Maturità, toto tracce: il centenario della morte di Pascoli
Fra le tematiche dell’esame di maturità è probabile che compaia Giovanni Pascoli, spirato il 6 aprile 1912, un secolo fa. Il messaggio della sua poetica, così innovativa nel linguaggio e così melanconica nei contenuti, offre interessanti spunti di riflessione sull’attualità.
L’opera di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 –
Bologna, 6 aprile 1912) nasce come sintesi di disposizioni personali, in parte riconducibili a esperienze di vita dolorose, e del clima generale del momento, quello del decadentismo.
Aspetti decadenti, in cui troviamo le radici del suo messaggio letterario sono la sfiducia nelle certezze scientifiche, quindi il relativismo, la fuga dalla storia, la rivalutazione delle forze irrazionali, l’ombra della morte che domina la vita.
Il senso di angoscia di fronte ad essa e il mistero che la circonda conducono alla ricerca di un rifugio e alla scoperta che anche la natura è percorsa dallo stesso alito esistenziale.
Di qui l’isolamento di Pascoli nel piccolo mondo degli affetti, la regressione psicologica all’infanzia, come momento di vita ancora esente dal male e la disposizione ad osservare la natura per coglierne le più profonde espressioni di vita.
In “Myricae” (1891, 1° edizione), la prima raccolta di poesie del poeta livornese, le immagini della casa, del “nido”, si intrecciano e si confondono con i paesaggi notturni e le albe, con le voci degli uccelli e quelle delle campane, che scandiscono lo scorrere del tempo.
La tendenza a captare l’indefinito attraverso le piccole cose ha determinato anche la scelta di forme ed espressioni insolite: Pascoli è il primo a rompere i codici poetici tradizionali al Parini.
Sul piano della lingua e delle immagini, i rapporti analogici – basati su relazioni di somiglianza – sostituiscono quelli logici, le strutture sintattiche cadono, la subordinazione lascia il posto alla coordinazione, il lessico è scelto in base ai suoi valori fonici (onomatopee).
Proprio sul piano del linguaggio e dei moduli espressivi, l’influenza di Pascoli sulla posteriore poesia italiana sarà determinante.
La natura profanata dalla società industriale
Lo scenario di tanta poesia del Pascoli è il mondo campestre, sul quale si proiettano inquietudini, smarrimento, perplessità relativi al vivere, ai tempi che si annunciavano con gli scontri di interessi che la società industriale rendeva sempre più aspri nella situazione italiana dell’ultimo Ottocento.
Non si possono cogliere analogie con i sentimenti più profondi di oggi?
E la nostalgia di un mondo passato, basato su uno stretto, intimo, consolante rapporto con la natura non è forse oggi così struggente per gli spiriti più alti, sensibili all’armonia dell’universo? Si coglie un diffuso bisogno nella società odierna di una ritrovata consapevolezza dei valori più profondi, compreso un rinnovato e proficuo sentimento di rispetto e amore della natura, profanata e deturpata troppo spesso da spregevoli interessi economico-politici.
La crescente consapevolezza della società civile riuscirà a cambiare gli indirizzi politici verso un maggiore rispetto e una precisa tutela del nostro patrimonio naturalistico? In ballo non c’è solo la contemplazione della bellezza, ma il futuro del pianeta.
“Italy”, una delle prime storie di emigrazione
Ai ritornanti per la lunga via,
già vicini all'antico focolare,
la lor chiesa sonò l'Avemaria.
Erano stanchi! avean passato il mare!
Appena appena tra la pioggia e il vento
l'udiron essi or sì or no sonare.
Maria cullata dall'andar su lento
sembrava quasi abbandonarsi al sonno,
sotto l'ombrella. Fradicio e contento
veniva piano dietro tutti il nonno.
Italy, 1904 - Giovanni Pascoli
“Italy” è uno dei primissimi testi a toccare il tema dell'emigrazione: racconta, infatti, la storia di una famiglia di Castelvecchio di ritorno dagli Usa e la sua difficile integrazione con il vecchio contesto paesano. L'immagine del nido, che ricorre nelle poesie di Giovanni Pascoli, acquista una dimensione storica e politica: è la patria, da cui i "rondinini" si sono allontanati assorbendo linguaggi e suoni diversi.
In “Italy” il contrasto campagna-città, infanzia-maturità, spogliato delle sue connotazioni autobiografiche, si oggettiva nel contrasto tra la vita patriarcale che si svolge nella campagna nativa e quella febbrile della metropoli americana, tutta tesa ai "bisini" ("business", gli affari) e al successo.
Il contrasto si risolve sul piano linguistico in un audace sperimentalismo che coinvolge vocaboli e modi di dire americani, acquisiti e pronunciati "all'italiana".
In “Italy” c’è la solidale rappresentazione del prezzo di dolore e di mutilazione affettiva che l’emigrazione comporta, dell’estraneità e della solitudine dell’emigrato condannato a correre per "terre ignote con un grido/straniero in bocca", ma sempre anelante a ritornare con un gruzzolo per farsi "un zampettino da vangare, un nido/da riposare"; ma c’è anche la speranza che l’Italia, l’antica madre, un giorno "in una sfolgorante alba che viene/con un suo grande ululo ai quattro venti/fatto balzare dalle sue sirene" riscatterà i suoi figli dispersi.
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