Haiti, sei mesi dopo la compassione non basta

haiti.jpgSi piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.

Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.

“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.

Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".

Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.

Foto di IFRC


Commenti

Mi domandavo come mai dopo un


Mi domandavo come mai dopo un anno, non anno ancora costruito, mi sembra che soldi ne avevano ricevuti, che motivo c'è!

Infatti Graziella, molta


Infatti Graziella, molta rabbia di chi lavora sul posto deriva proprio dal fatto che spesso non sia un problema di generosità (che non è mancata affatto) bensì di ostacoli burocratici e lungaggini che non fanno che aggravare la situazione. Quando ci sono molti volontari e associazioni coinvolti la priorità è coordinarsi, ma non sempre ci si riesce.