Toto maturità: la crisi dell'euro e il valore economico dei migranti per uscirne
A dieci anni dal suo ingresso nelle nostre vite, l'euro si ritrova al centro di una crisi economica internazionale che non sembra avere soluzione, ma che cosa è successo in questi 10 anni e quali possono essere le possibili soluzioni? Questo potrebbe essere senza dubbio un tema molto interessante per i prossimi esami di maturità.
Perché siamo in crisi? In parole semplici, l'euro (specialmente in alcuni paesi, fra cui anche l'Italia) è in crisi perché è stato speso più di quello che si è guadagnato, creando così un debito difficile da colmare. L'economista, Nouriel Roubini, della New York University spiega che i guai della moneta unica nascono dal fatto che ci sia da sempre un forte squilibrio tra le aree centrali e periferiche (di cui fa parte l'Italia) cresciuto maggiormente negli ultimi dieci anni.
Paesi quali il Portogallo, l'Italia, l'Irlanda, la Grecia e la Spagna (i famosi PIIGS) sono stati i principali consumatori dell’area euro, spendendo più di quello che producevano e importando più prodotti rispetto a quelli esportati. Al contrario, i paesi detti del “centro” dell’eurozona (Germania, Olanda, Austria e Francia) hanno speso meno delle loro possibilità ed esportato di più. La moneta unica ha favorito questo meccanismo di indebitamento, dato che le economie più deboli non hanno più potuto ricorrere al sistema del deprezzamento della moneta, per risanare il debito e per aumentare le esportazioni.
Cosa significa deprezzamento della valuta? Facciamo un esempio pratico: in Italia, prima dell'euro, se il debito pubblico nazionale cresceva, grazie al deprezzamento della valuta nazionale, si diventava più competitivi sui mercati internazionali e dunque per una valuta più forte della lira (la sterlina, il franco, il dollaro) grazie al cambio favorevole, era facile comprare beni prodotti in Italia, creando così liquidità per colmare il debito pubblico.
Con la moneta unica non è più possibile ricorrere alla svalutazione ed è proprio per questa ragione che alcuni vedono nell'uscita dall'euro la soluzione alle crisi economiche nazionali. L’uscita dall’euro darebbe, da un lato, la possibilità di ricominciare a livello locale e nazionale, dall'altro, in un sistema globale, quale quello che abbiamo creato, avrebbe conseguenze devastanti soprattutto fra i paesi creditori che perderebbero i soldi investiti nei paesi interessati.
La crisi finanziaria, dunque, ha invaso tutti i paesi dell'Euro sia quelli deboli, sia quelli forti e la soluzione è ancora lontana dall'essere trovata. Di certo c'è che se fino a 10 anni fa parlavamo solo del debito dei paesi in via di sviluppo ora, almeno in questo, abbiamo accorciato le distanze fra Nord e Sud del mondo.
Un Sud del mondo da cui continuano a spostarsi persone, spinte via da guerre, fame, tragedie ambientali e che forse possono rappresentare una delle chiavi per uscire da questa crisi economica. Se prendiamo, per esempio, il caso Italia, nello specifico il Nordest, scopriremmo che oltre 93mila imprenditori sono di origine straniera, il 9,6% del totale. Le imprese condotte da stranieri concorrono alla produzione del 6,4% del Pil complessivo dell’area, per un ammontare di 19 miliardi di euro. Il maggior contributo è fornito dalle imprese degli immigrati che operano nel comparto delle costruzioni, poi commercio, manifattura e servizi alle persone. Un massa di persone che dunque contribuisce in modo rilevante al buon funzionamento del Paese, della sua economia e dei suoi servizi.
Il rapporto della fondazione Leone Moressa, da cui abbiamo estrapolato questi dati, rileva anche che i dipendenti stranieri che lavorano nel nordest italiano hanno una retribuzione mensile di poco superiore ai 1000 euro, inferiore di 255 euro rispetto ai colleghi italiani, ma anche che dove ci sono più imprenditori immigrati ci sono più alti livelli di integrazione.
Un esempio chiaro e pratico che dimostra come politiche di integrazione, se pur non possano risolvere una crisi economica globale, possono indubbiamente favorire la ripresa economica locale.


