“Non uscite. State a casa. Chiudete le finestre e fate in modo che le vostre abitazioni siano chiuse ermeticamente. Non accendete i ventilatori. Stendete i panni dentro casa”. Le parole del portavoce del governo giapponese Yukio Edano sono tutt'altro che rassicuranti. Così come la nuova esplosione, la terza in quattro giorni, che ha colpito gli impianti di Fukushima.
Di una cosa sono tutti sicuri: le cifre sulle radiazioni che si sprigionano dalle centrali oscillano, ma rimangono sempre al di sopra della soglia di allarme, soprattutto per chi vive nel raggio di trenta chilometri dalle centrali. A questo punto l'incidente nucleare avrebbe raggiunto il sesto livello di pericolosità in una scala in cui il settimo è il più elevato.
È inevitabile che la tragedia abbia riflessi in tutti i paesi del mondo dove ci si interroga sulla sicurezza del nucleare e sull'opportunità di mantenere, dismettere o inaugurare (come in Italia) questo tipo di produzione per l'energia elettrica. Ovunque vengono alla mente fatti tragici che legano la memoria all'energia nucleare. Negli Stati Uniti ricordano Three Mile Island e l'incidente del 1979, in Europa è ancora vivo il ricordo di quel che avvenne a Cernobyl dell'aprile 1986.
Le reazioni sono molto diverse. In Germania crescono i segnali di perplessità di fronte alle politiche atomiche. Berlino, ad esempio, lo scorso anno ha deciso di prolungare la vita delle centrali esistenti spostando così il previsto abbandono dell'energia nucleare al 2035, ma i fatti di Fukushima hanno spinto le decisioni della Merkel ad affondare sul freno e chiudere i due reattori più vecchi.
In Italia il dibattito sul nucleare impazza, centrato tutto sul referendum. “I nostri reattori saranno migliori”, dice il Ministro Romani appoggiato da tecnici esperti che spingono verso la realizzazione delle centrali. Dall'altra parte le opposizioni di chi voterà per il Sì, e quindi contro il nucleare, insistono sì sul pericolo evidenziato drammaticamente dai fatti giapponesi, ma anche su altre argomentazioni di carattere economico, etico ed energetico.
E poi ci sono le economie emergenti, Cina e India in testa, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai loro piani di sviluppo sul nucleare. Nonostante Fukushima, dicono, continueranno ad usare le loro centrali e ne costruiranno di nuove. Troppo grande la fame di energia di questi paesi per rinunciare ad ogni soluzione che possa incrementare e intensificare la potenza di generazione elettrica.
Negli Stati Uniti l'effetto Giappone si fa sentire, gli esperti frenano un po' ma non si tirano indietro dagli studi televisivi. “Sono esperti di politiche energetiche e non possono dire no di fronte all'invito in un talk-show”, scrive Michael Levi nel suo blog. Ma, continua Levi, ora non è il momento della politica, ora dovremmo lasciare parlare gli esperti che ci dicano se e quali rischi stiamo realmente correndo proprio ora. I progetti e le previsioni politiche fatte troppo a caldo in situazioni di emergenza potrebbero lasciare il tempo che trovano. Ricordate, dice Levi, quello che è accaduto con la marea nera e la BP? Con il terremoto giapponese e il nucleare potrebbe accadere la stessa cosa: passata la prima ondata emotiva i contrari avranno rafforzato le loro convinzioni sulla sicurezza e i favorevoli saranno più entusiasti che mai.
Immagine dalla galleria di Wilson W.K. Thong