Per lui si erano mobilitati tutti: artisti, gallerie, blogger, politici. E oggi, finalmente, dopo il pagamento di una cauzione, Wei Wei è tornato libero. Prima scomparso dalla circolazione senza lasciare traccia quasi tre mesi fa, si era poi saputo che l'artista cinese, ritenuto da Pechino un pericoloso dissidente, era stato imprigionato per evasione fiscale. Un pretesto utilizzato spessissimo per colpire intellettuali e artisti che "sfidano" la repressione cinese per esprimere in libertà quello che succede nel loro paese. Finora è stata solo la sorella Gao a dare conferma della liberazione avvenuta, secondo le autorità, in pieno rispetto della legge, visto che secondo loro il pittore avrebbe confessato tutti i reati che gli sono stati ascritti. Non si sa ancora in che condizioni sia, né se e quando potrà raccontare quello che è veramente successo. Di sicuro, è una buona notizia. Non solo per quanto riguarda questa storia, ma molto più probabilmente sul successo che certe campagne di mobilitazione internazionale, come quella avvenuta per Wei Wei, possono avere anche nei confronti di un governo forte e autoritario come quello cinese. Qui sotto la storia dell'arresto di Wei Wei e del suo ruolo nella Cina contemporanea.
«Cosa possono fare più di mettermi al bando, rapirmi o imprigionarmi? Potrebbero forse costruire la mia sparizione nell'aria, ma non hanno creatività o immaginazione». Sono queste le parole che Ai Wei Wei, artista cinese, scrive sul suo blog nel 2009, poco prima che il governo di una Cina sempre più repressiva lo censuri. Il suo arresto, avvenuto lo scorso 3 aprile, è stato più un misterioso prelievo che un atto ufficiale delle forze di polizia. Wei Wei era all’aeroporto di Pechino, dove stava per imbarcarsi per Hong Kong, ma viene fermato e portato via. Dove, non si sa bene. Il governo cinese risponde che l’artista e architetto, noto per il suo atteggiamento poco tollerante verso il regime e tra i più accesi oppositori alla corruzione e alla censura del suo paese, è in carcere per crimini fiscali. O, meglio, crimini economici. Che, come spiega un altro artista, lo scrittore Yu Hua, è in realtà un crimine molto frequente nel loro ambiente, visto che molti sono costretti a vendere le loro opere d’arte al mercato nero, visto che il commercio di beni provenienti da gente non gradita al governo è impedito. Dunque, nient’altro che un pretesto.
Perché il motivo per cui Wei Wei è detenuto in uno dei molti carceri cinesi è sicuramente un altro. Ultimamente, infatti, si stava occupando, insieme all’ambientalista Tang Zuoren, del crollo delle scuole durante il terremoto del Sichua, crollo che ha causato più di 5000 morti e che è sicuramente dovuto a tecniche edilizie sicuramente non regolamentari. Tra i firmatari della famosa Charta 08, redatta dall’amico Liu Xiao Bo, al cui posto aveva cercato di ritirare il Nobel per la pace (la polizia gli impedì di partire anche allora), la sua attività di denuncia è nota da tempo, e non è la prima volta che il governo cerca di bloccarla.
Oggi la Mit Press ha deciso di riunire in un libro, Ai Weiwei's blog, gli scritti prodotti dall'artista tra il 2006 e il 2009. Proprio attraverso quei post si può ricostruire la sua battaglia, si possono ripercorrere la sua rabbia e le sue speranze. Basti pensare che oggi il suo nome, su Internet, è vietato. Un’altra delle tante, incomprensibili e anacronistiche censure di un paese dall’enorme potere e con enormi ritardi sul processo di democratizzazione. «Non venite a cercarmi ancora. Non voglio collaborare. Se lo farete portate con voi i vostri strumenti di tortura». Lo scrive il 28 maggio 2009, e quelli a cui si rivolge sono i poliziotti che, poche settimane prima, gli avevano procurato un trauma cranico con le botte.
Un articolo del Guardian scrive che pochi giorni prima dell’arresto Wei Wei aveva già espresso la sua preoccupazione, dichiarando a un giornale tedesco “"Al mio cancello ci sono due telecamere di sorveglianza, il mio telefono è sorvegliato, ogni messaggio che spedisco attraverso il mio microblog è censurato da loro. Ovviamente sono libero". Da quando è detenuto e di lui non si hanno notizie, la rete si è mobilitata per avere chiarimenti dal governo cinese. Il gruppo Where’s Wei Wei? ha raccolto più di 3200 adesioni, e a Londra, alla Lisson Gallery, è stata inaugurata una mostra con le sue opere. Dopotutto l’arresto di Wei Wei è solo l’ultimo degli attacchi alla rete e alla libertà d’espressione.
Negli ultimi mesi l'apparato poliziesco cinese ha represso duramente ogni tentativo di libera manifestazione del pensiero sia nel cyberspazio che nelle strade, soprattutto dopo le insurrezioni africane guidate dal web e di cui temono un remake a casa propria. Si tratta del considdetto Peking Consensus, una dottrina che ha irrigito tantissimo le misure di controllo del cyberspazio, che va dalla repressione tradizionale ai filtri tecnologici che riducono al silenzio ogni dissenso. Internet è pericolosa, e va fatta tacere. Le cybercritiche sono quelle più temute da Pechino. Anche se stavolta la Cina potrebbe perdere: Ai Weiwei è famoso e amato in tutto il mondo, e il passaparola in rete potrebbe essere molto più dannoso per la Cina che una liberazione dell’artista. Insomma, questa detenzione potrebbe essere un’arma a doppio taglio per chi vuole la censura. Almeno lo speriamo.
Marìka Surace
Foto di Scott Hess