È appena tornata da un breve viaggio, Igiaba Scego, un viaggio a Palermo “dove sono andata per lavoro, ma che mi ha fatto scoprire una città splendida, piena di storia”. Giornalista (collabora con L’Unità, Il Manifesto, Carta, Internazionale), autrice di successo (il suo ultimo libro, Oltre Babilonia, ne ha mostrato l’abilità nel raccontare, attraverso il linguaggio, la ricchezza culturale di chi pur nato in Italia ha origini in paesi lontani), definisce in maniera molto efficace se stessa come “somala di origine, italiana per vocazione”. Perché Igiaba è nata a Roma da genitori somali espatriati nel 1969 dopo il golpe di Siad Barre. Italiana di seconda generazione, da sempre si occupa del delicato equilibrio tra le sue due realtà culturali di appartenenza, senza che mai l’una prevalga sull’altra. Parlare con lei, anche quando è stanca per un lungo viaggio, vuol dire venire travolti dal suo entusiasmo. E dall’ottimismo per niente melenso con cui ragiona sulla situazione di quelli che, come lei, sono nati in Italia e amano questo paese, con tutte le contraddizioni che questo amore comporta. Con un forte accento romano e le parole che scorrono veloci, Igiaba ci spiega innanzitutto cosa vuol dire secondo lei essere italiani oggi. Significa, nella mia rappresentazione ideale, avere la libertà di essere come si vuole, nel senso positivo del termine. Se venisse finalmente accettata, metabolizzata l’idea che è possibile essere italiani eppure avere un colore diverso dal bianco, una religione diversa dal cattolicesimo, parlare bene l’italiano ma avere anche un’altra madrelingua, sarebbe bellissimo. E invece? E invece succede che ancora siamo fermi a un’idea stereotipata di cosa voglia dire essere italiani. Io sono un’ “italiana differente”. Cosa c’è di strano? Sono nata qui, questo è il mio paese. Si può essere italiani di colori diversi. La cosa molto triste è che oggi la parola “italiano” viene usata per dividere, per mettere paletti, accentuare divisioni. Acquista un’accezione d’odio. Ecco, io inizierei con il ridare significato di gioia e condivisione alla parola Italiano. Soprattutto se penso che l’Italia è un paese così bello proprio perché dal Nord al Sud si passa attraverso mille differenze. Da Pordenone a Palermo non ci sono solo molti km, ma culture e punti di riferimento diversi. Eppure è sempre Italia, no? Quali sono le cause di questa divisione? Sicuramente un opportunismo politico che non riflette la vera natura del paese in cui viviamo. Le divisioni, purtroppo, fanno guadagnare voti. Ma se poi pensi alla realtà italiana, capisci che la gente non è così drasticamente favorevole ai respingimenti, alla chiusura. Anche perché in questo modo è l’Italia a perderci, a impoverirsi. E proprio in quanto paese che ha conosciuto l’immigrazione, potremmo fare la differenza, in Europa. Quanto conta il coinvolgimento politico degli italiani che, come lei, appartengono alla cosiddetta seconda generazione? Moltissimo, ovviamente. Prima delle ultime elezioni alcuni rappresentanti di partito hanno riparlato della concessione del voto agli immigrati, almeno alle amministrative. Un tema che prima o poi, bisogna capirlo, dovrà entrare in agenda. Non si può continuare a non considerare una grossa fetta di popolazione che è sul territorio da molto tempo ed è attiva sia socialmente che economicamente. Ma di fronte allo strapotere di un’informazione molto omologata e anche piuttosto silenziosa rispetto a certi temi, che strumenti ci rimangono? Quello dell’informazione è un ruolo fondamentale, importantissimo. E se è vero che molta gente guarda la tv e che la tv parla sempre delle stesse cose, questo non vuol dire che bisogna cedere o rassegnarsi. Anzi. Quello che succede è che dell’Italia, quella vera, oggi si parla poco e male. Sembra che la narrazione sia ferma agli anni ’50, e non in senso positivo. Allora almeno c’era il boom economico, la voglia di crescere. Attraverso lo schermo passa invece un’Italia becera, meschina, e soprattutto ferma. Quello che dobbiamo fare, in quanto italiani orgogliosi di essere tali, è sbloccare questa situazione. Raccontare la verità. Che non è quella delle fiction in cui si parla di famiglie felici, ma di un paese in cui invece gli aiuti alle famiglie non sono sufficienti. E lei, personalmente, cosa spera? Spero in un’Italia che, un giorno, ritroverà nell’incontro tra le lingue diverse nel suo territorio la ricchezza della contaminazione. Un’Italia riscritta, raccontata daccapo. La stessa per cui molti hanno dato la vita.
Foto di Marco Cinque