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Per Lampedusa si continua a morire. Parla Gabriele Del Grande

Immigrati a LampedusaLe immagini le abbiamo viste tutti: una catena umana di persone che, per evitare il naufragio del peschereccio contro gli scogli, si affidava alle cime delle barche e alle braccia dei volenterosi per salvarsi sulla terraferma. Sono le istantanee che ogni giorno arrivano da Lampedusa, fotogrammi che passano ormai come seconda, terza, perfino quarta notizia nei telegiornali nazionali, troppo presi dalla bagarre politica che precede le elezioni e da una caccia al dettaglio truce sull’assassinio di Bin Laden. Eppure nell’isola siciliana nulla è cambiato, e non nel senso gattopardiano della frase. Semplicemente i riflettori non possono restare mediaticamente accesi sullo stesso caso, sempre. È di due notti fa il recupero di tre corpi da parte della Capitaneria di Porto, uomini di circa 25 anni che forse non saranno gli unici, visto che i sommozzatori stanno ancora scandagliando i fondali.

Abbiamo parlato di questa tragedia con Gabriele Del Grande, che l’allarme profughi lo dà da molto tempo, e che dal suo seguitissimo blog Fortress Europe ha più volte posto l’accento sulle conseguenze di molti errori nelle politiche migratorie e, soprattutto, nella poca lungimiranza nei confronti di quello che sarebbe potuto succedere in Libia e di come ciò avrebbe influito sui flussi. “Sicuramente non ce la si può prendere con la Guardia Costiera italiana, che di tutto può essere accusata fuorché di omissione di soccorso. In questi anni infatti si sono spesi davvero in modo encomiabile e coraggioso per salvare più vite possibile. Cosa che non direi con la stessa certezza per Marina e Finanza, che negli ultimi anni sono state impegnate più a respingere in Libia che a soccorrere, per non parlare delle forze armate maltesi, note da anni per chiudere un occhio sulle imbarcazioni alla deriva, al solo scopo di farle entrare nelle acque italiane per scaricarsi dalla responsabilità del soccorso. Per i pescatori vale lo stesso discorso. La maggior parte continua a salvare in ogni condizione. Ma purtroppo ci sono singoli casi, gravi e gravissimi, di comandanti che rifiutano di soccorrere per paura di vedersi sequestrata la barca. O più in generale per una proiezione di minore umanità sulle vite di quei passeggeri”.

Gabriele segue da tantissimo tempo la situazione di questi disperati del mare, che perdono la vita, le forze e ogni prospettiva sul futuro in quel famigerato canale di Sicilia che li separa da quella che per loro è una salvezza. Proprio in questi giorni il quotidiano inglese Guardian ha ripreso la notizia di una barca con 72 eritrei a bordo lasciata alla deriva per due settimane, senza che nessuno dei mezzi Nato le desse soccorso. E dire che si tratta di operazione umanitaria. “Rispetto ai morti sta accadendo qualcosa di molto grave. Cioè che le milizie di Gheddafi hanno iniziato a organizzare le traversate, facendo convergere da un lato l'interesse del colonnello a riversare quanti più profughi possibile sull'Europa come ritorsione ai bombardamenti e dall'altro l'urgenza di fuggire di migliaia di stranieri bloccati a Tripoli tra i due fuochi. Credo ci sia anche questo fattore dietro ai tanti morti. Da gennaio si contano almeno 800 dispersi tra Tripoli e Lampedusa. Non era mai successo, stiamo parlando di un dato a fronte di 5.000 arrivi tra l'Italia e Malta. Come dire che uno su sei non ce la fa. E probabilmente il tutto è dovuto al fatto che le milizie di Gheddafi costringono a partire anche in pessime condizioni di mare, quando il naufragio appare inevitabile”.

Nel frattempo, a Lampedusa, le navi della Marina Italiana continuano a trasportare i profughi da distribuire nei campi sparsi in tutta Italia, verso i porti di Livorno, Cagliari e Napoli. Prima di partire gli extracomunitari vengono tutti identificati e fotosegnalati. In attesa di possibili rimpatri. “I rimpatri non possono essere una soluzione nella stessa misura in cui non è una soluzione nel 2011 controllare e vietare lo spostamento degli esseri umani. Siamo nati liberi di spostarci e a maggior ragione nel ventunesimo secolo, nell'epoca del villaggio globale, quando tutti hanno legami in ogni angolo del pianeta, è privo di senso criminalizzare lo spostamento delle persone. Il che non significa che un rimpatrio significhi drammi e torture per chi viene rimpatriato. Almeno nella Tunisia di oggi. Chi viene espulso dall'Italia fondamentalmente ritorna a casa con un debito di mille o duemila euro contratto per pagarsi il biglietto sulla barca.La soluzione, lo ripeto deve essere un'altra. E deve essere la libertà di circolazione. Pensate alle migliaia di tunisini andati in Francia dai parenti. Perché non hanno potuto prendere un aereo, pagarsi un albergo a Parigi la prima notte e prendere un treno il secondo giorno per raggiungere la famiglia che li ospiterà e gli cercherà un lavoro? E allo stesso modo, perché tra un anno, quando saranno senza documenti, non potranno tornare a casa in modo autonomo, con lo stesso aereo di cui sopra, ma saranno invece costretti a vagare per le nostre città senza possibilità di avere un contratto o una casa, perché con un documento scaduto?” Sono domande a cui dovremmo provare a rispondere, prima di parlare seriamente di immigrazione e di rimpatri. Ricordandoci che, prima di ogni cosa, vengono le vite di essere umani come noi. 

Marìka Surace

Foto di Noborder Network

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