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Gli stranieri rubano lavoro agli italiani!

lavoro immigratiNel 2011 in Italia diminuiscono gli occupati italiani e aumentano quelli stranieri. Sono dati, non opinioni, ma i dati bisogna saperli leggere nel modo corretto. Ecco cosa c'è dietro l'aumento dell'occupazione degli stranieri e della disoccupazione degli italiani. 

 
I dati provengono dal rapporto 2011 "L'immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive" a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: dal 2007 a oggi il numero di immigrati con un lavoro stabile è passato dal milione e mezzo circa a più di due milioni e 200mila impiegati, per un aumento del 40%, di cui 309mila tra il 2009 e il 2011. Un dato di crescita che spicca in relazione alla diminuzione drammatica di italiani impiegati negli ultimi anni pari, secondo i dati Istat, a circa 863 mila unità.
 
Numeri destinati ad aumentare, se si prendono in considerazione gli oltre 500 mila stranieri che, secondo la Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicità, in Italia lavorano in nero, principalmente nell'agricoltura, nell'edilizia e nel settore dei servizi. Cosa significano all'atto pratico questi dati? E c'è effettiva corrispondenza tra calo del lavoro italiano e aumento dell'occupazione straniera
 
La risposta alla seconda domanda, sempre secondo i dati dell'Istat, sembra essere positiva: su dati riguardanti il 2011 la crescita e diminuzione dell'impiego ha avuto un rapporto di diretta proporzionalità per cui nel primo trimestre si è visto un aumento dell'occupazione straniera di 276.000 unità, a cui è corrisposta una diminuzione di quella italiana di 160.000 unità. Il secondo trimestre ha confermato la tendenza, con 168.000 stranieri impiegati in più e 81.000 italiani in meno; tendenza sfociata in un modesto rialzo dell'occupazione italiana (39.000) e ancora una forte crescita da parte degli immigrati (120.000).
 
Più difficile è interpretare in maniera sensata questi dati, lontano dai facili allarmismi. La domanda è banale e retorica, ma leggendo cifre del genere il dubbio può venire a chiunque: è vero che gli immigrati in Italia "rubano il lavoro"
 
Per poter dare una risposta articolata bisogna considerare altri dati; in primo luogo quelli che ci dicono di cosa si occupano gli stranieri in Italia, impiegati per lo più in piccole e medie imprese del settore terziario con la qualifica professionale di "operaio". Gli stranieri in Italia svolgono lavori e professioni di manovalanza di base, senza i quali numerosi settori produttivi sarebbero destinati a sparire, con remunerazioni spesso ridotte al minimo sindacale. Proprio la remunerazione sembra essere il fulcro del discorso, e il motivo per cui l'impiego di immigrati è in così forte aumento. In un periodo storico di crisi economica è necessario togliersi l'idea che esistano lavori che gli italiani "si rifiutano di svolgere", com'era opinione comune qualche tempo fa, come confermato anche dalla nutrita partecipazione di candidati italiani a ogni genere di bando relativo anche a professioni usuranti e faticose.
 
La realtà sembra essere ben diversa: anche se molti italiani farebbero qualunque cosa per lavorare (e il 50% circa ha già lavorato con qualifiche superiori alla professione svolta), molti datori di lavoro preferiscono offrire personalmente impieghi a stranieri, trovando manovalanza a costo minore e minore consapevolezza dei propri diritti. La responsabilità di datori di lavoro senza scrupoli sarebbe quindi doppia: da una parte quella di abbattere il mercato per gli italiani, dall'altra quella di mettersi nella posizione di poter sfruttare manodopera straniera, più ricattabile, incline a subire situazioni di sfruttamento e a richiedere condizioni economiche e contrattuali che gli italiani non accetterebbero.
 
Una situazione che non può non porci di fronte a una questione sulla natura di dati riguardanti il lavoro, l'occupazione e l'integrazione, troppo spesso coinvolte in un criminale gioco al ribasso da parte di chi detiene il potere e la possibilità di decidere chi impiegare nella propria azienda o settore, situazione tanto più grave quanto più la si consideri in relazione alla tensione che una situazione di crescita così squilibrata può creare. 

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