 30 miliardi di dollari, nel 2011 è tornato ai livelli degli anni novanta. E questo avviene mentre “le Organizzazioni multilaterali incaricate di promuovere e far rispettare le norme per la stabilità e la sicurezza continuano ad affrontare diverse difficoltà per trovare la volontà politica e le risorse finanziarie necessarie per soddisfare i loro mandati”.
Sono alcune delle note salienti che si ricavano dal SIPRI Yearbook 2012, l’ultimo rapporto dell’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) pubblicato nel mese di giugno dell’istituto che dal 1966 produce dati e informazioni in materia di conflitti armati, non proliferazione, spesa militare, produzione e commercio di armamenti. Tra i temi affrontati nell’ultimo SIPRI Yearbook, figurano le sollevazioni popolari dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente trasformatesi in conflitti in cui è stato necessario "l’intervento internazionale" per la protezione dei civili, in alcuni casi più complesso perchè ha dovuto confrontarsi col principio della “sovranità dello stato”, in altri, come quello libico, è stato il sostegno esterno ad una delle parti in conflitto.
I dati
Stati Uniti e Russia continuano a ridurre le loro testate nucleari, soprattutto quelle più obsolete, a favore dell’ammodernamento dei loro arsenali nucleari: un processo di ammodernamento che vede impegnati anche Cina, Francia e Regno Unito. India e Pakistan continuano a sviluppare nuovi sistemi per trasportare armi nucleari. Risulta evidente che “Nonostante il rinnovato interesse mondiale per il disarmo, nessuna delle potenze nucleari ha mostrato più di una retorica disponibilità a rinunciare al proprio arsenale nucleare.
Mentre il numero complessivo di testate atomiche può essere diminuito, i programmi di modernizzazione in corso indicano che le armi nucleari sono tuttora moneta corrente di status e potere a livello internazionale” – commenta il SIPRI. Riguardo all’Italia, il SIPRI stima una spesa militare nel 2011 di circa 34,5 miliardi di dollari: “La spesa militare dell’Italia è meno che trasparente, nel senso che è distribuita tra i budget di diverse amministrazioni statali” – segnala il SIPRI Yearbook. “Le spese per le missioni militari all’estero sono approvate dal Parlamento italiano in un bilancio separato da quello del Ministero della Difesa. Oltre 1 miliardo di euro di forniture militari addizionali e per ricerca e sviluppo sono ogni anno finanziate dal Ministero dello Sviluppo Economico. Come per la Grecia, le cifre della NATO riguardo all’Italia per il 2011 non erano disponibili al momento della stesura del rapporto” .
Come sempre, sui tavoli istituzionale si parla di pace, ma nessuno è disposto a rinunciare alla difesa.
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