"Il problema, secondo me, è quasi sempre la pigrizia. Ovviamente mi riferisco alla pigrizia mentale che impedisce alle persone
di andare al di là di un pensiero preconfezionato, standardizzato, a cui è facile aderire. Eppure basterebbe aprire gli occhi e guadarsi intorno per capire, e finalmente accettare, che si può essere italiani e chiamarsi Pedro, Moustafà, Mohammed". O anche Pap Khouma. Lo scrittore senegalese, autore di Io, venditore di elefanti e del recente Noi Italiani Neri (B.C. Dalai, 159 pagg.), vive in Italia dal 1984 ed è cittadino italiano a tutti gli effetti.
Dirige una rivista, El Ghibli, e lavora in una libreria del centro di Milano. Quando lo sentiamo sta per partire per Dakar: torna a "casa" dopo tantissimo tempo. "E' strano tornare in un posto dove sei nato e pensare che, comunque, casa mia, quella verso cui sento l'appartenenza vera, di pancia, è l'Italia. D'altronde è qui che sono cresciuto davvero, come uomo e come scrittore. Poi però penso anche a una cosa curiosa. Anche in Senegal ci sono pregiudizi, che solitamente si concentrano su noi che viviamo in altri paesi. Ma la cosa positiva è che, a differenza di qui, nessuno lì strumentalizza questo pregiudizio in maniera politica. Il razzismo da quattro soldi, quello becero e accartocciato su se stesso, rimane comunque un discorso da bar, senza dignità da tribuna".
Nel suo divertente libro Khouma racconta diversi aneddoti della sua vita milanese, come quando, mentre sfilava per festeggiare una vittoria del Milan degli africani Desailly e Weah, venne aggredito da un ultrà milanista che rifiutava l'idea che due neri (lui e suo figlio, nato in Italia 15 anni fa) potessero urlare di gioia per una squadra italiana. "Si tratta, come dicevo già, di un mix di pigrizia mentale, strumentalizzazione politica e rifiuto totale dell'evidenza. Ma anche di automatismi. Sennò non si spiegherebbe perché, quando vado in un ufficio in cui serve esibire un documento, dopo aver presentato una regolare carta di identità italiana, mi venga puntualmente chiesto il permesso di soggiorno. Che, in quanto italiano, ovviamente non ho. Per non parlare del fatto che tutti si rivolgano a me dandomi del Tu".
Khouma ride di queste disavventure, anche se è ben consapevole del fatto che il vizio tutto italiano di liquidare tutto con una battuta è uno dei maggiori ostacoli alla reale comprensione dei problemi.
Ha un figlio, nato in Italia dalla sua compagna, italiana. "Mio figlio non sente assolutamente questo problema, se gli parlo di razzismo mi ride in faccia, lui si sente italiano a tutti gli effetti e spesso si fa delle gran risate quando gli capita di andare in giro con la madre. Perché fin da quando era piccolo, ogni volta, succede che le persone non credano che sua madre sia bianca. E insistono sul fatto che mia moglie lo avrebbe adottato senza volerlo dire. Alcuni obiettano perfino che è evidente, ha un viso brasiliano, che è adottato ce l'ha scritto in faccia. Ora, io ringrazio che mio figlio sia dotato di tanta ironia, ma la gente ha una presunzione che fa paura, perché è determinare a confermare le proprie certezze piuttosto che capire davvero chi ha davanti".
Questa abitudine di voler confermare i pregiudizi che abitano nella propria testa piuttosto che farsi muovere da una curiosità positiva è forse uno dei freni maggiori a una società davvero tollerante. Perché non si permette all'altro di dare una risposta, di raccontare la propria storia, perché semplicemente non lo si ascolta. Quasi come se fosse insopportabile accettare una versione che non è quella che si immagina o che viene raccontata dalla televisione. "E' anche per questo che il razzismo è cresciuto. Soprattutto perché certi atteggiamenti sono stati sdoganati, non si ha più vergogna di dire Io sono razzista. Anzi, lo si rivendica con orgoglio. L'unica speranza sono i più piccoli, ed è dall'educazione che bisognerebbe ripartire. E chissà che un giorno loro, adulti nuovi di questa Italia, non possano semplicemente ridere dei nostri stupidi errori".
Foto di Daniela Benelli