La carica dei 40mila: ecco i nuovi italiani
“Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Nonostante gli ostacoli, nonostante le difficoltà burocratiche, nonostante il razzismo e i pregiudizi, anche se molti di loro vivono qui ormai da vent’anni e l’Italia la conoscono meglio di chi ci è nato. Nonostante tutto, i nuovi italiani che nel 2010 hanno ottenuto la cittadinanza e pronunciato finalmente questa formula sono più di 40.000, un popolo multicolore ma con una sola lingua in comune, l’unica in cui si riconoscano: la nostra. E una consapevolezza: ogni volta che si presenterà l’occasione, verrà loro chiesto il permesso di soggiorno. Nonostante l’accento regionale marcato e le rassicurazioni. E quanto sarà bello, a quel punto, mostrare la carta d’identità che orgogliosamente fa capolino dal portafogli? Un pezzo di carta importante, anzi fondamentale. Perché i dati diffusi in questi giorni dal Ministero e relativi ai 40.223 procedimenti di concessione della cittadinanza andati a buon fine nello scorso anno disegnano anche un quadro su come questi nuovi cittadini godano di diritti civili.
E sulle differenze tra le modalità con cui la cittadinanza stessa si acquista. Da quella attraverso il matrimonio (la più “gettonata” tra le donne, che spesso arrivano nel nostro paese proprio per sposarsi e ottenere il prezioso certificato), che per alcuni è facile e comoda, ma che comporta, in realtà, un sacco di passaggi che vanno a scavare tra i dettagli della propria vita intima. E che, com’è sempre stato, porta a frequenti abusi, che sfruttano la posizione più debole di chi questa cittadinanza la vuole proprio molto, tanto da prestarsi a ricatti e pagamenti di somme di denaro. Poi ci sono gli extracomunitari che sono residenti qui da almeno dieci anni (e che hanno un reddito di almeno 8300 euro l'anno, 11300 se con coniuge a carico), e i cittadini comunitari che invece sono in Italia solo da cinque. Bisogna infine tener presente che queste statistiche non danno il conto completo dei nuovi cittadini. Mancano infatti le acquisizioni di cittadinanza delle seconde generazioni, ovvero dei figli di immigrati, nati e cresciuti qui, che scelgono di diventare italiani una volta diventati maggiorenni. Salvo imprevisti che, ça va sans dire, sono all'ordine del giorno. Non a caso i dati evidenziano un'informazione importante. Perché se è vero che i procedimenti con happy end sono molti, è vero anche che il trend non è sicuramente in positivo, e che nel 2010 sono state tantissime anche le cittadinanze negate. Addirittura quasi raddoppiate rispetto al 2009. Passando da 859 a 1364. Pare che quest'aumento sia dovuto al cosiddetto pacchetto sicurezza, che ha dichiarato guerra ai matrimoni combinati, e ha dunque reso i controlli più severi.
Molto interessante anche il dato delle domande ancora in attesa di risposta, che a dicembre dello scorso anno erano circa centocinquantamila. La classifica dei Paese di provenienza è guidata dal Marocco (6.952 concessioni), seguono Albania (5.628) e Romania (2.929). Rispetto al 2009, le concessioni di cittadinanza sono aumentate solo dello 0,34%. Quasi duemila quelli in possesso di una laurea, ma la maggior parte ha comunque terminato le scuole superiori. Nella maggior parte dei casi sono operai, ma i più giovani sono studenti, e non mancano le casalinghe. Vivono nelle province di Milano, di Roma e Torino, ma soprattutto nel Nordest, tra Brescia, Vicenza, Treviso, Verona e Padova. E proprio nel Nordest c'è il più alto tasso di lavoratori con contratti a tempo indeterminato, spesso nelle aziende manifatturiere. Per non parlare poi di sportivi, sacerdoti e registi. Con figli che si sentono italiani al 100% e che spesso non parlano più la lingua di provenienza, sono tifosissimi della squadra del cuore e della nazionale e, spesso, hanno mentalità più aperte degli autoctoni.
Ma serviranno questi dati a far capire all'Italia quale sia il vero valore di questi nuovi cittadini, di un patrimonio di cui dovremmo forse essere più consapevoli (e nei cui confronti certa classe politica dovrebbe essere meno ostile)? Non si può far finta che non abbiamo bisogno di loro, perché ce l'abbiamo. E fa sorridere (anche se non troppo) che proprio i luoghi in cui l'intolleranza si manifesta più rigogliosa, sono gli stessi in cui i nuovi italiani lavorano di di più, riescono ad acquistare casa e a ricongiungersi alla famiglia. Eppure, nonostante le lamentele e le cassandre che paventano invasioni, rispetto al resto d'Europa siamo ancora indietro. Solo la Gran Bratagna, nel 2006, ha concesso 156mila cittadinanze, la Francia 148mila, la Spagna 64mila, la germania 124mila. Mentre noi frapponiamo ostacoli (basti pensare che dalla richiesta all'ottenimento reale della cittadinanza passano dai tre ai quattro anni), facciamo far loro l'esame di lingua e cultura, non prendiamo nemmeno in considerazione l'ipotesi di un procedimento breve per la concessione e figurarsi, poi, se si parla di diritto di voto. Loro una scelta l'hanno fatta, e hanno giurato, mentre si impegnano ogni giorno per un'integrazione che diventa interazione. Perché adesso non la facciamo anche noi?
Foto di Turi Scandurra


