Un rapporto della Commissione Europea descrive l'impatto positivo sui paesi ospitanti degli immigrati romeni e bulgari.
Immigrati che rubano, stranieri che non vogliono lavorare, cittadini dell'Unione Europea per cui in Italia non c'è posto perchè, si sa, qui di lavoro non c'è neanche per gli italiani. Oggi un rapporto della Commissione Europea sfata i luoghi comuni e conferma l'impatto positivo degli immigrati da Romania e Bulgaria sui paesi ospitanti.
Il primo dato che salta agli occhi è l'aumento del Prodotto Interno Lordo che coinvolge con una crescita dello 0,2% tutti i paesi dell'Unione a partire dal 2004, anno della buona riuscita delle trattative per l'ingresso dei due Stati, fino al 2009. Il dato più sorprendente però è quello relativo ai due paesi che più di tutti hanno accolto l'afflusso di lavoratori romeni e bulgari: la Spagna e l'Italia, che hanno avuto una crescita pari rispettivamente all'1,7% e all'1,3% sul lungo termine. A pagare la crescita sono stati proprio i paesi che hanno visto i propri lavoratori spostarsi in tutta Europa: Romania e Bulgaria, con una diminuzione del 9,2%.
Nessun margine per i critici e per tutti coloro che vedono nell'apertura delle frontiere un rischio per l'Italia, insomma, neanche per quel che riguarda le spese di welfare e di denaro pubblico che il nostro paese investe per i nuovi cittadini. Ci sono state, afferma il rapporto, occasioni in cui l'afflusso di stranieri ha fatto sentire il proprio peso sul sistema di scuola e sanità pubbliche, ma tutto questo è avvenuto solo su base locale. A livello nazionale l'impatto di romeni e bulgari è stato ininfluente o addirittura positivo.
Lo stesso vale per il presunto impatto negativo su mercato del lavoro, occupazione e salari medi. Anche qui l'ingresso degli stranieri non ha diminuito i posti di lavoro per gli italiani né ha contribuito all'abbassamento delle paghe, anzi sembra che nel breve periodo il paese avrebbe subito un abbassamento dello 0,24% sui salari se il sistema non avesse accolto nuovi lavoratori.
Aumento del PIL, miglioramento delle condizioni di lavoro e un impatto minimo sulle casse statali: i dati sono chiari. A questo punto rimane solo un passo da compiere, quello di sollevare le restrizioni all'ingresso dei lavoratori romeni e bulgari che dieci Stati Membri (Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Malta, Olanda, Austria, Lussemburgo, Gran Bretagna) hanno deciso di mantenere. Al riguardo il tempo stringe: sarà possibile tenere i cancelli chiusi al massimo per altri due anni, ma solo se i governi stessi notificheranno alla Commissione Europea l'esistenza o la minaccia di una grave turbativa del mercato del lavoro interno.
“Limitare la libera circolazione dei lavoratori in Europa – ha detto László Andor, Commissario UE per l'occupazione - non è la risposta al problema della disoccupazione elevata. Ciò che dobbiamo fare è concentrare i nostri sforzi per creare nuove opportunità di lavoro.”
Scarica qui la versione integrale del Rapporto della Commissione Europea